Una breve introduzione:
“Tutto ciò che non è donato è perduto”
(a Giancarlo e Feleke)
Terra di cultura millenaria, di chiese rupestri e grandi paesaggi,
monasteri e castelli, di una religiosità ancora forte, ancorata a riti
che si perdono negli albori del Cristianesimo e provengono direttamente
da Bisanzio, l’Etiopia ci avvolge con la lucentezza dei suoi panorami,
con forre e vallate, montagne dai profili sinuosi e villaggi disseminati
di tukul, dove si muove una popolazione antica, che vive ancora oggi,
nella gran parte del paese, come centinaia di anni fa, spostando l’aratro
a mano o con i buoi, muovendosi lungo piste polverose su carretti
trainati da asini oppure a piedi, nell’eterna marcia dei popoli
dell’Africa. Gente abituata da sempre a lottare per sopravvivere, molto
povera ma molto più che gentile e dignitosa: ospitale, con una regalità
che viene da lontano. E che non ci fa mai sentire nuovi usurpatori, in
una terra in cui l’Italia ha portato, alla fine del XIX secolo e nel
periodo fascista, guerra e sterminio. E poi campi di sorgo e piantagioni
di caffè, pini e palme, sicomori e acacie, yacarande ed euforbie, estese
coltivazioni di teff e di khat costituiscono un caleidoscopio di
immagini, colori, profumi che non ci abbandonano. Spingendoci a sognare
un immediato ritorno, alla scoperta di un altro lembo di questa terra
meravigliosa.
Giorno 1
Verso Addis Ababa
Volo Genova-Roma-Addis Ababa. Arrivo il giorno dopo alle 7,30 locali
nell’orario convenzionale, il fuso è più 2 ore. Ora etiope: 1,30 del
mattino.
Giorno 2
Addis Ababa
Stropicciati da una notte su un aereo non particolarmente comodo,
affrontiamo pazientemente lunghe code per l’ottenimento del visto (20
Usd) e per il cambio: pellegrinaggio obbligato da uno sportello
all’altro, quando è il nostro turno finiscono sempre i soldi e chiudono.
Ci riusciremo solo più tardi, in banca, a ottenere valuta locare (birr):
del resto, 100 euro qui equivalgono allo stipendio medio di un anno,
bastano quattro turisti per svuotare le casse degli uffici di cambio. Il
nostro accompagnatore, Giancarlo, come scopriremo in seguito è un grande
maestro: renderà questo viaggio un’occasione per imparare qualcosa
d’importante sulla vita e non solo una collezione di monumenti (per chi
volesse contattarlo:
) Fuori dall’aeroporto ci attende Feleke, la guida locale, un uomo
profondo, attento e sensibile, sempre sorridente, disponibile e generoso
(lo si può contattare all’indirizzo: felekehaile@yahoo.com o al numero di
tel.: 002519429264)
L’aria è tiepida e porta il profumo di una primavera precoce. La città si
sviluppa su una serie di colline, punteggiata di parchi e giardini che
circondano palazzi storici e governativi. Il Museo nazionale è un
edificio modesto, nelle vicinanze c’è la casa che fu il quartier generale
di Rodolfo Graziani durante l’occupazione fascista dell’Etiopia. Il
tesoro del museo è senza dubbio il piccolo scheletro di Lucy, in una
stanza tutta dedicata, circondata da quadretti naif che rappresentano
scene di ominidi nella foresta. Al primo piano il grande trono del Negus
intarsiato d’avorio. In quella che fu la vera residenza di Haile
Selassie, invece, è stato allestito un museo etnografico di notevole
interesse. Foto dell’incoronazione, l’attentato a Graziani, la residenza
trasformata in università. Nelle vaste sale dai soffitti alti scorre la
storia delle popolazioni che abitano l’Etiopia – 52 gruppi etnici – con i
riti di iniziazione nella valle dell’Omo, le sculture, gli oggetti di
vita quotidiana. Non manca l’angolo dedicato alle tre religioni
monoteiste che convivono pacificamente in queste lande: la cappella della
Chiesa copta, la Basmala nella ricca grafia araba e i libri del Giudaismo
dei Falasha, che ancora oggi attendono, in un campo vicino a Gondar, il
loro trasferimento in Israele, per sfuggire la fame che li assedia qui,
non sapendo se poi riusciranno a inserirsi nella terra promessa. Il
reddito medio annuo di un etiope ammonta a 150 dollari americani, il
tasso di alfabetizzazione è salito dal 25 a circa il 60 per cento –
comunque numeri bassi – mentre è di circa 50 anni la speranza di vita,
drammaticamente bassa, a causa dell’alto tasso di mortalità infantile.
Talvolta chiedere l’elemosina ai turisti è più redditizio che lavorare.
A metà pomeriggio i ragazzi escono dalla scuola. L’istruzione è
obbligatoria, ma a pagamento: questo alimenta l’analfabetismo e costringe
le famiglie del ceto medio a scelte conflittuali per consentire ai figli di
studiare (300 euro al mese costa una scuola di livello intermedio). Gli
studenti in divisa, di diverso colore in relazione all’età, si
avviano di buon passo, ridendo allegri, verso la strada che sale. A poco a
poco le case si diradano e lasciano il posto a grandi alberi di eucalipto.
Il pulmino bofonchia in salita, l’aria è più fresca e il profumo balsamico
delle piante riempie i polmoni. Da quassù Addis Ababa si stende ai nostri
piedi velata di foschia. Passano donne caracollanti sotto il peso di
pesanti fascine di rami d’eucalipto, come moderni Cristi sotto il peso
della loro croce trasportano per tutto il giorno dai 40 ai 50 chili di
legname, per tutti i giorni della loro vita. La città intanto si anima del
brulichio serale. Il traffico disordinato e polveroso intasa le strade.
Alle piccole case dal tetto di lamiera, residuo dell’epoca coloniale, si
alternano grattacieli in cemento armato, imbozzolati dentro impalcature di
bambù. Avranno il bagno in casa, questi fortunati nuovi inquilini: non è
cosa da poco, fino a qualche decennio fa solo il Negus poteva concedersi il
lusso di una toilette con vasca e acqua corrente, sanitari di ceramica
celeste e un w.c. (Hotel Jupiter, tel.: 251 115526370 – vicino
all’aeroporto, molto confortevole)
Giorno 3
Axum (500 km circa)
Sveglia antelucana alle 3 e volo per Axum.
L’aereo fa una serie di fermate, neanche fosse una corriera: si scende
alla seconda. Aeroporto piccolo, ci si muove a piedi sulla pista, come
appunto nel parcheggio di una stazione d’autobus. Axum richiama i canoni
della classica città africana, forse perché è piccola. Alberi rossi di
euforbia pulcherrima –che noi chiamiamo Stella di Natale e teniamo in
appartamento – asini e casette, strade polverose. Il centro d’interesse è
la chiesa di Maria di Tsion. Ci sono tre costruzioni all’interno: in quella più antica è custodita
l’ Arca dell’alleanza, quella originale, almeno secondo i fedeli. Nel piccolo museo appena
allestito sono raccolte meravigliose corone, un tempo abbandonate nei
dintorni, polverose e opache. Nello spazio antistante la chiesa la
comunità dei religiosi è raccolta con i fedeli: provano canti e danze per
i festeggiamenti del Timkat,
l’Epifania copta, tra pochi giorni. Il Patriarca è seduto al centro
dell’assemblea. I giovani eseguono balli rituali al suono di tamburi (
kebrero) e sonagli (sistri): si fronteggiano in file regolari, mentre i sacerdoti, ornati degli abiti
dell’antica chiesa bizantina, si proteggono dal sole sotto ombrellini
colorati ricamati in fili d’oro e paillettes. La chiesa, sovrastata da
una croce che pare più uno strumento astronomico che il simbolo della
cristianità, è stata edificata di recente: ha una base circolare
sormontata da una grande cupola e ricorda vagamente, nell’architettura,
la moschea di Santa Sofia a Istanbul. Del resto qui le tre religioni
monoteiste, pur mantenendo ognuna le proprie tradizioni, si influenzano
reciprocamente.
