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Indonesia: nel segno della mescolanza

aggiornamento: 23/12/2010

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Giakarta - Kuta
Durata del Viaggio:
15 gg.
Mezzo di Trasporto:
auto
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuno
Spesa approssimativa:
© Federica Lipari / iMondonauti.it
I templi di Giogyakarta Prambanan, patrimonio mondiale dell'UNESCO
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Bali, tempio sull'acqua
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Bali, le risaie

Giava, Bali e l’Indonesia tutta sono un’espressione geopolitica, un collage di popoli e lingue molto diversi e distanti, divisi da tutto e per questo scarsamente coesi all’interno: ma Bali resta un luogo paradisiaco, nonostante l’assalto turistico, e Giava può sfoggiare monumenti indimenticabili, fra i più importanti al mondo.

1 giorno:

Roma-Dubai (volo)

Volo Genova-Roma-Dubai, sosta a Dubai per qualche ora.

2 giorno:

Dubai-Jakarta (volo)

Volo notturno e in parte diurno. Partenza alle 4,15 del mattino e arrivo alle 15,30 ora locale a Jakarta.

Nur-al-Din, la nostra guida, ci accompagna all’albergo. Siamo stanchi, ma ci sembra meno caldo qui rispetto a Dubai

In effetti sono solo 36°C, pure un po’ umidi: niente a che vedere con il Golfo!

La città di 12 milioni di abitanti si stende grigia sotto di noi: non invita a una passeggiata gradevole, perciò si cena in albergo (15 euro a testa). Scopriremo in seguito che Jakarta è repulsiva, come Lima, come altre megalopoli globali cresciute senza un disegno urbanistico, sulla spinta dell’immigrazione interna.

(Alloggiamo al Santika Giakarta, Jalan Aipda K.S. Tubun 7 tel 006221 533 0350. Confortevole, si può mangiare lì alla sera, nel giardino; certo è più caro che mangiare fuori, in compenso il fuori non lo vedi perché Giakarta è una città così trafficata che non ci si mette a fare un giro a piedi, soprattutto la sera dopo un volo intercontinentale di svariate ore).

3 giorno:

Jakarta - Bandung

Il cielo è grigio per lo smog. I grattacieli svettano su una distesa di tetti di lamiera: le case di chi non ha uno stipendio troppo alto.

Alle 7,30 la città è già congestionata dal traffico, chi vive in una delle periferie della metropoli si è alzato alle 4 per raggiungere il centro. Nel porto commerciale si lavora senza sosta. Grosse navi di legno attendono di essere caricate dei prodotti da distribuire a tutte le isole dell’arcipelago. Pesanti sacchi di cemento sono trasportati a spalle dai camalli, in equilibrio su strette passerelle di legno. Si scaricano tavole di legno provenienti dal Borneo, per fabbricare mobili e simili: Giava è priva di foreste.

Quasi nascoste dalle navi stanno piccolissime imbarcazioni, poco più che canoe, con il loro barcaiolo, in genere un uomo anziano e macilento, che per 100 rupie può farti fare il giro del porto, a vedere cosa succede dietro le quinte. Niente di turistico in senso classico, ma a noi che veniamo da un grande porto del Mediterraneo lo spettacolo affascina.

Casupole di legno e lamiere sono il prato su cui sbocciano i grattacieli della Jakarta commerciale.

Intanto sulle grandi navi fervono i lavori di ristrutturazione: chi ripara, chi vernicia, chi getta la spazzatura in acqua. Un gran pavese di camicie e pantaloni steso ad asciugare. Le barchette di rifornimento di acqua e nafta. Il tonfo dei sacchi di cemento che vengono caricati e la nuvola di polvere che subito si alza.

Le prime navi lasciano l’attracco e noi sulla nostra barchetta siamo come topolini ai piedi dei giganti. Speriamo che ci vedano!

Ben diversa è la Jakarta commerciale e amministrativa. Grandi viali alberati, edifici solidi e bianchi, il Monumento all’Indipendenza lineare e liscio, il Museo nazionale. Quest’ultimo raccoglie elementi provenienti da tutte le isole dell’arcipelago, una maniera comoda per farsene un’idea senza dover visitare i circa 13 mila isolotti sparsi nel Mare della Sonda che, appunto, vuol dire isola. Statue, teatro delle ombre, marionette, pugnali ondulati: i terribili kris descritti da Emilio Salgari. E ancora stoffe, argenti, strumenti musicali. Maquettes e mappe illustrano gli oltre 200 idiomi dell’Indonesia.

La lingua nazionale è stata scelta tra quelle che si parlano a Sumatra, tra le élite musulmane. In un tale calderone di popoli di cultura diversa il Paese emerge come un luogo essenzialmente politico, quasi un’invenzione: ovunque covano individualismi e nazionalismi, spinte per un’autonomia maggiore se non definitiva. La terra ribolle dei vulcani e non solo. Nel sottosuolo petrolio e ricchezze varie risvegliano conflitti e rancori.

