Non ci sono parole per descrivere quello
che ho visto e
soprattutto quello che ho provato nel corso di questo viaggio.
Osservare il volo degli albatross, delle sule o delle fregate che
spesso ci accompagnavano nel corso della nostra navigazione, nuotare
tra i possenti leoni marini e le enormi tartarughe, giocare coi
pinguini, vedere i fenicotteri rosa, le iguane di terra e di mare, i
falchi, i delfini, guardare i pellicani che si tuffano in picchiata per
catturare i pesci ad una certa profondità, percorrere la via dei
vulcani,... mi sembra di aver fatto un viaggio nel tempo. È stato bello
tornare a milioni di anni fa, quando la nostra Terra era ancora
incontaminata e selvaggia. Ho realizzato il mio sogno di bambina. E ho
capito Darwin e la sua teoria sull’evoluzione della specie (che
cominciò a “prendere forma” proprio alle Galàpagos).
Come si fa a non essere ispirati da un
luogo simile? Come non
emozionarsi davanti a quei paesaggi? alla temerarietà degli animali
che, non temendo l’uomo, vi consentono di camminare con tranquillità
tra loro? Flora e fauna erano così, così... C’è un solo modo per
scoprire com’erano: andateci!!!
Anche se il viaggio a volte sarà
faticoso o disagevole vi
assicuro che, se siete amanti della natura, non vi peserà nulla. Anzi,
proprio non vi accorgerete di essere stanchi.
Questa è la nostra ‘storia’ che abbiamo
cercato di farcire di
consigli utili affinché possiate godervi il viaggio. Qua e là ci sono
anche alcune dritte per organizzare un soggiorno fai da te
indimenticabile.
Un ringraziamento particolare a Claudio
e a Giorgio per i loro
resoconti di viaggio ricchi di spunti preziosi e per la loro
disponibilità. E a mio marito che mi ha fatto questo splendido regalo
per i miei 30 anni.
Primo giorno:
Volo Italia – Quito (alt. 2850m)
Siamo arrivati a Quito alle 22.55 (ora locale) e abbiamo preso
un taxi che dall’aeroporto ci ha accompagnati fino al nostro albergo
che avevo deciso di prenotare dall’Italia considerata l’ora di arrivo e
la stanchezza accumulata durante 20 ore di viaggio. Il tragitto in taxi
ci è costato 7 dollari.
Ho scelto di pernottare all’hotel San Francisco (e-mail:
hotel@sanfranciscodequito.com.ec)
perché è situato nella città vecchia
che, con le sue case coloniche, le chiese e i musei, rappresenta la
parte più caratteristica e più bella della capitale. L’indomani mattina
ci siamo trovati proprio al centro della zona che volevamo visitare
evitando così di perdere tempo negli spostamenti con i mezzi. Molti
turisti scelgono di soggiornare nella città nuova, più alla moda, ricca
di localini notturni, piena di grandi catene alberghiere (Hilton,
Sheraton,…) e, proprio per questo, assolutamente identica a grandi
città come Milano, Roma, Parigi,…
All’hotel San Francisco ho prenotato per 2 notti. Il costo
negoziato on line con Sara Paredes (l’unica dipendente dell’hotel che
parla correntemente in inglese) è stato di 30US$ a notte per la suite
matrimoniale (incluse le tasse e la colazione e l’accesso gratuito alla
zona benessere). Non conoscendo gli standard ecuadoriani e arrivando la
sera tardi avevamo deciso di andare sul sicuro prenotando un buon
albergo e, dato che questo vantava il titolo di migliore della città
vecchia, la scelta era ricaduta su di “lui”. In realtà, come avremo
modo di vedere nel corso del nostro soggiorno in Ecuador, spesso gli
alberghi più cari non sono quelli migliori.
L’albergo è un edificio coloniale interamente ristrutturato e
si trova su una via molto bella di Quito, a due passi da tutto ciò che
ci interessa visitare. Ha quindi una posizione strategica, perfetta se
il tempo a disposizione per visitare la città non è molto (come nel
nostro caso). Il lato positivo è che, pur essendo al centro della
città, durante la notte non c’è nessun rumore grazie al fatto che è
situato su una via chiusa al traffico. Le camere però sono molto
piccole, spesso buie (alcune non hanno finestre ma si affacciano su un
cortile interno molto curato e pieno di magnifici fiori), il letto è
alla francese, l’acqua è calda, e la colazione buona (viene servita nel
ristorante sottostante che ha una convenzione con l’hotel). Evitate la
zona benessere dell’albergo (con Jacuzzi, sauna e bagno turco): è un
po’ sporca e per giunta a pagamento.
Come avremo modo di notare l’indomani tutti gli alberghi della
città vecchia hanno grate ovunque, perfino sui citofoni, e questo ci fa
capire che i furti sono una pratica assai diffusa.
Secondo giorno:
Ma 28/11 Quito
La mattina ci svegliamo prestissimo e, dopo aver fatto una
lauta colazione, ci addentriamo nella città coloniale. Rimaniamo molto
sorpresi perché le vie sono estremamente curate e vi sono operai
ovunque che si occupano della ristrutturazione degli antichi edifici
coloniali. La città è molto più bella di quello che ci aspettavamo e ci
spiegano che tutte queste migliorie sono dovute alle politiche di
governo che negli ultimi anni sono state tese al miglioramento urbano.
