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Il cuore grande d'Etiopia

aggiornamento: 21/10/2010

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Addis Abeba
Durata del Viaggio:
14 giorni
Mezzo di Trasporto:
fuoristrada, voli interni
Difficoltà ed Imprevisti:
sentieri impervi per raggiungere le chiese rupestri, molti chilometri in fuoristrada
Spesa approssimativa:
2800 euro

Una breve introduzione:

“Tutto ciò che non è donato è perduto”

(a Giancarlo e Feleke)

Terra di cultura millenaria, di chiese rupestri e grandi paesaggi, monasteri e castelli, di una religiosità ancora forte, ancorata a riti che si perdono negli albori del Cristianesimo e provengono direttamente da Bisanzio, l’Etiopia ci avvolge con la lucentezza dei suoi panorami, con forre e vallate, montagne dai profili sinuosi e villaggi disseminati di tukul, dove si muove una popolazione antica, che vive ancora oggi, nella gran parte del paese, come centinaia di anni fa, spostando l’aratro a mano o con i buoi, muovendosi lungo piste polverose su carretti trainati da asini oppure a piedi, nell’eterna marcia dei popoli dell’Africa. Gente abituata da sempre a lottare per sopravvivere, molto povera ma molto più che gentile e dignitosa: ospitale, con una regalità che viene da lontano. E che non ci fa mai sentire nuovi usurpatori, in una terra in cui l’Italia ha portato, alla fine del XIX secolo e nel periodo fascista, guerra e sterminio. E poi campi di sorgo e piantagioni di caffè, pini e palme, sicomori e acacie, yacarande ed euforbie, estese coltivazioni di teff e di khat costituiscono un caleidoscopio di immagini, colori, profumi che non ci abbandonano. Spingendoci a sognare un immediato ritorno, alla scoperta di un altro lembo di questa terra meravigliosa.

Giorno 1

Verso Addis Ababa

Volo Genova-Roma-Addis Ababa. Arrivo il giorno dopo alle 7,30 locali nell’orario convenzionale, il fuso è più 2 ore. Ora etiope: 1,30 del mattino.

Giorno 2

Addis Ababa

Stropicciati da una notte su un aereo non particolarmente comodo, affrontiamo pazientemente lunghe code per l’ottenimento del visto (20 Usd) e per il cambio: pellegrinaggio obbligato da uno sportello all’altro, quando è il nostro turno finiscono sempre i soldi e chiudono. Ci riusciremo solo più tardi, in banca, a ottenere valuta locare (birr): del resto, 100 euro qui equivalgono allo stipendio medio di un anno, bastano quattro turisti per svuotare le casse degli uffici di cambio. Il nostro accompagnatore, Giancarlo, come scopriremo in seguito è un grande maestro: renderà questo viaggio un’occasione per imparare qualcosa d’importante sulla vita e non solo una collezione di monumenti (per chi volesse contattarlo:

) Fuori dall’aeroporto ci attende Feleke, la guida locale, un uomo profondo, attento e sensibile, sempre sorridente, disponibile e generoso (lo si può contattare all’indirizzo: felekehaile@yahoo.com o al numero di tel.: 002519429264)

L’aria è tiepida e porta il profumo di una primavera precoce. La città si sviluppa su una serie di colline, punteggiata di parchi e giardini che circondano palazzi storici e governativi. Il Museo nazionale è un edificio modesto, nelle vicinanze c’è la casa che fu il quartier generale di Rodolfo Graziani durante l’occupazione fascista dell’Etiopia. Il tesoro del museo è senza dubbio il piccolo scheletro di Lucy, in una stanza tutta dedicata, circondata da quadretti naif che rappresentano scene di ominidi nella foresta. Al primo piano il grande trono del Negus intarsiato d’avorio. In quella che fu la vera residenza di Haile Selassie, invece, è stato allestito un museo etnografico di notevole interesse. Foto dell’incoronazione, l’attentato a Graziani, la residenza trasformata in università. Nelle vaste sale dai soffitti alti scorre la storia delle popolazioni che abitano l’Etiopia – 52 gruppi etnici – con i riti di iniziazione nella valle dell’Omo, le sculture, gli oggetti di vita quotidiana. Non manca l’angolo dedicato alle tre religioni monoteiste che convivono pacificamente in queste lande: la cappella della Chiesa copta, la Basmala nella ricca grafia araba e i libri del Giudaismo dei Falasha, che ancora oggi attendono, in un campo vicino a Gondar, il loro trasferimento in Israele, per sfuggire la fame che li assedia qui, non sapendo se poi riusciranno a inserirsi nella terra promessa. Il reddito medio annuo di un etiope ammonta a 150 dollari americani, il tasso di alfabetizzazione è salito dal 25 a circa il 60 per cento – comunque numeri bassi – mentre è di circa 50 anni la speranza di vita, drammaticamente bassa, a causa dell’alto tasso di mortalità infantile. Talvolta chiedere l’elemosina ai turisti è più redditizio che lavorare.

A metà pomeriggio i ragazzi escono dalla scuola. L’istruzione è obbligatoria, ma a pagamento: questo alimenta l’analfabetismo e costringe le famiglie del ceto medio a scelte conflittuali per consentire ai figli di studiare (300 euro al mese costa una scuola di livello intermedio). Gli studenti in divisa, di diverso colore in relazione all’età,  si avviano di buon passo, ridendo allegri, verso la strada che sale. A poco a poco le case si diradano e lasciano il posto a grandi alberi di eucalipto. Il pulmino bofonchia in salita, l’aria è più fresca e il profumo balsamico delle piante riempie i polmoni. Da quassù Addis Ababa si stende ai nostri piedi velata di foschia. Passano donne caracollanti sotto il peso di pesanti fascine di rami d’eucalipto, come moderni Cristi sotto il peso della loro croce trasportano per tutto il giorno dai 40 ai 50 chili di legname, per tutti i giorni della loro vita. La città intanto si anima del brulichio serale. Il traffico disordinato e polveroso intasa le strade. Alle piccole case dal tetto di lamiera, residuo dell’epoca coloniale, si alternano grattacieli in cemento armato, imbozzolati dentro impalcature di bambù. Avranno il bagno in casa, questi fortunati nuovi inquilini: non è cosa da poco, fino a qualche decennio fa solo il Negus poteva concedersi il lusso di una toilette con vasca e acqua corrente, sanitari di ceramica celeste e un w.c. (Hotel Jupiter, tel.: 251 115526370 – vicino all’aeroporto, molto confortevole)

Giorno 3

Axum (500 km circa)

Sveglia antelucana alle 3 e volo per Axum.

L’aereo fa una serie di fermate, neanche fosse una corriera: si scende alla seconda. Aeroporto piccolo, ci si muove a piedi sulla pista, come appunto nel parcheggio di una stazione d’autobus. Axum richiama i canoni della classica città africana, forse perché è piccola. Alberi rossi di euforbia pulcherrima –che noi chiamiamo Stella di Natale e teniamo in appartamento – asini e casette, strade polverose. Il centro d’interesse è la chiesa di Maria di Tsion. Ci sono tre costruzioni all’interno: in quella più antica è custodita l’ Arca dell’alleanza, quella originale, almeno secondo i fedeli. Nel piccolo museo appena allestito sono raccolte meravigliose corone, un tempo abbandonate nei dintorni, polverose e opache. Nello spazio antistante la chiesa la comunità dei religiosi è raccolta con i fedeli: provano canti e danze per i festeggiamenti del Timkat,

l’Epifania copta, tra pochi giorni. Il Patriarca è seduto al centro dell’assemblea. I giovani eseguono balli rituali al suono di tamburi ( kebrero) e sonagli (sistri): si fronteggiano in file regolari, mentre i sacerdoti, ornati degli abiti dell’antica chiesa bizantina, si proteggono dal sole sotto ombrellini colorati ricamati in fili d’oro e paillettes. La chiesa, sovrastata da una croce che pare più uno strumento astronomico che il simbolo della cristianità, è stata edificata di recente: ha una base circolare sormontata da una grande cupola e ricorda vagamente, nell’architettura, la moschea di Santa Sofia a Istanbul. Del resto qui le tre religioni monoteiste, pur mantenendo ognuna le proprie tradizioni, si influenzano reciprocamente.