Accanto al complesso di chiese si stende il parco archeologico,
fronteggiato da un vistoso cartello che inneggia all’amicizia tra il
popolo italiano e quello etiope: reca la data del 2000, quando finalmente
la stele di Axum fu restituita dal governo italiano ai legittimi
proprietari. E ora eccola lì, vicino a una stele gemella, circondata da
altre prive di decori. Sotto la collinetta si aprono le tombe, o quel che
ne resta, dei dignitari della civiltà axumita. Un gigantesco monolite di
granito giace a terra, spezzato in più tronconi: fu l’ultimo a essere
scolpito, ma quando crollò e si ruppe il sito fu abbandonato,
probabilmente perché l’evento fu considerato un presagio funesto. Il
piccolo museo raccoglie ampolle e terrecotte di vario genere e tre
splendidi bicchieri di vetro del IV secolo d.C. Altre steli si perdono
nei campi tutt’intorno, fino a raggiungere il Bagno della regina di Saba,
piccolo lago artificiale, fatto scavare – pare – dalla mitica sovrana di
origini yemenite, in cui ancora adesso la gente va a lavarsi e a
raccogliere acqua. I padroni del sito sono i bambini: ridono, si mettono
in posa per una foto, saltano da una stele all’altra, laceri, polverosi,
dagli occhi felici, grandi e scuri. Abbiamo solo un panino da offrire, ma
loro dividono quel sandwich, sotto i nostri occhi, prima in due parti,
poi in quattro, poi in otto, finché anche il più piccolo ne ha almeno un
bocconcino; quindi si avviano sorridenti lungo il sentiero.
Su una collina poco distante le tombe gemelle dei re Kaleb e Gebra Meshel,
padre e figlio, gli ultimi della dinastia axumita. Nella polvere i
bambini giocano con una palla di stracci, sullo sfondo le montagne
d’Eritrea. Poco oltre incrociamo una casupola dal tetto di lamiera,
apparentemente di nessuna attrattiva. In realtà, custodisce la stele del
re Ezana, che riporta le sue gesta, su tre facce, incise in altrettante lingue:
greco, sabeo e geez. Ma non finisce qui. A pochi chilometri sorgono le
rovine del Palazzo Dongor, conosciuto come il Palazzo della regina di Saba.
È il tramonto ormai: le mura di colore ocra acquisiscono una tonalità
molto calda, mentre un autobus solleva un polverone a ovest. Girando tra
le stanze di quella che fu una sontuosa dimora la nostra unica compagnia
è un ardimentoso capretto, ansioso di provare la tenuta delle sue corna
nuove di zecca sulle nostre gambe. Ci inzucca, ma con garbo.
Al tramonto la gente si riversa nelle strade. Nelle botteghe dei
robivecchi scoviamo polverosi tesori. I bambini si fermano a conversare:
imparano l’inglese fin da piccoli, a scuola. Come la dolce Berkit, che da
grande vuole fare il medico per poter curare i bambini che si ammalano.
Generosi come sempre, dividono tra loro ciò che ricevono e non esitano a
ricambiare il regalo. Magari disegnando su un foglietto, con il
pennarello appena ricevuto in dono, un fiore di yacaranda.
(Hotel Yeha, tel.: 251 1347752377 – gradevole con una bella vista sul
parco delle steli)
Giorno 4
Adua, Yeha, Debre Damo, Hawzen (210 km circa)
Al mattino l’aria è fresca e una leggera nebbiolina si dipana nella valle
tra i monti e la cittadina di Adua.
Bambini polverosi, vestiti di abiti rattoppati e scalzi, si avvicinano
incuriositi ovunque ci fermiamo. Corrono a frotte e si mescolano tra noi.
Il più grande ha 16 anni e presenta con orgoglio i suoi fratellini
minori.
I Salesiani gestiscono una missione qui, ad Adua. Ospiti inattesi, ci
aprono il pesante cancello che chiude le mura di cinta di mattoni spessi.
All’interno sembra di entrare in un altro mondo. Tutto è pulito, gli
edifici bassi in muratura, le aiuole di garofani. È un piccolo villaggio
autosufficiente gestito da suore e volontari. C’è silenzio, nessuno in
giro, a parte una piccola fila di bambini molto piccoli con il grembiule
bianco. La scuola è organizzata dall’asilo alla quarta superiore. Aule
ordinate, linde, sembrano lucidate. Da qui dentro pare che il mondo fuori
non esista. Potremmo essere in una qualunque città italiana. I bambini
ricevono un’istruzione, e questo è indubbiamente un bene. Ma non ha nulla
a che vedere con la vita che scorre fuori da queste mura. È giusto
importare un modello educativo così lontano dalle loro tradizioni,
compreso il progetto “Estate ragazzi”, per evitare che durante le vacanze
i bambini stiano “in giro a fare niente”? È niente correre liberi e
scalzi insieme con i loro coetanei che non possono permettersi di pagare
la retta della missione, seppur modesta? Il pesante cancello di ferro si
richiude alle nostre spalle e sui nostri interrogativi. Oltre il muro di
cinta la città variopinta e polverosa. Dietro un gabbiotto di lamiera, in
prossimità di un sentiero scosceso, una piccola croce in pietra ormai
dimenticata ricorda i 7 mila caduti italiani della battaglia di Adua,
avvenuta nel 1896. Un signore incuriosito si ferma a chiedere il nostro
itinerario e ci augura buon viaggio. Lungo la strada incrociamo una
scolaresca vociante: con la divisa consumata attraversano la strada e si
inerpicano su per un sentiero tra schiamazzi, sorrisi e cenni di saluto.
Non sarebbe meglio costruire una scuola dentro il villaggio e sporcarsi
le mani con loro?
La strada prosegue tra terrazzamenti e formazioni montuose dalle forme
sinuose, alcune assomigliano alla testa di una donna. Qui si svolsero le
battaglie tra i soldati italiani e l’esercito etiope, ai tempi della
corsa alle colonie d’Africa voluta dal governo Crispi, per non rimanere
indietro nel “banchetto delle Nazioni”. La voce di Feleke rievoca la
battaglia, indica gli stretti passaggi nelle montagne dove l’esercito
etiope si nascose e organizzò l’accerchiamento del nemico, aggirando le
postazioni degli italiani. Li immaginiamo scendere dalle montagne e
vincere l’invasore. Ci vergogniamo di una pagina così brutta della nostra
storia. Come mai non distruggete i monumenti che abbiamo lasciato sulle
montagne, con tutto il carico di ricordi neri che si portano appresso? La
Storia è Storia, risponde Feleke, ogni paese ha la sua, bella o brutta, e
non va mai dimenticata.
A Yeha la strada porta attraverso un villaggio al Tempio della luna.
La costruzione risale al VII secolo prima di Cristo. Sulla parete in
fondo le pietre disegnano un foro a forma di croce, frutto dei
rimaneggiamenti dei primi evangelizzatori. Nel piccolo monastero a
fianco, gli affreschi piatti e colorati della Madonna con il bambino e
degli angeli istruivano una popolazione che fino a quel momento aveva
creduto in un pianeta. Nel microscopico museo c’è una raccolta di oggetti
di culto: una vecchia Bibbia miniata, anfore che i contadini trovano
ancora oggi lavorando nei campi e perfino un’insegna in pietra della
Divisione Gavinana: quanta strada ha fatto dall’Appennino toscano per
arrivare fin qui. Intanto il sole allo zenit appiattisce i contorni delle
cose e solleva la polvere. A Debre Damo
una distesa di euforbie a candelabro, cariche di frutti rossi e rotondi,
segna il sentiero che porta al piccolo monastero costruito su un costone
liscio della montagna. Ingresso riservato agli uomini, ma chi vuole
raggiungerlo deve fare 16 metri di arrampicata con una corda, legato alla
vita con una cintura in pelle di bue. In realtà, i ragazzini del posto si
arrampicano scalzi e senza alcuna sicurezza.
