Una breve introduzione
La vita è un ponte, non costruitevi
sopra alcuna dimora. È un fiume, non aggrappatevi alle sue sponde. È
una palestra, usatela per sviluppare lo spirito, esercitandolo
sull’apparato delle circostanze. È un viaggio: compitelo e procedete!
(Buddha)
Un percorso attraverso il Nord
dell’India è un itinerario anzitutto spirituale, attraverso terre
segnate dalla presenza della religione. Dal Kashmir, sconvolto da una
lunga guerra e ancora al centro di tensioni, una regione di grande
bellezza ancora completamente militarizzata e a forte impronta
islamica, si passa nel giro di pochi chilometri, ma duramente
conquistati, percorrendo strade al limite della praticabilità, al
pacifico Ladakh, in mezzo alle montagne dell’Himalaya, una regione
dall’energia inesauribile, capace di stupire anche il più sgamato dei
viaggiatori per la sua carica di luce, di aria e di acqua, per i suoi
templi incastonati nelle rocce e i suoi cieli tempestati di stelle. E
poi, attraverso la transhimalayana, una delle strade più dure e
spettacolari del mondo, eccoci in un balzo in Himachal Pradesh, Stato
che ha accolto il governo tibetano in esilio, in cui il buddismo si è
giustapposto armonicamente alle radici induiste, dove la montagna
ancora alta sa già di giungla, con palme cresciute a fianco degli
abeti, pini accanto a piantagioni di tè. A chiudere, da Daramshala, la
picchiata verso la pianura: ecco il Punjab e la sua indiscussa
capitale, Amritsar, splendente del Tempio d’oro della religione Sikh,
che sincretizza molti aspetti delle altre confessioni prevalenti in
India, il paese di 360 milioni di dei.
Giorno 1
Volo
Milano-Francoforte-New Delhi.
Arriviamo a mezzanotte e mezza ora
locale, il fuso orario è di +3 ore e ½ . Caldo umido. L’hotel Crowne ha
un
aspetto familiare, pur essendo il tipico albergo turistico che si può
trovare in qualsiasi angolo del mondo. Chissà, forse ci siamo già
passati qualche anno fa.
(Crowne
Plaza Hotel, New Friends Colony, New
Delhi
110 025, Tel.91.11.2683 5070, 5167 2222)
Giorno 2
(876 km circa)
L’autista
con la sua Ambassador bianca e lucente è venuto a prenderci presto,
stamani. L’aeroporto non è lontanissimo, ma il traffico è così intenso
che trascorriamo interminabili minuti assolutamente fermi, assediati da
moto e auto che sembrano non volerci lasciare andare più.
Sul
volo per Srinagar siamo gli unici turisti europei,
infatti all’arrivo ci fermano subito per i controlli dell’influenza.
Compiliamo un’autocertificazione: si fidano.
Srinagar,
Kashmir indiano. È
l’ora di pranzo, i ragazzi escono dalle scuole. Sui pulmini colorati
invocazioni ad Allah scritte in arabo. “Benvenuti in paradiso” è
l’augurio di un cartellone pubblicitario. Il paradiso della corte
Moghul, negli ultimi anni trasformato in un inferno di guerra, la terra
contesa tra India e Pakistan, India e Cina. In questi sei mesi il tempo
è buono, ma fa caldo, troppo anche per loro. Le scuole sono aperte e
gli artigiani lavorano. Nei restanti sei mesi invernali il freddo
stringe tutto in una morsa. Chi può si rifugia a Jammu, dal clima un
po’ più mite.
Il
traffico è caotico e polveroso, ma le montagne intorno sono verdi e
appena scivoliamo sull’acqua del lago Dal
magicamente tutto si fa silenzioso. Graziose houseboat, le case
galleggianti, sono dappertutto, blandamente appoggiate sull’acqua. Di
legno scolpito, ombreggiate da tende di cotone, rinfrescate dal fruscio
dei ventilatori. La corte Moghul si trasferiva qui durante la stagione
calda. Shah Jahan fece costruire i giardini più belli chiamando
migliaia di artigiani dalla Persia. Infatti è come fare un tuffo in
Iran non appena si varcano i cancelli dei giardini Nashir:
fiori freschi e pieni, alberi secolari, fontane, ruscelli e piccole
cascate che scendono dai terrazzamenti. Sui prati verdi la gente siede
all’ombra circondata dal profumo di mille fiori: dalie, rose, gladioli.
L’acqua è fresca e invitante, qualcuno inizia a risalire la collina
camminando scalzo nelle fontane, in un batter d’occhio i saree si
bagnano e le donne si rinfrescano sotto le cascatelle, i bambini si
spogliano e si tuffano per una nuotata improvvisata sotto gli occhi
divertiti degli adulti.
Nel
giardino Nasim Bagh non si riceveva il pubblico,
era riservato alla corte e ancora adesso fontane, colonne e soffitti
decorati sono originali, risalgono al XVI secolo.
Alla
sera, sul lago, i rumori si attutiscono. Odore di cibo grigliato lungo
la strada, carne, pannocchie. Il profilo di un pescatore si staglia
contro il sole che tramonta. La luce cala in fretta e si sente solo lo
sciabordio dei remi a forma di cuore che solcano l’acqua, le barche
strette e piatte scivolano silenziose fra campi di fiori di loto.
(Mahjong
Group of House Boat, Dal lake, Neru Park, Srinagar, Tel: 0194 2455300,
ottima cucina,, varia e saporita con equilibrio)
Giorno 3
Alle
cinque del mattino il muezzin sta cantando le sue preghiere da un bel
po’. Saliamo su una piccola shikara che ancora non
è spuntato il sole. L’aria è fresca. Anatre e folaghe escono dai nidi
con i loro pulcini. I fiori di loto dritti sui loro steli sono ancora
chiusi. Sulla “piazza”, se così si può chiamare uno specchio d’acqua
più largo dei canali, c’è il mercato della verdura. Piano
piano la luce illumina i volti scuri irti di barba di agricoltori e
commercianti che si danno appuntamento qui ogni mattina sulle loro
barche cariche di verdure. Scivolano, si urtano, si scansano, pesano
melanzane su enormi stadere, passano sacchi di ortaggi da una barca
all’altra. La contrattazione si fa accesa tra un giovane e un anziano,
interviene un terzo uomo a cercare di riportare la calma. Una voce:
“I’m the delicious man”. Una barca ha affiancato la nostra: l’uomo
delle delizie apre due bauli ricolmi di dolci, biscotti e pasticcini di
ogni genere. Il mercato è così affollato che si potrebbe camminare
sulle acque semplicemente passando da una barca all’altra. Conclusi gli
scambi ognuno andrà in città a vendere la sua merce, al mercato, sulla
terraferma.
La
città di Srinagar, il paradiso del Kashmir, un tempo era abitata da
induisti, buddisti e musulmani, come testimonia la Jamia
Masjid, le cui cupole
erano originariamente dedicate alle tre religioni. Adesso è frequentata
solo dai musulmani. La politica e le mire espansionistiche dei paesi
confinanti hanno compiuto il disastro. Terra contesa tra India,
Pakistan e perfino Cina, è stata teatro di scontri sanguinosi, che
hanno coinvolto una popolazione multiconfessionale, vissuta fino a quel
momento in pace. Una guerra civile. Ma si sa come vanno queste cose.
Adesso recuperare è difficile e la tensione strisciante si percepisce
dalla presenza di piccoli presidi militari avvolti nel filo spinato a
ogni piè sospinto: i soldati armati appena visibili dietro le piccole
fessure imbracciano fucili carichi. La moschea Shah
Hamdan ricorda
dall’esterno un tempio induista in stile nepalese, è tutta di legno e
le decorazioni sono fatte in papier machie,
uno speciale impasto ottenuto triturando carta e fibra di cotone, i
piccoli disegni ricordano le decorazioni stile Fabergé. Lungo il fiume
le belle dimore di legno con i tetti a punta sono abbandonate e ancora
diroccate, ricordo della guerra e delle tensioni sempre presenti. La
nostra guida è induista e vuole mostrarci gli esiti di questa triste
storia: ovviamente per lui i maggiori responsabili sono i musulmani. Un
piccolo tempio dedicato a Krsna è circondato da un presidio militare.