Accanto al complesso di chiese si stende il parco archeologico, fronteggiato da un vistoso cartello che inneggia all’amicizia tra il popolo italiano e quello etiope: reca la data del 2000, quando finalmente la stele di Axum fu restituita dal governo italiano ai legittimi proprietari. E ora eccola lì, vicino a una stele gemella, circondata da altre prive di decori. Sotto la collinetta si aprono le tombe, o quel che ne resta, dei dignitari della civiltà axumita. Un gigantesco monolite di granito giace a terra, spezzato in più tronconi: fu l’ultimo a essere scolpito, ma quando crollò e si ruppe il sito fu abbandonato, probabilmente perché l’evento fu considerato un presagio funesto. Il piccolo museo raccoglie ampolle e terrecotte di vario genere e tre splendidi bicchieri di vetro del IV secolo d.C. Altre steli si perdono nei campi tutt’intorno, fino a raggiungere il Bagno della regina di Saba,

piccolo lago artificiale, fatto scavare – pare – dalla mitica sovrana di origini yemenite, in cui ancora adesso la gente va a lavarsi e a raccogliere acqua. I padroni del sito sono i bambini: ridono, si mettono in posa per una foto, saltano da una stele all’altra, laceri, polverosi, dagli occhi felici, grandi e scuri. Abbiamo solo un panino da offrire, ma loro dividono quel sandwich, sotto i nostri occhi, prima in due parti, poi in quattro, poi in otto, finché anche il più piccolo ne ha almeno un bocconcino; quindi si avviano sorridenti lungo il sentiero.

Su una collina poco distante le tombe gemelle dei re Kaleb e Gebra Meshel, padre e figlio, gli ultimi della dinastia axumita. Nella polvere i bambini giocano con una palla di stracci, sullo sfondo le montagne d’Eritrea. Poco oltre incrociamo una casupola dal tetto di lamiera, apparentemente di nessuna attrattiva. In realtà, custodisce la stele del re Ezana, che riporta le sue gesta, su tre facce, incise in altrettante lingue: greco, sabeo e geez. Ma non finisce qui. A pochi chilometri sorgono le rovine del Palazzo Dongor, conosciuto come il Palazzo della regina di Saba.

È il tramonto ormai: le mura di colore ocra acquisiscono una tonalità molto calda, mentre un autobus solleva un polverone a ovest. Girando tra le stanze di quella che fu una sontuosa dimora la nostra unica compagnia è un ardimentoso capretto, ansioso di provare la tenuta delle sue corna nuove di zecca sulle nostre gambe. Ci inzucca, ma con garbo.

Al tramonto la gente si riversa nelle strade. Nelle botteghe dei robivecchi scoviamo polverosi tesori. I bambini si fermano a conversare: imparano l’inglese fin da piccoli, a scuola. Come la dolce Berkit, che da grande vuole fare il medico per poter curare i bambini che si ammalano. Generosi come sempre, dividono tra loro ciò che ricevono e non esitano a ricambiare il regalo. Magari disegnando su un foglietto, con il pennarello appena ricevuto in dono, un fiore di yacaranda.

(Hotel Yeha, tel.: 251 1347752377 – gradevole con una bella vista sul parco delle steli)

Giorno 4

Adua, Yeha, Debre Damo, Hawzen (210 km circa)

Al mattino l’aria è fresca e una leggera nebbiolina si dipana nella valle tra i monti e la cittadina di Adua.

Bambini polverosi, vestiti di abiti rattoppati e scalzi, si avvicinano incuriositi ovunque ci fermiamo. Corrono a frotte e si mescolano tra noi. Il più grande ha 16 anni e presenta con orgoglio i suoi fratellini minori.

I Salesiani gestiscono una missione qui, ad Adua. Ospiti inattesi, ci aprono il pesante cancello che chiude le mura di cinta di mattoni spessi. All’interno sembra di entrare in un altro mondo. Tutto è pulito, gli edifici bassi in muratura, le aiuole di garofani. È un piccolo villaggio autosufficiente gestito da suore e volontari. C’è silenzio, nessuno in giro, a parte una piccola fila di bambini molto piccoli con il grembiule bianco. La scuola è organizzata dall’asilo alla quarta superiore. Aule ordinate, linde, sembrano lucidate. Da qui dentro pare che il mondo fuori non esista. Potremmo essere in una qualunque città italiana. I bambini ricevono un’istruzione, e questo è indubbiamente un bene. Ma non ha nulla a che vedere con la vita che scorre fuori da queste mura. È giusto importare un modello educativo così lontano dalle loro tradizioni, compreso il progetto “Estate ragazzi”, per evitare che durante le vacanze i bambini stiano “in giro a fare niente”? È niente correre liberi e scalzi insieme con i loro coetanei che non possono permettersi di pagare la retta della missione, seppur modesta? Il pesante cancello di ferro si richiude alle nostre spalle e sui nostri interrogativi. Oltre il muro di cinta la città variopinta e polverosa. Dietro un gabbiotto di lamiera, in prossimità di un sentiero scosceso, una piccola croce in pietra ormai dimenticata ricorda i 7 mila caduti italiani della battaglia di Adua, avvenuta nel 1896. Un signore incuriosito si ferma a chiedere il nostro itinerario e ci augura buon viaggio. Lungo la strada incrociamo una scolaresca vociante: con la divisa consumata attraversano la strada e si inerpicano su per un sentiero tra schiamazzi, sorrisi e cenni di saluto. Non sarebbe meglio costruire una scuola dentro il villaggio e sporcarsi le mani con loro?

La strada prosegue tra terrazzamenti e formazioni montuose dalle forme sinuose, alcune assomigliano alla testa di una donna. Qui si svolsero le battaglie tra i soldati italiani e l’esercito etiope, ai tempi della corsa alle colonie d’Africa voluta dal governo Crispi, per non rimanere indietro nel “banchetto delle Nazioni”. La voce di Feleke rievoca la battaglia, indica gli stretti passaggi nelle montagne dove l’esercito etiope si nascose e organizzò l’accerchiamento del nemico, aggirando le postazioni degli italiani. Li immaginiamo scendere dalle montagne e vincere l’invasore. Ci vergogniamo di una pagina così brutta della nostra storia. Come mai non distruggete i monumenti che abbiamo lasciato sulle montagne, con tutto il carico di ricordi neri che si portano appresso? La Storia è Storia, risponde Feleke, ogni paese ha la sua, bella o brutta, e non va mai dimenticata.

A Yeha la strada porta attraverso un villaggio al Tempio della luna. La costruzione risale al VII secolo prima di Cristo. Sulla parete in fondo le pietre disegnano un foro a forma di croce, frutto dei rimaneggiamenti dei primi evangelizzatori. Nel piccolo monastero a fianco, gli affreschi piatti e colorati della Madonna con il bambino e degli angeli istruivano una popolazione che fino a quel momento aveva creduto in un pianeta. Nel microscopico museo c’è una raccolta di oggetti di culto: una vecchia Bibbia miniata, anfore che i contadini trovano ancora oggi lavorando nei campi e perfino un’insegna in pietra della Divisione Gavinana: quanta strada ha fatto dall’Appennino toscano per arrivare fin qui. Intanto il sole allo zenit appiattisce i contorni delle cose e solleva la polvere. A Debre Damo

una distesa di euforbie a candelabro, cariche di frutti rossi e rotondi, segna il sentiero che porta al piccolo monastero costruito su un costone liscio della montagna. Ingresso riservato agli uomini, ma chi vuole raggiungerlo deve fare 16 metri di arrampicata con una corda, legato alla vita con una cintura in pelle di bue. In realtà, i ragazzini del posto si arrampicano scalzi e senza alcuna sicurezza.