La strada prosegue in altitudine (2.500 metri), tra altopiani piatti che
qui si chiamano Amba. Nei bar dei villaggi i vecchi sonnecchiano
guardando il passeggio: un caffè corroborante è quello che ci vuole prima
di riprendere la strada. All’improvviso il sole si fa meno tenace, l’aria
rinfresca, i ragazzi tornano da scuola e davanti ai nostri occhi si
spalanca un panorama degno del grande schermo. Una piana tanto vasta da
rendere perfettamente la rotondità della terra, alberi, casupole
circondate da tondi covoni di paglia e il sole che inizia a calare.
Quando arriviamo al villaggio di Hawzen
il tramonto sta lì a farsi fotografare. I ragazzini accorrono, come
sempre attirati dagli stranieri e dalle macchine fotografiche. Parlano
tutti inglese e hanno in mano i libri di scuola. Il più grande ha 18 anni
e studia perché vorrebbe un giorno lavorare per il governo, per ora fa il
guardiano di capre. È curioso di sapere perché gli stranieri fotografano
il tramonto: non c’è questo fenomeno anche in Italia, o negli Stati
Uniti? Ci racconta che nella piana, proprio sotto i nostri piedi, gli
italiani, al tempo dell’occupazione, hanno lasciato un’iscrizione su una
pietra. Si scusano, stringendoci le mani, perché le loro sono sporche; i
più piccoli si mettono in posa, attirati dagli schermi delle macchine
digitali che restituiscono subito l’immagine dei loro volti sorridenti,
masticano chewingum con aria molto impegnata a non inghiottirli. Cala il
buio e ci dobbiamo salutare: forse ci incontreremo domani. Gli auguriamo
buona fortuna: che possano studiare per aiutare a crescere questo paese,
che ha visto i suoi giovani migliori emigrare all’estero per guadagnare
stipendi più decorosi. Feleke a cena ci racconta di come, all’epoca del
governo comunista di Menghistu, i paesi del blocco accogliessero i figli
dei governi amici per dare loro un’istruzione; qualcuno poi ritornava in
patria per aiutare la famiglia e i molti fratelli, rimasti magari senza
padre, perduto durante le numerose guerre, quella civile e quelle con i
paesi confinanti, Eritrea e Somalia. Cuba, in particolare, resta per
molti un ricordo carico di dolcezza, legato agli anni della
formazione: un buen retiro dove sognare di fare ritorno, un giorno.
Attualmente il governo impedisce la fuoriuscita dei giovani laureati,
trattenendo il titolo di studio conseguito per una decina di anni.
(Gheralta lodge, tel.: 251 115545489 – molto confortevole, in una piana
meravigliosa, gestito da un italiano, gli amanti della cucina italiana
all’estero troveranno ottime lasagne)
Giorno 5
Hawzen-Makalle
All’alba i monti che affiorano dalla pianura si tingono di rosa. La
strada è polverosa, la gente già in cammino, a piedi o con l’asino, per
andare al mercato. Il massiccio dalla cima piatta ci aspetta. Al punto di
attacco del sentiero impervio un folto gruppo di ragazzi attende i
turisti che oggi saliranno fino alla sommità per visitare le chiese
rupestri, la cui esistenza, da qua sotto, è insospettabile. Un giovane
caporale forma la squadra degli aiutanti, scegliendo oggi quelli che ieri
non hanno lavorato, in modo da distribuire i guadagni nel modo più equo
possibile. Non si può salire senza accompagnatore, non tanto perché il
sentiero sia difficile – anche se a tratti è esposto e vi sono passaggi
non agevoli – quanto per non privare queste persone della loro unica
fonte di guadagno. E così si sale, nelle gole strette formate dalle
fenditure della roccia, sui sentieri più larghi che dominano la vallata
laggiù. A volte si è costretti a muoversi a quattro zampe. Finalmente
conquistiamo la cima, dove vecchi sacerdoti stringono croci nelle mani
nodose. La Chiesa di Maria è scavata parzialmente nella roccia ed è coperta di affreschi. Chi li ha
dipinti? Non vi sono certezze: è un mistero, questa è la verità. Sono
ispirati alla chiesa di Bisanzio, come testimonia una lira dipinta in una
minuscola cappella interamente scavata nella roccia, sul fianco
posteriore della montagna. Si entra da una porta alta un metro e larga
forse 50 cm: fuori uno strapiombo con vista da gran cinema sulla vallata
e sulle altre formazioni rocciose. Una vista mozzafiato e non solo per le
vertigini dovute al vuoto. La discesa è più ardua, anche perché un
foltissimo branco di scimmie ci raggiunge, piombando su di noi dall’alto
e facendoci rotolare addosso – o forse scagliandoci – alcune pietre. Un
attimo di scompiglio, poi i macachi scappano via, rifugiandosi in alto, a
distanza di sicurezza dagli uomini. Al momento di lasciare i nostri
accompagnatori sorge una piccola questione sui pagamenti. Bisogna stare
molto attenti a dare a tutti la stessa cifra: non si possono far
scatenare risse perché qualcuno è stato più fortunato di altri.
Nei mercati che incontriamo lungo il cammino si pratica ancora il
baratto. La piazza è una distesa di polvere. Cipolle, aglio e lastre di
sale sono le principali merci in vendita, ma c’è ben poco d’altro. Su un
telo di plastica un cumulo di scarpe di plastica.
Questa regione, la Geralda, è ricca di cappelle rupestri. Gli affreschi più belli sono nella
piccola chiesa di Abuna Abraham, vicino al villaggio di Degum.
Anche di questo monumento si sa quasi nulla. Pare sia stata bruciata
dalla terribile regina ebrea Judith, ma gli affreschi risalgono al 1700,
sono ricchi e colorati e il sole del pomeriggio li illumina a
sufficienza, nonostante la chiesa sia sprofondata per tre quarti nella
roccia. La strada riprende, asfaltata: un lusso dopo tanta polvere, che
ci copre completamente gli abiti. Arriviamo a Makalle verso sera: è un'altra
tappa della via Crucis dei nostri soldati in
Etiopia, alla fine del XIX secolo. Nell’albergo, il migliore della città,
non c’è acqua: hanno dimenticato di azionare la pompa. Due piccioni
addomesticati passeggiano tranquillamente nella hall, sembrano scambiarsi
pareri sui nuovi stranieri appena arrivati. Dopo un po’ di tempo e
qualche macchinosa operazione la pompa entra in funzione e l’acqua inizia
a scorrere calda, almeno ai piani alti. Ripuliti, scendiamo nella sala
ristorante. Incrociamo i due piccioni che viaggiano sempre in coppia,
anche loro scendono: in cucina.
(Hotel Jordanos, tel.: 251 344418724, confortevole)
Giorno 6
Makalle-Lalibela (300 km circa)
I nostri sogni sono popolati di processioni, pellegrini e croci. Una
musica lontana ci strappa dal sonno all’alba. Sono le 5, è domenica e
dalla chiesa vicina arriva il salmodiare dei sacerdoti che celebrano la
funzione: durerà molte ore. Per le scale dell’albergo odore di pennuto
arrosto: per fortuna i due piccioni sono sempre lì, a passeggiare, con la
loro aria da comari, tra la hall e la cucina.
Oggi giornata di trasferimento, la strada è di 300 km e si snoda tra i
villaggi. Abbiamo imparato a non chiedere la durata dei trasferimenti,
perché in Africa il tempo ha un tutto un altro significato: come dicono
qui, “in Europa avete le ore, noi abbiamo il Tempo”. Del resto, sono le
9, ma tutti gli orologi intorno a noi segnano le 3 perché è la terza ora
dal sorgere le sole, spuntato alle 6. Semplice, no? Al mattino il cielo è
chiaro e l’aria fresca, bisogna indossare un maglione. Attraversiamo la
regione del Tigrai: le case sono in mattoni, a pianta quadrata, con il tetto di lamiera,
una porta, una finestra, circondate da muretti bassi in pietra, grandi
cactus carichi di frutti, covoni di paglia a forma di panettone e granai
dal tetto anch’esso di paglia, chiuso sul colmo da un’anfora sfondata di
coccio. Intorno a noi un mare di bambini, per nulla intimoriti dagli
stranieri, anzi incuriositi dalle macchine fotografiche, si mettono in
posa ancora una volta davanti agli obiettivi: richiamano la nostra
attenzione intrufolandosi ovunque, mentre Feleke ci illustra le varie
fasi storiche della riforma agricola.