Il traffico intanto si intensifica, più della metà sono moto e motorini che cercano disperatamente di raggiungere la zona del centro.

In direzione centrifuga invece si arriva a Bogor, caldo umido che sembra sprigionato da una grossa macchia verde: il giardino botanico. Piante tropicali di ogni origine, dall’Asia, dall’Africa, perfino dall’America. Grosse farfalle di velluto e fiori degni di un giardino incantato, nascosti nella penombra di larghe foglie.

Poi la strada si alza tra le colline, un temporale lava lucide foglie di tè, ci fermiamo a pranzo lungo la strada.

Spunta il sole, ma è solo una breve illusione. La pioggia e il traffico ci accompagnano fino a Bandung.

(Pernottiamo al Grand Preanger, Jl Asia Africa 81, tel 006222 423 2244. Comodo, centrale, un po' rumoroso.Cena: Braga café and handicraft, via Braga 15, 50.000 rupie a testa)

4 giorno:

Bandung e dintorni

Alle pendici della montagna il tempo è estremamente variabile, sole e cielo azzurro si alternano a scrosci improvvisi di pioggia. La natura ne gioisce e sfodera una gamma di verdi lucidi e carnosi. Grosse campanule bianche ondeggiano alla brezza del mattino.

La strada s’inerpica fino alla caldera del vulcano Tangkuban Praho, che deve il suo nome alla forma di barca rovesciata. Non è attivo da parecchio, solo qualche fumaiolo qua e là.

Per questo lì intorno è fiorito un mercatino, autentica attrazione per i turisti scaricati quasi direttamente nel cratere da file di pullman. Purtroppo in un attimo salgono le nuvole e del cratere non c’è più nemmeno l’ombra. Resta il mercatino.

La vera bellezza della zona in realtà sono le piantagioni di tè, cresciute sui fianchi dei vecchi vulcani ormai inattivi.

File ordinate di arbusti non più alti di un metro, pronti per essere cimati delle foglioline più chiare e tenere. Tè bianco, tè verde, tè nero: sta tutto nella stessa piantina, come ci mostra un impiegato della locale fabbrica che lavora il prodotto.

Le verdi foglioline vengono essiccate, sminuzzate, rimescolate, suddivise e stoccate per la vendita.

L’80% di prima qualità verrà esportato, il restante 20%, di qualità un po’ inferiore, verrà venduto sul mercato locale.

Il principale acquirente all’estero è la Lipton.

Le operaie della fabbrica addette alla lavorazione delle foglie sono tutte donne: più precise, affidabili e disciplinate, ci tiene a dire l’impiegato che ci accompagna tra i macchinari. Precise e affidabili va bene, ma disciplinate? Intende dire che non si lamentano?

Tra il caldo dei forni di essiccazione e l’odore sembra di essere precipitati sul fondo di una teiera! E fra un po’ la sensazione si arricchirà dell’effetto benefico delle calde sorgenti termali: dall’immaginario tea-pot alle vasche bollenti delle terme di Ciater. Tra gli alberi alti e le nuvole minacciose, i vapori si alzano lenti e l’acqua ribolle.

Una sosta di oltre mezz’ora e poi una doccia fredda per riattivare la circolazione e risollevare la pressione.

Intanto il cielo si è fatto nero, giusto in tempo: ecco un altro temporale. E piove, piove per ore questo pomeriggio.

Sotto una capanna di bambù è stato allestito uno spettacolo per turisti, si esibiscono adulti e bambini. È una cosa a metà tra il folklore e il villaggio turistico, è richiesta pure la partecipazione del pubblico, ahimè! Comunque è anche un’occasione per osservare la bravura del maestro, che ha messo insieme un’orchestra di strumenti di bambù, con i quali intona ogni tipo di melodia. Inoltre possiede una rara capacità di catturare l’attenzione: non c’è da stupirsi che i bambini vadano a studiare da lui tutti i pomeriggi dopo la scuola.

Anche le danze meritano, soprattutto per la bravura tecnica di ballerine appena adolescenti.

Intanto ha smesso di piovere, si sente solo il ticchettio degli strumenti da lavoro degli intagliatori, che con gesti precisi tagliano, legano e accordano decine e decine di canne ogni giorno.

Cala il buio molto presto, una cenetta al Braga café e poi riposo. Domani si parte presto.

5 giorno:

Bandung-Yogyakarta (treno)

Alle 7 dalla stazione centrale di Bandung parte il treno che in 8 ore arriva a Yogyacarta.

Consoliamoci: in auto ce ne vorrebbero 15!

Per le strade trafficate già di primo mattino sono al lavoro quelli che in occidente chiamiamo ausiliari del traffico. Ma qui il concetto è all’opposto. Lungi dall’essere i temuti distributori di contravvenzioni, il loro compito consiste nell’agevolare lo scorrimento del traffico e aiutare gli automobilisti che hanno necessità di effettuare una breve sosta lungo la via. E così, armati di fischietto, eccoli all’opera: aiutano una mamma a far salire i figlioletti sull’auto, facilitano l’attraversamento della strada al conducente che si è fermato per una piccola commissione. Non crediamo ai nostri occhi!