Un ufficiale dell’esercito indiano ci fa entrare attraverso un cancello
di ferro, all’interno soldati; apre una porticina in legno che dà su un
cortiletto, dove un uomo sta sistemando alcuni festoni dorati: stanotte
si festeggia la nascita di Krsna. In una piccola stanza, seduto a gambe
incrociate su una sorta di branda, c’è un santone, le braccia segnate
da un’ustione. Accoglie tutti salutando con un “Hari Krsna” e
distribuendo sorrisi. Ci invita a sedere per terra, ci offre un fresco
sciroppo di rose. Nella stanza accanto, un lingam salvato dal tempio
distrutto, rappresentazioni della divinità nelle sue molteplici
manifestazioni, perfino una piccola culla che lo ospiterà
simbolicamente dopo la sua nascita, quasi un richiamo alla mangiatoia
in cui nacque Gesù. Il santo ci chiede di seguirlo nella preghiera,
ripetendo con lui formule sconosciute. Al termine ci offre frutta da
mangiare, dolci spicchi di mele e di pere. Quando usciamo dal tempio
l’uomo in cortile ha quasi terminato di appendere i festoni, che ora
brillano al sole. La nostra guida non verrà stasera per la festa, teme
che potrebbero esserci disordini per strada. Il caldo si è fatto quasi
insopportabile, un evento raro da queste parti. Verso sera saliamo
sulla shikara dalle tendine variopinte, che
scivola sul lago tra i fiori di loto ormai aperti al sole. Uccelli
acquatici zampettano sulle enormi foglie galleggianti, dove si
depositano rotonde gocce d’acqua a formare enormi perle che luccicano
al sole. I canali, dapprima larghi, si restringono; zolle di terra
galleggianti offrono erbe per gli animali, che le donne raccolgono e
portano a riva remando agilmente. Ci sono nate su queste barche.
Inaspettatamente compaiono orti su isole galleggianti, verdure mature
pendono dai graticci, fagiolini, zucche saporite. Dalle casette in
mattoni escono bambini e donne affaccendate intorno alle loro barche,
vanno a fare la spesa, ritornano, si fermano in mezzo ai canali a
chiacchierare. Dalle numerose moschee giungono canti dedicati ai
malati, spiega il barcaiolo. Lui è musulmano e ovviamente ha un punto
di vista diverso da quello della guida. La festa di Krsna stasera? Lui
non ne sa niente. Sulle facciate delle piccole moschee troneggiano i
ritratti degli ayatollah iraniani. È facile, in condizioni di confini
così fragili e precari, che i pensieri forti e risoluti dei paesi
confinanti si facciano largo cercando di conquistare la fiducia di
un’etnia piuttosto che di un’altra. E sembra impossibile, seduti su
questa shikara in mezzo al lago, tra lo sciabordio
dei remi a forma di cuore, che questo paradiso sia stato sconvolto non
tanto tempo fa e ancora la brace covi, pronta a trasformarsi in fuoco.
Un vecchio con lo zuccotto bianco confeziona mazzi di fiori di loto che
regala ai turisti, ha il viso sereno. Ceniamo ancora una volta sulla
houseboat. Il capitano, Majid, è avaro di sorrisi, ma è molto gentile.
Dopo cena ci consegna un grande libro dove ci chiede di scrivere anche
i nostri commenti. Che cosa augurargli se non un futuro di pace?
Giorno 4
(204 km circa)
Oggi è
venerdì, giorno santo dell’Islam, e domani è la festa dell’Indipendenza
dell’India. Questa circostanza ha un suo peso nella nostra sveglia con
due ore di anticipo. La shikara ci riporta sulla
terraferma quando ancora non c’è nessuno in giro. La guida che ci
attende è di Leh, ha i lineamenti mongoli e parla ladakho, una lingua
diversa dal kashmiri. Partiamo prima, ci spiega, perché potrebbero
esserci problemi a causa dell’Indipendence day. Qui è vissuto come un
insulto, anche perché è da quel momento che sono iniziati i problemi.
Per strada sembra che nulla sia cambiato rispetto a ieri. A una
cert’ora i bambini si riversano per strada con le loro divise
scolastiche e i libri sottobraccio, i soldati presidiano le strade, c’è
un armato ogni 200 metri. Non sembra debba succedere nulla. Ci fermiamo
al mercato di Kangan a comprare le famose mele del
Kashmir, più grosse e dolci di quelle ladakhe: l’autista le apprezza
molto. La vegetazione è ricca in questa zona, iniziano a scorrere le
acque provenienti dai ghiacciai che alimentano i fiumi nelle vallate
coltivate a grano e fiori. Nomadi kashmiri con greggi di pecore
percorrono le loro strade, le facce scure, i vestiti cupi e polverosi.
Si accampano nei pascoli con le loro tende, i bambini si avvicinano a
cercare qualcosa da mangiare, penne e anche vestiti. La strada, da
larga e spaziosa, inizia a farsi stretta e sassosa e sale. Sembra
impossibile, ma è a
due corsie e gli automezzi sono camion. Lasciamo la vegetazione della
vallata e iniziamo ad arrampicarci su queste rocce: una, due, tre curve
e tutto si ferma, gli automezzi pesanti si incastrano nelle curve a
gomito e non riescono più a muoversi. Operai dalle facce scure,
originari dell’India dell’est, lavorano all’allargamento della strada:
unico strumento, i picconi. Andiamo avanti così finché svalichiamo.
Siamo a oltre 3800 metri, l’aria è fina, fresca. Le fisionomie kashmire
si mescolano a quelle ladakhe, ancora moschee dai tetti lucenti di
lamiera: ecco il villaggio di Drass, il secondo
più freddo dell’Asia: -50° d’inverno! Il fiume è diventato grigio e
impetuoso, colore del ghiacciaio e della roccia. Poi si scende, ritorna
il caldo. Arriviamo a Kargil nel pomeriggio, siamo
stremati dalla calura e dal percorso sconnesso. A sera, sulla strada in
costa al monte, file di camion continuano il loro andare e venire.
(D
Zojilla Hotel, tel.: 01985.23222, 232360, servizi basici, non molto
pulito, letti durissimi, è il migliore nella zona)
Giorno 5
Kargil-Leh (230 km circa)
Un
modo per convivere pacificamente si può sempre trovare, anche in queste
terre contese. La nostra guida, Rinchen, è buddista, l’autista
musulmano, ma il primo ha alcuni parenti di fede islamica, il secondo
ne ha buddisti: per loro l’accettazione reciproca è un dato acquisito,
scontato. Rinchen sostiene che se l’India durante il conflitto non
avesse inviato le truppe speciali in Kashmir – che hanno fatto quello
che hanno voluto della popolazione musulmana – probabilmente adesso non
ci sarebbe questa tensione. La storia va sempre guardata dalle due
parti e il punto di vista di Rinchen è terzo: di lui ci fidiamo.
Mentre
parliamo di queste amare vicende sfilano sotto i nostri occhi montagne
e valli, e nelle valli verdi come oasi spuntano moschee simili a
chiesine di montagna, poi via via compaiono lungo la strada crocicchi
di monaci buddisti, fino all’arrivo al monastero
di Mulbec, dove una grande ruota della
Compassione a ogni giro completo libera in cielo un milione di
preghiere. Il monastero è piccolo: solo due stanze. Nel cortile un
gigantesco Buddha Maytreya scolpito nella roccia veglia sull’unico
monaco che si affaccenda intorno alle lampade votive. Aggiunge olio,
pulisce, riordina, custodisce i libri sacri con gli insegnamenti del
Buddha. Nella Valle
della luna spezzata sorge invece il monastero di .
Nel cortile un vecchio arrampicato su una scala rinnova i colori della
ruota della vita, mentre all’interno i monaci pregano e cantano al
ritmo del tamburo e dei corni. Tra loro ce n’è uno dalla lunga barba e
dai capelli raccolti sulla nuca: proviene da un lungo periodo di
meditazione, caratteristica di questo monastero. Fuori alcuni vecchi
muovono incessantemente le loro piccole ruote di preghiera, i visi
solcati di rughe profonde.
Pranziamo
lungo la strada, in un giardino che sembra davvero un angolo di
paradiso: il sole filtra tra i rami di albicocchi carichi di piccoli
frutti tondi e dorati. Le vecchine li vendono ai vari chek-point dove
si fermano le auto dei turisti per il controllo passaporti. A noi le ha
offerte un’anziana, in cambio di una maglietta: sono dolcissime.
Siamo
ormai prossimi a Leh quando incontriamo il monastero di Alchi.