Tra l’altro siamo arrivati in Ecuador in un momento particolare: è
stato appena eletto il nuovo presidente, Correa, e c’è grande
entusiasmo tra la popolazione.
Percorriamo l’itinerario a piedi che ci suggerisce la nostra
preziosa guida Lonely Planet (quello a pag.110): attraversiamo la città
alla scoperta delle chiese e degli edifici di epoca coloniale e delle
più importanti piazze. Ci soffermiamo a visitare il Monastero di San
Francisco (bellissimo) e la Plaza de la Independencia (curatissima). La
città ci sembra sicura e trascorriamo la mattinata allegramente,
tuttavia decidiamo di evitare accuratamente le zone a rischio furti
(come il Panecillo).
Pranziamo nel ristorante in cui avevamo fatto colazione
(quello sotto il nostro albergo) dove servono almuerzos al prezzo di
1,50 US$ a testa. Il pranzo ci soddisfa e, subito dopo, decidiamo di
prendere un autobus che passa poco lontano dal nostro hotel e che ci
porta alla teleferica. Il biglietto si fa a bordo e costa 1 dollaro a
testa. Sul bus c’è un cartello con scritto El Teleferiqo. Arrivati sul
posto compriamo i biglietti per salire in alta quota (4 dollari a
testa, 7 se si vuole saltare la coda e prendere la corsia
preferenziale): passeremo dai 2850 metri di Quito ai 4100 metri.
Grazie alla teleferica arriviamo in un attimo alle pendici del
vulcano Pichincha. Da quassù si vede tutta la città di Quito e, se il
cielo è limpido, anche i vari vulcani (Chimborazo, Cotopaxi,
Tungurahua,…). Tentiamo una breve passeggiata in quota, dato che ci
sono tanti sentieri che partono da questo punto, ma ci manca il fiato:
è troppo alto e il nostro fisico non si è ancora abituato. Decidiamo di
scendere e tornare in albergo. L’indomani ci alzeremo presto per
partire per le tanto sognate Galàpagos!
GALAPAGOS (– 7 ore rispetto all’Italia)
Terzo giorno:
Quito – Aeroporto Baltra
(Galàpagos)
INIZIO CROCIERA: Bachas (Isla Santa Cruz)
Iguane marine e grachi coloratissimi condividono lo
stesso tratto di costiera
Puerto Egas (Isla San Salvador)
Ore 7.00 trasferimento all’aeroporto di Quito. Viene a
prenderci all’albergo Denis, una persona mandata dall’agenzia
“Galapagos Traveline”. Ci accompagna all’aeroporto e ci consegna il
biglietto della crociera e i biglietti dei voli
Quito/Galapagos/Guayaquil e Guayaquil/Cuenca. Ci lascia anche il suo
numero di telefono, nel caso volessimo una guida per fare qualche
escursione.
Il nostro volo parte alle 9.30 e in meno di tre ore arriviamo
all’aeroporto di Baltra, dove
ci attende la nostra guida: John,
residente alle Galàpagos (beato lui!!!). All’aeroporto conosciamo i
nostri compagni di crociera e di avventure: due olandesi, due svizzere,
due canadesi, due inglesi e due italiani (noi!). Il gruppo è eterogeneo
e le persone sono tutte simpatiche. La lingua ufficiale d’ora in poi
sarà l’inglese: così tutti possono capire. Ovviamente l’equipaggio
(eccetto la nostra guida) parla solo lo spagnolo.
Dopo un breve tragitto in autobus arriviamo al molo in cui è
attraccata la nostra barca. Dei leoni marini stanno comodamente
“seduti” sulle panchine e non ci degnano nemmeno di uno sguardo. Io
sono euforica: sto per partire alla
scoperta di 11 isole
dell’arcipelago delle Galàpagos! Il mio sogno di bambina che
diventa
realtà! Le mie aspettative non saranno troppo alte? Per fortuna non
sarà così, e ogni giorno questi luoghi incantevoli riusciranno a
stupirmi e a commuovermi con le loro bellezze selvagge e incontaminate.
Dopo essere saliti a bordo del Poseidon ci vengono assegnate
le cabine. Il caso vuole che noi siamo gli unici ad avere la valigia.
Tutti gli altri le hanno lasciate sul continente e le riprenderanno a
fine crociera. Noi non abbiamo potuto dato che saremmo tornati non a
Quito ma a Guayaquil. Questo è un vero colpo di fortuna perché, a causa
del nostro bagaglio “voluminoso” (trattasi di trolley catalogabile come
bagaglio a mano), ci assegnano l’unica cabina sul ponte con porta e
finestre sia in camera che in bagno. Dormiamo proprio accanto
all’equipaggio e alla cabina di comando.
Le altre quattro cabine sono confinate sotto, sono più piccole
della nostra (che è già minuscola), hanno un oblò piccolissimo e,
soprattutto, c’è il rumore e la puzza del motore. Benedetta la
valigia!!! La vacanza inizia sotto i migliori auspici.