Anche il treno offre qualche spunto di riflessione. Il materiale è senza dubbio vecchio, i sedili sbertucciati e le fodere sfilacciate. Ma è comodo. Ogni sedile ha un posto per allungare le gambe, un cuscino e un sacchetto per la spazzatura. Quattro squadre sono al lavoro sul convoglio: i controllori, gli agenti di sicurezza, i pulitori e gli addetti alla ristorazione.

Se si rovescia qualcosa c’è subito qualcuno che pulisce, se c’è un guasto interviene l’addetto a ripararlo, periodicamente puliscono anche la toilette! L’aria condizionata è troppo alta? Passano a portare le coperte (beh, in questo caso sarebbe meglio abbassarla un po’: fuori c’è la foresta tropicale e dentro ci saranno 15°!)

E così, su questo treno grigio ma confortevole, siamo pronti ad attraversare il paesaggio rurale che si stende tra Bandung e Yogyacarta. Otto ore di risaie, terrazzamenti, palme, foreste, piccole case e bambini che aspettano il passaggio del convoglio con occhi allegri.

Il verde tenero delle piantine di riso si fa via via giallo e secco in prossimità della regione centrale, dove non piove da due mesi e la temperatura è di 37°C.

Ed eccoci arrivati a Yogyacarta. In questa città sembra che sia sempre l’ora di punta!

(Hotel Melia Purosani, Corner Ji Suryotomo and Ji Suryamatjan, tel 006 227 458 9521. Molto confortevole).

6 giorno:

Yogyacarta - Prambanan

Il mattino presto è il momento migliore per visitare il tempio di Prambanan. L’aria è ancora fresca, ci sono pochi turisti e la luce è giusta.

Il recinto ospita templi a forma di pannocchia, in parte danneggiati dall’ultimo terremoto nel 2006, alcuni sono ancora oggetto di restauro e quindi non sempre è possibile accedere alla stanza centrale.

Le tre cupole allineate ospitano le statue della trimurti induista: Vishnu, Shiva e una statua di Brahma a quattro teste che nemmeno in India si può trovare (là esiste un solo tempio dedicato a Brahma, nella piccola città di Pushkar).

Un quarto tempietto è dedicato a Garuda.

Tutto intorno alle costruzioni i bassorilievi annunciano la storia del Mahabarata e del Ramayana, i due più grandi poemi epici indiani.

Yogyacarta è una provincia particolare all’interno dell’Indonesia. Come uno Stato nello Stato è retta ancora dal sultano, che abita un bel palazzo, sorvegliato da guardiani vestiti di batik e armati del famoso kris, infilato nella cintura sulla schiena dai tempi dei tempi, come mostrano le statue di pietra che ornano i templi.

I padiglioni si dipanano nel grande giardino dove si possono trovare anche botteghe di artigiani dediti alla lavorazione del batik o delle marionette per il teatro delle ombre.

Poco lontano dal palazzo resta ancora qualcosa del giardino botanico e del bagno del sultano, costruito in parte in stile portoghese e crollato durante l’ultimo terremoto, che aveva fatto seguito a un lungo periodo di attività vulcanica.

Batik, lavorazione della filigrana d’argento e teatro delle marionette sono i principali prodotti dell’artigianato di Yogyacarta. Arti raffinate, tutte svolte a mano da artigiani esperti e pazienti.

Yogyacarta rappresenta un’isola a sé dal punto di vista culturale ed è infatti qui che si trova una delle meraviglie del mondo. Immerso in una rigogliosa foresta tropicale un mandala in pietra lavica dalle dimensioni ciclopiche: il Borobudur. Sette piani conducono dalla rappresentazione della vita terrena fino al Nirvana, su cui poggia un gigantesco stupa.

Base quadrata e massiccia, pesante e larga e via a salire fino alla terrazza finale, rotonda e ciclica come la vita eterna sfuggita alla briglia delle reincarnazioni, goccia d’acqua che ritorna tutt’uno con l’oceano.

Nicchie si aprono ovunque ospitando Buddha che rivolgono lo sguardo nelle quattro direzioni. Splendidi bassorilievi narrano la vita del principe Siddharta fino alla sua ultima discesa sulla terra.

La luce del tramonto getta una polvere dorata sulla pianura fitta di palme e ficus e sulle cupole forate degli stupa posti sulle ultime terrazze. Turisti vocianti rompono il misticismo del luogo, tutti presi dal farsi fotografare tra le campane che ospitano i Buddha della fortuna. Le statue, impassibili, continuano a guardare nelle quattro direzioni, verso la pianura coperta di palme.

Poco lontano, in un tempietto isolato, sconosciuto ai più, una gigantesca statua del Buddha della giustizia osserva serafico dall’alto qualche raro visitatore.