Diverso da tutti gli
altri, le sue piccole cappelle sono disposte tutte su un unico piano,
non ci sono scale e le colonne sono sormontate da capitelli in stile
ellenistico. Ma anche questo, in fondo, non è strano: quanti popoli
hanno percorso queste vie in cerca di fama e fortuna? Alessandro Magno
si è fermato con il suo esercito non lontano di qui, lungo l’Indo.
La
strada prosegue scavata nella roccia, nelle valli si aprono oasi di
verde, coltivazioni di orzo e foraggio. Il villaggio di Bazgo
visto dall’alto potrebbe trovarsi tranquillamente in
Marocco o in Tunisia. Ci fermiamo a bere un tè con la nostra
guida, persona eclettica: esperto d’informatica laureato a
Bangalore, ma anche
traduttore di oracolesse, nipote devoto della vecchia nonna che lo ha
cresciuto da sola. La strada prosegue: all’imbrunire, in fondo alla
valle, compare l’Indo alla confluenza con lo Zanskar,
si vedono nettamente le acque mescolarsi. A sera siamo a Leh.
SalutiamoRinchen e ci riuniamo al
resto del gruppo. Ci accoglie con un largo sorriso Aman, la nostra
guida sikh. Il nome per esteso è Amandeep Singh ed è contattabile
attraverso la mail: amand78@gmail.com
Giorno 6
Passo Khardungla - valle di
Nubra (150 km circa)
Lasciamo
Leh alle 8. Le jeep si arrampicano sulla consueta strada scavata nella
roccia. Operai appena svegliati si lavano accosciati su un ruscello che
proviene direttamente dalla montagna. Una lunga fila di camion
dell’esercito procede inerpicandosi lentamente. In breve la strada
sale: 4000, 4500. Ecco il Khardungla, il passo più
alto del mondo: 5600 metri! Scendiamo dalle jeep camminando come
ubriachi, le lingue dei ghiacciai si spingono fino a lambire le
bandierine di preghiera, di fronte si stagliano le vette nere e
innevate del Karakorum. La strada ricomincia a
scendere, curva dopo curva. Le rocce cambiano colore, a tratti sembrano
ossidate. Teneri fiorellini viola spuntano qua e là sfidando il freddo.
Yak dal pelo folto brucano le poche erbette spuntate a fatica tra le
pareti scoscese dei monti. Pranzo al sacco. Una famigliola si avvicina,
dividiamo con loro quel che abbiamo: i bambini apprezzano molto la
frutta, gli adulti i vestiti, anche se sono usati. Non capiamo nulla di
quello che ci dicono, ma sembrano benedizioni. Proseguiamo il tragitto,
siamo scesi di parecchio e siamo entrati nella Valle di
Nubra. Ampia, con il cielo grigio assume un colore quasi
lunare. Si allarga e l’Indo, che vi scorre in mezzo, si divide in un
braccio laterale per poi ritornare al ramo principale subito dopo,
creando così una sorta di grande isola montuosa. Le rive sono di sabbia
bianca. Siamo arrivati a un monastero arrampicato su un costone. Le
ruote di preghiera ormai vecchie girano
sventolando brandelli di carta scoloriti. La prima cappella è dedicata
agli dei protettori, i cui volti coperti vengono svelati solo due volte
all’anno, in occasione di particolari preghiere. Nella sala grande le
finestre affacciano sull’Indo che scorre instancabile, sempre uguale e
sempre diverso. Un grande Buddha Sakyamuni sorride serafico dalla teca
illuminata da lampadine colorate. Qualche scalino ancora ed ecco la
cappella degli , spiriti
illuminati da sempre degni di devozione. La strada si abbassa fino al
livello del fiume, dove bianche dune di sabbia raccolgono piccole pozze
di acqua. Il panorama è lunare, il fiume scorre grigio e lucido come
una lama d’acciaio. Piove. Nel piccolo monastero di Hundar
un monaco seduto per terra prega: è così piccolo rispetto al grande
Buddha del futuro che domina tutta la stanza. Le pitture sui muri sono
in tipico stile cinese. Non è strano: da qui passava un tratto della
Via della seta e le varie influenze culturali si fanno sentire. Appena
fuori dal monastero, un sentierino tra gli arbusti, bordato da un
torrentello vivace, porta a un giardino di stupa e gompa di fattura
originale. Sulla collina sono sparse le celle di meditazione, ma un
presidio militare impedisce l’accesso e vieta anche le fotografie.
L’ultima
pioggia ha scurito le dune di sabbia bianca, i lavoratori tornano a
casa con le zappe sulle spalle. Un gruppo di pastori ha radunato una
mandria di cammelli battriani, ultimi esemplari, ricordo di un popolo e
di una storia ormai confinata nei saggi e nei racconti che favoleggiano
della via dei mercanti. Con le loro gobbe pelose, inclinate una a
destra e l’altra a sinistra, attendono il pasto prima di essere
condotti al riparo: i giovani esemplari corrono sulle dune, i vecchi,
cocciuti, si impuntano seduti per terra, a dispetto dei pastori, che
vorrebbero schiodarli. Per convincerli sputano sul loro muso, per
ristabilire i ruoli.
Tutti
lasciano la valle delle dune: chi torna a casa, chi si rifugia nelle
tende. Cala presto il buio. Nel campo tendato, che ci attende in mezzo
ai pioppi, per ogni luce che si spenge si accende un pezzo di cielo
punteggiato di stelle.
(Tirith
Camp Nubra Valley, tende confortevoli, letti puliti, bagni e docce
calde, corrente elettrica,ristorazione
e box lunch soddisfacenti)
Giorno 7
Valle di Nubra
Passaggi
di nuvole nel cielo azzurro, le tende bianche del campo sono
sprofondate tra i pioppi. La strada è lunga anche oggi e ci condurrà
fino a Pamanik. La vallata è larga, bianca e verde.
Bianca la sabbia, verdi le poche coltivazioni. Intorno, quinte di
montagne altissime, le vette innevate, i fianchi cangianti secondo la
luce. Oltrepassiamo un ponte sul fiume Nubra che scorre rapido e a
fissarlo sembra di essere catturati dalla corrente. Siamo sotto il
costone roccioso: piccole cascatelle di acqua gelata e purissima
invitano a un brindisi collettivo. Percorriamo con le jeep un tratto di
sterrato sassoso fino ai piedi della montagna, poi iniziamo l’ascesa
fino al monastero di Insa. Piccoli chorten
costruiti con i sassi ammonticchiati ci scortano fino in cima. Il
monastero è piccolo e vi abita un solo monaco, solo due volte all’anno
lo raggiungono alcuni lama che si ritirano qui per la meditazione. Le
stanze all’interno sono piccole e buie, con l’aiuto di una pila si
riescono a vedere gli affreschi sui muri. Più in alto, altri chorten in
muratura e lo scheletro del vecchio monastero in pietra. Sotto, la
valle di Nubra, ampia e bianca. Costruiamo anche noi piccoli chorten
con le pietre e li lasciamo quassù, a contemplare le montagne
himalayane. Scendere dal sentiero ripido non è complicatissimo. Il sole
va e viene, celato dalle nuvole ora soffici e candide, ora grigiastre e
gonfie di pioggia. Più avanti nella valle, ecco nascosto tra le cime
più basse un piccolo lago di acqua piovana. La roccia è scura,
violacea, l’acqua tranquilla. Chiudere gli occhi e sentire lo
sciacquettio delle piccole onde, lasciarsi attraversare dalla brezza
fresca che increspa la superficie del lago. Poi il venticello si
ingrossa, fino a diventare forte e ghiacciato, porta il respiro delle
montagne; e in un istante percepire di essere in unione perfetta con
l’energia dell’universo. Ecco perché il buddismo è nato qui e, come
dice il Dalai Lama, qui va praticato.
Più in
basso il vento alza nuvole di sabbia bianca. La valle di Nubra sembra
quasi irreale. Le nuvole scherzano con i profili delle montagne,
disegnando zone di luce e ombra, mutandone continuamente la fisionomia.
Lungo la strada che riporta al campo incontriamo pastori, bambini che
tornano da scuola: tutti ci regalano un saluto, un sorriso.
Al
campo il profumo della menta annuncia il tè caldo e zuccherato servito
sotto un cerchio di pioppi. Il vento non ha smesso di soffiare, le
foglie lanciano bagliori di luce misti a suoni. Quale palcoscenico
migliore per parlare di buddismo?