La strada è quasi sempre sterrata: è molto facile bucare. Il terreno si
fa sempre più rosso, ricco di minerali ferrosi, e più arido. Compaiono
grandi baobab ancora privi di foglie. Vicino ai rari corsi d’acqua,
piccoli appezzamenti coltivati risplendono di un verde fresco e
brillante. Le montagne, gli Amba dalla cima piatta, segnano canyon profondi. Il sole diventa rovente,
l’aria secca prosciuga la pelle e i polmoni ed è solo gennaio: come sarà
ad agosto?
Termina la regione del Tigrai e inizia quella di Amara. Nei villaggi più grandi le case sulla strada sono in mattoni, a un
piano, con la facciata decorata a colori accesi. Nelle zone rurali,
invece, le capanne hanno forma circolare, si chiamano tukul:
con il tetto di paglia, tutte raggruppate intorno ai covoni, formano
piccoli agglomerati che sembrano usciti dalle illustrazioni di un libro
per bambini, un sussidiario aperto sulle pagine della preistoria. La
valle si fa più stretta e sale fino a 3.000 m. L’aria improvvisamente è
fredda. I bambini di guardia alle greggi hanno vestiti laceri in cui le
sovrapposizioni di rammendi servono solo a tenere insieme i buchi.
Guardano le nostre maglie e le accettano volentieri, benché siano usate.
Gli abiti degli adulti non sono in condizioni migliori. Avremmo dovuto
portarne di più, da casa.
Cala il buio, profondo. Sulla strada, solo i fari delle nostre jeep
disegnano le curve. Poi ecco spuntare lassù, in alto, le prime luci di
Lalibela.
Il cuoco dell’albergo dove alloggiamo è un robusto signore di origine
giamaicana: cucina bene e lavora tutto il giorno, colazione, pranzo,
cena, infaticabile e sorridente. Di religione rasta
i suoi avi furono catturati e deportati dai negrieri nel continente
americano. Poi l’ultimo imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié, firmò un
accordo con la Giamaica, promettendo terra a chi, discendente di questi
schiavi, volesse far ritorno all’antica patria. Ed eccolo qui, con il suo
bel cappello bianco. A tavola commentiamo con Feleke come certe religioni
nascano quasi per caso, poi però le guerre nel nome di dio si combattono
per davvero.
(Hotel Mountain View, tel.: 251 333360564, confortevole, ottima cucina,
purtroppo ha posto solo per una notte)
Giorno 7 (
Lalibela
In passato Lalibela
era raggiungibile solo dopo un viaggio di 15 giorni in groppa a un asino.
Adesso c’è la strada asfaltata, ma l’80 per cento della popolazione si
muove ancora con l’asino o a piedi. La città ha l’aspetto di un grande
villaggio e non di un centro urbano.
Narra la leggenda che, alla nascita dell’ultimo discendente della
dinastia Zagwe,
il bambino fu subito circondato dalle api, ma queste non lo punsero. La
madre comprese così la sua regalità: era destinato a diventare un giorno
il re Lalibela. Sfuggito a un avvelenamento, ancora ragazzino, non è certo se fuggì a
Gerusalemme, dove rimase per alcuni anni, o se gli angeli lo portarono in
paradiso per mostrargli una città fatta di chiese scavate nella roccia.
Tornato in Etiopia e assunto il potere, decise di costruire una copia
della Città santa. E così sono giunte fino a noi le chiese rupestri: giganteschi monoliti ipogei scavati nella roccia di tufo e riccamente
affrescati. Crollate alcune a causa di terremoti, rovinate dall’acqua,
sono state restaurate negli anni Cinquanta. La chiesa di Bet Mediane Alem, quella di Bet Maryam, la chiesa delle croci Bet Meskal
e, ancora, Bet Dangal, Bet Mikael
e Bet Golgotha.
Poiché sono una copia di Gerusalemme, la leggenda vuole che ospitino le
tombe di Abramo, Isacco, Gesù, Adamo, dello stesso re Lalibela. Piccole,
buie, collegate da cunicoli e stretti passaggi, vennero costruite di
giorno dagli uomini e di notte dai santi. Come l’ultima opera del re,
intatta nei secoli: Biet Giorgis,
la chiesa di San Giorgio, realizzata su richiesta del santo stesso. È la
più bella: a pianta cruciforme, rappresenta l’arca di Noè. All’interno è
custodita la croce di san Giorgio e un antico baule di cui si serviva il
re durante i suoi spostamenti; c’è chi sostiene che vi sia stata
trasportata addirittura l’Arca dell’Alleanza.
Al pomeriggio hanno inizio le celebrazioni del Timkat, l’Epifania della chiesa copta, secondo il calendario giuliano. Dalle
chiese i sacerdoti, protetti da ombrellini ricamati e colorati, portano
fuori i Tabot in cui sono custodite le tavole della Legge. Le varie confraternite
invadono le strade cantando e ballando, seguite da una processione di
pellegrini avvolti in candidi mantelli di cotone leggero. Come una sagra
di paese il Timkat non è solo una cerimonia religiosa, ma anche un
momento sociale d’incontro, come i matrimoni o i funerali. La folla è
impressionante: si cammina a stento trascinati da una fiumana di gente,
pronta ad aiutarti se per caso inciampi e rotoli per terra, caso non
infrequente. Tutti i gruppi si raccolgono in un grande spiazzo erboso
intorno ai sacerdoti, posti in semicerchio, sotto gli ombrelli. Gruppi
sparsi di ragazzi intonano canti religiosi, saltando e battendo le mani
gioiosamente. Poco prima del tramonto la folla lentamente si disperde:
qualcuno siede sotto gli alberi a chiacchierare, altri chiudono gli
ombrellini, raccolgono i mantelli e si avviano verso le loro capanne. I
bambini, esausti da tanta eccitazione, piangono stanchi. Sono abitazioni
molto povere, quelle di Lalibela: tukul circolari, di paglia, un piccolo
braciere a carbone davanti alla porta per cuocere il poco cibo su cui può
contare una famiglia, una stuoia dentro la capanna dove giacere la notte.
Lungo la strada un bimbetto ci sorride e ci prende per mano: avrà si e no
5 anni. Dell’inglese conosce solo la formula per dire il suo nome. Dove
sono i genitori? Chiediamo in giro, ma nessuno lo sa: forse al villaggio,
ci risponde un ragazzino più grande che ci segue dappresso. Camminiamo,
camminiamo e cresce l’ansia di non trovare qualcuno cui affidare il
bambino, che continua a tenerci per mano e a sorriderci fiducioso.
Arrivati davanti all’albergo, ovviamente che non possiamo portarlo con
noi: che fare? Proviamo a regalargli una maglietta, gli arriva fino alle
ginocchia, ma lui è contento e gli brillano gli occhi: un vestito nuovo,
senza buchi. I bambini più grandi adesso si avvicinano e lo aiutano a
indossarla, poi lo mettono in posa per una foto. Adesso ci è chiaro che
lo stavano proteggendo: troppo piccolo e inesperto, deve imparare come
avvicinarsi agli stranieri. I ragazzi più grandi, invece, hanno elaborato
un altro metodo. Si avvicinano dichiarando di essere studenti e ci
chiedono l’indirizzo e-mail, per poi poterci scrivere, mantenere un
contatto, chissà, magari chiedere un contributo agli studi. Oggi
Giancarlo ha aiutato un bambino a comprare i libri di scuola e un po’ di
materiale di cancelleria: la spesa è stata di tre euro… a un altro ha
regalato un po’ di vestiti. È solo una goccia nel mare, certo, ma se non
lo facessimo sarebbe una goccia che manca al mare. Intanto, i ragazzini
salutano e scortano il bambino con la mia maglietta troppo grande verso
il suo tukul. Rientriamo in albergo che, ironia della sorte, si chiama
proprio “Tukul village”. Anche qui costruzioni circolari, ma in muratura,
dentro un bel giardino fiorito, acqua corrente e calda, ristorante. Ogni
“capanna” è dotata di un’ampia vetrata che dà sulla vallata, dove non
abita nessuno: la polvere e la povertà non offenderanno gli occhi del
turista da questa camera con vista. E pensare che qualcuno oggi ha avuto
il coraggio di lamentarsi con veemenza perché il suo alloggio è troppo in
angolo e non gode di un adeguato panorama.