La nave è piccola, spartana ma confortevole. Vi sono tre
piani: all’ultimo c’è un solarium con dei lettini per osservare il
panorama e prendere il sole nonché un filo per stendere la biancheria
(qualche molletta mi avrebbe fatto comodo, siamo tanti e ce ne sono
poche). Nel ponte centrale c’è la cabina di comando, la cabina
dell’equipaggio (6 persone) e la nostra, un cucinino e la saletta da
pranzo/sala riunioni con un unico tavolo, il frigorifero e un piccolo
bancone. Nel ponte sottostante vi sono le altre quattro cabine.
Mentre la nave salpa per condurci alla nostra prima meta – la
spiaggia di Bachas sull’isola di Santa
Cruz – John ci spiega le regole
da osservare alle Galàpagos e il programma di oggi.
Sbarchiamo sulla spiaggia e iniziamo a vedere le prime
meraviglie di queste isole: i granchietti
rossi, azzurri e gialli che
si stagliano sulla lava nera e mangiano le alghe (si vede perfino la
bocca!), gli eleganti fenicotteri rosa che si reggono su una sola zampa
(ma come fanno?), le iguane di mare, riconoscibili per la “cresta punk”
sulla testa (le Galàpagos sono l’unico posto al mondo in cui vive
questa specie).
In questa parte dell’isola le
iguane marine sono completamente
nere e creano un forte contrasto con la sabbia bianchissima di
questa
spiaggia. Sono piccole e innocue. Infatti sono vegetariane e il loro
pasto preferito è a base di alghe. Non amano particolarmente l’acqua e
infatti le vedrete quasi sempre stese al sole. Per fortuna! Perché
trovarsele davanti all’improvviso mentre si nuota potrebbe farmi una
certa impressione. In fin dei conti sembrano dei dinosauri in miniatura
e sono un po’ bruttine (ma simpatiche!).
Andandocene vediamo anche un leone marino: com’è goffo e
pesante quando saltella sulla spiaggia ma quando si trova nel suo
elemento naturale (il mare) diventa sinuoso e leggiadro. Lo osserviamo
giocare con le onde sulla riva e poi mentre si allontana facendosi
pigramente trasportare dalle onde: sembra quasi che stia danzando tra i
flutti.
Torniamo sulla barca e, appena si riparte per la navigazione,
un gruppo di fregate ci segue e ne approfitta per riposarsi sui fili
posti sul solarium. Sono a pochi centimetri dalle nostre teste, tutte
nere col becco lungo e adunco (del resto sono della stessa famiglia
degli avvoltoi) e i maschi hanno il gozzo rosso completamente sgonfio
(lo gonfiano solo nel periodo dell’amore per conquistare le femmine).
Come avremo modo di appurare nel corso di tutta la crociera nessun
animale di queste isole ha paura di noi e tenta di scappare alla nostra
vista. Qui l’uomo non è un temuto predatore.
Come prima (mezza) giornata non c’è male!
Quarto giorno:
Isla Bartolomé – Puerto Egas (Isla San
Salvador)
Un leone marino maschio si fa notare per difendere il
proprio
territorio. Meglio stargli alla larga.
La giornata inizia con una bella passeggiata per arrivare al
View Point dell’isola Bartolomé. Da quassù si può vedere un panorama
veramente mozzafiato e avvistiamo anche l’incantevole spiaggetta
dove
fra poco andremo a fare il bagno. Infatti ogni giorno è previsto un po’
di snorkeling e relax sulla spiaggia tra un’escursione e l’altra.
Scendiamo estasiati dal belvedere e ci imbarchiamo di nuovo
sul nostro panga per raggiungere la spiaggia. Appena sbarcati John ci
conduce in un posto solitamente frequentato dai pinguini. Purtroppo ne
vediamo solo uno in lontananza ma quando ci conduce in un’altra
spiaggia di sabbia marrone assistiamo ad una scena commovente: una
mamma leone marino che allatta il proprio cucciolo. E bisognerebbe
vedere e sentire con quanta foga e forza succhia il piccolo! Osservo
estasiata la scena (la prima di una lunga serie) e penso a quanto sono
fortunati gli abitanti del luogo che ogni giorno possono assistere a
questi spettacoli della natura.
Purtroppo dopo aver fatto un po’ di snorkeling tra pesci
enormi e leoni marini dobbiamo andarcene. Partiamo quindi alla volta di
Puerto Egas, sull’isola di San Salvador,
dove ci attendono un sacco di
sorprese. Appena sbarchiamo rimango colpita non solo dal paesaggio
circostante (rocce nere si stagliano sull’azzurro dell’oceano e
assumono forme particolari) ma soprattutto dalla fauna. Un’infinità di
leoni marini, iguane e granchi popolano le insenature e le
grotte di
quest’isola. Sembra che tra loro ci sia una pacifica convivenza.