E finalmente possiamo ammirare il balletto ispirato alla storia di Rama e della principessa Sita, rapita dal crudele Rawana. Accompagnati da un’originale orchestra gamelan giavanese, i ballerini del Ramayana ballet si esibiscono sotto il cielo stellato. Le pose piatte dei danzatori richiamano le figure dei bassorilievi cui si ispirano, le ombre proiettate sul fondo rimandano al teatro delle marionette, il suono liquido dei grandi gong accompagna il dramma a lieto fine dalla notte dei secoli.

7 giorno:

Yogyacarta - Solo - Monte Bromo

Oggi ci aspetta un faticosissimo trasferimento da Yogyacarta fino al monte Bromo, via terra impiegheremo 13 ore attraversando parti di foresta, ma anche moltissimi centri abitati congestionati dal traffico della domenica, che è peggio di quello dell’ora di punta nei giorni lavorativi…

Unica sosta prevista, poco dopo la partenza, nella cittadina di Solo, dove vive un altro dei sultani di Giava.

Anche lui ha rimesso ogni potere e ora si dedica al commercio dei preziosi batik, ma abita ancora la vecchia dimora che fu dei suoi predecessori.

Visitiamolo. Siamo i primi ospiti del mattino, le porte sono ancora chiuse, abbiamo il privilegio di entrare con la sola compagnia di due signore che, all’interno della sala di rappresentanza, hanno allestito una piccola bancarella di essenze profumate e oli essenziali.

Collezioni di cristalli di Boemia, kris, vecchi gioielli e antiche monete sono chiuse nelle vetrine polverose. Corone, cavigliere e bracciali usati per le danze sacre attendono matrimoni e ricorrenze ufficiali per essere indossati dai ballerini di corte, che si esibiranno nel padiglione delle danze, dove tre orchestre Gamelan riposano, vegliate dagli uccellini che hanno fatto il nido nei pesanti lampadari olandesi.

Il padiglione che ospitava i locali della scuola, dove venivano istruiti i figli dei sultani, ora è chiuso. I quattro rampolli dell’odierna coppia reale, due maschi e due femmine, frequentano la scuola pubblica.

Gli appartamenti privati non sono accessibili. Da una piccola consolle ci osservano i ritratti in bianco e nero dei padroni di casa. Ultima tappa, il negozio di batik.

Unica sosta della giornata, pranzo a parte, la strada prosegue tra risaie e città e traffico, tanto traffico. Rallentamenti continui e ingorghi. Moto, camion e autobus.

Marhaba iaa Ramadan: all’ingresso delle città i cartelli annunciano l’incipiente arrivo del mese di digiuno.

Dalle moschee si alza il canto dei muezzin, si raccolgono fondi per i restauri, le cupole e i minareti luccicano.

Alle 18 cala il buio, ancora 40 km. La strada inizia a salire. Le città rimangono alle nostre spalle e davanti a noi solo il buio totale.

Una curva dopo l’altra ed eccoci all’hotel Java banana, nome da cocktail tropicale per una sorta di chalet in stile Alpi svizzere (Hotel Java banana, tel 0062 335 541193. Molto bello , in uno splendido giardino, tutto in legno. E' l'unico posto dove è possibile cenare perché se si arriva con il buio totale non è che si possa andare a cercare qualcosa in giro, inoltre fa un freddo che si muore pure in agosto).

8 giorno:

Monte Bromo - Ijen

Sveglia alle 4 e partenza immediata. Buio. Non c’è modo di capire che cosa abbiamo intorno.

I fari della jeep illuminano solo le curve, la sabbia e la strada che sale. L’autista guida silenzioso, berretto calato fino sugli occhi e fazzoletto sopra il naso. Arrivati al punto più alto, ancora nella penombra, ci rendiamo conto di essere in tanti. Decisamente troppi. Una folla di turisti si accalca per godere dello spettacolo del monte Bromo illuminato dalla luce dell’alba. Un attimo di scoramento: non si può fare la fila anche qui! Pensiero largamente condiviso, evidentemente, perché tutti stanno in silenzio e si muovono cautamente per non disturbare.

Alla fine lo spettacolo della natura ha la meglio e il sole che squarcia le nuvole a est illumina i coni dei vulcani fumanti. Si può salire fino al monte Bromo, a piedi o a cavallo, e osservare da vicino il fumo bianco che esce dal centro e disegna ombre di dragoni sul fianco della caldera. La luce adesso illumina tutto, anche il viso del nostro autista: è poco più che un bambino. Ha 15 anni, la sua famiglia, come le altre della zona, coltiva i campi strappati alle pendici del vulcano, hanno alcune jeep e tutti sono capaci a guidarle per portare i turisti sul monte alle 4 del mattino.

Ora il sole illumina anche la strada che abbiamo fatto ieri al buio. Casette colorate, campi, fianchi neri di lava, baniani. Chilometri e chilometri fino a Ijen.