Giorno 8
Valle di Nubra-Leh
La
luce filtra presto nelle tende al mattino. Il vento ha interrotto la
sua corsa, i pioppi hanno smesso di cantare e le nuvole passeggiano nel
cielo. Quando entriamo nella saletta per la colazione è tutto deserto,
non una tazza né un pezzetto di pane. Ci fanno segno di passare
attraverso una porticina, poi un’altra ed eccoci in una grande cucina.
Nel mezzo la stufa crepita e tutto intorno sono disposti panini rotondi
e gonfi, le stoviglie lucidate riposte nelle credenze, piccoli tavoli
dipinti sono stati apparecchiati per noi. In una stanzetta il toc-toc
di una donna che sta facendo il burro a mano, lievemente salato, che va
a sciogliersi nella coppetta di tè, offerta assieme al pane caldo.
Ripercorriamo
a ritroso la valle di Nubra per raggiungere nuovamente il passo di
Khardungla. Ha nevicato gli scorsi giorni e ancora cade un nevischio
sottile e pungente. Un lungo convoglio dell’esercito blocca la strada
sterrata, rallentando la nostra marcia e costringendoci a una sosta più
lunga del previsto al passo. Una tazza di tè speziato ci aiuta a
ingannare il tempo e ci riscalda un po’. Finalmente i camion si muovono
e possiamo riprendere la strada verso Leh. Appena fuori dalla città c’è
il monastero di Thikse. Ospita attualmente una
scuola con 16 bambini e 120 monaci in totale. Domina la valle
coltivata. Nella sala della preghiera i monaci stanno intonando un
canto, la luce è bassa, solo un
fatto di sabbia fina è illuminato. Statue del Buddha e manifestazioni
tantriche solo apparentemente spaventose. Nel tempietto di fronte al
cortile, una grande statua del Buddha del futuro sorride pacifica
guardando la vallata attraverso le grandi finestre di legno. È talmente
alta che la si può cogliere per intero solo dal secondo piano. Accanto,
in una piccola sala, graziose statue rappresentano le ,
manifestazioni femminili del Buddha. Allontanandosi lungo la strada si
può osservare come il monastero di Thikse rappresenti, in piccolo, il
Potala di Lhasa. Su una costa del monte, tornando in direzione di Leh,
c’è il Palazzo Shey. Il breve percorso per
raggiungere la cima è fiancheggiato come sempre da ruote di preghiera
che girano incessantemente sotto le mani dei fedeli. Ha un unico grande
cortile su cui si apre una stanza, che permette di accedere al secondo
livello, a guardare direttamente negli occhi la statua del Buddha del
presente, Sakyamuni. Da quassù il vento sembra soffiare impetuoso e i
deboli vetri del palazzo tremano.
Leh si
anima verso sera. Le botteghe che fiancheggiano le vie della città
vecchia luccicano di argenti e pietre, vestiti e sciarpe. I
commercianti vengono dal Kashmir soprattutto in estate per concludere
affari con i turisti. I tibetani invece gestiscono i loro commerci un
po’ fuori dal centro. Qui ci sono solo donne sedute sui marciapiedi a
vendere frutta e verdura. Cani randagi sonnecchiano in attesa di cibo,
che qualcuno sicuramente gli darà. Alzando gli occhi, un fitto
intreccio di bandierine di preghiera e cavi della luce solca il cielo,
impigliandosi nella prospettiva di due moschee con i minareti
illuminati. “Allah-u akbar” intona il muezzin, mentre svoltiamo in un
vicolo del quartiere antico steso ai piedi del Palazzo reale. Qui i
toni si smorzano, è una zona più intima. Piccoli bar, rivendite di
frittelle, un barbiere. Poi le voci soffuse dall’interno delle case,
chiacchiere quasi sottovoce. Ai piedi del palazzo la città piano piano
si illumina, mentre cala la sera.
Giorno 9
Leh – monasteri Thag
Thog e Hemis (50 km circa)
L’aria
è rinfrescata e, come accade da qualche giorno, nuvole bianche si
contendono l’azzurro del cielo. Usciamo da Leh e imbocchiamo la vallata
dell’Indo, ampia, coltivata e punteggiata di monasteri arroccati sulle
montagne: Stachna, ovvero “naso di tigre” e Matho
sono i più evidenti, gettando uno sguardo dai finestrini delle jeep. La
vallata è piuttosto verde e via via che ci si avvicina alla prima meta
si attraversano piccoli villaggi dalle case di mattoni dipinti a calce,
sui tetti il foraggio messo a seccare. Ecco il monastero di Thag
Thog, il suo nome significa “sotto la grotta” e lo si capisce
appena si entra. Il contatto a piedi scalzi con il pavimento freddo dà
subito un brivido. È buio, il soffitto basso e irregolare è tappezzato
di monete e banconote. Ci sono altre due stanze, una antica con una
bella collezione di offerte fatte di burro modellato e dipinto, l’altra
nuovissima, anzi ancora da terminare: il pavimento di legno grezzo è da
rifinire. I nomi delle statue, dei vari Buddha e delle sue
manifestazioni, iniziano a sovrapporsi e a confondersi. Tutto sembra
così complicato e con un filo di frustrazione stiamo rinunciando a
capire, quando Aman viene in nostro aiuto e ci invita a non pensare a
tutto questo. Le statue sono rappresentazioni, ma la Verità non è un
dogma e ognuno deve ricercare la sua strada (la cima è una, ma i
sentieri sono molti, diceva Tierno Bokar, il saggio di Bandiagara, ai
piedi della falesia Dogon, in Mali). Al monastero di Hemis
forse comprendiamo qualcosa di più osservando l’affresco della Ruota
della vita. Yama, il dio degli inferi, vi è avvinghiato. All’interno
del cerchio sono rappresentati i sei mondi e le 12 stazioni della vita
di un uomo. Al centro il “peccato originale” è interpretato da tre
animali: un serpente, un maiale e un uccello. Rappresentano l’odio,
l’ignoranza, la bramosia dei desideri. Solo liberandosi da questi si
può uscire dal ciclo ghermito da Yama e un Buddha sereno e sorridente
indica la strada verso la luna. Il monastero di Hemis è antichissimo,
risale al VII secolo. Nel museo freddo e scarno c’è una raccolta di
oggetti sacri e di utensili. Antiche ruote di preghiera sono
incastonate nei muri, portano ancora tracce di pelliccia, sono piccole
e un po’ acciaccate. Nella stanza più lontana e buia un monaco recita
ininterrottamente un mantra battendo ritmicamente sul tamburo. La
nostra presenza non lo distrae e quel suono, più o meno attutito,
riecheggia in ogni angolo del monastero. Allontanandoci vediamo il
complesso di edifici scomparire, celati tra le montagne. Al castello di
Leh ogni sera c’è una rappresentazione di danze rituali (ore 17,30, 150
rupie). Una piccola compagnia si esibisce per i visitatori stranieri
proponendo coreografie delle regioni del Ladakh. Una ragazzina presenta
ogni movimento leggendo gli appunti scritti in inglese su un
quadernino. Il castello è vuoto all’interno, ma è un bello scenario per
assistere allo spettacolo. Intanto l’aria si è fatta freschina, il sole
va a tramontare. Ridiscendiamo attraversando il quartiere vecchio dove
i tintori sono all’opera e i carretti vengono trainati senza sosta
negli stretti vicoli. Al mercato, sotto il tendone, luccicano argenti e
tintinnano vassoi colmi di turchesi. Nella via delle moschee un
venditore di tappeti srotola i suoi tesori: vecchi thangka stropicciati
evocano mandala, ruote della vita, manifestazioni del Buddha. Davanti a
un caldo e speziato,
ascoltiamo le sue descrizioni. Il Buddha della saggezza, Manjushri, che
con la spada combatte l’ignoranza, ci sembra il più adatto: in tutte le
epoche, ma soprattutto nella nostra.
Giorno 16
Leh - lago Tsomoriri
(4950 m.) (230 km circa)
Come la rugiada
è asciugata dal sole
del mattino così, alla vista dell’Himalaya, i peccati dell’umanità
(Purana).
Lasciamo
Leh stamani. Ci aspettano lunghi trasferimenti non troppo comodi, a
quanto pare. Appena fuori città c’è un grande prato bellissimo che
termina con un piccolo tempio e, nascosta tra gli alberi, una bella
dimora: è una delle residenze del Dalai Lama. Davanti al grande arco in
pietra da cui si accede alla residenza stamani c’è un gruppetto di
persone, fermo in attesa.