(Hotel Tukul Lodge, tel.: 251 333360804, confortevole, ottima cucina, in
centro)
Giorno 8
Lalibela: cerimonia del Timkat
Alba. È ancora buio. La strada è meno affollata, per ora. Scorrono
sottili figure avvolte in mantelli bianchi. Le piccole fiammelle delle
candele illuminano mani volte al cielo in preghiera. I sacerdoti non
cessano di cantare. Nello spiazzo intorno al fonte battesimale è stata
eretta un’impalcatura di bambù, su cui prendono posto essenzialmente
turisti stranieri, 150 birr l’ingresso (circa 7 euro). Scricchiola,
preferiamo non fidarci.
Si fa chiaro a est. Le figure assumono contorni più definiti. Al centro
della piazza il grande fonte battesimale a forma di croce greca si sta
riempiendo d’acqua. Arrivano i sacerdoti con i loro ombrelli colorati e
prendono posto intorno al fonte, in mezzo a un largo cerchio formato dai
diaconi, dall’abito bianco e rosso, e dai cantori. Si levano orazioni
accompagnate da danze, i diaconi battono ritmicamente le mani. Si rievoca
il battesimo di Cristo. Si pronunciano letture dal Nuovo Testamento e
l’acqua battesimale, come da tradizione, diviene quella del Giordano. Il
sole sorge a illuminare le croci e l’abito dorato dell’ abuna,
il patriarca, che sale sul fonte. Immerge più volte la croce, poi toglie
il mantello, afferra un secchio e inizia a lanciare acqua benedetta su
tutti gli astanti. È un bagno collettivo. La folla si lancia verso il
fonte e l’allegria si impossessa di tutti. In un attimo siamo bagnati da
capo a piedi: la cerimonia del ri-battesimo è compiuta.
Lasciamo lo spiazzo dove ancora gli astanti indugiano per questa festa
attesa tutto l’anno, pochi giorni che valgono come spartiacque di un anno
di fatiche. A una decina di chilometri da qui c’è la chiesa di
Neakutellab
, costruita sotto uno sperone roccioso: si trova in una zona poco battuta
dai turisti, noi siamo gli unici presenti e questa è una vera pacchia.
Dalla roccia cola l’acqua che, goccia dopo goccia, ha scavato le pietre,
trasformandole in piccole conche. Il sacerdote bagna il capo dei presenti
con un bicchierino di plastica azzurro, all’occorrenza lo usa anche per
bere. Poi ci mostra una piccola e magnifica collezione di oggetti di
culto: croci, corone, un portaincenso e un testo sacro. Fuori giovani
donne già madri e bambine hanno apparecchiato rapidamente un piccolo
mercatino di artigianato, approfittando dei rari turisti. Intanto, le
confraternite delle varie chiese ripercorrono la strada a ritroso per
ricondurre i Tabot
ai loro ripari, dove resteranno custoditi fino al prossimo anno. Passano
i sacerdoti sotto gli ombrellini colorati, i diaconi che intonano canti e
danzano, i pellegrini dai bianchi mantelli e i bambini vestiti a festa.
Si riversano tutti nelle chiese rupestri, dove oggi si cammina scalzi su
tappeti di aghi di pino e foglie fresche e profumate. Ecco il secondo
gruppo di chiese rupestri, separate dal primo da un immaginario fiume
Giordano: Bet Gabriel e Rafael
, Bet Lehem
, Bet Mercurios
, Bet Emanuel. Tutte collegate da cunicoli, talvolta stretti e bui come l’inferno. In
ognuna il sacerdote mostra una croce di diversa fattura, i fedeli la
baciano ripetutamente. Qualche struttura, danneggiata dai terremoti,
mostra le sue profonde fenditure. I tamburi cerimoniali sono abbandonati
sui tappeti. I diaconi si tolgono l’abito bianco e rosso ridendo, alcuni
sono appena ragazzi. La visita si chiude con la meravigliosa chiesa di
Abba Libanos
: è attaccata alla roccia solo con la base e il soffitto, una galleria le
è stata scavata tutta intorno. Il sacerdote ride, mettendosi in posa per
una foto. Gli ombrellini richiusi sono stati appesi, i cappellini con la
croce accatastati in un angolo, vicino al dipinto del santo che spacca la
roccia e ne fa sgorgare acqua pura, così fondamentale per questo paese.
La festa volge al termine: a Lalibela è tornata la calma. Sotto gli
alberi, sui tavolini di vimini, tazzine di caffè e chiacchiere sottovoce.
Sarà festa ancora per qualche giorno. La gente, la sera, gironzola nelle
stradine semibuie. Il caffè è una produzione importante per l’Etiopia ed
esiste una vera e propria cerimonia
(Abyssinia coffee house, Lalibela). I chicchi ancora crudi vengono lavati
e messi a tostare su un braciere; quando diventano scuri si pestano
dentro un contenitore di legno e la polvere viene versata in un’anfora
nera, dal collo lungo e stretto, detta jebena,
dove bolle l’acqua; a questo punto occorre lasciar depositare il liquido
denso e forte prima di servirlo in piccole tazzine. Buono e corroborante.
Si può ingannare l’attesa bevendo idromele o grappa di orzo, che qui
chiamano araki. Nelle piccole coffee house a forma di tukul si può anche
assistere a uno spettacolo di danze tradizionali. La musica è ipnotica,
rari gli strumenti: due tamburi e una sorta di cora con poche corde
ripetono gli stessi accordi all’infinito. La danza è incalzante e a
scatti, i movimenti delle spalle ritmici e violenti. Il sorriso stampato
sui bei volti dei ballerini, l’incenso che si sparge nel tukul in sottili
volute di fumo, la brace che arde… ecco, il caffè è pronto.
Giorno 9
Lalibela-Gondar (360 km circa):
Viaggio di trasferimento a Gondar
360 km sulla cosiddetta strada cinese, perché costruita con sovvenzioni
della Cina. Un po’ asfalto e un po’ sterrato – e molti lavori di
manutenzione – obbligano a una marcia irregolare che occuperà gran parte
della giornata. Ma ne vale la pena, perché il paesaggio è splendido. Via
via si sale, arrivando a 3.000 metri e dominando le vallate sottostanti.
Eucalipti, conifere, arbusti dai fiori gialli o rossi. Mandrie di mucche
e capre. Pastori, molto spesso bambini, gli abiti stracciati e sporchi:
riapriamo le valigie per consegnare loro quel poco che abbiamo e per quel
nulla riceviamo mille ringraziamenti.
Tukul e campi coltivati, inizia la mietitura nell’aria frizzantina. Oggi
è l’ultimo giorno del Timkat: nei villaggi che attraversiamo è ancora
festa, la folla è riunita per strada. Bambini e ragazzi armati di bastoni
fronteggiano le auto di passaggio per chiedere un contributo: un colpo di
clacson li disperde, ma talvolta ci scappa una manata sulla macchina, per
protesta. Il nostro arrivo nei villaggi genera sempre scompiglio: ecco
gli stranieri con le macchine fotografiche! Subito siamo accerchiati da
una folla di persone che ci tira per la maglietta dicendo: “You, you”. I
bambini fanno a gara per essere fotografati, quasi si azzuffano per
conquistare un primo piano. Ma c’è anche chi fra loro conosce bene la
storia dell’occupazione italiana in Etiopia e ci chiede cosa intende fare
il nostro paese per rimediare ai passati disastri. Ha ragione, ma
rispondere è difficile: ce la caviamo con qualche frase di circostanza.
