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L'Africa ti prende per mano

aggiornamento: 09/02/2011

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Bamako
Durata del Viaggio:
14 giorni
Mezzo di Trasporto:
volo intercontinentale, pulmino, fuoristrada, pinasse
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuna particolare difficoltà;
per il trekking nel paese Dogon bisogna sopportare il caldo e camminare sulla falesia
Spesa approssimativa:
3500 euro circa
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Mamma Bamako
© Federica Lipari / iMondonauti.it
La moschea nel villaggio di San
© Federica Lipari / iMondonauti.it
L'acconciatura delle donne Peul
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Il mercato del pesce di Djenné
© Federica Lipari / iMondonauti.it
La scalinata della moschea di Djenné
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Dogon Gogoli
© Federica Lipari / iMondonauti.it
La moschea nel villaggio di San

Introduzione:

Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. (In viaggio con Erodoto” R. Kapuscinski)

Il Mali è una terra che sorride, che ti viene incontro e ti prende per mano, proprio come ti prendono per mano i bambini nei villaggi, dividendosi le tue dita una per una. E così, con un grappolo di mocciosi appeso alle tue braccia, potrai aggirarti negli agglomerati di paglia e fango ad ammirare la semplice ma affascinante architettura di granai e Toguna, le case della parola, o le moschee dalle aeree forme arrotondate che ispirarono l’arte di Gaudì. Potrai camminare lungo le sponde del Niger, questa immensa madre d’acqua e di vita per tutto il paese, perdendoti nel caos del porto di Mopti, nel delirio dei mercati assordanti di voci, colori, odori, nelle vie della Segou coloniale, nei vicoli di Timbouctou, la città sprofondata nel deserto, così carica di valenze simboliche e storiche, così moderna e dai molteplici apporti culturali. Un viaggio in questa terra non potrà deludere, semmai lascerà dentro il segno indelebile dell’Africa degli uomini. La più degna ed emozionante da vivere, almeno per noi.

Giorno 1:

Bamako

Volo Genova-Parigi e Parigi-Bamako, arrivo verso le 10 di sera ora locale (un’ora in meno rispetto all’Italia quando c’è l’ora solare).

Assalto di aspiranti facchini fuori dall’aeroporto: meglio avere una guida e non tirare fuori soldi, altrimenti si scatena la rissa. Stipati in un piccolo pulmino arriviamo in hotel (Azalai Salam), a 20 km dall’aeroporto. Accogliente. Beviamo il nostro primo (e ultimo, purtroppo) succo di zenzero, buono, fresco e lievemente piccante.
Bienvenue à Bamako….

(Azalai Hotel Salam)

Giorno 2:

Bamako-Ségou

Dalla finestra del quarto piano dell’hotel Bamako si stende punteggiata dal verde di acacie flamboyant mosse dal vento tiepido della mattina. L’aria è calda e secca.Nel Museo nazionale, appena rimodernato, una bella collezione di tessuti tinti a mano, che utilizzano tecniche di stampa ingegnose: ricami che vengono poi sfilati e lasciano sullo sfondo disegni geometrici dalla perfetta simmetria. Maschere del paese Dogon, di legno lucido, perfettamente intagliato, che narrano attraverso elementi simbolici gli aspetti fondanti della cultura africana: la famiglia, la caccia, l’iniziazione degli uomini, che quando diventano adulti devono imparare a governare la testa e, soprattutto, la bocca. Nel simbolismo, infatti, il camaleonte, che rappresenta il cambiamento, viene scolpito sulla sommità delle statue: la capacità di modificarsi parte proprio dalla testa. Seguono le sale del vasellame trovato negli scavi archeologici, vasi principalmente e statuette.

Le strade intanto si animano di auto, biciclette, motorini. Il traffico si fa più intenso vicino alla zona del mercato che si allarga ai due lati della strada, su un polveroso terreno in terra battuta, coperto di bucce di cipolle. Imponenti signore dalla pelle d’ebano incedono elegantemente con i loro fardelli sulla testa: ceste di carote, mango, patate. Il mercato di frutta e verdura è strabordante di yucca, sacchi di erbe essiccate, pesci: l’odore è forte, a tratti dolciastro. I passaggi stretti. Non tutti gradiscono essere fotografati, ma chi accetta poi ride di gusto, soprattutto i bambini e i giovani. Dall’altra parte della strada, dietro botteghe di quincallierie, si apre il settore delle stoffe e dei sarti. L’ombra si allunga negli stretti vicoli percorsi da un fiume di gente e bambini. Le macchine da cucire a pedali ci accompagnano con un fruscio di sottofondo, qua e là nelle padelle friggono pesci e frittelle, vecchi barattoli di maionese con il tappo arrugginito sono reimpiegati un po’ per tutto: il merciaio ci accumula bottoni variopinti, lo speziale li ha riempiti di peperoncini e di qualche altra polvere per condire chissà quale cibo. In Africa non si butta via niente, tutto si può riutilizzare.