La strada prosegue in altitudine (2.500 metri), tra altopiani piatti che qui si chiamano Amba. Nei bar dei villaggi i vecchi sonnecchiano guardando il passeggio: un caffè corroborante è quello che ci vuole prima di riprendere la strada. All’improvviso il sole si fa meno tenace, l’aria rinfresca, i ragazzi tornano da scuola e davanti ai nostri occhi si spalanca un panorama degno del grande schermo. Una piana tanto vasta da rendere perfettamente la rotondità della terra, alberi, casupole circondate da tondi covoni di paglia e il sole che inizia a calare. Quando arriviamo al villaggio di Hawzen

il tramonto sta lì a farsi fotografare. I ragazzini accorrono, come sempre attirati dagli stranieri e dalle macchine fotografiche. Parlano tutti inglese e hanno in mano i libri di scuola. Il più grande ha 18 anni e studia perché vorrebbe un giorno lavorare per il governo, per ora fa il guardiano di capre. È curioso di sapere perché gli stranieri fotografano il tramonto: non c’è questo fenomeno anche in Italia, o negli Stati Uniti? Ci racconta che nella piana, proprio sotto i nostri piedi, gli italiani, al tempo dell’occupazione, hanno lasciato un’iscrizione su una pietra. Si scusano, stringendoci le mani, perché le loro sono sporche; i più piccoli si mettono in posa, attirati dagli schermi delle macchine digitali che restituiscono subito l’immagine dei loro volti sorridenti, masticano chewingum con aria molto impegnata a non inghiottirli. Cala il buio e ci dobbiamo salutare: forse ci incontreremo domani. Gli auguriamo buona fortuna: che possano studiare per aiutare a crescere questo paese, che ha visto i suoi giovani migliori emigrare all’estero per guadagnare stipendi più decorosi. Feleke a cena ci racconta di come, all’epoca del governo comunista di Menghistu, i paesi del blocco accogliessero i figli dei governi amici per dare loro un’istruzione; qualcuno poi ritornava in patria per aiutare la famiglia e i molti fratelli, rimasti magari senza padre, perduto durante le numerose guerre, quella civile e quelle con i paesi confinanti, Eritrea e Somalia. Cuba, in particolare, resta per molti un ricordo carico di dolcezza,  legato agli anni della formazione: un buen retiro dove sognare di fare ritorno, un giorno. Attualmente il governo impedisce la fuoriuscita dei giovani laureati, trattenendo il titolo di studio conseguito per una decina di anni.

(Gheralta lodge, tel.: 251 115545489 – molto confortevole, in una piana meravigliosa, gestito da un italiano, gli amanti della cucina italiana all’estero troveranno ottime lasagne)

Giorno 5

Hawzen-Makalle

All’alba i monti che affiorano dalla pianura si tingono di rosa. La strada è polverosa, la gente già in cammino, a piedi o con l’asino, per andare al mercato. Il massiccio dalla cima piatta ci aspetta. Al punto di attacco del sentiero impervio un folto gruppo di ragazzi attende i turisti che oggi saliranno fino alla sommità per visitare le chiese rupestri, la cui esistenza, da qua sotto, è insospettabile. Un giovane caporale forma la squadra degli aiutanti, scegliendo oggi quelli che ieri non hanno lavorato, in modo da distribuire i guadagni nel modo più equo possibile. Non si può salire senza accompagnatore, non tanto perché il sentiero sia difficile – anche se a tratti è esposto e vi sono passaggi non agevoli – quanto per non privare queste persone della loro unica fonte di guadagno. E così si sale, nelle gole strette formate dalle fenditure della roccia, sui sentieri più larghi che dominano la vallata laggiù. A volte si è costretti a muoversi a quattro zampe. Finalmente conquistiamo la cima, dove vecchi sacerdoti stringono croci nelle mani nodose. La Chiesa di Maria è scavata parzialmente nella roccia ed è coperta di affreschi. Chi li ha dipinti? Non vi sono certezze: è un mistero, questa è la verità. Sono ispirati alla chiesa di Bisanzio, come testimonia una lira dipinta in una minuscola cappella interamente scavata nella roccia, sul fianco posteriore della montagna. Si entra da una porta alta un metro e larga forse 50 cm: fuori uno strapiombo con vista da gran cinema sulla vallata e sulle altre formazioni rocciose. Una vista mozzafiato e non solo per le vertigini dovute al vuoto. La discesa è più ardua, anche perché un foltissimo branco di scimmie ci raggiunge, piombando su di noi dall’alto e facendoci rotolare addosso – o forse scagliandoci – alcune pietre. Un attimo di scompiglio, poi i macachi scappano via, rifugiandosi in alto, a distanza di sicurezza dagli uomini. Al momento di lasciare i nostri accompagnatori sorge una piccola questione sui pagamenti. Bisogna stare molto attenti a dare a tutti la stessa cifra: non si possono far scatenare risse perché qualcuno è stato più fortunato di altri.

Nei mercati che incontriamo lungo il cammino si pratica ancora il baratto. La piazza è una distesa di polvere. Cipolle, aglio e lastre di sale sono le principali merci in vendita, ma c’è ben poco d’altro. Su un telo di plastica un cumulo di scarpe di plastica.

Questa regione, la Geralda, è ricca di cappelle rupestri. Gli affreschi più belli sono nella piccola chiesa di Abuna Abraham, vicino al villaggio di Degum.

Anche di questo monumento si sa quasi nulla. Pare sia stata bruciata dalla terribile regina ebrea Judith, ma gli affreschi risalgono al 1700, sono ricchi e colorati e il sole del pomeriggio li illumina a sufficienza, nonostante la chiesa sia sprofondata per tre quarti nella roccia. La strada riprende, asfaltata: un lusso dopo tanta polvere, che ci copre completamente gli abiti. Arriviamo a Makalle verso sera: è un'altra tappa della via Crucis dei nostri soldati in Etiopia, alla fine del XIX secolo. Nell’albergo, il migliore della città, non c’è acqua: hanno dimenticato di azionare la pompa. Due piccioni addomesticati passeggiano tranquillamente nella hall, sembrano scambiarsi pareri sui nuovi stranieri appena arrivati. Dopo un po’ di tempo e qualche macchinosa operazione la pompa entra in funzione e l’acqua inizia a scorrere calda, almeno ai piani alti. Ripuliti, scendiamo nella sala ristorante. Incrociamo i due piccioni che viaggiano sempre in coppia, anche loro scendono: in cucina.

(Hotel Jordanos, tel.: 251 344418724, confortevole)

Giorno 6

Makalle-Lalibela (300 km circa)

I nostri sogni sono popolati di processioni, pellegrini e croci. Una musica lontana ci strappa dal sonno all’alba. Sono le 5, è domenica e dalla chiesa vicina arriva il salmodiare dei sacerdoti che celebrano la funzione: durerà molte ore. Per le scale dell’albergo odore di pennuto arrosto: per fortuna i due piccioni sono sempre lì, a passeggiare, con la loro aria da comari, tra la hall e la cucina.

Oggi giornata di trasferimento, la strada è di 300 km e si snoda tra i villaggi. Abbiamo imparato a non chiedere la durata dei trasferimenti, perché in Africa il tempo ha un tutto un altro significato: come dicono qui, “in Europa avete le ore, noi abbiamo il Tempo”. Del resto, sono le 9, ma tutti gli orologi intorno a noi segnano le 3 perché è la terza ora dal sorgere le sole, spuntato alle 6. Semplice, no? Al mattino il cielo è chiaro e l’aria fresca, bisogna indossare un maglione. Attraversiamo la regione del Tigrai: le case sono in mattoni, a pianta quadrata, con il tetto di lamiera, una porta, una finestra, circondate da muretti bassi in pietra, grandi cactus carichi di frutti, covoni di paglia a forma di panettone e granai dal tetto anch’esso di paglia, chiuso sul colmo da un’anfora sfondata di coccio. Intorno a noi un mare di bambini, per nulla intimoriti dagli stranieri, anzi incuriositi dalle macchine fotografiche, si mettono in posa ancora una volta davanti agli obiettivi: richiamano la nostra attenzione intrufolandosi ovunque, mentre Feleke ci illustra le varie fasi storiche della riforma agricola.