Appena arrivati a Gondar
, ecco le basse costruzioni lasciate dall’esercito italiano e ora
occupate dai militari etiopi. Il confine con il Sudan è vicino,
attualmente non ci sono tensioni. Anche l’albergo dove alloggiamo era
stato costruito dagli italiani, ma non fecero in tempo a usarlo: quando
se ne andarono fu ribattezzato “Ciao ciao Italia”. Ora, nel giardino
sotto gli alberi, si ascolta musica etiope e si può sorseggiare un buon
caffè nel buio quasi totale della sera. Dopo cena, sulla terrazza, si
suona e si balla intorno a una tavola imbandita: siamo lì a osservare un
po’ in disparte la festa quando ci invitano a danzare a questi ritmi così
sincopati, un ballo in cui bisogna muovere prevalentemente le spalle, a
scatti. Molto difficile, soprattutto non essere ridicoli. Dopo un’ora
siamo seduti al tavolo: c’è una signora inglese che festeggia il suo
compleanno e il suo recente matrimonio con un ragazzo di qui, molto più
giovane di lei. Facciamo un brindisi a questo paese così accogliente, al
cuore grande d’Etiopia.
(Hotel Quara, tel.: 251 581115790, buona sistemazione, cena a buffet,
bella terrazza e giardino per sorseggiare l’ottimo caffè ascoltando
musica)
Giorno 10
Gondar
I castelli di Gondar. Potrebbe essere il titolo di un romanzo di Tolkien,
tanto è evocativo. Sono patrimonio dell’Unesco, una delle meraviglie del
mondo. Entrando si vede solo il primo, costruito da re Fasilidas nel
1600. Ma ecco che, girandogli intorno, compaiono tutti gli altri,
compreso l’Archivio , detto la Casa di carta e la gabbia dei
leoni abissini, l’ultimo dei quali è morto dieci anni fa: uscito
incautamente dalla sua prigione, è stato abbattuto. Qui passa la storia
recente d’Etiopia, l’arrivo dei conquistatori dalla penisola arabica,
l’aiuto dei portoghesi che però imposero al re la conversione al
cattolicesimo, la riconversione all’ortodossia della chiesa copta, la
conseguente perdita del potere. Re Fasilidas e i suoi discendenti hanno
abitato qui: il re Davide appassionato di animali e musica, la regina
Mentwab che regnò 25 anni per poi ritirarsi a vita privata, a tre
chilometri da qui. Tutt’altro che ruderi, gli splendidi volumi dei
castelli giacciono in una piana verde, punteggiata di pini d’Abissinia e
alberi di yacaranda dai fiori viola che ricamano il cielo. Completamente
spogliati degli arredi interni, offrono le loro stanze vuote e ampie,
decorate talvolta con motivi moghul. L’intero complesso dei castelli è
circondato da sette chiese, oggi molto restaurate, nelle quali non si può
entrare. Il re poteva assistere ai riti liturgici da una torre, senza
scendere tra la folla.
A poca distanza da qui sorge la chiesa di Debre Berhan Selassie, sul cui
tetto troneggia la croce di Gondar, contornata da uova di struzzo.
L’interno è completamente rivestito di affreschi che narrano storie
bibliche, dalla nascita di Maria alla resurrezione di Cristo. Dalle travi
del soffitto di legno si affacciano schiere di angeli. Nel controluce
della porta si staglia la sagoma reale di una donna che prega: avvolta
nel mantello bianco si inginocchia ripetutamente al cospetto di Cristo e
dei santi, che la osservano con i loro occhi grandi e scuri.
I portoghesi, come detto, imposero al re Fasilidas la conversione al
cattolicesimo. Ma durò poco: i culti non si possono imporre. Sicché,
appena possibile, il sovrano fece costruire un grande Bagno dove poter
ribattezzare 400 persone alla volta e riportare tutti rapidamente al
primigenio culto ortodosso. Adesso l’edificio e la piscina che lo
circonda sono in ristrutturazione: le mura sono avvolte e allo stesso
tempo sorrette dalle radici degli alberi, come ad Angkor. In sottofondo
il picchiettio delle lavoratrici, magre e vestite di poveri cenci, che
sminuzzano a colpi di mazzuolo le pietre per le piccole riparazioni. Ben
diversa dalla loro fu la vita della regina Mentwab. Quando si
ritirò, come abbiamo visto, si fece costruire un castello immerso nei
pini e nei sicomori, con tanto di stanze per gli ospiti illustri e i
banchetti e una cappella per la preghiera. Le sue ossa riposano nel
piccolo museo, dove si può ancora ammirare il suo letto e un interessante
libro di musica su cui vengono indicate le diverse voci del coro:
l’incunabolo è custodito sotto vetro, tanto è prezioso. Improvvisamente
sale un odore di terra bagnata, rotolano tuoni e si scatena una pioggia
fitta. Nel villaggio Falasha vicino a Gondar i bambini non perdono
la loro vivacità nel proporsi, con il viso rigato da rivoli di pioggia.
Qui vivevano i discendenti etiopi degli ebrei: adesso ne sono rimasti
pochi e a loro si mescolano copti con la croce tatuata sulla fronte. La
sinagoga, sormontata dalla stella di David, è stata trasformata in un
piccolo negozio di artigianato: galline d’argilla, statuette di Salomone
con la regina di Saba e il piccolo Menelik, cestini di stoffa colorata. A
partire dagli anni Settanta lo Stato di Israele organizzò diversi ponti
aerei (operazione Mosè, Giosuè e Salomone) per trasferire in massa i
falasha ad Haifa, ufficialmente per salvarli dalla carestia, praticamente
per ingrossare le fila del popolo eletto. E lì vivono adesso, in un
contesto totalmente diverso rispetto a quello di provenienza, ghettizzati
perché poveri e africani, ma assai utili come soldati, impegnati in un
paese perennemente in guerra. Così ci conferma Feleke: anche suo fratello
vive in Israele, ha approfittato dei ponti aerei per inseguire la
prospettiva di una vita migliore. Non è ebreo, ma suo figlio sì, per
discendenza materna. E ora è arruolato nell’esercito israeliano. La
pioggia, intanto, si dirada e con essa le nuvole.
Verso sera Gondar riprende vita. Chi fa ritorno a casa, chi si attarda
nei bar per un caffè. Fuori dalle casupole più povere ardono le braci per
cuocere la cena. I bambini inseguono copertoni stracciati che rotolano
nelle discese, si fermano a parlare con noi, fanno i gradassi davanti
all’obiettivo della macchina fotografica. Architetture di epoca fascista,
ma con intonaco in chiave africana: il cinema, l’albergo sulla piazza,
l’edificio delle poste. Un caffè all’aperto. Si fa sera e, come sempre,
un piccolo guasto all’impianto elettrico favorisce il calare delle ombre
e l’intimità delle chiacchiere.
Giorno 11
Gondar- Bahar Dar (230 km circa):
Nei dintorni di Gondar la zona rurale è seminata a sorgo e adesso è la
stagione della raccolta. Rosso e bianco, trasformato in farina e
distillato. La macinatura avviene con metodi rudimentali: i piccoli
chicchi del cereale vengono calpestati dagli zoccoli delle mucche che
girano in tondo per un tempo infinito. E con loro il pastore. Rettangoli
di fiori gialli e arancioni interrompono le spighe dorate: è il suf , da
cui si estrae olio da cucina. Dopo una trentina di chilometri arriviamo
al villaggio di Gorgora , per un breve periodo capitale del regno,
poi abbandonata per la presenza della malaria, sorgendo sulle rive del
lago Tana. È fuori dagli itinerari turistici per un grossolano
errore, poiché qui si trova una delle chiese più belle del lago: Debra
Sina Maryam. Di pianta circolare, è un grande tukul in legno con il
tetto di paglia e, all’interno, il sancta sanctorum: un cubo in muratura,
il maqdas
sormontato da un tamburo e circondato dal qeddest, il deambulatorio.
Affreschi del Vecchio e del Nuovo Testamento, del Talmud e della Torah. È
sprofondata nel verde, popolato da uccelli del paradiso, dal piumaggio
iridescente e dalla lunga coda bianca.