Le
guardie fanno segno alle macchine di passare. La nostra guida
parlamenta un po’ con uno dei militari, poi ci fa scendere. Vediamo gli
autisti correre stringendo tra le mani le sciarpe bianche, simbolo del
buddismo tibetano, un sorriso che va da un orecchio all’altro. Arrivano
pure i bambini delle scuole e si dispongono tra noi. Sta per arrivare
il Dalai Lama. Preceduto da tre auto della polizia, arriva su una jeep
con il consueto sorriso, la mano alzata a benedire tutti gli astanti.
La gioia è collettiva, vecchi e bambini sono emozionati e commossi,
perfino l’austera guardia sorride felice e accetta di posare per una
foto di gruppo.
Ancora
increduli riprendiamo la strada verso Manali: impiegheremo due giorni a
raggiungerla, attraversando la Transhimalayana, una delle strade più
spettacolari e difficili al tempo stesso. Le vallate che si susseguono
a tratti sono verdi e larghe, altre volte strette e rocciose. I lavori
per la risistemazione del fondo stradale e la costruzione di nuovi
ponti sono attivi più o meno ovunque. Gli operai salutano sorridendo,
rompono le pietre con il mazzuolo e il picchetto. Molte donne lavorano
nei cantieri, il volto coperto da pesanti fazzoletti per difendersi
dalla polvere. Si comincia a salire: la strada si perde e diventa una
pista difficile da vedere, perfino da intuire. Laghi azzurri, cime
innevate. Marmotte, una grande quantità di marmotte, e sempre più
freddo. Arriviamo al lago Tsomoriri verso sera. Il
villaggio è minuscolo, in parte disseminato di tende rotonde. Gli
abitanti, di bassa statura, hanno la pelle come di cartone, cotta dal
sole. Nel piccolo tempio di Kartzo c’è solo una
stanza e un monaco che canta, battendo sul tamburo, la sua litania,
indifferente a tutti quelli che entrano e si siedono per terra ad
ascoltarlo. Intorno al lago, intanto, cala la sera e si alza un vento
gelido, che ci costringe a camminare rapidi nonostante l’affanno dovuto
all’altitudine, scortati da un gregge di capre e dal suo pastore. Ci
rifugiamo in una delle tante tende rotonde. Un fornelletto a gas,
sedili e coperte tutto intorno, la signora sta preparando un tè con il
burro salato. Alcuni uomini rientrati dal lavoro siedono con noi,
avvolti nelle coperte, recuperano un po’ di energie. Il tè ha il sapore
di un brodo dal forte aroma di burro, sapido. Voci attutite, il rumore
dei fornelli, l’odore di kerosene. Fuori passa rapido, nel buio quasi
totale, il gregge belante. Due asini ragliano e scalciano. In questo
momento questa tenda è il posto più bello del mondo.
(Tsomoriri
Camp Himalayan, necessario sacco a pelo termico e abiti pesanti anche
ad agosto, di notte la temperatura scende sotto 0°, wc e lavandino in
tenda, acqua freddissima, cibo di buona qualità ma poca quantità, box
lunch scarso)
Giorno 11
Tsomoriri – Sarchu (200
km circa)
La temperatura si è abbassata
notevolmente questa notte, siamo andati sotto zero. Ma sono stati
soprattutto i cani randagi che non ci hanno lasciato dormire. Si sono
accovacciati vicino alle tende e hanno guaito e ululato tutta la notte.
Forse reclamavano solo un po’ di caldo.
Al
mattino presto, il lago offre uno splendido controluce. Ripercorriamo
la strada a ritroso. Nei prati le marmotte giocano, scendono verso il
torrente a bere, si scaldano sui sassi. Prendiamo la deviazione verso
il lago Tsokar coperto di uccelli acquatici. Tutto
intorno bassi arbusti e una crosta bianca di sale che si sfarina a
toccarla. È una tappa di trasferimento oggi, in mezzo a una conca di
montagne e ghiacciai. La luce così trasparente, offuscata solo dalla
polvere che sollevano le jeep, avvicina l’anima al cielo. Ogni tanto,
lungo la strada, posti di ristoro dove prendere una zuppa calda o un
piatto di noodles per sole 50 rupie. Come sempre tende circolari,
fornelletto e panche basse sulle quali si può anche dormire. La fauna è
tipicamente montana, caprioli e anche una sorta di zebra dal manto
marroncino, con il corpo sottile e la testa grossa. La strada in sé non
sarebbe lunghissima, ma è dissestata e impone una certa lentezza. Siamo
ormai nella parte finale del Ladakh. All’ultimo controllo della polizia
entriamo a Sarchu, che geograficamente è già in Himachal Pradesh. Non c’è nulla intorno:
solo montagne, ghiacciai e il nostro campo tendato. La temperatura
scende rapidamente. Nella tenda-ristorante Aman tiene una lezione sul
concetto buddista di a
un gruppo che sembra preparato più per una spedizione all’Artico che
per una lezione di buddismo. Il cibo si gela nel piatto prima ancora di
essere assaggiato. La notte è nera, il cielo solcato da una Via lattea
maestosa. Nessun rumore stanotte, tranne il vento che scende dalle
vette innevate.
(Rashpian
Adventure Camp, servizi molto basici , necessari sacco a pelo termico e
abiti pesanti, poco cibo a cena e ancora meno nel box lunch per carenza
di rifornimenti, non ci sono centri abitati nelle vicinanze)
Giorno 12
Sarchu – Manali (220 km
circa)
I
chilometri sono appena 220, ma l’ultimo tratto della Transhimalayana è
davvero dissestato e non consente una marcia superiore ai 25-30 km
all’ora. Partiamo alle 7. Le montagne sono ancora ammantate d’ombra, ma
dalle vette filtrano i raggi del sole. Si sale, si sale, la vallata si
allarga, brulla come sempre. Poi inizia la discesa. Compare un po’ di
vegetazione e il profumo dell’erba ci stupisce, facendosi strada tra
l’odore della polvere sollevata dai camion. La valle si restringe e
diventa decisamente verde, falchi neri volteggiano sfruttando le
correnti ascensionali. Squadre di operai lavorano senza sosta
all’allargamento della strada, come sempre spaccando le pietre con i
picconi, uomini e donne non c’è differenza. I lavori sono gestiti
dall’esercito, ecco spiegato perché per ogni squadra c’è un soldato che
controlla. Dal nostro punto di vista somigliano tanto a lavori forzati.
Invece, a quanto pare, qui è normale e gli operai sono cittadini
liberi, ma non dalla miseria. La strada scende, risale, riscende. Gli
autisti evitano i controlli della polizia passando rapidi da alcuni
villaggi. Una frana costringe tutti a fermarsi, in attesa che la strada
venga liberata. Un venditore di tè e un uomo che arrostisce pannocchie
sono posizionati strategicamente: compaiono con un tempismo
invidiabile, neanche avessero una mappa dei lavori in corso. O forse è
solo una grande abilità nell’arte di arrangiarsi. In questi casi, in
India, si scende tutti dalle auto, civili e soldati, e si finisce col
fraternizzare, sgranocchiando calde pannocchie e scattandosi foto
reciprocamente. Poi la strada si libera e si riparte. Una curva dopo
l’altra, poi ancora uno stop: stavolta è la polizia, che ferma tutte le
auto turistiche. Ce l’hanno fatta. Ogni autista deve sborsare una multa
equivalente a circa 40 euro: è un bel bottino, le macchine sono cinque!
Questo accade perché il ministero degli Interni non rilascia tutti i
permessi di transito richiesti dagli autisti professionali, che per
muoversi da uno Stato all’altro dell’India hanno bisogno di questi
lasciapassare. Gli autisti, naturalmente, si muovono lo stesso: se poi
saranno fermati, pagheranno. In questo modo si consente ai poliziotti
di arrotondare lo stipendio, alimentandone la corruzione. Le agenzie
turistiche lo sanno, stanno al gioco e rifonderanno gli autisti
dell’eventuale multa. Probabilmente alla fine il surplus di spesa si
scaricherà sulle tasche dei turisti, che pagheranno cifre più alte del
dovuto nel noleggio dell’auto. Ma in fondo va bene così.