La strada è quasi sempre sterrata: è molto facile bucare. Il terreno si fa sempre più rosso, ricco di minerali ferrosi, e più arido. Compaiono grandi baobab ancora privi di foglie. Vicino ai rari corsi d’acqua, piccoli appezzamenti coltivati risplendono di un verde fresco e brillante. Le montagne, gli Amba dalla cima piatta, segnano canyon profondi. Il sole diventa rovente, l’aria secca prosciuga la pelle e i polmoni ed è solo gennaio: come sarà ad agosto?

Termina la regione del Tigrai e inizia quella di Amara. Nei villaggi più grandi le case sulla strada sono in mattoni, a un piano, con la facciata decorata a colori accesi. Nelle zone rurali, invece, le capanne hanno forma circolare, si chiamano tukul: con il tetto di paglia, tutte raggruppate intorno ai covoni, formano piccoli agglomerati che sembrano usciti dalle illustrazioni di un libro per bambini, un sussidiario aperto sulle pagine della preistoria. La valle si fa più stretta e sale fino a 3.000 m. L’aria improvvisamente è fredda. I bambini di guardia alle greggi hanno vestiti laceri in cui le sovrapposizioni di rammendi servono solo a tenere insieme i buchi. Guardano le nostre maglie e le accettano volentieri, benché siano usate. Gli abiti degli adulti non sono in condizioni migliori. Avremmo dovuto portarne di più, da casa.

Cala il buio, profondo. Sulla strada, solo i fari delle nostre jeep disegnano le curve. Poi ecco spuntare lassù, in alto, le prime luci di Lalibela.

Il cuoco dell’albergo dove alloggiamo è un robusto signore di origine giamaicana: cucina bene e lavora tutto il giorno, colazione, pranzo, cena, infaticabile e sorridente. Di religione rasta i suoi avi furono catturati e deportati dai negrieri nel continente americano. Poi l’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié, firmò un accordo con la Giamaica, promettendo terra a chi, discendente di questi schiavi, volesse far ritorno all’antica patria. Ed eccolo qui, con il suo bel cappello bianco. A tavola commentiamo con Feleke come certe religioni nascano quasi per caso, poi però le guerre nel nome di dio si combattono per davvero.

(Hotel Mountain View, tel.: 251 333360564, confortevole, ottima cucina, purtroppo ha posto solo per una notte)

Giorno 7 (

Lalibela

In passato Lalibela era raggiungibile solo dopo un viaggio di 15 giorni in groppa a un asino. Adesso c’è la strada asfaltata, ma l’80 per cento della popolazione si muove ancora con l’asino o a piedi. La città ha l’aspetto di un grande villaggio e non di un centro urbano.

Narra la leggenda che, alla nascita dell’ultimo discendente della dinastia Zagwe, il bambino fu subito circondato dalle api, ma queste non lo punsero. La madre comprese così la sua regalità: era destinato a diventare un giorno il re Lalibela. Sfuggito a un avvelenamento, ancora ragazzino, non è certo se fuggì a Gerusalemme, dove rimase per alcuni anni, o se gli angeli lo portarono in paradiso per mostrargli una città fatta di chiese scavate nella roccia. Tornato in Etiopia e assunto il potere, decise di costruire una copia della Città santa. E così sono giunte fino a noi le chiese rupestri: giganteschi monoliti ipogei scavati nella roccia di tufo e riccamente affrescati. Crollate alcune a causa di terremoti, rovinate dall’acqua, sono state restaurate negli anni Cinquanta. La chiesa di Bet Mediane Alem, quella di Bet Maryam, la chiesa delle croci Bet Meskal e, ancora, Bet Dangal, Bet Mikael e Bet Golgotha.

Poiché sono una copia di Gerusalemme, la leggenda vuole che ospitino le tombe di Abramo, Isacco, Gesù, Adamo, dello stesso re Lalibela. Piccole, buie, collegate da cunicoli e stretti passaggi, vennero costruite di giorno dagli uomini e di notte dai santi. Come l’ultima opera del re, intatta nei secoli: Biet Giorgis,

la chiesa di San Giorgio, realizzata su richiesta del santo stesso. È la più bella: a pianta cruciforme, rappresenta l’arca di Noè. All’interno è custodita la croce di san Giorgio e un antico baule di cui si serviva il re durante i suoi spostamenti; c’è chi sostiene che vi sia stata trasportata addirittura l’Arca dell’Alleanza.

Al pomeriggio hanno inizio le celebrazioni del Timkat, l’Epifania della chiesa copta, secondo il calendario giuliano. Dalle chiese i sacerdoti, protetti da ombrellini ricamati e colorati, portano fuori i Tabot in cui sono custodite le tavole della Legge. Le varie confraternite invadono le strade cantando e ballando, seguite da una processione di pellegrini avvolti in candidi mantelli di cotone leggero. Come una sagra di paese il Timkat non è solo una cerimonia religiosa, ma anche un momento sociale d’incontro, come i matrimoni o i funerali. La folla è impressionante: si cammina a stento trascinati da una fiumana di gente, pronta ad aiutarti se per caso inciampi e rotoli per terra, caso non infrequente. Tutti i gruppi si raccolgono in un grande spiazzo erboso intorno ai sacerdoti, posti in semicerchio, sotto gli ombrelli. Gruppi sparsi di ragazzi intonano canti religiosi, saltando e battendo le mani gioiosamente. Poco prima del tramonto la folla lentamente si disperde: qualcuno siede sotto gli alberi a chiacchierare, altri chiudono gli ombrellini, raccolgono i mantelli e si avviano verso le loro capanne. I bambini, esausti da tanta eccitazione, piangono stanchi. Sono abitazioni molto povere, quelle di Lalibela: tukul circolari, di paglia, un piccolo braciere a carbone davanti alla porta per cuocere il poco cibo su cui può contare una famiglia, una stuoia dentro la capanna dove giacere la notte. Lungo la strada un bimbetto ci sorride e ci prende per mano: avrà si e no 5 anni. Dell’inglese conosce solo la formula per dire il suo nome. Dove sono i genitori? Chiediamo in giro, ma nessuno lo sa: forse al villaggio, ci risponde un ragazzino più grande che ci segue dappresso. Camminiamo, camminiamo e cresce l’ansia di non trovare qualcuno cui affidare il bambino, che continua a tenerci per mano e a sorriderci fiducioso. Arrivati davanti all’albergo, ovviamente che non possiamo portarlo con noi: che fare? Proviamo a regalargli una maglietta, gli arriva fino alle ginocchia, ma lui è contento e gli brillano gli occhi: un vestito nuovo, senza buchi. I bambini più grandi adesso si avvicinano e lo aiutano a indossarla, poi lo mettono in posa per una foto. Adesso ci è chiaro che lo stavano proteggendo: troppo piccolo e inesperto, deve imparare come avvicinarsi agli stranieri. I ragazzi più grandi, invece, hanno elaborato un altro metodo. Si avvicinano dichiarando di essere studenti e ci chiedono l’indirizzo e-mail, per poi poterci scrivere, mantenere un contatto, chissà, magari chiedere un contributo agli studi. Oggi Giancarlo ha aiutato un bambino a comprare i libri di scuola e un po’ di materiale di cancelleria: la spesa è stata di tre euro… a un altro ha regalato un po’ di vestiti. È solo una goccia nel mare, certo, ma se non lo facessimo sarebbe una goccia che manca al mare. Intanto, i ragazzini salutano e scortano il bambino con la mia maglietta troppo grande verso il suo tukul. Rientriamo in albergo che, ironia della sorte, si chiama proprio “Tukul village”. Anche qui costruzioni circolari, ma in muratura, dentro un bel giardino fiorito, acqua corrente e calda, ristorante. Ogni “capanna” è dotata di un’ampia vetrata che dà sulla vallata, dove non abita nessuno: la polvere e la povertà non offenderanno gli occhi del turista da questa camera con vista. E pensare che qualcuno oggi ha avuto il coraggio di lamentarsi con veemenza perché il suo alloggio è troppo in angolo e non gode di un adeguato panorama.