Ancora 150 km per arrivare alla prossima meta: Bahar Dar , sempre sul
lago Tana. Si scende di quota e inizia a fare caldo. Musica tradizionale
in sottofondo e, nuovamente, campi di sorgo, villaggi polverosi e
affollati dove ancora si festeggiano residui di Timkat. Foreste di alberi
gonfi di foglie e verdi piantine di chat. Ogni giorno parte un cargo
dall’Etiopia diretto nello Yemen, con il suo fresco carico di quello che
all’arrivo verrà chiamato qat e masticato tutto il giorno, e in fretta
perché deperisce subito.
A Bahar Dar (che significa la porta del lago), passato il ponte
sul Nilo Azzurro , una serie di viali alberati porta al centro
della cittadina, dall’urbanistica ordinata. Case basse in muratura,
qualche condominio a più livelli di recente costruzione, botteghe aperte
sulla strada. Eccoci al mercato, il luogo migliore per capire come vive
la gente, cosa mangia, con quanto riesce a campare. È grande, ma rivela
il grado di povertà del paese, soprattutto nelle sue zone marginali, dove
la merce è poggiata a terra tra polvere, bucce e altri scarti. Il grosso
della struttura è al coperto: grandi teli di plastica sono stesi tra
corridoi di spezie colorate, incenso e mirra, su cui spiccano colline
di berberé piccantissimo. Piramidi di frutta e verdura esposte con
armonia di colori. Canestri di pomodori, cipolle, peperoncini verdi,
zenzero fresco. Caffè in chicchi crudi dentro grandi sacchi di juta.
Miele grezzo appena prodotto, da assaggiare intingendovi un dito. Quando
si scantona da questa zona di meraviglie, per la gola e per la vista, si
insinua il disagio negli occhi di chi raramente si è trovato a
confrontarsi direttamente con questo genere di realtà. Si chiama povertà:
esiste, anche se non la vediamo che attraverso gli schermi delle nostre
televisioni e i discorsi dei signori ben nutriti del Fondo monetario
internazionale. E piovono le prime gocce di pioggia sul display che
quotidianamente regola il prezzo del caffè, sulla ragazza che sta
setacciando i minuscoli chicchi di teff
con cui si prepara la ‘njera , sui bidoni di plastica colorata per
raccogliere l’acqua al fiume, sulle shamma
le sciarpine bianche del Timkat. Piove sul venditore di magliette, che
ripiega veloce la sua mercanzia, sulla maglia gialla su cui campeggia la
scritta che ha fatto sognare i quattro angoli del mondo: Obama, yes we
can! Si bagna la strada coperta di pietre e bucce e pomodori schiacciati.
Qualcuno ha protestato: tutta questa povertà, e ora ci si mette anche la
pioggia! Torniamo all’hotel, nostro malgrado, al rifugio che ci protegge
dai mali del mondo, visti da vicino e che feriscono i nostri viziati
occhi occidentali. Doccia calda in un bagno dalle dotazioni spaziali:
idromassaggio con musica, led blu a colorare l’acqua che cade copiosa
dall’alto, calda e abbondante. I camerieri che lavorano qui guadagnano
400 birr al mese (circa 20 euro) e fanno il bagno nel fiume, il mitico
Nilo Azzurro (che al di là del nome evocativo è pur sempre un fiume),
perché le loro case non sono dotate di impianto idrico, come del resto in
quasi tutta l’Africa. Ci imbarazza molto tutto questo. Facciamo una
doccia rapida, cercando almeno di non sprecare troppa acqua.
(Hotel Abay Minch, tel.: 251 582181039, bungalow di lusso immersi in uno
splendido giardino)
Giorno 12
Bahar Dar-Addis Ababa
Giancarlo si è alzato all’alba. Ha lasciato la sua stanza ad alcuni
camerieri affinché potessero fare una doccia calda, con bagnoschiuma e
asciugamani puliti. È la solita goccia nel mare, ma almeno per oggi non
sono costretti ad andare al fiume. Sarà anche il Nilo Azzurro, ma l’acqua
è fredda. Inoltre, stanotte ha piovuto e i sentieri nei dintorni di Bahar
Dar sono fangosi, ci si sprofonda fino alla caviglia. Paesaggio rurale,
capanne, armenti. Nella regione di Amara le giovani spose si tagliano i
capelli cortissimi, per non attirare gli sguardi di altri uomini. Minute
e rasate, le vediamo passare trasportando grossi pesi e, sulle spalle, il
fagottino con il loro ultimo nato. Figli tanti, quanti dio vorrà,
qui dove manca totalmente l’istruzione e siamo lontanissimi da
qualunque pratica contraccettiva. I bambini sono promessi sposi già a 8
anni, a 15 si celebra il matrimonio. Piantagioni di canna da
zucchero, bimbi scalzi con gli abiti laceri. Capre, mucche. Il Nilo
Azzurro. Lo attraversiamo su una barchetta per raggiungere il
sentiero sull’altra sponda e continuare a piedi fino alle cascate. La
diga ha sottratto molta acqua, per sapere come fosse la cascata, prima,
bisogna affidarsi al disegno sulla banconota da un birr. Nonostante la
portata sia molto ridotta, lo spettacolo è ugualmente bello, in mezzo a
tutto questo verde, con lo scroscio e gli spruzzi iridescenti. Sapienti
venditori hanno attrezzato sul prato i piccoli tavolini per preparare
l’ottimo caffè etiope, che attende caldo dentro le caffettiere dal lungo
collo su bracieri sempre accesi.
Oggi è sabato, molti non lavorano, in città le bancarelle vendono il chat.
Piccole foglie fresche, amare. Da masticare lentamente, accompagnate da
noccioline tostate, coca cola o acqua, come ci spiega la venditrice,
perché le foglie lasciano la bocca ruvida. Il rito per riprendere
possesso del tempo. Vogliamo provare anche noi. Bisogna dire che il chat
ha un affetto sicuramente digestivo, tiene svegli come bere una buona
tazza di caffè, ma altri esiti non ne ha dati, non ci è passato
l’appetito ne’ il sonno. Sicuramente nello Yemen ne masticano di più e
per più tempo, a noi invece non ha fatto nulla. Col senno di poi ci è
venuto in mente che dall’inizio del viaggio siamo stati attentissimi agli
aspetti igienici legati al cibo, per poi abbandonare ogni precauzione con
queste foglioline consumate crude e pulite dalla polvere solo con le
mani! Ebbene non ci è venuta nemmeno una piccola gastroenterite!!
Consapevoli di esprimere solo la nostra parzialità, come direbbe Giulia,
possiamo affermare che per noi il chat è innocuo…
Sul lago Tana soffia una brezza fresca, la superficie è piatta,
punteggiata da isolotti e penisole su cui sorgono monasteri. Sentieri
ombreggiati, piante di caffè, scimmie e scoiattoli. Bancarelle di
artigianato religioso, madonne dipinte e croci in finto
argento, tanqwas barchette di papiro, simili a quelle vere, che usano i pescatori sul
lago, ma ridotte a soprammobile. La chiesa della Madonna del perdono
sulla penisola di Zeghie è come sempre di pianta circolare, con
ilmaqdas , il sancta sanctorum, splendidamente affrescato. Le
scene dell’Antico e del Nuovo Testamento, della Torah e del Talmud sono
state provate sui battenti di legno della chiesa, trasparenti figure a
carboncino che annunciano i tesori dipinti all’interno. Un monaco vestito
di blu, avvolto in un mantello giallo, sorride accogliente scostando i
teli che coprono le pitture e indicando la cassetta delle offerte: non
dimentichiamo che i restauri costano. Nel piccolo monastero di Entos
Eyesus , su un’isoletta, vivono monache simili a madonne
rinascimentali ammantate di azzurro. Nella piccola chiesa in cima
all’isola affreschi vivaci per il recente restauro – non proprio
conservativo – con una Madonna bambina tenuta in braccio da Cristo nel
regno dei cieli. Intorno è silenzio, non ci sono bambini a proporre
acquisti, niente bancarelle. Fuori dalle poche capanne i bracieri
attendono di essere accesi per la cena, i piatti si lavano nel lago. Il
sole va a tramontare, la barca ci riporterà a riva. Ci rifugiamo sul
tetto del battello, in compagnia di Feleke. L’ora serale, l’ottima
compagnia e il silenzio del lago stimolano le confidenze e i racconti e
il nostro amico è un ottimo mediatore culturale. Fra i paesi più poveri
al mondo l’Etiopia è al secondo posto: medaglia d’argento! L’istruzione
superiore è riservata ai figli dei ricchi, in ottime scuole, private e
costose. Altrimenti c’è l’istruzione pubblica, con 50 alunni per classe e
una retta di circa 20 euro al mese, oppure ancora privata, per i figli
della classe media, a 2-300 euro al mese, come abbiamo visto. Ed è
moltissimo, se si considerano gli stipendi medi. Molti genitori sperano
in una borsa di studi, altrimenti sarà dura dare un’istruzione ai propri
figli e i ragazzi che frequentano le scuole mostrano sempre con orgoglio
i loro libri e quaderni, aspirando a diventare un giorno medici o a poter
lavorare per l’amministrazione pubblica, come ci hanno confidato i
ragazzi incontrati durante il viaggio. Per i bambini dei villaggi la
scuola è un’utopia. Inoltre, non ci sono strade e i mezzi di trasporto
sono insufficienti, ogni famiglia ha un paio d’asini per spostarsi e se
qualcuno si ammala non ci sono che poche ambulanze, più facilmente
barelle portate a spalla. E la sanità? Ci sono più veterinari che medici:
qui il bestiame è una ricchezza. I progetti finanziati dal Fondo
monetario internazionale si arenano prima di essere approvati e i soldi
ingrassano le tasche dei governanti corrotti: che rabbia. La brezza
intanto si è fatta fresca, la luce si smorza , è ora di scendere dalla
barca, ma non prima della promessa di non perderci di vista, con la
speranza di ritornare presto. L’Etiopia ha un grande cuore.