L’albergo è sprofondato nella foresta in mezzo a una piantagione di palme e caffè. Una casetta nel profondo del verde. Il fumo che esce dalle finestre. Dentro ci sono due pentoloni nei quali bolle il succo della palma, per ricavarne blocchi di zucchero. Una famiglia sola gestisce tutto: 80 palme, ci si arrampica due volte al giorno con il macete per incidere le foglie e raccogliere il liquido da far bollire.

Sotto le palme ecco le piante di caffè, il pepe rampicante, l’albero della vaniglia, quello dei chiodi di garofano e della cannella (Ijen resort & Spa, bungalow sprofondati in un orto botanico: piante aromatiche, palme da zucchero, pepe, caffè, cannella, chiodi di garofano, ecc...E' lungo la strada, quando sei lì stai lì, però si possono impiegare le ore di luce a girare nell'orto. Ovviamente si cena lì, in giro non c'è altro).

Alle 18, puntuale, piomba il buio e inizia il concerto dei grilli e dei gechi.

9 giorno:

Jien - Kuta (Bali)

Oggi ci si sveglia ancora prima del solito: le 3.15!

Piove e nel buio più totale attraversiamo villaggi che si sono appena risvegliati.

Le voci dei muezzin si rincorrono di minareto in minareto: domani inizia il Ramadan.

Dopo più di un’ora cambiamo mezzo per salire su una jeep veramente poco confortevole, ma indispensabile per affrontare la salita, spesso sterrata, che attraversa una foresta di palme e felci. La leva del cambio gracchia ogni volta che si cambiano le marce (spesso), velocità di crociera 10 kmh!

Lame di luce filtrano tra le larghe foglie degli alberi illuminando fitte perle di rugiada.

Si prosegue a piedi, su un sentiero pulito ma ripido. Incrociamo portatori di zolfo: dai 70 ai 90 kg per ogni bilanciere di bambù che scricchiola sotto quel peso, da trasportare due volte al giorno. Di tanto in tanto gli uomini, affranti, sostano come in una via crucis, fumando una sigaretta, detergendosi il sudore, bevendo un sorso d’acqua: poi riprendono il cammino.

Le palme lasciano il posto a rare conifere e a un fitto bosco di felci. Quindi le sagome pietrificate di tronchi bruciati.

Fumo bianco, odore di zolfo. Ecco il cratere del vulcano Ijen che sbuffa copiosamente.

L’odore acre sulfureo prende alla gola, gli occhi bruciano, si comincia a tossire: è impossibile soffermarsi troppo a lungo ad ammirare il baratro.

Sul fondo un viavai ininterrotto di portatori di zolfo. Come saranno i loro polmoni? La colonna di fumo intanto si sposta e sul fondo di questa fucina infernale compare un lago di un azzurro quasi magico.

Ritorno, ballonzolando sulla jeep.

Poi cambiamo un’altra volta vettura e con quest’ultima ci imbarchiamo sul traghetto che in 45 minuti approderà sulla costa di fronte: l’isola di Bali.

Altre quattro ore di viaggio per raggiungere il villaggio di Kuta, località balneare del sud piuttosto rinomata, anche tristemente ricordata per l’attentato che nel 2002 distrusse una discoteca, causando la morte di oltre 200 persone.

L’isola è a prevalenza induista e la strada è un susseguirsi di templi e processioni.

Il mare da un lato, le risaie dall’altro. Aquiloni volano alti nel cielo. Ovunque baniani e casette con giardino.

Siamo a Bali, l’isola degli dei.

(Soggiorniamo al Discovery Kartika Plaza, South Kuta, tel 0062 361751067. E' una cosa sfolgorante: un'immensa sala che scivola verso il mare. Camere, giordino, piscina , accesso al mare diretto, tempio nel giardino, ma a Bali ci sono più templi che abitanti...Noi ci siamo stati poco, solo per dormire, eravamo sempre in giro, ma una famiglia con bambini trova qualunque attrezzatura).

10 giorno:

Kuta - Tempio Uluwatu

Kuta è sull’Oceano Indiano, onde lunghe, paradiso dei surfisti.

La grande spiaggia è poco frequentata e comunque anche quando c’è un po’ di folla (in prossimità delle onde più spettacolari e divertenti da cavalcare) è poco rumorosa.

L’acqua è pulita ma torbida per la sabbia in sospensione. La spiaggia libera ovunque, ma sorvegliata da bagnini attentissimi.

Appena a ridosso gli alberi offrono un po’ di frescura. Le costruzioni degli hotel sono nascoste dalle palme, il piano regolatore vieta edifici più alti.

Nonostante Kuta sia molto turistica e tanto trafficata riesce a essere gradevole.

Frequentata da famiglie e da giovani, in prevalenza nordici, francesi, tedeschi o inglesi, offre a questo turismo molto rispettoso intere vie di ristorantini e mercatini.