Al pomeriggio si parte per Ségou, a 250 km da Bamako. Quanto tempo ci vuole? In Africa è meglio dire quanti chilometri ci sono: il tempo è opinabile, dipende cosa succede lungo il percorso. La strada asfaltata corre tra due strisce di terra rossa, da entrambe le parti distese di alberi, ogni tanto un pozzo e un villaggio. I bambini vendono bottiglie di latte, sulle griglie arrostiscono spiedini di carne di bue. Intorno alberi di mango, papaia e karité, che sparge il suo odore penetrante. La piccola moschea giace nel silenzio, mentre dall’altra parte della carreggiata tutto il villaggio si adopera intorno ai pentoloni, mescolando una crema densa di colore bruno da cui poi si ricaverà il burro usato in cosmetica. Tra le casupole in banco una capra sta in posa vicino al forno dove le noci di karité vengono fatte seccare, per renderne più facile l’apertura.

Ed ecco l’imprevisto: un posto di blocco. Auto, pullman, moto e carretti, tutto quanto viaggia su ruote viene fatto accostare e tutto si ferma. Deve passare l’auto del presidente della Repubblica. Quando? Non si sa. In Africa l’uomo si riappropria del suo tempo, volente o nolente. Così la gente scende, si sparpaglia, qualcuno ne approfitta per pregare. Ci si mescola e si chiacchiera nell’attesa. Ogni tanto passa un poliziotto in moto. Siamo gli unici stranieri, la guardia a bordo strada ci vuole ritrarre in una fotografia. Il sole inizia a tramontare colorando la polvere di arancione. A un tratto, cinque o sei macchine sfrecciano veloci, ci tiriamo tutti indietro appena in tempo. E all’improvviso la strada è sgombra, le auto e i camion rimettono in moto. Una foto ricordo, un veloce scambio di strette di mano, Mamadou, un artigiano che gira il Mali con i suoi monili, mi mette al collo una collana d’argento, un cadeaux pour toi. E dopo un attimo siamo tutti di nuovo in marcia. Intanto il buio si riappropria della terra. La luna accarezza gli alberi. I villaggi sembrano deserti, dov’è finita tutta la gente? Poi i fari illuminano al nostro passaggio piccoli fuochi su cui sta cuocendo la cena. Sotto un albero un piccolo televisore, un gruppetto di persone sta raccolto davanti allo schermo. L’Africa non dorme, ma bisogna aprire bene gli occhi per vederla.

Il suono dei tamburi ci accoglie a Ségou, danze africane nel giardino dell’hotel. Si alza un po’ di brezza, la sera è gradevole. Ma le chiacchiere si spengono presto, siamo tutti stanchissimi: l’Africa è emozionante.

(Hotel Indipendence, gradevole con un bel giardino, camere un po’ spoglie ma dotate di bagno)

Giorno 3:

Ségou – Mopti

L’aria stamani è fresca, una sorpresa inattesa.

Oggi 450 km. Quando si arriva? Ancora una volta è meglio non chiederlo. Sulla strada ogni villaggio ha la sua attrattiva, per non parlare della vegetazione. Giganteschi baobab ancora giovani e privi di foglie sorreggono arnie per la produzione del miele, danno frutti pieni di semi bianchi e aspri, ricchi di calcio, da cui si estrae un succo lattiginoso e denso molto dissetante.

Ovunque sostiamo accorrono frotte di bambini. Ci prendono per mano, ci accompagnano lungo la strada. Sulle rive del fiume Bani, ampio affluente del Niger, le donne lavano i panni, mentre gli uomini spalmano le barche con un impasto nero, fatto di karité e residui dei liquidi provenienti dalle batterie delle auto. Una miscela sicuramente nociva, ma proprio per questo tiene lontane le tarme. I bambini ci attorniano, si mettono davanti agli obiettivi mimando mosse di karate. Vorrebbero cadeaux, regali. Una maglietta, una penna. Ma è impossibile fare una distribuzione equa, si scatenerebbe subito una mezza rissa. Meglio non dare nulla e aspettare un capo villaggio cui lasciare tutto, provvederà lui a distribuire.

Lungo la strada campi di zucche, calebasse le chiamano qui. Tonde, grosse e immangiabili tanto sono amare. Ma in Africa, si è detto, non si butta via nulla. Vengono tagliate, svuotate e seccate e poi usate come contenitori per trasportare o bere l’acqua o altro.