(Hotel Tukul Lodge, tel.: 251 333360804, confortevole, ottima cucina, in centro)

Giorno 8

Lalibela: cerimonia del Timkat

Alba. È ancora buio. La strada è meno affollata, per ora. Scorrono sottili figure avvolte in mantelli bianchi. Le piccole fiammelle delle candele illuminano mani volte al cielo in preghiera. I sacerdoti non cessano di cantare. Nello spiazzo intorno al fonte battesimale è stata eretta un’impalcatura di bambù, su cui prendono posto essenzialmente turisti stranieri, 150 birr l’ingresso (circa 7 euro). Scricchiola, preferiamo non fidarci.

Si fa chiaro a est. Le figure assumono contorni più definiti. Al centro della piazza il grande fonte battesimale a forma di croce greca si sta riempiendo d’acqua. Arrivano i sacerdoti con i loro ombrelli colorati e prendono posto intorno al fonte, in mezzo a un largo cerchio formato dai diaconi, dall’abito bianco e rosso, e dai cantori. Si levano orazioni accompagnate da danze, i diaconi battono ritmicamente le mani. Si rievoca il battesimo di Cristo. Si pronunciano letture dal Nuovo Testamento e l’acqua battesimale, come da tradizione, diviene quella del Giordano. Il sole sorge a illuminare le croci e l’abito dorato dell’ abuna,

il patriarca, che sale sul fonte. Immerge più volte la croce, poi toglie il mantello, afferra un secchio e inizia a lanciare acqua benedetta su tutti gli astanti. È un bagno collettivo. La folla si lancia verso il fonte e l’allegria si impossessa di tutti. In un attimo siamo bagnati da capo a piedi: la cerimonia del ri-battesimo è compiuta.

Lasciamo lo spiazzo dove ancora gli astanti indugiano per questa festa attesa tutto l’anno, pochi giorni che valgono come spartiacque di un anno di fatiche. A una decina di chilometri da qui c’è la chiesa di Neakutellab

, costruita sotto uno sperone roccioso: si trova in una zona poco battuta dai turisti, noi siamo gli unici presenti e questa è una vera pacchia. Dalla roccia cola l’acqua che, goccia dopo goccia, ha scavato le pietre, trasformandole in piccole conche. Il sacerdote bagna il capo dei presenti con un bicchierino di plastica azzurro, all’occorrenza lo usa anche per bere. Poi ci mostra una piccola e magnifica collezione di oggetti di culto: croci, corone, un portaincenso e un testo sacro. Fuori giovani donne già madri e bambine hanno apparecchiato rapidamente un piccolo mercatino di artigianato, approfittando dei rari turisti. Intanto, le confraternite delle varie chiese ripercorrono la strada a ritroso per ricondurre i Tabot

ai loro ripari, dove resteranno custoditi fino al prossimo anno. Passano i sacerdoti sotto gli ombrellini colorati, i diaconi che intonano canti e danzano, i pellegrini dai bianchi mantelli e i bambini vestiti a festa. Si riversano tutti nelle chiese rupestri, dove oggi si cammina scalzi su tappeti di aghi di pino e foglie fresche e profumate. Ecco il secondo gruppo di chiese rupestri, separate dal primo da un immaginario fiume Giordano: Bet Gabriel e Rafael , Bet Lehem , Bet Mercurios , Bet Emanuel. Tutte collegate da cunicoli, talvolta stretti e bui come l’inferno. In ognuna il sacerdote mostra una croce di diversa fattura, i fedeli la baciano ripetutamente. Qualche struttura, danneggiata dai terremoti, mostra le sue profonde fenditure. I tamburi cerimoniali sono abbandonati sui tappeti. I diaconi si tolgono l’abito bianco e rosso ridendo, alcuni sono appena ragazzi. La visita si chiude con la meravigliosa chiesa di Abba Libanos

: è attaccata alla roccia solo con la base e il soffitto, una galleria le è stata scavata tutta intorno. Il sacerdote ride, mettendosi in posa per una foto. Gli ombrellini richiusi sono stati appesi, i cappellini con la croce accatastati in un angolo, vicino al dipinto del santo che spacca la roccia e ne fa sgorgare acqua pura, così fondamentale per questo paese. La festa volge al termine: a Lalibela è tornata la calma. Sotto gli alberi, sui tavolini di vimini, tazzine di caffè e chiacchiere sottovoce.

Sarà festa ancora per qualche giorno. La gente, la sera, gironzola nelle stradine semibuie. Il caffè è una produzione importante per l’Etiopia ed esiste una vera e propria cerimonia

(Abyssinia coffee house, Lalibela). I chicchi ancora crudi vengono lavati e messi a tostare su un braciere; quando diventano scuri si pestano dentro un contenitore di legno e la polvere viene versata in un’anfora nera, dal collo lungo e stretto, detta jebena,

dove bolle l’acqua; a questo punto occorre lasciar depositare il liquido denso e forte prima di servirlo in piccole tazzine. Buono e corroborante. Si può ingannare l’attesa bevendo idromele o grappa di orzo, che qui chiamano araki. Nelle piccole coffee house a forma di tukul si può anche assistere a uno spettacolo di danze tradizionali. La musica è ipnotica, rari gli strumenti: due tamburi e una sorta di cora con poche corde ripetono gli stessi accordi all’infinito. La danza è incalzante e a scatti, i movimenti delle spalle ritmici e violenti. Il sorriso stampato sui bei volti dei ballerini, l’incenso che si sparge nel tukul in sottili volute di fumo, la brace che arde… ecco, il caffè è pronto.

Giorno 9

Lalibela-Gondar (360 km circa):

Viaggio di trasferimento a Gondar

360 km sulla cosiddetta strada cinese, perché costruita con sovvenzioni della Cina. Un po’ asfalto e un po’ sterrato – e molti lavori di manutenzione – obbligano a una marcia irregolare che occuperà gran parte della giornata. Ma ne vale la pena, perché il paesaggio è splendido. Via via si sale, arrivando a 3.000 metri e dominando le vallate sottostanti. Eucalipti, conifere, arbusti dai fiori gialli o rossi. Mandrie di mucche e capre. Pastori, molto spesso bambini, gli abiti stracciati e sporchi: riapriamo le valigie per consegnare loro quel poco che abbiamo e per quel nulla riceviamo mille ringraziamenti.

Tukul e campi coltivati, inizia la mietitura nell’aria frizzantina. Oggi è l’ultimo giorno del Timkat: nei villaggi che attraversiamo è ancora festa, la folla è riunita per strada. Bambini e ragazzi armati di bastoni fronteggiano le auto di passaggio per chiedere un contributo: un colpo di clacson li disperde, ma talvolta ci scappa una manata sulla macchina, per protesta. Il nostro arrivo nei villaggi genera sempre scompiglio: ecco gli stranieri con le macchine fotografiche! Subito siamo accerchiati da una folla di persone che ci tira per la maglietta dicendo: “You, you”. I bambini fanno a gara per essere fotografati, quasi si azzuffano per conquistare un primo piano. Ma c’è anche chi fra loro conosce bene la storia dell’occupazione italiana in Etiopia e ci chiede cosa intende fare il nostro paese per rimediare ai passati disastri. Ha ragione, ma rispondere è difficile: ce la caviamo con qualche frase di circostanza.