A 40 minuti dal centro, sul promontorio, sorge il tempio di Uluwatu.

Non si può entrare nell’area sacra se non si è induisti. Però il giro tutto intorno, sul bordo della scogliera a picco sul mare, è qualcosa di unico.

L’edificio sacro e i giardini che lo circondano sono il regno delle scimmie, si tratta del genere bertuccia dispettosa.

Difatti sono impegnate tutto il giorno a sottrarre ai visitatori ogni genere di accessorio. Molto attratte dagli occhiali, da vista o da sole non importa, non disdegnano fermagli o nastri che sfilano direttamente dai capelli delle turiste con grande abilità. Si lanciano contro la preda, oppure la raggiungono di soppiatto alle spalle, per impossessarsi magari di un grazioso cappellino di paglia.

Intanto, in alto sulla scogliera, la gente prende posto in un piccolo anfiteatro a picco sul mare. Quando il sole sta per tramontare inizia la danza kechak, tipica balinese: nata come rituale sacro, narra la storia del Ramayana, di Sita e Rama, del cattivo Rawana e del dio scimmia Hanuman.

A differenza di Giava qui non c’è un’orchestra Gamelan, non ci sono proprio strumenti, bensì un coro di una cinquantina di elementi che accompagna la danza, in cui a tratti vengono coinvolti anche gli spettatori, costretti a ricevere i lazzi dei demoni burloni. E mentre Sita viene salvata da Rama e il perfido Rawana viene sconfitto, il sole tramonta sullo sfondo e ci troviamo immersi nel buio della notte.

Sul mare i numerosi ristoranti hanno apparecchiato lunghe file di tavoli sulla sabbia. Le onde dell’Oceano si rompono con fragore davanti a noi, mentre tra i tavoli avanzano vassoi di gamberi, granchi, spiedini di seppie e pesci alla griglia.

11 giorno:

Ubud - lago Beratan - Jatiluwi - Tempio Tanah Lot

L’intera giornata è dedicata alla visita della zona nord dell’isola di Bali.

Le distanze e le strade strette non ci permettono di viaggiare velocemente così potremo godere dello splendido panorama.

Verde è il colore di Bali. Verde dalle diverse tonalità. Chiaro e tenero nelle piantine di riso, scuro e coriaceo nelle foreste di palme gravate di umidità. Verde punteggiato di rosso vermiglio dei fiori di ibisco, delle giganti stelle di Natale. E, ancora, ciuffi di arbusti dalle foglie violacee.

Le strade scivolano nella foresta attraversando villaggi. Al centro il tempio di Brahma e Vishnu; fuori, vicino al cimitero, quello dedicato a Shiva, il distruttore.

Processioni di donne depongono ogni giorno cestini di offerte negli edifici sacri, che vengono poi mangiate da chi le ha confezionate. Non si spreca nemmeno un chicco di riso, sarebbe peccato.

Ubud, villaggio in posizione centrale, è famosa per le sue arti, in particolare i dipinti. Prevalentemente ispirati alla tradizione sacra balinese o a soggetti di vita rurale, trovano ispirazione anche nell’astrattismo.

Dopo oltre due ore raggiungiamo il lago Beratan, nel nord, e il tempio sull’acqua Ulundanu.

Il sacerdote sta officiando un rito. Uomini e donne vestiti di bianco depositano le loro offerte, tra cui sicuramente si trovano noci di cocco (la Terra), uova (la luna) e riso (la prosperità). Poi la processione esce dal tempio e i fedeli si disperdono guadagnando la strada di casa.

Attraversiamo le dolci risaie di Jatiluwi che si stendono a perdita d’occhio sotto il cielo carico di pioggia.

Lungo la strada c’è una piccola azienda nella quale sono raccolte piante aromatiche e spezie. Cacao, ginger, cassava, aloe e caffè. Ma è un caffè speciale. Una piccola faina, mezzo addormentata e molto spaventata da tutti questi bipedi che le sparano sul muso ripetuti colpi di flash, ha il compito di mangiare i chicchi di caffè, digerirli ed espellerli. Raccolti, lavati, tostati e macinati, danno uno dei migliori caffè, dopo quello etiope. Al di là delle facili battute merita di essere gustato! Scoppia infine un violento temporale. La pioggia battente lava il tempio di Batukaru e scoraggia i turisti.

Sotto le falde del vulcano, avvolti nella foresta, gli altari silenziosi e deserti grondano acqua.

Una fitta nebbiolina si dipana tra le larghe foglie delle palme, rendendo il luogo ancora più mistico.

Ovunque la strada si snoda tra risaie, foreste e templi.

Verso l’ora del tramonto arriviamo al tempio Tanah Lot. Una costruzione in pietra nera a picco sul mare.

Anche la sabbia è nera, vulcanica. Una sorta di Mont Saint Michel che l’alta marea separa dalla terra per alcune ore al giorno.