Nessuna specie infastidisce l’altra e noi camminiamo tra loro
indisturbati, li fotografiamo, riprendiamo... Sembra addirittura che
si mettano in posa. Le iguane qui sono diverse dall’isola di Bachas:
sono tutte grige con la cresta bianca. Alcune hanno qualche chiazza
arancione ma la cosa strana è che sono stese al sole e si appoggiano
una sopra l’altra con fare bonario e pigro, senza scomporsi minimamente
se qualcuna gli si mette sopra o se dei granchi passeggiano sulle loro
code. Siamo circondati da decine e decine di iguane, granchi e leoni. I
cuccioli di quest’ultimi sono simpaticissimi e molto teneri. In acqua
vediamo il maschio dominante che controlla il suo territorio e se ci
avviciniamo troppo emette suoni poco rassicuranti. Si tratta di un
bestione di 3-4 quintali, quindi è meglio stargli alla larga.
Ci addentriamo nell’isola e troviamo un falco delle Galàpagos
appollaiato su di una roccia. Siamo a mezzo metro da lui ma non si
scompone minimamente. Lo fotografiamo e continuiamo il nostro percorso
imbattendoci in altri gruppi di iguane e leoni marini che dobbiamo
attraversare. Durante questa operazione io ho malauguratamente invaso
il territorio di un’iguana marina che ha iniziato a sputarmi sul piede
muovendo contemporaneamente su e giù la testa per spaventarmi. La cosa
ha suscitato la mia ilarità ma mi sono allontanata subito. Per rispetto
all’iguana, ovvio ;-).
Ad un certo punto, passando sopra ad una grotta avvistiamo
prima un leone che scivola leggero nell’acqua e poi un’enorme
testuggine marina.
Quest’isola è veramente incredibile. Qui ho provato per la
prima volta la sensazione di essere stata catapultata indietro nel
tempo: a milioni di anni fa, quando ancora c’erano i dinosauri.
Quinto giorno:
Isla Rabida – Cerro Dragon (Isla Santa
Cruz)
I leoni marini amano poltrire dopo il pasto
Anche questa mattina mi sono svegliata prestissimo a causa del
fuso orario e del rumore dei leoni
marini che ogni giorno all’alba
fanno un grande concerto supportati anche dagli uccelli.
Siamo all’Isla Rabida. Appena guardo fuori dalla finestra mi
trovo davanti ad un paesaggio meraviglioso, brullo e selvaggio. Una
spiaggia rossa piena di leoni marini. Mi accorgo che John, la nostra
guida, anche oggi si è alzato prima di noi per fare una ricognizione
col panga e scoprire dove trovare gli animali: le specie più rare è
ovvio, perchè qui di fauna ce n’è ovunque.
Partiamo per la prima escursione della giornata e, mentre mi
appresto a salire sul panga, avvisto il primo pinguino. È proprio sotto
alla nostra barca e ogni tanto fa capolino per salutarci. Quando John
me ne fa vedere altri in lontananza io li scambio per delle papere.
Penso che mi stia prendendo in giro perchè nuotano fuori dall’acqua
proprio come delle paperelle. E invece sono pinguini!
Sbarchiamo su una spiaggia
meravigliosa. La sabbia qui è
rossa, anzi color mattone. Dei cuccioli di leone marino giocano
allegramente e noi ci addentriamo nell’isola. Scopriamo la “laguna dei
perdenti”, dove i maschi di leone marino che hanno perso la battaglia
per la conquista delle femmine vengono confinati.
Il paesaggio di quest’isola è stranissimo: la vegetazione è di
colore bianco sporco e contrasta con la terra rossiccia. Ci sono molti
fichi d’india ma sono diversi dai nostri: hanno dei tronchi enormi,
sembrano alberi. Quest’isola mi rapisce per la sua bellezza e le
Galàpagos continuano a sorprendermi con panorami sempre diversi e
meravigliosi.
Ci avviamo alla nostra barca per dirigerci verso Cerro Dragon,
all’isola di Santa Cruz. Anche
qui sbarchiamo su una spiaggia e
facciamo una passeggiata durante la quale vediamo dei fenicotteri rosa
e qualche iguana di terra (le prime!). Quest’ultime sono gialline con
qualche chiazza marrone e cercano di mimetizzarsi sotto i rami.
Sesto giorno:
Estación Charles Darwin e Bahía Tortuga
(Isla Santa Cruz)
Gli uccelli più buffi e famosi delle Galàpagos: le
sule dai piedi azzurri. Ci sono anche
le sule dai piedi rossi
Oggi visiteremo il posto più popolato di tutte le Galàpagos:
Puerto Ayora. Qui avremo un po’
di tempo a nostra disposizione per
telefonare, mandare e-mail, comprare generi di conforto (c’è un
supoermercato proprio sul porto), ...
L’impatto con questa zona dell’isola è un po’ traumatico.
Ormai ci eravamo abituati alla pace e al silenzio (rumore degli animali
a parte ;-)), a posti selvaggi e incontaminati, all’assenza delle opere
dell’uomo. Invece qui si respira un’atmosfera totlamente diversa.
Negozi, ristoranti, alberghi, agenzie, macchine, autobus... insomma la
cosiddetta civiltà è un po’ troppo rumorosa per i nostri gusti. Ci
avviamo subito all’Estación Charles Darwin: un luogo di cruciale
importanza per la sopravvivenza di molte specie (specialmente le
tartarughe). Il posto è molto bello e curato ma vedere tutti quegli
animali in gabbia mi fa un effetto strano. Ero abituata a vederli allo
stato brado che scorazzavano liberamente. Qui mi sembra di essere allo
zoo.