Quando
finalmente ci lasciano andare Manali è vicina, la vediamo spuntare nel
fondovalle. Ma ecco un nuovo stop. Stanno asfaltando la strada. Gli
operai, sempre uomini e donne assieme, riempiono secchi di catrame
fumante, ottenuto bruciando i copertoni. Naturalmente ne respirano i
miasmi per tutto il giorno. Caricati i secchi sulle spalle, li portano
una curva più sotto. Improvvisamente si sente il pianto di un bambino.
A guardare bene, buttate sull’erba ci sono alcune coperte e sopra c’è
un neonato: avrà si e no tre mesi. La madre scarica l’ultimo secchio di
catrame, poi si ferma per allattarlo. Il soldato di guardia al cantiere
osserva con aria indifferente: le toglierà dieci minuti dalla paga? Il
pensiero corre ai nostri asili e alla vita dei bambini in Occidente.
Passa ancora un po’ di tempo e la strada viene riaperta. Finalmente
possiamo raggiungere Manali, località di montagna
di una certa rilevanza, a giudicare dagli chalet che sono stati
costruiti un po’ ovunque.
È
arrivato il momento di salutare la nostra guida, Tsering, e gli autisti
che ci hanno condotto fino qui attraverso una delle strade più
spettacolari e difficili del mondo. Sono stati bravissimi:
professionali, gentili e simpatici. Ci lasciamo non senza un filo di
sincera commozione.
(Banon
Resort, New Hope Orchards Manali, tel.: 01902.253026, 252490,
253994 Albergo molto confortevole)
Giorno 13
(xxx km circa)
Dopo
tanti giorni di sveglie antelucane, una bella dormita, finalmente. La
cittadina di Manali è un po’ la Chamonix dell’Himachal Pradesh, che
letteralmente significa “la culla dell’Himalaya”. Alberghi, costruzioni
in mattoni, negozi. Gente un po’ meno d’incontro che altrove.
Probabilmente è già un posto un po’ troppo turistico. Ma nascosta un
po’ più in alto c’è la Manali vecchia, quella delle case di legno con i
tetti coperti di lastre di pietra, a piano terra le stalle con le
mucche e i panni appesi al balcone, che circonda la casa su tre lati.
Lungo la strada un fiorire di botteghe di artigianato, bar e piccoli
ristoranti. Dove finisce la strada c’è un tempietto dedicato a Manu. Di
questo personaggio si racconta una storia con forti assonanze bibliche:
pare avesse costruito un’arca e vi avesse posto in salvo tutti gli
animali nel corso di un diluvio.
Manali
è letteralmente sprofondata in una foresta di conifere dai rami gonfi e
sani. Su una collina, in mezzo ad alberi secolari che profumano l’aria
di resina, c’è il tempio induista Hadimba Devi, in
cui sono conservate due impronte lasciate nella roccia. Una fila
ininterrotta di fedeli entra dalla porta piccola e bassa, si sofferma
un attimo, riceve la benedizione sottoforma di segno rosso spennellato
sulla fronte e una manciata di dolcetti. Sul piazzale un uomo ha appena
sacrificato una gallina e ora lava il coltello, riponendo i resti del
pennuto in un sacchetto di plastica. Una signora in costume
tradizionale si aggira lì intorno portando con sé una pecora dal pelo
pulito e vaporoso, che suggerisce un’idea di morbidezza infinita: per
poche rupie posa per una foto. Venditori di zafferano avvicinano
circospetti i turisti mostrando piccoli contenitori degli stami
preziosi, chissà perché i venditori di zafferano hanno tutti quest’aria
un po’ ambigua. Cade qualche goccia di pioggia, ma è solo un momento.
Ritorniamo indietro di qualche chilometro, sulla strada che porta a Leh
c’è una deviazione per il piccolo villaggio di Vashisht,
dove sgorga una sorgente di acqua calda intorno alla quale è stato
costruito un tempio tutto di legno intagliato. I Sadhu dal viso dipinto
raccolgono offerte e distribuiscono benedizioni, i turisti indiani
posano per foto di famiglia di fronte al tempio. Nell’unica strada che
attraversa il villaggio è un pullulare di botteghe di artigiani,
incantatori di serpenti e locali. Il turismo occidentale che si attarda
qui, come nella Manali vecchia, è costituito prevalentemente da giovani
alternativi ben disposti verso quei ciuffi di erba dall’aria familiare
e dal profumo caratteristico che affollano copiosi il bordo strada e il
sottobosco dei parchi. Qui cresce tutto bene, tra le felci umide e
fresche si stende un tappeto rigoglioso di marijuana (che pare di
ottima qualità, ma non lo è).
Verso
sera per le strade della Manali vecchia si spande l’odore del fumo, si
aggirano ragazzi di ogni nazionalità. I sarti dei negozietti sono
all’opera per cucire e ricamare ogni genere di abito e accessorio che
in Italia spopola nelle varie Botteghe solidali e che qui costa pochi
spiccioli. Nella zona nuova, invece, tutto è un po’ più dispersivo,
rumoroso e anonimo. Rientriamo in albergo: questa sera ci aspetta il
torneo di carron.
Giorno 14
(300 km circa)
Partiamo
abbastanza presto stamani: come sempre la strada non è lunghissima, ma
non si sa mai quali e quante interruzioni si possono incontrare. Non
sono ancora le 8 e i piccoli villaggi cominciano ad animarsi. I cani si
stiracchiano, le mucche brucano il fieno, gli alberi carichi di mele
lasciano filtrare i primi raggi di sole. Dalle case di legno a due
piani escono bambini incuriositi e intimoriti al tempo stesso dalla
presenza di noi stranieri e donne dai lunghi capelli appena lavati che
si pettinano al sole. È il villaggio di Buosh, uno
dei tanti che fa parte di un progetto governativo: in pratica lo Stato
invia in ogni nucleo una sorta di assistente sociale, o educatore
domiciliare, per aiutare le donne nell’economia domestica e
nell’educazione dei figli.
Via
via che il sole si alza la temperatura aumenta, ci siamo rapidamente
lasciati alle spalle il freddo del Ladakh e già triboliamo per il
caldo. Sulla strada che porta a Daramshala la cittadina di Kullu
è animata da un grande mercato dove sembra non si
vendano che mele. Le mucche si aggirano indisturbate raccattando
golosamente tutto quello che cade dalle ceste. Kullu è anche nota per
la lavorazione degli scialli. Nel 1965 è stato importato qui il
coniglio d’angora dalla Germania dell’ovest e nella piccola fabbrica si
lavora ai telai senza sosta la soffice lana bianca e grigia. Intanto la
temperatura si alza, la vegetazione si fa tropicale, compaiono le prime
palme già a 1800 metri e le scimmie si aggirano per la strada. Spuntano
qua e là le cupole a pannocchia dei templi induisti. Quello di Mani,
dedicato a Shiva e Parvati, pare sia sorto sul luogo dove fu concepito
Ganesh, il dio bambino dalla testa di elefante. La strada prosegue tra
montagne strette coperte da una vegetazione folta e lucida. Ogni tanto
attraversiamo paesini vivaci che si snodano lungo la strada, le
botteghe aperte e i venditori seduti all’interno. A Baijnat
un altro tempio dedicato a Krsna offre una particolarità: sul lato
sinistro c’è una canaletta dove scorre l’acqua. I fedeli ritengono si
tratti del Gange, perciò non la attraversano: questo è quindi l’unico
tempio in cui si cammina in senso antiorario.
La
vegetazione è sempre più rigogliosa e carica di umidità. Piantagioni di
tè dalle foglie verdi e lustre punteggiate di donne dai saree
variopinti. Hanno mani consumate e visi cotti dal sole, ma la bellezza
non riesce ad abbandonare questi volti segnati. Sedute accanto alle
ceste piene di foglie appena raccolte, aspettano che arrivi il camion a
ritirarle. Si caricano sulla testa contenitori di 13-14 chili, l’uomo
sul camion li pesa e li carica, mentre il contabile, maniche di camicia
e ombrello, seduto per terra segna il compenso dovuto su un
quadernetto. Terminata l’operazione, le contadine saltano sul camion
anche loro: salutano agitando le mani e ridono, hanno ancora voglia di
scherzare, nonostante la fatica. Costruzioni in mattoni, traffico,
siamo arrivati in prossimità di Daramshala. La
strada si inerpica vertiginosamente per alcuni chilometri. Non abbiamo
voluto immaginare questa città e ora ci sorprende, così arroccata sulla
montagna domina la vallata in cui l’umidità sta spargendo la sua
nebbiolina. Sale ancora la strada, finché arriviamo in cima. Il buio
scende presto, le bancarelle del mercatino stanno per chiudere, le voci
si chetano, gli ultimi bastoncini di incenso finiscono di bruciare. I
monaci gironzolano per i vicoli sorridenti, facce larghe tibetane,
occhi a mandorla, ruote di preghiera. È l’India che non ha forma e ha
mille forme. È la vacuità.
