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Dubai tra un volo e l'altro

aggiornamento: 22/12/2010

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Dubai
Durata del Viaggio:
1 g.
Mezzo di Trasporto:
piedi
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuna
Spesa approssimativa:

Alcune idee per trascorrere una giornata a Dubai, magari tra un volo e l'altro...

Dubai è assai diversa dalla megalopoli luccicante che fa capolino dalle pagine patinate delle riviste. Considerato che i veri padroni, gli arabi, quasi non si vedono, nascosti nelle loro ville molto discrete, nelle vie della città  consolidata, lungo il Creek, si incrociano solo cinesi, indiani, pakistani, che affollano quartieri dal volto umano, a tratti persino un po' dimessi, dove la crisi che ha quasi affondato l'Emirato si percepisce.

 

Alle 9 del mattino sul Creek si dipana una nebbiolina da foschia.

La camera è fresca, ma avvicinandosi al vetro della grande finestra si percepisce già  un certo calore. Quando mettiamo il naso fuori dall'hotel è come entrare in una fornace, la pelle si prosciuga e gli occhi bruciano. Ce la faremo?

Dal nostro albergo è facile raggiungere la zona dei vecchi suq, che poi tanto vecchi non sono, comunque non hanno l'aspetto folcloristico dei mercati nordafricani.

Il primo aspetto che ci colpisce, oltre i grattacieli, è che la popolazione è una mescolanza di gente di ogni provenienza. A partire dall'impiegato dell'aeroporto che ha seguito la pratica per la nostra valigia, spagnolo, per proseguire con l'autista che ci ha portato in albergo, pachistano, e il venditore di maglie sportive, iraniano, e poi ancora, a scendere, tutte le persone che incontriamo per strada: indiani, cinesi, filippini, malesi. In totale un centinaio di nazionalità  diverse, stando alle stime ufficiali.

Alle spalle delle torri della Rolex vive una quantità  di lavoratori delle più diverse origini. Lontano dalla zona delle torri avveniristiche e delle boutique per ricchi con signore al seguito, i suq sono affollati di gente comune, dalle risorse limitate. Donne coperte dal nero chador che svolazza tra stoffe, pentole, mestoli, sacchi di frutta secca. Commercianti indiani che sorseggiano thè speziato con latte come fossero a Delhi, seduti tra rotoli di stoffe colorate. Nel quartiere di Deira, sulla sponda destra del Creek, i vecchi Suq delle spezie e dell'oro sono stati rimodernati e lucidati. Tutti in ordine, hanno perso un po' del loro fascino antico.

La copertura di legno, da cui pendono lampioni e ventilatori, getta un po' d'ombra sull'aria rovente che asciuga i polmoni. Ovunque panchine di legno accolgono gente stanca e accaldata, i venditori d'acqua si affrettano trovando clienti sicuri.

Le prime ore del pomeriggio sono un tormento. Una passeggiata assolata conduce a un tunnel pedonale che permette di sottopassare il Creek in pochi minuti. Dall'altra parte Bur Dubai, sotto un sole accecante.

Rare barchette attraversano il Creek. Edifici restaurati in stile persiano, torri del vento.

E' la zona dei ristoranti, dei locali notturni, che adesso dorme pigramente sotto il sole impietoso. Sembra che tra poco tutto potrebbe evaporare e dissolversi, anche noi. Ma la perspicacia della municipalità  provvede disseminando la città  di larghe panchine ombreggiate, esposte alla brezza, calda, che soffia sul braccio di mare. La gente sosta, ingannando il tempo in chiacchiere lente, sorseggiando bibite zuccherate, incapace di muovere un dito.

La città  è pulita, ogni 50 metri un bidone della spazzatura, se vola una carta si materializza un netturbino, che pulisce e poi svanisce in un vicolo all'ombra.

Con il passare delle ore il piccolo attracco delle abra, graziose imbarcazioni di legno che fanno la spola tra le due rive, si popola di gente, animando l'aria immota fino a quel momento.

Ancora piccoli suq, coperture di legno, stoffe, pashmine, mercanti pachistani, kashmiri dagli occhi verde giada. Un vicolo più stretto, profumo di gelsomini e incenso, un canto, qualcuno sussurra: c'è¨ il tempio di Shiva, stretto fra queste viuzze che sfociano nella piazza della Grande moschea.

Museo nazionale assediata dal traffico si trova alle spalle del quartiere di Bastakiya, fondato anticamente dai persiani. La ristrutturazione ha riportato alla luce lo splendore delle vecchie dimore, con le inconfondibili torri del vento trafitte di pali, ma ha l'aria di un quartiere fantasma. Bellissimo e assolutamente deserto. Non un negozio, un commercio, non c'è anima viva.

L'aria continua a bruciare, sul Creek il traffico di barchette si è intensificato, la gente trova un po' di conforto sulle panchine, i ristoranti iniziano a preparare i tavolini.

Ci sediamo al Blu Barjeel a gustare fresche insalate libanesi e shish kebab, mentre tutto intorno continua ad ardere, ci sono circa 45°C. Dai tavolini intorno si alzano volute di shisha profumate alla frutta.

Il proprietario dell'abra che ci traghetta dall'altra parte per 1 dirham, è di Bombay: città  problematica, dice lui, meglio vivere a Dubai.

Ai chioschi nei pressi delle fermate del bus acquatico intere famiglie affrontano il caldo sorseggiando densi succhi di frutta fresca, solo i bambini non si rendono conto della temperatura e continuano i loro giochi. Lungo il Creek sono stoccate merci di ogni genere, muraglie di scatole e pacchi stivati su grossi barconi di legno bianchi e azzurri. Si muovono nell'ombra squadre di lavoratori immigrati, le facce scure che si confondono con la notte. Ma quelli che hanno finito il turno si sono lavati, hanno indossato abiti puliti e ora passeggiano lasciandosi dietro una scia di sapone e di olii essenziali.

I prati sono il regno degli indocinesi che organizzano lezioni di Tai chi sotto gli alberi, mentre sui grattacieli spiccano le insegne del lusso per cui è nota Dubai: Rolex, Canon, Hitachi.

Dalla torre dell'hotel il Creek scorre solcato da barchette illuminate. A mezzanotte tutto si ferma. E noi siamo pronti a ripartire.



   

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