Appena arrivati a Gondar

, ecco le basse costruzioni lasciate dall’esercito italiano e ora occupate dai militari etiopi. Il confine con il Sudan è vicino, attualmente non ci sono tensioni. Anche l’albergo dove alloggiamo era stato costruito dagli italiani, ma non fecero in tempo a usarlo: quando se ne andarono fu ribattezzato “Ciao ciao Italia”. Ora, nel giardino sotto gli alberi, si ascolta musica etiope e si può sorseggiare un buon caffè nel buio quasi totale della sera. Dopo cena, sulla terrazza, si suona e si balla intorno a una tavola imbandita: siamo lì a osservare un po’ in disparte la festa quando ci invitano a danzare a questi ritmi così sincopati, un ballo in cui bisogna muovere prevalentemente le spalle, a scatti. Molto difficile, soprattutto non essere ridicoli. Dopo un’ora siamo seduti al tavolo: c’è una signora inglese che festeggia il suo compleanno e il suo recente matrimonio con un ragazzo di qui, molto più giovane di lei. Facciamo un brindisi a questo paese così accogliente, al cuore grande d’Etiopia.

(Hotel Quara, tel.: 251 581115790, buona sistemazione, cena a buffet, bella terrazza e giardino per sorseggiare l’ottimo caffè ascoltando musica)

Giorno 10

Gondar

I castelli di Gondar. Potrebbe essere il titolo di un romanzo di Tolkien, tanto è evocativo. Sono patrimonio dell’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Entrando si vede solo il primo, costruito da re Fasilidas nel 1600. Ma ecco che, girandogli intorno, compaiono tutti gli altri, compreso l’Archivio , detto la Casa di carta e la gabbia dei leoni abissini, l’ultimo dei quali è morto dieci anni fa: uscito incautamente dalla sua prigione, è stato abbattuto. Qui passa la storia recente d’Etiopia, l’arrivo dei conquistatori dalla penisola arabica, l’aiuto dei portoghesi che però imposero al re la conversione al cattolicesimo, la riconversione all’ortodossia della chiesa copta, la conseguente perdita del potere. Re Fasilidas e i suoi discendenti hanno abitato qui: il re Davide appassionato di animali e musica, la regina Mentwab che regnò 25 anni per poi ritirarsi a vita privata, a tre chilometri da qui. Tutt’altro che ruderi, gli splendidi volumi dei castelli giacciono in una piana verde, punteggiata di pini d’Abissinia e alberi di yacaranda dai fiori viola che ricamano il cielo. Completamente spogliati degli arredi interni, offrono le loro stanze vuote e ampie, decorate talvolta con motivi moghul. L’intero complesso dei castelli è circondato da sette chiese, oggi molto restaurate, nelle quali non si può entrare. Il re poteva assistere ai riti liturgici da una torre, senza scendere tra la folla.

A poca distanza da qui sorge la chiesa di Debre Berhan Selassie, sul cui tetto troneggia la croce di Gondar, contornata da uova di struzzo. L’interno è completamente rivestito di affreschi che narrano storie bibliche, dalla nascita di Maria alla resurrezione di Cristo. Dalle travi del soffitto di legno si affacciano schiere di angeli. Nel controluce della porta si staglia la sagoma reale di una donna che prega: avvolta nel mantello bianco si inginocchia ripetutamente al cospetto di Cristo e dei santi, che la osservano con i loro occhi grandi e scuri.

I portoghesi, come detto, imposero al re Fasilidas la conversione al cattolicesimo. Ma durò poco: i culti non si possono imporre. Sicché, appena possibile, il sovrano fece costruire un grande Bagno dove poter ribattezzare 400 persone alla volta e riportare tutti rapidamente al primigenio culto ortodosso. Adesso l’edificio e la piscina che lo circonda sono in ristrutturazione: le mura sono avvolte e allo stesso tempo sorrette dalle radici degli alberi, come ad Angkor. In sottofondo il picchiettio delle lavoratrici, magre e vestite di poveri cenci, che sminuzzano a colpi di mazzuolo le pietre per le piccole riparazioni. Ben diversa dalla loro fu la vita della regina Mentwab. Quando si ritirò, come abbiamo visto, si fece costruire un castello immerso nei pini e nei sicomori, con tanto di stanze per gli ospiti illustri e i banchetti e una cappella per la preghiera. Le sue ossa riposano nel piccolo museo, dove si può ancora ammirare il suo letto e un interessante libro di musica su cui vengono indicate le diverse voci del coro: l’incunabolo è custodito sotto vetro, tanto è prezioso. Improvvisamente sale un odore di terra bagnata, rotolano tuoni e si scatena una pioggia fitta. Nel villaggio Falasha vicino a Gondar i bambini non perdono la loro vivacità nel proporsi, con il viso rigato da rivoli di pioggia. Qui vivevano i discendenti etiopi degli ebrei: adesso ne sono rimasti pochi e a loro si mescolano copti con la croce tatuata sulla fronte. La sinagoga, sormontata dalla stella di David, è stata trasformata in un piccolo negozio di artigianato: galline d’argilla, statuette di Salomone con la regina di Saba e il piccolo Menelik, cestini di stoffa colorata. A partire dagli anni Settanta lo Stato di Israele organizzò diversi ponti aerei (operazione Mosè, Giosuè e Salomone) per trasferire in massa i falasha ad Haifa, ufficialmente per salvarli dalla carestia, praticamente per ingrossare le fila del popolo eletto. E lì vivono adesso, in un contesto totalmente diverso rispetto a quello di provenienza, ghettizzati perché poveri e africani, ma assai utili come soldati, impegnati in un paese perennemente in guerra. Così ci conferma Feleke: anche suo fratello vive in Israele, ha approfittato dei ponti aerei per inseguire la prospettiva di una vita migliore. Non è ebreo, ma suo figlio sì, per discendenza materna. E ora è arruolato nell’esercito israeliano. La pioggia, intanto, si dirada e con essa le nuvole.

Verso sera Gondar riprende vita. Chi fa ritorno a casa, chi si attarda nei bar per un caffè. Fuori dalle casupole più povere ardono le braci per cuocere la cena. I bambini inseguono copertoni stracciati che rotolano nelle discese, si fermano a parlare con noi, fanno i gradassi davanti all’obiettivo della macchina fotografica. Architetture di epoca fascista, ma con intonaco in chiave africana: il cinema, l’albergo sulla piazza, l’edificio delle poste. Un caffè all’aperto. Si fa sera e, come sempre, un piccolo guasto all’impianto elettrico favorisce il calare delle ombre e l’intimità delle chiacchiere.

Giorno 11

Gondar- Bahar Dar (230 km circa):

Nei dintorni di Gondar la zona rurale è seminata a sorgo e adesso è la stagione della raccolta. Rosso e bianco, trasformato in farina e distillato. La macinatura avviene con metodi rudimentali: i piccoli chicchi del cereale vengono calpestati dagli zoccoli delle mucche che girano in tondo per un tempo infinito. E con loro il pastore. Rettangoli di fiori gialli e arancioni interrompono le spighe dorate: è il suf , da cui si estrae olio da cucina. Dopo una trentina di chilometri arriviamo al villaggio di Gorgora , per un breve periodo capitale del regno, poi abbandonata per la presenza della malaria, sorgendo sulle rive del lago Tana. È fuori dagli itinerari turistici per un grossolano errore, poiché qui si trova una delle chiese più belle del lago: Debra Sina Maryam. Di pianta circolare, è un grande tukul in legno con il tetto di paglia e, all’interno, il sancta sanctorum: un cubo in muratura, il maqdas sormontato da un tamburo e circondato dal qeddest, il deambulatorio. Affreschi del Vecchio e del Nuovo Testamento, del Talmud e della Torah. È sprofondata nel verde, popolato da uccelli del paradiso, dal piumaggio iridescente e dalla lunga coda bianca.