I turisti sono molti, prevalentemente asiatici e nordeuropei, assai rispettosi. Al canto del sacerdote fa eco il fragore delle onde che s’infrangono sulla scogliera. Poi la notte.

12 giorno:

Tempio di Kehen e palazzo Kertagosa - Kuta

Oggi esploriamo la parte est dell’isola.

È la zona in cui si lavora il legno. Ebano, ibisco dai due colori, sandalo profumato. I blocchi prendono forma sotto gli scalpelli degli intagliatori per diventare figure mitologiche e maschere del teatro Barong.

Nel distretto di Bangli il villaggio più a nord è Pengelipuran, il cui nome significa tranquillo.

E così è: lungo la via principale, che sembra anche l’unica, la pace regna sovrana.

La campana lignea al centro del paese serve da richiamo per l’intera comunità. Ogni serie di rintocchi ha un preciso significato: si annunciano così matrimoni, morti, pericoli. E tutta la comunità è chiamata a partecipare. Soprattutto le donne, che hanno più tempo da dedicare a qualunque cerimonia, mentre gli uomini lavorano e sono dispensati da alcuni riti.

La religione induista qui praticata è apparentemente molto soave ed elastica, ma non prevede visioni divergenti. Chi si discosta dal pensiero dominante, dalla tradizione, dalla partecipazione, viene multato.

Lungo la via che conduce al tempio giardini curati. Ogni ingresso mostra una targa che annuncia quante famiglie ci abitano, quanti figli hanno, quanti maschi e quante femmine. Ogni casa ha prima di tutto un tempio e un muretto, affinché gli spiriti cattivi siano respinti e non riescano a varcare la soglia. Quando poi si entra, si sosta dapprima in cucina, luogo dove si abbandona ogni cattivo pensiero. Le camere sono rivolte a nord o a est, dove sorgono le montagne che proteggono la testa, parte sacra del corpo.

Lungo le strade grandi ficus, alberi sacri, le cui radici aeree procedono dalla chioma fino a terra.

Templi in ogni villaggio, processioni, offerte. Grandi bambù decorati con foglie di palma iniziano ad adornare le strade, parate di ragazzi in marcia che fermano perfino il traffico: prove generali per la festa dell’Indipendenza, che cadrà fra quattro giorni, il 17 agosto.

Il tempio di Kehen è costruito in alto.

In cima alla lunga scalinata, protetta da demoni e animali mitologici, una grande porta decorata e due porticine laterali, tutto sovrastato da un immenso ficus, forse più vecchio del tempio stesso.

La foresta incombe sui tabernacoli che si tendono al cielo con i loro 11 tetti di paglia nera. Si intrecciano i draghi che legano la tartaruga destinata a sostenere l’intero universo. Monete false abbandonate qua e là, piatti con decorazioni cinesi in smalto blu, incastonati nei muri. Il ficus, imponente e immobile, avvolto in un telo, veglia su tutto.

Dopo una sosta per pranzo con vista sui campi coltivati si prosegue alla volta del palazzo Kertagosa.

Le processioni e le marce si intensificano. Il Palazzo di giustizia fu in parte distrutto dagli olandesi, ma resta comunque un padiglione dove sedeva la corte dei bramini e degli avvocati chiamati a giudicare i sudditi.

I soffitti narrano la storia dei vizi e dei peccati dell’umanità, nonché le pene corrispondenti in un ipotetico inferno. Ammonisce dal commettere peccati contro la morale, contro il prossimo e contro la tradizione comune.

La colpa è molto spesso declinata al femminile: la prostituzione, l’adulterio, la mancata procreazione e il mancato allattamento dei figli sono alcuni degli atti puniti con ferocia nella vita ultraterrena.

Nel Palazzo sull’acqua, invece, i temi traggono ispirazione dalla vita quotidiana. Demoni e draghi si riflettono nel fossato, tra le foglie dei fiori di loto che galleggiano sull’acqua verde.

Il piccolo museo adiacente ospita una collezione di foto e oggetti che si trovavano nella costruzione andata distrutta.

Si rientra a Kuta un po’ prima del tramonto. Il mare si è ritirato, la bassa marea ha lasciato scoperti metri di sabbia su cui ora si può comodamente giocare a calcio.

I bar hanno acceso luci soffuse e offrono drink con vista sull’Oceano.

Nella zona centrale le tre vie del commercio e dei ristoranti più famose, i Poppies e Lijang, sono prese d’assalto dai turisti che, terminate le lunghe cavalcate sulle onde, ora si dedicano allo shopping. Ma c’è molta confusione qui e la proposta è su modelli occidentali, fra un Mc Donald e un Rock Café con annessa musica assordante. Un pullulare di esercizi ambigui, dove ragazze molto giovani e graziose offrono massaggi.

Le zone più ordinarie sono invase da ragazzoni australiani sbracati e già ubriachi prima di cena: hanno eletto Kuta la loro seconda patria, dobbiamo dedurre che a casa loro usa così.