Il sole si scalda verso metà mattina. La vita si svolge lungo la strada: commerci, trasporti di ogni genere. Dai pentoloni si alzano i fumi del cibo che frigge. Le donne tornano dal fiume portando in testa bacinelle colme di panni sgargianti.

I villaggi Bambara sono grigi di fango e silenziosi sotto il sole. Ma basta che il pulmino si fermi e il vociare dei bambini anticipa il riempirsi dei vicoletti di magliette colorate, lacere e polverose. Scortati da questa moltitudine variopinta e caciarosa arriviamo nel cortile di una casa. Una donna al pozzo tira su l’acqua, un’altra lava e, in sottofondo, il toc- toc dei bastoni che pestano il miglio nei mortai di legno. Le donne sono impegnate a preparare il pranzo quasi tutto il giorno, nel resto del tempo lavano, infaticabili, con i loro piccoli legati sulla schiena. Due grossi granai al centro del cortile contengono il necessario al fabbisogno della famiglia allargata che vive all’interno della corte, il patriarca e i figli con le loro spose. Il villaggio è composto da più cortili, al centro un albero di mango che spande la sua ombra benefica nel calore del mezzogiorno. I bambini non vanno a scuola, anche se non è lontana da qui. L’analfabetismo supera l’80 per cento.

Lungo la strada si può mangiare nei posti riservati ai turisti. Tettoie ombreggiano lunghe tavolate dove vengono serviti polli ruspanti piccoli e sodi, cotti alla brace.

Sulla via di Mopti c’è il villaggio di San,dominato dall’antica moschea di fango in tipico stile sudanese. Appena scendiamo dal pulmino veniamo adottati dalla solita moltitudine di bambini che ci prende per mano. La moschea è al centro del mercato. Stoffe, pane, dolci. I commerci si svolgono all’ombra dei grandi alberi. Quando torniamo al pulmino qualcuno tenta di distribuire caramelle e si scatena una zuffa clamorosa tra i bimbi, volano tutti per terra in una nuvola di polvere, mentre una donna altissima e regale li sgrida con voce dura. La bambina che mi ha tenuto per mano finora guarda la scena in disparte: è il momento adatto per far scivolare il braccialetto di perline dal mio polso al suo. Intanto la zuffa si sta placando, guardo la bimba e le faccio un cenno, ride e mette in salvo il braccialetto. Intanto la piccola truppa si è ricomposta e affolla l’entrata del pulmino. È sempre difficile chiudere la porta e lasciarli tutti lì.

Il viaggio prosegue fino a un villaggio Peul, etnia che costituisce l’11 per cento della popolazione totale. Sono dediti alla pastorizia e si riconoscono perché sono alti e hanno lineamenti fini. Le bambine dai volti bellissimi hanno acconciature particolari: in parte rasate, il resto della chioma è raccolto sulla nuca in sottili treccine e le orecchie sono ornate di perline. All’ingresso del villaggio ci accoglie un anziano tessitore, che pratica la sua arte – tipicamente maschile in Mali – seduto dietro il suo telaio. Raccoglie un obolo per consentire agli stranieri di visitare le case e i cortili. Al centro del villaggio la piccola moschea e intorno abitazioni in banco, con piccoli cortili e granai dove le donne, al solito, stanno pestando il miglio per la cena. Gli uomini sono ancora fuori con gli armenti.

Più o meno simile, come architettura e struttura sociale, è il villaggio di etnia Bomo che incontriamo più avanti. All’ingresso numerosi granai sollevati da terra, per proteggerli dall’umidità, e il consueto stuolo di bambini che ci prende per mano e ci accompagna. Fuori dalle piccole abitazioni le pentole iniziano a ribollire per la cena. Non c’è un capo villaggio qui e quindi è complicato lasciare qualcosa a qualcuno senza scatenare le proteste degli altri. Avrebbero bisogno di tutto: abiti, medicine e una scuola, sopra ogni cosa. Camminiamo nel villaggio insieme a tutti i bimbi, saranno una cinquantina, questo fiume umano che invade i vicoli stretti, si allarga nei cortili, si stringe tutto intorno a noi.

In cielo è comparsa la luna piena, la polvere si arrossa nel nuovo tramonto. Incrociamo camion carichi all’inverosimile e sopra i bagagli c’è ancora posto per numerose persone. Poi di nuovo il buio e le prime luci di Mopti. Cartelli stradali, viali alberati,viavai continuo di gente. Ecco la città.