Ancora 150 km per arrivare alla prossima meta: Bahar Dar , sempre sul lago Tana. Si scende di quota e inizia a fare caldo. Musica tradizionale in sottofondo e, nuovamente, campi di sorgo, villaggi polverosi e affollati dove ancora si festeggiano residui di Timkat. Foreste di alberi gonfi di foglie e verdi piantine di chat. Ogni giorno parte un cargo dall’Etiopia diretto nello Yemen, con il suo fresco carico di quello che all’arrivo verrà chiamato qat e masticato tutto il giorno, e in fretta perché deperisce subito.

A Bahar Dar (che significa la porta del lago), passato il ponte sul Nilo Azzurro , una serie di viali alberati porta al centro della cittadina, dall’urbanistica ordinata. Case basse in muratura, qualche condominio a più livelli di recente costruzione, botteghe aperte sulla strada. Eccoci al mercato, il luogo migliore per capire come vive la gente, cosa mangia, con quanto riesce a campare. È grande, ma rivela il grado di povertà del paese, soprattutto nelle sue zone marginali, dove la merce è poggiata a terra tra polvere, bucce e altri scarti. Il grosso della struttura è al coperto: grandi teli di plastica sono stesi tra corridoi di spezie colorate, incenso e mirra, su cui spiccano colline di berberé piccantissimo. Piramidi di frutta e verdura esposte con armonia di colori. Canestri di pomodori, cipolle, peperoncini verdi, zenzero fresco. Caffè in chicchi crudi dentro grandi sacchi di juta. Miele grezzo appena prodotto, da assaggiare intingendovi un dito. Quando si scantona da questa zona di meraviglie, per la gola e per la vista, si insinua il disagio negli occhi di chi raramente si è trovato a confrontarsi direttamente con questo genere di realtà. Si chiama povertà: esiste, anche se non la vediamo che attraverso gli schermi delle nostre televisioni e i discorsi dei signori ben nutriti del Fondo monetario internazionale. E piovono le prime gocce di pioggia sul display che quotidianamente regola il prezzo del caffè, sulla ragazza che sta setacciando i minuscoli chicchi di teff con cui si prepara la ‘njera , sui bidoni di plastica colorata per raccogliere l’acqua al fiume, sulle shamma le sciarpine bianche del Timkat. Piove sul venditore di magliette, che ripiega veloce la sua mercanzia, sulla maglia gialla su cui campeggia la scritta che ha fatto sognare i quattro angoli del mondo: Obama, yes we can! Si bagna la strada coperta di pietre e bucce e pomodori schiacciati. Qualcuno ha protestato: tutta questa povertà, e ora ci si mette anche la pioggia! Torniamo all’hotel, nostro malgrado, al rifugio che ci protegge dai mali del mondo, visti da vicino e che feriscono i nostri viziati occhi occidentali. Doccia calda in un bagno dalle dotazioni spaziali: idromassaggio con musica, led blu a colorare l’acqua che cade copiosa dall’alto, calda e abbondante. I camerieri che lavorano qui guadagnano 400 birr al mese (circa 20 euro) e fanno il bagno nel fiume, il mitico Nilo Azzurro (che al di là del nome evocativo è pur sempre un fiume), perché le loro case non sono dotate di impianto idrico, come del resto in quasi tutta l’Africa. Ci imbarazza molto tutto questo. Facciamo una doccia rapida, cercando almeno di non sprecare troppa acqua.

(Hotel Abay Minch, tel.: 251 582181039, bungalow di lusso immersi in uno splendido giardino)

Giorno 12

Bahar Dar-Addis Ababa

Giancarlo si è alzato all’alba. Ha lasciato la sua stanza ad alcuni camerieri affinché potessero fare una doccia calda, con bagnoschiuma e asciugamani puliti. È la solita goccia nel mare, ma almeno per oggi non sono costretti ad andare al fiume. Sarà anche il Nilo Azzurro, ma l’acqua è fredda. Inoltre, stanotte ha piovuto e i sentieri nei dintorni di Bahar Dar sono fangosi, ci si sprofonda fino alla caviglia. Paesaggio rurale, capanne, armenti. Nella regione di Amara le giovani spose si tagliano i capelli cortissimi, per non attirare gli sguardi di altri uomini. Minute e rasate, le vediamo passare trasportando grossi pesi e, sulle spalle, il fagottino con il loro ultimo nato. Figli tanti, quanti dio vorrà,  qui dove manca totalmente l’istruzione e siamo lontanissimi da qualunque pratica contraccettiva. I bambini sono promessi sposi già a 8 anni, a 15  si celebra il matrimonio. Piantagioni di canna da zucchero, bimbi scalzi con gli abiti laceri. Capre, mucche. Il Nilo Azzurro. Lo attraversiamo su una barchetta per raggiungere il sentiero sull’altra sponda e continuare a piedi fino alle cascate. La diga ha sottratto molta acqua, per sapere come fosse la cascata, prima, bisogna affidarsi al disegno sulla banconota da un birr. Nonostante la portata sia molto ridotta, lo spettacolo è ugualmente bello, in mezzo a tutto questo verde, con lo scroscio e gli spruzzi iridescenti. Sapienti venditori hanno attrezzato sul prato i piccoli tavolini per preparare l’ottimo caffè etiope, che attende caldo dentro le caffettiere dal lungo collo su bracieri sempre accesi.

Oggi è sabato, molti non lavorano, in città le bancarelle vendono il chat. Piccole foglie fresche, amare. Da masticare lentamente, accompagnate da noccioline tostate, coca cola o acqua, come ci spiega la venditrice, perché le foglie  lasciano la bocca ruvida. Il rito per riprendere possesso del tempo. Vogliamo provare anche noi. Bisogna dire che il chat ha un affetto sicuramente digestivo, tiene svegli come bere una buona tazza di caffè, ma altri esiti non ne ha dati, non ci è passato l’appetito ne’ il sonno. Sicuramente nello Yemen ne masticano di più e per più tempo, a noi invece non ha fatto nulla. Col senno di poi ci è venuto in mente che dall’inizio del viaggio siamo stati attentissimi agli aspetti igienici legati al cibo, per poi abbandonare ogni precauzione con queste foglioline consumate crude e pulite dalla polvere solo con le mani! Ebbene non ci è venuta nemmeno una piccola gastroenterite!! Consapevoli di esprimere solo la nostra parzialità, come direbbe Giulia, possiamo affermare che per noi il chat è innocuo…