Ripieghiamo sulla strada dell’albergo, vivace ma di dimensioni più umane, curata e colma di ristorantini di ogni genere. Davanti a ognuno un grande menù, con foto dei piatti e prezzi e un cameriere che attira i clienti, ma con garbo.

Stasera non abbiamo molta fame, un buon sushi è quello che ci vuole (Asian food, 280.000 RP in due, 28 euro).

13 giorno:

Kuta - Taman Ayun - Munduk - Kuta (centro nord)

Il tempo è molto variabile, nonostante questa dovrebbe essere la stagione del caldo secco. In realtà le nuvole aspettano all’orizzonte e di tanto in tanto scaricano un po’ di pioggia.

La strada porta nuovamente a nord, verso Taman Ayun, il tempio reale.

Circondato da un fossato su cui galleggiano i fiori di loto, è preceduto da un vasto parco.

Non si può entrare nell’area sacra, ma un muretto basso consente di godere di tutta la bellezza dei tabernacoli sormontati da cinque, nove, undici tetti di paglia. Tutti tranne uno, che ne ha due soltanto: come ultimo desiderio un capo villaggio condannato a morte dal re chiese che fosse costruito in sua memoria un tempio, ma il sovrano non volle esaudire fino in fondo la richiesta per paura di perdere prestigio. E riservò al reo quest’ultimo spregio: un tabernacolo con un numero di tetti inferiore alla tradizione, e per di più pari.

La strada sale, le nuvole si addensano, le donne preparano come ogni mattina le offerte da portare al tempio. Piove.

Le scimmie si affastellano a bordo strada, sanno che prima o poi qualche automobilista incuriosito scenderà dalla vettura e comprerà qualche banana per loro. E loro attendono fiduciose.

Si supera un valico in direzione di Munduk, lassù c’è una splendida vista di due laghi gemelli.

Una curiosa comitiva attende i turisti: un boa, un’iguana dall’aria assai seccata e due pipistrelli giganti, delle dimensioni di un gatto, appesi al loro trespolo. Mentre il boa si attorciglia intorno al suo padrone, s’impongono all’attenzione i due volatili, a dire il vero molto socievoli. E mentre l’iguana sembra osservarci sempre più indispettita, i due mammiferi dal pelo lucido e fulvo attendono pazienti che qualcuno gli allunghi sugosi bocconi di papaia, che mangiano con grande soddisfazione a testa in giù: un bolo che sfida la forza di gravità: potere della peristalsi! Si mettono in posizione eretta, con agile mossa da trapezisti consumati, solo il tempo necessario per fare la pipì (sarebbe assai sconveniente un’evacuazione al contrario). Poi tornano a dondolarsi a testa in giù, avvolti nelle larghe ali come in un mantello di seta nera. Curiosi, girano il musetto intorno: c’è ancora un po’ di papaia? Uno dei due addirittura ringrazia, con un verso un po’ stridulo, il bipede che lo imbocca. In un angolo il boa non sa più che contorsioni fare per ottenere un po’ di attenzione, l’iguana osserva severa.

Foreste popolate da scimmie, risaie, coltivazioni di caffè, cascate altissime che piombano giù con gran fragore, nebulizzando vapori d’acqua.

Le piante dalle larghe foglie si godono il fresco e l’umidità, le palme svettano ricamando il cielo di foglie sottili.

Fiori dalle forme stravaganti punteggiano il sottobosco, dove è piacevole camminare tra ananas che occhieggiano dal fitto verde.

Ancora un tempio, … , nel pomeriggio nuvoloso, sprofondato nella foresta, accarezzato da uno strato di muschio vellutato. Non c’è nessuno, apparentemente. In realtà, sopra le nostre teste ci osservano ancora una volta le scimmie, regine della foresta. Piombano giù dagli alberi con un fruscio di foglie, ci seguono sul sentiero fino all’uscita, dove si riuniscono numerose a guardare di sottecchi i rari visitatori.

La strada è molto trafficata e tornare a Kuta è un’impresa abbastanza lunga e complessa.

Intanto i villaggi si riempiono di bandiere bianche e rosse per l’imminente festa dell’Indipendenza e ai lati delle strade fioriscono decorazioni in foglie di palma e bambù.

La sera scende presto, le vie della città si popolano di turisti. Nei piccoli ristoranti i camerieri attendono i clienti per mostrare loro menù accattivanti e prezzi da concorrenza. La gente sosta, lasciandosi convincere da questa o quella proposta: sushi, cinese, kebab, balinese, italiana, ogni cucina sembra avere qui una sua rappresentanza.

I cani intanto ripuliscono i cestini delle offerte che durante il giorno si sono accumulati in prossimità di statue e tempietti. Perché nulla di ciò che è offerto deve essere buttato.

14 giorno:

Bali - Singapore - Dubai - Roma (volo)

Volo alle 11,15 da Kuta per Singapore, prosegimento nella notte per Dubai e arrivo a Roma il pomeriggio del giorno successivo.



   

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