Facciamo un salutino al “solitario
George”, probabilmente la
tartaruga gigante più famosa al mondo. Si tratta infatti dell’ultimo
esemplare della sua specie (ogni isola ha specie endemiche). È stato
trovato sull’Isla Pinta negli anni ‘70 e da allora cercano
disperatamente di accoppiarlo con una femmina per preservare la sua
specie. Solo che lui non ne vuol sapere delle donne! Avrà avuto una
cocente delusione amorosa? Nessuno lo sa ma le congetture si sprecano.
Intanto per tutti è diventato “Lonely George”. Poveraccio! Avrà le sue
buone ragioni se non vuole accoppiarsi.
Usciti dall’Estación Charles Darwin ci dirigiamo verso la
megaspiaggia di Bahía Tortuga.
Ci aspetta una luuunga passeggiata. Nel
primo tratto percorriamo una strada, poi arriviamo all’entrata della
spiaggia. Qui si entra in un gabbiotto in cui il guardiano ci fa
firmare un libro riportando il nostro nome e l’ora di arrivo (al
ritorno si scrive l’ora di uscita). Ci avviamo lungo il sentiero che ci
condurrà alla spiaggia. È curatissimo, contornato da una rigogliosa
vegetazione, e ci sono molte persone che vengono a fare footing, ma
sembra non finire mai! Per fortuna ho portato l’acqua perchè qui non
esiste nessun bar per rifornirsi. Finalmente arriviamo alla spiaggia e,
sarà la fatica, ma la visione del mare e della sabbia bianca ci
affascina. Questo prima di sapere che dobbiamo percorrere un altro po’
di strada sul litorale. Così camminiamo ancora un po’ verso destra fino
alla fine della spiaggia dove troviamo delle mangrovie e John ci indica
un sentiero in cui vediamo enormi fichi d’india, svariate iguane
marine, dei pellicani e (sorpresa!) le nostre prime sule dai piedi
azzurri! Degli uccelli veramente buffi. Alla fine il sentiero
sbuca su
una baia protetta veramente spettacolare. È stato un po’ faticoso ma ne
è valsa davvero la pena.
Ci stendiamo al sole e facciamo un bel bagno. Tra un’oretta
dovremo tornare indietro e raggiungere il porto per partire verso nuove
avventure. Decidiamo di eleggere questo posto meta privilegiata dei
nostri due giorni di relax che ci prenderemo a fine crociera proprio su
quest’isola.
Dopo cena John ci spiega (come sempre) il programma per il
giorno dopo. Stavolta navigheremo per quasi tutta la notte perchè
dobbiamo raggiungere le isole più a sud e il tragitto è lungo. Seguiamo
il consiglio della nostra guida e prendiamo la Xamamina per il mal di
mare. Durante la crociera io l’ho presa 4-5 volte, mio marito (che è un
lupo di mare) l’ha dovuta prendere in un paio di occasioni. D’altronde
si naviga in aperto oceano con un “guscio di noce”.
John appunta sulla lavagnetta le nostre escursioni per
l’indomani ma noto con rammarico che non è previsto lo snorkeling a
Corona del Diablo (un cratere sommerso strapieno di pesci). Chiedo
quindi come mai non si farà e John si consulta col capitano per capire
se il mare sarà mosso o meno (di solito in quella zona lo è). Il nostro
programma viene quindi arricchito. Si andrà anche a Corona del Diablo!!!
Settimo giorno:
Post Office Bay, Corona del Diablo, Punta
Cormorant (Isla Floreana)
Il risveglio traumatico della povera testuggine marina
La nostra prima tappa di oggi è Post Office Bay sull’isola
Floreana. Si tratta di un ufficio
postale ante litteram che, nel corso
dei secoli, serviva ai marinai (i balenieri soprattutto) per lasciare
delle lettere per i propri famigliari. Chiunque passava alla baia del
Post Office, guardava dentro il barile (ovvero, la cassetta delle
lettere), controllava gli indirizzi e prendeva le buste più vicine alla
sua destinazione per recapirle. Oggi questa antica tradizione continua
e così anche noi ci divertiamo a guardare nella botte dove troviamo un
sacchetto di plastica (per proteggere le missive dalle intemperie)
contenente bigliettini, cartoline, lettere,... Non c’è nulla della
nostra città, quindi non dovremo prelevare niente.
La nostra gita procede con la visita di una grotta lavica
sottoranea. “Armati” di torcia ci addentriamo nelle viscere della
terra. Tornati in superficie torniamo nella splendida spiaggia in cui
eravamo sbarcati per fare il bagno in
mezzo ai pingiuni! Ce ne sono
tantissimi e dato che io non posso toccare loro (le regole vanno
rispettate), ma loro possono toccare me ;-), mi immergo strategicamente
vicino ad uno scoglio pieno di pesci dove dei pinguini vengono a
banchettare. I pinguini si tuffano e mangiano a volontà per niente
infastiditi dalla mia presenza: che spettacolo straordinario! E poi
continuano a passarmi tra le gambe, sfiorandomi e spesso toccandomi:
come sono lisci! Ancora oggi mi commuovo pensando alle emozioni provate
allora. Vi siete mai trovati sott’acqua faccia a faccia con un
pinguino? È uno degli esseri più dolci e buffi che abbia mai visto.