(Surya
Resort Pvt Ltd, Dalai Lama Temple Road Mcleodgunj, Tel.: 91.1892.221418
/19/20)
Giorno 15
(200 km circa)
La
giornata si annuncia grigia. Dalle finestre del nostro hotel si vede la
strada sottostante, le bancarelle stanno riaprendo. Donne dai lunghi
capelli intrecciati vi dispongono rosari, campane tibetane, pietre,
talismani. Volti di vecchi dai tratti mongoli solcati dalle rughe,
monaci, bancarelle che vendono cibo, l’ultimo avamposto dei rinomati momo,
ravioli al vapore tipici della cucina tibetana, declinati nella loro
versione vegetariana: qui le mucche sono sacre.
Il
tempio del Dalai Lama è relativamente recente, visto da fuori non ha
alcun fascino. È stato costruito dopo il 1959, quando il governo
tibetano esule ottenne dall’India il permesso di trasferirsi a
Daramshala. L’interno invece è quasi commovente. Nella sala principale
il grande trono su cui siede il Dalai Lama è circondato da statue del
Buddha, di Padmasambawa, delle Tare che si riflettono nelle coppette
delle offerte. I fedeli arrivano con i loro doni, biscotti, dolci,
frutta secca. I monaci sono seduti in gruppo a studiare, ogni tanto si
sente lo schioccare delle mani, a sottolineare le risposte corrette in
una delle interminabili dispute religiose. Qualcuno, seduto in
disparte, medita a occhi chiusi, un sorriso sereno dipinto sul volto.
Fuori, alcuni fedeli pregano alla maniera tipica del buddismo tibetano,
sdraiandosi ritmicamente per terra, proni. Sono giovani e vecchi,
questi ultimi resi un po’ rigidi dal peso degli anni, ma non si
astengono dalla pratica di scivolare per terra strisciando sulle mani,
per poi rialzarsi in piedi più e più volte, ripetendo le loro litanie.
Lungo la strada le bancarelle sono ormai aperte, la cittadina si è
rianimata, ma purtroppo per noi è ora di ripartire. Dobbiamo
affrettarci perché gli intoppi e gli imprevisti sono sempre in agguato
e puntualmente si manifestano: ora un incidente, ora un controllo
prolungato al posto di polizia, facilmente si perde un’ora e si è
costretti a compiere deviazioni su strade impervie. Attraversiamo una
zona molto verde, coltivata a riso e mais, lunghe strade alberate. I
villaggi sono caotici, il traffico apparentemente senza regole, i
sorpassi sembrano un azzardo ma in qualche modo si riesce sempre a
rientrare prima di uno scontro frontale. Merito dei 300 milioni di dei
che vegliano su di noi? Siamo entrati nella regione del Punjab
e in prossimità di Amritsar si moltiplicano gli
uomini dal turbantee dalla lunga barba: siamo
nella città santa dei Sikh. E qui c’è il famoso Tempio
d’oro. Come in tutte le città indiane ci sono i semafori, ma
pare che tutti li ignorino. Il caldo è afoso, l’aria appiccicosa. In
una sorta di piazza si intravede nel buio una costruzione elegante in
marmo bianco. Da una porta ad arco appare in lontananza il bagliore
luccicante del Tempio d’oro. Rapidamente ci togliamo le scarpe, le
calze, copriamo i capelli (uomini e donne). Compiamo le abluzioni
rituali, mani e piedi, ed entriamo al cospetto del tempio dei Sikh. La
costruzione in marmo circonda l’area sui quattro lati. Una vasta
piscina sacra occupa lo spazio centrale e in mezzo sorge il tempio che,
nel buio, sembra emergere da una visione onirica. Ci sono molti
pellegrini, Sikh e non, prostrati a terra o immersi nell’acqua, che
pare abbia poteri curativi. Mentre ascoltiamo le spiegazioni di Aman un
gruppetto di persone si raccoglie tutto intorno a noi. Incuriositi, gli
astanti osservano con stupore le nostre facce esotiche e la nostra
guida, che pur essendo un Sikh si esprime in una lingua tanto strana!
Percorriamo tutto il perimetro dell’edificio e ci disponiamo in fila
con i pellegrini lungo la passerella che conduce al tempio. Gli
altoparlanti diffondono canti sacri, i ventilatori rinfrescano la
folla, che si accalca e spinge. L’interno è suddiviso in tre livelli:
al primo sono raccolti i suonatori e al centro un sacerdote legge il
Libro sacro. Una copia dello stesso libro, al secondo piano, è
notevolmente più grande. Seduti nelle nicchie delle finestre aperte
molti devoti pregano. Si sale ancora sul tetto, tra le cupole d’oro
massiccio. Anche qui c’è una copia del Libro e un altro lettore,
accanto un uomo agita nell’aria un gigantesco piumino. Compiuta tutta
la visita, camminando in senso orario, torniamo alla passerella, dove
giunge una pesante portantina coperta di fiori freschi: qui viene
depositato il Libro, chiuso e avvolto in teli. Quindi il Tomo sacro,
accompagnato dai fedeli, viene portato via e riposto in una stanza. La
calca è notevole, siamo appiccicosi per l’umidità, bisogna stare
attenti a non perdersi in mezzo a questa folla. Percorsa la passerella
a ritroso, ecco un uomo dietro una grande pentola che depone nelle mani
di ognuno una manciata di halva caldo, il dolce dal
sapore capace di evocare ricordi. Fuori il traffico si è calmato. Le
strade sono buie. I rari lampioni illuminano fiocamente cumuli di
spazzatura e polvere.
(orario
della funzione religiosa: 22,30 oppure 4,30)
(Ista
Hotel, molto confortevole, con centro per massaggi ayurvedici, ottimo
ristorante, dista 20 minuti in macchina dal Tempio d’oro)
Giorno 16
Abbiamo deciso di tornare al Tempio,
stamani. Andiamo presto, finché la temperatura è accettabile e
camminare scalzi sul marmo non è un’impresa da fachiri. C’è meno gente
rispetto a ieri notte. L’aria è umida e la luce appannata. Il Tempio
risplende in mezzo al lago. Ripercorriamo tutto il tragitto,
fotografiamo chiunque e qualsiasi cosa. E, a nostra volta, veniamo
fotografati. Intere famiglie ci domandano di posare con loro per uno
scatto ricordo. All’interno il Tempio è sempre affollato, ma a
quest’ora il Libro non c’è. Alla luce del sole stamani si vedono meglio
gli intarsi nel marmo bianco: corniole, lapislazzuli, malachite,
madreperla. La stessa lavorazione del Tajmahal. La bandiera color
zafferano con le spade blu sventola sul tetto. Le litanie sono ripetute
senza sosta, cantori e lettori si alternano durante il giorno e la
notte. Nel piccolo museo una raccolta di quadri e fotografie illustra
la nascita del sikhismo, le dure vicende che hanno consentito a questa
casta guerriera di guadagnare spazio nel paese, dalla nascita del
movimento fino a oggi, attraverso battaglie sanguinose, guerre e altri
momenti drammatici, come il bombardamento del Tempio da parte del
governo di Indira Gandhi nel 1989, che costò la vita a molti fedeli ma
anche allo stesso premier, avvelenato per il sacrilegio dalla sua
Guardia Sikh. Oggi per fortuna le tensioni con questa minoranza fiera e
molto ben introdotta nell’establishment indiano sono finite.
Fuori
il traffico si è intensificato. L’India ti viene addosso, si muovono
tutti insieme, tutti parlano a voce alta, con questa pronuncia strana e
cantilenante, con questo modo particolare di arrotolare la erre.
Grovigli di cavi elettrici stesi da un palo all’altro come liane in una
foresta. Risciò, moto, carretti e mucche. L’India si muove di un moto
perpetuo, avvolta in un calore tropicale. Amritsar è vicina al confine
con il Pakistan – mezz’ora di macchina, traffico
permettendo – e si può assistere al cambio della guardia (ore 18,30).