Un volo notturno ci riporterà ad Addis Ababa, nel fresco dell’altopiano.
Le croci d’argento comprate a Lalibela fanno impazzire i controlli della
sicurezza, ma mai quanto il fornelletto da caffè di Giulia, che accende
di sincera preoccupazione gli occhi dei poliziotti dell’aeroporto. Che
dopo aver cercato vanamente di decrittarlo decidono di imbarcarlo: se
proprio deve esplodere, che esploda in volo!
Giorno 13
Addis Ababa
Sull’altopiano l’aria del mattino è fredda. È domenica, la città si
sveglia più tardi, i viali del centro sono liberi, i grandi palazzi
governativi e le scuole chiusi. La periferia della capitale invece è già
in movimento: gente che cammina, piccoli commerci, poi case in legno,
quindi più niente, solo lo splendido spettacolo della vallate
coltivate, delle acacie basse a ombrello, degli Ambarocciosi che si
stagliano sullo sfondo, velati di foschia. Bambini a guardia di mucche e
capre, al lavoro anche nel giorno di festa.
A 80 km da Addis il piccolo museo Melka Kunture, inaugurato nel 2007,
raccoglie reperti archeologici risalenti a quattro milioni di anni fa. Un
tempo che la mente non riesce a quantificare. Praticamente la storia
dell’umanità e della sua evoluzione. Nei quattro piccoli tukul sono stati
raccolti materiali che fino a poco tempo fa giacevano semplicemente
all’aperto. Schegge di ossidiana dapprima informi, poi lavorate con
ingegno, teschi di varie epoche, ossa di animali, grandi mandibole di
ippopotamo. La teoria di Darwin si dipana sotto i nostri occhi. In fondo
al sentiero di alberi dalla corteccia rossa, uno scavo ha portato alla
luce un rettangolo di terra stratificato da cui emergono ossa di animali
e sedimenti rocciosi. Chissà che cosa li avrà portati tutti in questo
stesso punto e come sono morti? Sarà accaduto qui o altrove? C’è ancora
molto da approfondire, gli studi non sono certo terminati, i
finanziamenti pochi, anche se ora è intervenuta l’Unesco.
Anche nel sito di Tiya si sta studiando ancora. Il parco è disseminato di
steli, incise con motivi di spade, poggiatesta e finti banani la cui
polpa ancora adesso viene impiegata per fare il pane. Risale al 400 d.C.
e gli scheletri trovati sepolti qui erano posti in posizione
inginocchiata, con le mani giunte. Il cimitero degli eroi, lo chiamano,
agli albori del cristianesimo.
La strada a ritroso è circondata dalla luce abbagliante del sole che
inonda le valli intorno. Siamo agli sgoccioli, ormai. In città poche
botteghe aperte per gli ultimi acquisti, i tesori polverosi dei
rigattieri, oggetti di legno, di pelle, di finto argento. Simboli
religiosi e non che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio.
Stasera ci hanno offerto una cena tipicamente etiope, in un locale di
lusso (Yod Abyssinia) frequentato dalla classe alta di Addis Ababa: gente
ben vestita e pingue, al contrario di tutti quelli che abbiamo incontrato
finora lungo le strade. Nel locale c’è anche un palco con suonatori e
ballerini. La musica è alta, un vecchio compagno di viaggio propone un
ritorno per visitare la Dancalia : sì, ma con queste guide, Feleke e
Giancarlo, due uomini straordinari che oltre al viaggio ci hanno
insegnato qualcosa di molto importante sulla vita. Giancarlo ci regala un
ultimo gesto di generosità: la sua mancia sarà devoluta a un’associazione
che ha fondato assieme ad amici e che assiste malati terminali. Ci saluta
commosso, partirà stasera con una parte del gruppo. Feleke offre da bere
a tutti, non ci era mai capitato: avremmo dovuto essere noi a offrirgli
qualcosa. Ci custodirà fino a domattina, sapiente e attento come sempre.
Vorremmo approfittare ancora di questa manciata di ore per fare qualcosa,
semplicemente per stare ancora un po’ insieme, ma la malinconia avvolge
un po’ tutti e rientriamo in albergo.
Giorno 14
Addis Ababa-Roma
Aria frizzante e cielo sereno. È perfino freddo, stamani. Feleke con il
suo bel sorriso di sempre ci accompagna all’aeroporto. Scambio di
indirizzi, speriamo di rivederci presto, inshallah, nel frattempo ci
scriveremo. Al controllo della sicurezza, come al solito, è l’innocuo
bagaglio di Giulia a destare allarme. Questa volta non è il
micidiale fornelletto per il caffè, con quella spina sospetta, bensì la
gallina di terracotta comprata al villaggio Falasha di Gondar: è così
compatta e paffuta che allo scanner pare una bomba a grappolo! Il
poliziotto non può fare a meno di ridere, quando la vede. Dallo zaino
disfatto i souvenir sprigionano una nuvola di ricordi freschi rimessi
dentro velocemente: le chiese di Lalibela, i bambini che ci hanno presi
per mano, i manti bianchi dei pellegrini, gli affreschi dagli occhi
grandi, il luccichio del lago Tana, le tazzine di caffè consumate nel
pomeriggio, le chiacchiere sottovoce. Torneremo nel mondo occidentale e
moderno, torneremo alle nostre ore e perderemo il tempo, troveremo luci
artificiali e bisogni indotti dal consumismo e non dalle necessità. Ma la
vita del Sud, la vita dell’Africa, ci ha temprati in questi giorni,
perché ci ha insegnato a distinguere ciò che è vero dal falso e quanto
renda felici condividere quello che si ha con gli altri che incontriamo
sul cammino.
L’aereo si stacca da terra e fa ancora una virata che sorvola i campi
coltivati, le grandi distese dagli ocra caldi. Salutiamo il grande cuore
d’Etiopia. E sarà certo un arrivederci.
Note e informazioni:
Questo viaggio in Etiopia è stato reso speciale dalla presenza delle due
persone che lo hanno organizzato sotto ogni aspetto pratico e culturale,
ma non solo. Ci hanno accompagnato donandoci un esempio di generosità e
profondo rispetto per l’altro e per la cultura che ci hanno
trasmesso: il signor Giancarlo Pagliero può essere contattato al sito
www.giancarlopagliero.it
, e il signor Feleke Haile Giorgis può essere contattato
all’indirizzofelekehaile@yahoo.com (guida in
italiano, spagnolo e inglese, tel.: 002519429264)