Quando esco dall’acqua ci divertiamo ad osservare le picchiate
dei pellicani che si tuffano per catturare i pesci.
Ancora in estasi per l’esperienza vissuta riprendiamo il panga per
andare a raggiungere un punto panoramico che si trova poco più in là.
Mentre stiamo accostando alla riva John ci indica due testuggini che si
stanno accoppiano sott’acqua. Sbarchiamo e con una breve ma ripida
passeggiata raggiungiamo il View Point. Non ci sono parole per
descrivere il paesaggio: la spiaggia bianca, le sfumature del mare, la
costa brulla e selvaggia. Questo è il paradiso!!! E ci siamo solo noi!
Non si vede nemmeno un turista o una barca, perchè in pochi si
avventurano così a sud.
Questa splendida giornata non è ancora finita. Stavolta ci dirigiamo
alla Corona del Diablo per
fare snorkeling. Si tratta di uno dei siti
marini più incredibili dell’intero arcipelago delle Galàpagos: la sua
fama ci era nota e per fortuna non ci delude. Da lontano vediamo il
cratere che fuorisce dal mare (che è un po’ mosso). Sopra le sue rocce
nidificano moltissimi uccelli. Appena arrivati sul posto John si tuffa
per primo e ci guida all’interno del cratere. Il posto è molto bello,
il mare pullula di pesci enormi e colorati e vediamo anche uno squalo.
Valeva davvero la pena venire fino a qui.
Dopo una bella nuotata tra la fauna marina risaliamo sul panga
per dirigerci verso la nostra ultima tappa: Punta Cormorant. È l’ora
del tramonto e appena sbarcati ci dirigiamo alla laguna dei fenicotteri
da dove, grazie ad un punto sopraelevato, vediamo l’enorme laguna e
moltissimi fenicotteri rosa. Il posto è veramente magico. Scattiamo le
foto di rito e John ci conduce in una spiaggia in cui solitamente le
tartarughe vanno a dormire. E in effetti c’è un’enorme testuggine che
sta dormendo sul bagnasciuga! Ci avviciniamo in religioso silenzio ma
lei si sveglia. “Che scocciatori!”, avrà pensato. Dopo averci osservati
per qualche minuto decidere che in quel luogo non si può più dormire e
si avvia goffamente al mare lasciando una lunga scia dietro di sè.
Che giornata indimenticabile!
Ottavo giorno:
Punta Suárez e Bahía Gardner (Isla
Española) – Puerto Baquerizo Moreno (Isla San Cristobal)
Iguana terrestre a South Plaza. Che colore fantastico!
Anche questa mattina ci svegliamo presto. Stavolta esploreremo
l’Isla Española. Appena sbarchiamo però abbiamo un piccolissimo
problemino tecnico: il molo è
completamente invaso dai leoni marini e
passare senza calpestarli è difficile. John scende per primo e ne
spinge qualcuno in acqua riuscendo a creare una zona di passaggio. Gli
altri leoni marini non si sono spostati neanche di un millimetro e
quindi passiamo tra loro, facendo attenzione a dove mettiamo i piedi.
Non ci degnano nemmeno di uno sguardo e continuano a sonnecchiare
beati. Che posto!
Proseguiamo verso la spiaggia e vediamo subito delle iguane
marine dai colori alquanto bizzarri: sono rosse con alcune
macchie
scure (nere o grige) e hanno la cresta... verde FOSFORESCENTE! La
natura non finisce mai di sorprendermi.
Ci incamminiamo lungo un sentiero che ci porta all’interno di
quest’isola che viene giustamente chiamata “l’isola degli uccelli”.
Infatti qui nidificano moltissime specie. Lungo il nostro percorso
incontriamo centinaia di sule mascherate e sule dai piedi azzurri e la
cosa che ci stupisce di più è che quando passiamo loro accanto (a pochi
centimetri!) o ci avviciniamo per fare delle foto non volano via. Credo
che potrei perfino toccarli (ma non si può!) e loro non si
sposterebbero di un centimetro.
La nostra passeggiata si conclude con l’avvistamento dei
meravigliosi albatross: gli
uccelli più grandi del mondo che nidificano
in quest’isola da marzo a dicembre.
Torniamo alla barca felici e ci dirigiamo all’ultima visita
della giornata: Puerto Baquerizo Moreno sull’isola San Cristobal. Qui
vivono le sule dai piedi rossi che purtroppo noi non vedremo perchè si
trovano dall’altra parte dell’isola. John ci accompagna in un museo e
poi ci lascia un po’ di tempo libero per esplorare il posto. Noi ci
dirigiamo alla spiaggia e notiamo che qui i bambini invece di giocare
col cane in riva al mare giocano con i leoni marini! La cosa per loro è
normalissima ma a noi fa un effetto strano e ci diverte molto.