Ogni evento in India è seguito da folle di partecipanti e qui, dalla
parte indiana del confine, è stato costruito una specie di stadio: gli
spalti sono pieni. Le guardie, tutte altissime e fiere, dirigono la
gente a colpi di fischietto e gesti categorici. Sotto il sole fa un
caldo infernale: gli armati si asciugano furtivamente il sudore,
cercando di non rovinare l’immagine prevista dal cerimoniale. A ovest,
in territorio pakistano, analoga scenografia: il sole sta tramontando,
ma sugli spalti poche persone. Musica da entrambe le parti: brani
diversi, ovviamente, e contrastanti, sparati ad altissimo volume. Da
questo lato si staccano le note della colonna sonora del film “The
millionaire” e un gruppo di donne inizia a ballare: Bollywood non
racconta altro che la vita reale, questa è l’India. Suonano gli inni
nazionali, partono le guardie con passo marziale, esasperato per
l’occasione. I cancelli sul confine si aprono, le scritte PAKISTAN e
INDIA, finora sovrapposte, si leggono adesso distintamente. Dall’altra
parte guardie altrettanto alte, persino l’uniforme è molto simile,
cambia solo il colore. Il cerimoniale identico, anzi studiato con la
controparte ufficialmente ostile. È il momento dell’ammainabandiera.
Una regia perfetta fa tramontare il sole quando le due bandiere si
incrociano sulle funi tese. Vengono raccolte, piegate e riportate
ciascuna dalla propria parte. Grida della folla, slogan nazionalisti e
pugni levati al cielo. I cancelli si chiudono, le scritte sono
nuovamente sovrapposte. La gente, trattenuta finora dalle guardie, dà
libero sfogo alla sua eccitazione, correndo verso i cancelli. Foto
ricordo con gli armigeri in alta uniforme, tutti bellissimi. Gli spalti
si svuotano. La cerimonia sceneggiata è terminata. Sul confine non
resterà più nessuno fino a domani, quando il rito si rinnoverà. Welcome
to India, la più grande democrazia del mondo, recitano i cartelli sulla
strada del ritorno. Un monumento con due mani incrociate ricorda il
sacrificio di un ragazzo, caduto in questo luogo nel 1947, ma è in
controluce e nessuno lo fotografa. Il confine vero è un po’ più
indietro: c’è solo una squallida recinzione in filo spinato
arrugginito, mentre un soldato in mimetica, molto meno scenografico dei
suoi colleghi in alta uniforme, viene immortalato dagli obiettivi dei
fotografi più incalliti. Al parcheggio profumo di frittelle e popcorn,
cartoline e souvenir, il cd della cerimonia, come in una sagra di paese.
Polvere,
auto, si torna ad Amritsar nella sera calda. Davanti a noi una fila
interminabile di tuk-tuk carichi all’inverosimile riporta tutti a casa.
Giorno 17
Amritsar-New Delhi (405
km)
Volo
Amritsar-Delhi, arriviamo all’ora di pranzo, giusto in tempo per
mangiare un panino (speziato pure quello) e sfruttare quest’ultimo
pomeriggio per un’immersione nella vecchia Delhi. Salutiamo la nostra
preziosa guida, Aman, con la promessa e la speranza di rivederlo presto
e ascoltare ancora i suoi racconti sulle molteplici religioni
dell’India, che ci hanno aperto la mente su questo mondo tanto
complicato e ricco: 330 milioni di dei non sono uno scherzo. Lo
lasciamo a un incrocio con Connaught place, il
traffico è caotico e mentre ci allontaniamo in direzione della
metropolitana il suo turbante si perde tra la folla.
Scendiamo
nel tunnel della Metro, è tutto nuovo e funzionale, pulito e veloce,
impossibile perdersi e comunque c’è sempre qualcuno disposto a fornire
indicazioni agli stranieri. Tre fermate tra Rajiv Chowk e Chandni Chowk
(linea gialla, 8 rupie). Piove un’acquetta tiepida che rapidamente
allaga le strade. Siamo nella Old Delhi. Vicoli stretti, auto, moto,
risciò. L’India si muove tra il fango e la spazzatura, tra i vapori del
cibo cotto in strada e le collane di fiori da offrire al tempio.
Spuntano qua e là sul brulicare della folla, sopra i soliti intrecci
improbabili di cavi elettrici, i tetti di importanti edifici: un tempio
Sikh, una moschea, il Forte Rosso. Affittiamo un risciò per 100 rupie
all’ora e ci inoltriamo in vicoli ancora più stretti. Quartieri
dedicati come in un suq: i gioiellieri, i sarti, tutti seduti nelle
loro piccole botteghe guardano fuori verso la strada dove scorre la
vita quasi in un tumulto. È inspiegabile come si riesca a passare in
questi spazi angusti senza incidenti. Una breve visita alla Jiama
Masjid, la moschea del venerdì (ingresso gratuito, 200 rupie
per le foto): tutta in mattoni rossi, con la sua grande fontana al
centro. Sotto il porticato intere famiglie sono sedute a chiacchierare,
a dormicchiare. Bisogna fare in fretta, tra poco inizierà la preghiera.
Eccoci
nuovamente nell’intrico dei vicoli. Talvolta in un angolo si aprono
piccoli tesori, come un tempio jiainista tutto dorato, e non si capisce
come possa esistere uno spazio così ampio in questo formicaio. Gli
uomini del risciò pedalano senza sosta, come in un lungo piano-sequenza
sfilano il quartiere dei sarti, dei librai, poi quello islamico: qui le
bancarelle espongono dolci leccornie e frutta ben allestita. Un po’
oltre, la zona delle riparazioni delle auto e di tutto quanto si muove
per strada. Negli angoli più infimi si incrociano sguardi di
mendicanti, mutilazioni e malattie di ogni genere, conosciute e non.
Volti affamati e negozianti ben pasciuti che sorseggiano una tazza di
tè verso le 17, come hanno appreso dalla dominazione britannica.
Impiegati usciti dall’ufficio affollano friggitorie in cui i padelloni
sfornano cibo a pieno regime. Agli incroci restiamo bloccati per lunghi
minuti, totalmente incastrati, dal groviglio non riesce a passare
neanche uno spillo. Clacson che suonano impazziti. Gli uomini dei
risciò dipendono in qualche modo dai mercanti di stoffe e souvenir,
hanno il compito di catturare gli stranieri e portarli al negozio del
padrone, perso in qualche vicolo di questo dedalo in cui non ci si può
orientare. Ci restano male quando ci rifiutiamo di entrare
nell’ennesimo bazar delle sete. Concordiamo di dare loro qualche rupia
in più, così il loro guadagno quotidiano sarà più o meno lo stesso. La
pioggia è cessata, il cielo si sta facendo rosa al tramonto: la
giornata è finita, torniamo indietro. Nella zona degli alberghi la
gente è chiaramente benestante, passeggia sotto larghi viali alberati:
solo il traffico è lo stesso ovunque. L’albergo che occupiamo fino alla
partenza è l’esemplificazione del divario incredibile, sempre più
grande, che connota non solo le caste, ma strati sociali sempre più
ampi della popolazione. Bisogna rinunciare a capire, almeno con i
nostri parametri occidentali, insufficienti qui. L’India è tutto e il
contrario di tutto. È un brulicare di vita e di speranza che non si
spenge nemmeno nel fango, ci sarà sempre un santo cui votarsi. Di notte
il clamore un po’ si calma, negli alberghi di lusso scendono donne dai
saree elegantissimi, avvolte in profumi di marca, mentre lungo i
marciapiedi dormono in fila gli intoccabili. Dalle riviste di carta
patinata sorride con aria intrigante Shah Rukh Khan, il nuovo divo di
Bollywood che sta raccogliendo l’eredità di Amitab Bachan. E domattina
tutto ricomincerà da capo.
(Le
Meridien Hotel, Windsor Place Janpath te.: 91.11.23710101,camera
collettiva a disposizione prima delle partenze notturne)
Giorno
18
Volo di rientro Delhi- Francoforte - Milano
Note e informazioni:
La guida che ci ha accompagnato in Ladakh la scorsa estate è
una persona
molto preparata dal punto di vista culturale, esperto di religioni,
corretto, disponibile, parla correttamente italiano e inglese, oltre a
una quantità di lingue e dialetti indiani. Si chiama Amandeeep Singh e
la sua mail è amand78@gmail.com
(viaggia in tutta l'India)