Sul lago Tana soffia una brezza fresca, la superficie è piatta, punteggiata da isolotti e penisole su cui sorgono monasteri. Sentieri ombreggiati, piante di caffè, scimmie e scoiattoli. Bancarelle di artigianato religioso, madonne dipinte e croci in finto argento, tanqwas barchette di papiro, simili a quelle vere, che usano i pescatori sul lago, ma ridotte a soprammobile. La chiesa della Madonna del perdono sulla penisola di Zeghie è come sempre di pianta circolare, con ilmaqdas , il sancta sanctorum, splendidamente affrescato. Le scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, della Torah e del Talmud sono state provate sui battenti di legno della chiesa, trasparenti figure a carboncino che annunciano i tesori dipinti all’interno. Un monaco vestito di blu, avvolto in un mantello giallo, sorride accogliente scostando i teli che coprono le pitture e indicando la cassetta delle offerte: non dimentichiamo che i restauri costano. Nel piccolo monastero di Entos Eyesus , su un’isoletta, vivono monache simili a madonne rinascimentali ammantate di azzurro. Nella piccola chiesa in cima all’isola affreschi vivaci per il recente restauro – non proprio conservativo – con una Madonna bambina tenuta in braccio da Cristo nel regno dei cieli. Intorno è silenzio, non ci sono bambini a proporre acquisti, niente bancarelle. Fuori dalle poche capanne i bracieri attendono di essere accesi per la cena, i piatti si lavano nel lago. Il sole va a tramontare, la barca ci riporterà a riva. Ci rifugiamo sul tetto del battello, in compagnia di Feleke. L’ora serale, l’ottima compagnia e il silenzio del lago stimolano le confidenze e i racconti e il nostro amico è un ottimo mediatore culturale. Fra i paesi più poveri al mondo l’Etiopia è al secondo posto: medaglia d’argento! L’istruzione superiore è riservata ai figli dei ricchi, in ottime scuole, private e costose. Altrimenti c’è l’istruzione pubblica, con 50 alunni per classe e una retta di circa 20 euro al mese, oppure ancora privata, per i figli della classe media, a 2-300 euro al mese, come abbiamo visto. Ed è moltissimo, se si considerano gli stipendi medi. Molti genitori sperano in una borsa di studi, altrimenti sarà dura dare un’istruzione ai propri figli e i ragazzi che frequentano le scuole mostrano sempre con orgoglio i loro libri e quaderni, aspirando a diventare un giorno medici o a poter lavorare per l’amministrazione pubblica, come ci hanno confidato i ragazzi incontrati durante il viaggio. Per i bambini dei villaggi la scuola è un’utopia. Inoltre, non ci sono strade e i mezzi di trasporto sono insufficienti, ogni famiglia ha un paio d’asini per spostarsi e se qualcuno si ammala non ci sono che poche ambulanze, più facilmente barelle portate a spalla. E la sanità? Ci sono più veterinari che medici: qui il bestiame è una ricchezza. I progetti finanziati dal Fondo monetario internazionale si arenano prima di essere approvati e i soldi ingrassano le tasche dei governanti corrotti: che rabbia. La brezza intanto si è fatta fresca, la luce si smorza , è ora di scendere dalla barca, ma non prima della promessa di non perderci di vista, con la speranza di ritornare presto. L’Etiopia ha un grande cuore.

Un volo notturno ci riporterà ad Addis Ababa, nel fresco dell’altopiano. Le croci d’argento comprate a Lalibela fanno impazzire i controlli della sicurezza, ma mai quanto il fornelletto da caffè di Giulia, che accende di sincera preoccupazione gli occhi dei poliziotti dell’aeroporto. Che dopo aver cercato vanamente di decrittarlo decidono di imbarcarlo: se proprio deve esplodere, che esploda in volo!

Giorno 13

Addis Ababa

Sull’altopiano l’aria del mattino è fredda. È domenica, la città si sveglia più  tardi, i viali del centro sono liberi, i grandi palazzi governativi e le scuole chiusi. La periferia della capitale invece è già in movimento: gente che cammina, piccoli commerci, poi case in legno, quindi più niente, solo lo  splendido spettacolo della vallate coltivate, delle acacie basse a ombrello, degli Ambarocciosi che si stagliano sullo sfondo, velati di foschia. Bambini a guardia di mucche e capre, al lavoro anche nel giorno di festa.

A 80 km da Addis il piccolo museo Melka Kunture, inaugurato nel 2007, raccoglie reperti archeologici risalenti a quattro milioni di anni fa. Un tempo che la mente non riesce a quantificare. Praticamente la storia dell’umanità e della sua evoluzione. Nei quattro piccoli tukul sono stati raccolti materiali che fino a poco tempo fa giacevano semplicemente all’aperto. Schegge di ossidiana dapprima informi, poi lavorate con ingegno, teschi di varie epoche, ossa di animali, grandi mandibole di ippopotamo. La teoria di Darwin si dipana sotto i nostri occhi. In fondo al sentiero di alberi dalla corteccia rossa, uno scavo ha portato alla luce un rettangolo di terra stratificato da cui emergono ossa di animali e sedimenti rocciosi. Chissà che cosa li avrà portati tutti in questo stesso punto e come sono morti? Sarà accaduto qui o altrove? C’è ancora molto da approfondire, gli studi non sono certo terminati, i finanziamenti pochi, anche se ora è intervenuta l’Unesco.

Anche nel sito di Tiya si sta studiando ancora. Il parco è disseminato di steli, incise con motivi di spade, poggiatesta e finti banani la cui polpa ancora adesso viene impiegata per fare il pane. Risale al 400 d.C. e gli scheletri trovati sepolti qui erano posti in posizione inginocchiata, con le mani giunte. Il cimitero degli eroi, lo chiamano, agli albori del cristianesimo.

La strada a ritroso è circondata dalla luce abbagliante del sole che inonda le valli intorno. Siamo agli sgoccioli, ormai. In città poche botteghe aperte per gli ultimi acquisti, i tesori polverosi dei rigattieri, oggetti di legno, di pelle, di finto argento. Simboli religiosi e non che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio.

Stasera ci hanno offerto una cena tipicamente etiope, in un locale di lusso (Yod Abyssinia) frequentato dalla classe alta di Addis Ababa: gente ben vestita e pingue, al contrario di tutti quelli che abbiamo incontrato finora lungo le strade. Nel locale c’è anche un palco con suonatori e ballerini. La musica è alta, un vecchio compagno di viaggio propone un ritorno per visitare la Dancalia : sì, ma con queste guide, Feleke e Giancarlo, due uomini straordinari che oltre al viaggio ci hanno insegnato qualcosa di molto importante sulla vita. Giancarlo ci regala un ultimo gesto di generosità: la sua mancia sarà devoluta a un’associazione che ha fondato assieme ad amici e che assiste malati terminali. Ci saluta commosso, partirà stasera con una parte del gruppo. Feleke offre da bere a tutti, non ci era mai capitato: avremmo dovuto essere noi a offrirgli qualcosa. Ci custodirà fino a domattina, sapiente e attento come sempre. Vorremmo approfittare ancora di questa manciata di ore per fare qualcosa, semplicemente per stare ancora un po’ insieme, ma la malinconia avvolge un po’ tutti e rientriamo in albergo.

Giorno 14

Addis Ababa-Roma

Aria frizzante e cielo sereno. È perfino freddo, stamani. Feleke con il suo bel sorriso di sempre ci accompagna all’aeroporto. Scambio di indirizzi, speriamo di rivederci presto, inshallah, nel frattempo ci scriveremo. Al controllo della sicurezza, come al solito, è l’innocuo  bagaglio di Giulia a destare allarme. Questa volta non è il micidiale fornelletto per il caffè, con quella spina sospetta, bensì la gallina di terracotta comprata al villaggio Falasha di Gondar: è così compatta e paffuta che allo scanner pare una bomba a grappolo! Il poliziotto non può fare a meno di ridere, quando la vede. Dallo zaino disfatto i souvenir sprigionano una nuvola di ricordi freschi rimessi dentro velocemente: le chiese di Lalibela, i bambini che ci hanno presi per mano, i manti bianchi dei pellegrini, gli affreschi dagli occhi grandi, il luccichio del lago Tana, le tazzine di caffè consumate nel pomeriggio, le chiacchiere sottovoce. Torneremo nel mondo occidentale e moderno, torneremo alle nostre ore e perderemo il tempo, troveremo luci artificiali e bisogni indotti dal consumismo e non dalle necessità. Ma la vita del Sud, la vita dell’Africa, ci ha temprati in questi giorni, perché ci ha insegnato a distinguere ciò che è vero dal falso e quanto renda felici condividere quello che si ha con gli altri che incontriamo sul cammino.

L’aereo si stacca da terra e fa ancora una virata che sorvola i campi coltivati, le grandi distese dagli ocra caldi. Salutiamo il grande cuore d’Etiopia. E sarà certo un arrivederci.

Note e informazioni:

Questo viaggio in Etiopia è stato reso speciale dalla presenza delle due persone che lo hanno organizzato sotto ogni aspetto pratico e culturale, ma non solo. Ci hanno accompagnato donandoci un esempio di generosità e profondo rispetto per l’altro e per la cultura che  ci hanno trasmesso: il signor Giancarlo Pagliero può essere contattato al sito www.giancarlopagliero.it , e il signor Feleke Haile Giorgis può essere contattato all’indirizzofelekehaile@yahoo.com  (guida in italiano, spagnolo e inglese, tel.: 002519429264)



   

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