Nono giorno:
Santa Fé – South Plaza
Le enormi piante di fichi d'india di South Plaza
Siamo al settimo giorno di crociera e onestamente, dopo tutto
quello che ho visto finora (soprattutto negli ultimi giorni), mi sembra
difficile avere ancora delle sorprese. Ma invece mi sbaglio di grosso.
Perché queste isole non finiscono mai di stupire.
Questa mattina ci incamminiamo prima di colazione (per fortuna
ho i miei biscotti!) per evitare il flusso di barche che solitamente
arrivano intorno alle 9. Andiamo a scoprire l’isola di Santa Fè e in
particolare andremo “a caccia” di un’iguana terrestre che vive solo
qui. Qui in ogni isola ci sono specie endemiche non presenti in altre
isole distanti solo pochi chilometri.
Ci incamminiamo lungo il sentiero abbastanza erto, vediamo dei
paesaggi stupendi della costa e facciamo i primi incontri: due iguane
ci accolgono per darci il benvenuto. Sono gialle, anzi, dorate e
hanno
delle chiazze marrone chiaro sul corpo. Intorno al collo c’è una
piccola sfumatura celeste chiaro. Sono solo le prime di una lunga
serie. Nel corso della nostra passeggiata ne incontreremo molte altre.
Torniamo sulla barca dove finalmente si mangia: la colazione è
il nostro pasto preferito a bordo, perché ogni giorno il cuoco ci
prepara dei meravigliosi pancake, frittate, pane tostato, marmellate
locali, burro d’arachidi,… Mentre gli altri pasti vedono spesso
protagoniste pietanze locali non sempre di nostro gradimento. O meglio,
dopo una settimana non ne possiamo più.
Dopo la lauta colazione ripartiamo verso la piccola isola di
South Plaza. Qui ci aspetta un paesaggio sorprendente. L’isola infatti
è ricoperta di enormi fichi d’india e presenta una gran varietà
di
colori: grigio, verde, bianco, ma il rosso della vegetazione predomina
su tutto il resto e rende il panorama incantevole e veramente
particolare. Sbarchiamo e percorriamo il sentiero che fiancheggia la
costa e che in certi punti è a strapiombo sul mare: la scogliera è
molto alta e quindi si ha un punto di osservazione privilegiato.
Alla fine del nostro tour ci fermiamo ad osservare i leoni
marini e gruppi di iguane terrestri che aspettano sotto l’ombra dei
fichi d’india che il loro cibo prediletto si decida a cadere
dall’albero. Qualcuna meno paziente si arrampica temerariamente e
qualcun’altra fa un bel tonfo provandoci.
Anche queste iguane hanno delle peculiarità diverse dalle loro
cugine delle altre isole. Hanno infatti il dorso grigio mentre la
pancia è di un giallo intensissimo.
Decimo giorno:
Seymour Norte – Baltra
FINE CROCIERA: Isla Santa Cruz
È il nostro ultimo giorno di crociera. Che tristezza...
E' il periodo degli amori. I maschi di fregata
gonfiano una enorme
borsa di colore rosso sotto il becco
Prima di andare all’aeroporto ci aspetta però l’escusione a
Seymour Norte. Appena sbarcati ci accolgono, come sempre, i leoni
marini. Ci addentriamo su quest’isola in cui vivono moltissime colonie
di uccelli: soprattutto sule e fregate. Per la prima volta
vediamo le
fregate con il gozzo rosso gonfio:
è enorme e crea un fortissimo
contrasto col piumaggio nero. Inoltre vi sono fregate di tutti i tipi e
colori: la maggior parte sono completamente nere ma alcune hanno la
testa bianca oppure marrone. Il becco è veramente lungo e adunco, si
vede che appartengono alla stessa famiglia degli avvoltoi.
Concludiamo la nostra passeggiata e ci dirigiamo con la nostra
“nave” a Baltra dove il nostro gruppetto si separerà: prenderanno tutti
il volo per il continente, mentre noi resteremo per un paio di giorni
alle Galàpagos. John ci accompagna e, arrivati all’aeroporto, ci fa
mettere il timbro delle Galàpagos sul passaporto (se lo volete dovete
richiederlo). Salutiamo tutti e ci avviamo verso l’Isla Santa Cruz.
Dall’aeroporto prendiamo un autobus che ci porta gratuitamente al porto
di Baltra. Da lì un traghetto (il biglietto si fa a bordo e costa 0,50
US$ a testa) ci porta in pochi minuti sull’altra sponda: siamo a Santa
Cruz. Prendiamo un autobus per arrivare a Puerto Ayora (il biglietto si
fa a bordo e costa 1,80 a testa).
Durante il tragitto in bus decidiamo che siamo troppo stanchi
per andare all’Isla Isabela. Mi sarebbe piaciuto tanto vedere anche
quest’isola ma abbiamo solo 2 giorni di tempo.
Se volete andare all’Isla Isabela
basta andare a Puerto Ayora
(Isla Santa Cruz) e sul lungomare ci sono molte agenzie che vendono i
biglietti per il traghetto. Credo ci vogliano 3-4 ore per arrivare a
destinazione e ogni giorno dovrebbero esserci delle barche che fanno
questo tragitto.
Noi decidiamo di rilassarci per un paio di giorni prima di
ripartire per il continente dove ci aspetta un altro tour
faticosissimo. Optiamo quindi per un albergo carino: l’Hotel Fiesta (40
US$ in due, non a testa, con colazione inclusa). L’albergo è ben
posizionato (fuori dal caos del centro e sulla strada per andare alla
spiaggia di Bahìa Tortuga), ha un giardino molto curato, l’aria
condizionata e una mega doccia. Dopo una settimana passata a lavarsi in
un bagnetto piccolissimo e con un tubo-doccino ci sembra davvero un
grande lusso. Solo ora ci rendiamo conto di quante piccole comodità
mancavano sulla barca. Prima eravamo così appagati da flora e fauna da
non notare nemmeno queste piccole cose. Tra l’altro iniziamo ad avere
un po’ di mal di terra, sensazione strana mai provata prima (ti gira
tutto).
Nel pomeriggio andiamo in un’agenzia della Tame (sul
lungomare) e confermiamo il volo interno (Baltra-Guayaquil). Esploriamo
la cittadina, scarichiamo la posta, telefoniamo, andiamo al
supermercato. Insomma, sbrighiamo un po’ di faccende con mooolta calma.
La sera scegliamo un ristorante italiano perchè sentiamo la mancanza di
pizza e pasta. Che volete, siamo i classici italiani :-). Troviamo sul
lungomare “La dolce Italia” gestita proprio da un nostro connazionale e
assagiamo la pasta (buona) e la pizza (un po’ deludente). La cena ci
costa in tutto 38,50 US$. Dopo aver mangiato stramazziamo a letto.
Undicesimo giorno:
Isla Santa Cruz
Questa giornata la trascorriamo spaparanzati sulla spiaggia di
Bahìa Tortuga. Ci siamo portati acqua e viveri in abbondanza
perché qui
non c’è assolutamente nulla.
La sera ceniamo in un ristorante/pub che si trova sulla strada
principale (purtroppo mi sono scordata di annotare il nome!). Prendiamo
due pizze, una bibita, una birra e due patate fritte per la modica
cifra di 18 US$.
Dodicesimo giorno:
Galàpagos – Guayaquil - Cuenca
Ecco la nostra mascotte di questo viaggio: il pinguino!
Questa è una giornata di spostamenti. E purtroppo devo dire
addio alle mie amatissime Galàpagos. Chissà se ci ritornerò un giorno …
La mattina viene a prenderci un taxi all’albergo e ci porta
(per 1 dollaro) al Terminal degli autobus.
Ripercorriamo la stessa strada che avevamo fatto un paio di
giorni fa: prendiamo il bus per il porto e poi il traghetto per l’isola
di Baltra. Infine un altro bus ci conduce all’aeroporto dove prendiamo
il volo per Guayaquil.
Tredicesimo giorno:
Guayaquil – Cuenca (alt.
2530m)
Il nostro volo per Guayaquil
parte in orario e arriviamo a
destinazione verso le 15.
Aspettiamo in aeroporto il volo successivo per Cuenca. Abbiamo
deciso di fare il tratto Guayaquil-Cuenca in aereo perché il volo costa
poco (49 dollari a testa) e ci permette di arrivare a Cuenca questa
sera. In autobus saremmo dovuti partire domani e avremmo perso tutta la
giornata che invece dedicheremo alla visita della città.
Arriviamo a Cuenca nel
tardo pomeriggio e prendiamo un taxi
(3US$) che dall’aeroporto ci accompagna all’Hostal el Monasterio (16US$
in due, non a testa, senza colazione). Arrivati all’albergo chiediamo
se hanno una camera matrimoniale e alla loro risposta affermativa
cominciamo a salire le scale (l’ascensore è perennemente fuori uso). La
salita è un po’ faticosa (sono 6 piani) perché siamo a 2530 metri e il
nostro fisico deve ancora abituarsi: ci manca il fiato. Arrivati
all’ultimo piano il ragazzo ci porta sul terrazzo accanto alla
reception e godiamo di un fantastico tramonto su questa splendida città
coloniale: gli edifici perfettamente restaurati, i tetti di tegole
rosse, la piazza del mercato (per la verità l’unica cosa che stona in
questo contesto), la Chiesa di San
Francesco e la meravigliosa
cattedrale nuova con le sue cupole azzurre che ci sembra di
poter quasi
toccare dato che confina con l’edificio del nostro albergo. In
lontananza spiccano le montagne e la vegetazione.
Ci facciamo mostrare la camera che è spartana ma pulita. C’è
anche una cucina in comune con grandi vetrate sulla città. Per fortuna
ci siamo portati i tappi perché il rumore del traffico e del mercato
possono essere fastidiosi. Siamo al confine con la zona malfamata di
Cuenca e quindi la sera è consigliato non uscire a meno che non si
faccia venire un taxi sotto all’albergo.
Per
avere dritte su come organizzare il viaggio, vedere le foto e le
cartine col nostro itinerario, e leggere la fine del nostro diario di
viaggio venite al sito www.mapiesplorazioni.altervista.org