(Kanaga hotel, lungo la riva del Bani, per info www.kanagahotel.com)

Giorno 4:

Mopti – Djenné

Saliamo sull’autobus e prendiamo posto… “Quando parte l’autobus?”. “Come quando? – risponde il guidatore stupito – quando ci sarà abbastanza gente per riempirlo”. L’europeo e l’africano hanno un’idea del tempo completamente diversa, lo concepiscono e vi si rapportano in modo opposto. (“Ebano”, R. Kapuscinski).

A 70 km da Mopti c’è un piccolo porto, più che altro un’ansa sul fiume Bani, affluente del Niger, da cui partono le chiatte che traghettano da una sponda all’altra ogni genere di mezzo di trasporto e di mercanzia. Orario? Non c’è orario, si va lì e ci si mette in coda in attesa di salire. Nel frattempo non c’è pericolo di annoiarsi, numerosi venditori di monili, coperte e cappelli o cd cercano di vendere le loro mercanzie ingaggiando conversazioni a dir poco estenuanti. La traversata dura un attimo e dopo una manciata di chilometri siamo a Djenné. Lunedì è giorno di mercato nella città costruita nel fango, che ospita 21 mila abitanti, la maggioranza dei quali di religione islamica. Fuori delle scuole coraniche le tavolette di legno con le scritte del libro sacro vengono raccolte dai piccoli studenti. Il maestro insegnerà loro a recitarle a memoria. La costruzione dell’edificio scolastico ha un’architettura simbolica tipica, in cui i pilastri rappresentano le mogli e le punte sul tetto i figli. Nei vicoli stretti si allungano le ombre degli edifici. Di tanto in tanto il colore ocra di fondo si interrompe al passaggio di una figura svelta dall’abito multicolore. Dal tetto di alcune case private, pagando un piccolo compenso (500 fr, circa 1 €), si gode del panorama della città, che lascia intravedere cortili animati di vita domestica. La moschea sorge in mezzo alla piazza del mercato e domina tutto con il suo volume massiccio eppure morbido, per l’assenza totale di spigoli, come vuole la tradizione. Ogni anno, prima della stagione delle piogge, viene restaurata per proteggerla dalle ingiurie dell’acqua. Questa è la funzione dei numerosi pali di legno che ne disegnano le quattro facciate: sono impalcature che nel tempo, ovviamente, hanno assunto anche una funzione formale, decorativa, ma non strutturale.

Nell’ora calda del mezzogiorno la voce del muezzin sorvola il mercato portando il richiamo alla preghiera. Ci mescoliamo al fiume di gente che si muove come un unico gigantesco corpo nel poco spazio lasciato libero dalle mercanzie. “Un consiglio…” ci suggerisce un uomo, in un involontario calembour, “attenzione al portafiglio!”. Odori misti, di cibo e di plastica, di pesci essiccati e di chissà quali creme dagli improbabili colori, frutti mai visti che resteranno per noi ignoti: difficile trovare qualcuno, qui in mezzo, che parli francese. I ragazzini che ci seguono così dappresso forse stanno cercando di rubarci qualche soldo dalle tasche. Forse. Uno sguardo un po’ più deciso li fa allontanare. Per 10 mila franchi ci propongono l’acquisto di una capra dalle corna ritorte. A ogni incrocio di carretti la gigantesca massa di umanità si arresta, si fa da parte come può, si assottiglia e supera l’ostacolo, allargandosi nuovamente un po’ più in là. Ovviamente tutto questo avviene ingaggiando una serie di corpo a corpo cui nessuno fa caso. Il mercato africano ti ingloba e poi ti risputa fuori stordito e accaldato.

Purtroppo è venuta l’ora di andare. Mancano 250 km alla prossima meta. Quanto tempo? Non si sa. Per il momento restiamo in attesa della chiatta che ci traghetterà dall’altra parte del fiume. E la coda è lunga.

Dopo un tempo imprecisato passiamo sull’altra sponda e iniziamo il viaggio verso la falesia Dogon. Attraversiamo Bandiagara, paese natio di Amadou Hampatè Ba e del suo maestro, il marabut Tierno Bokar, quando inizia a calare il sole. Mancano 75 km a Sangha, sosta prevista per questa notte, ed è tutto sterrato. E che sterrato.

C’è un momento preciso, quando il sole va giù e la luce si accende. Allora la pista di terra si fa di un rosso caldo e il verde dei campi di cipolla è più brillante che mai. Le donne tornano ai villaggi in piccoli gruppi, con le ceste dei panni lavati sulla testa. Una famiglia è riunita sotto un baobab, qualcuno si lava nel fiume. Siamo entrati nella falesia e la bellezza è tale che dimentichiamo perfino gli scossoni del pulmino. Poi i toni si smorzano, prevalgono i verdi e i blu. Una luce sullo sfondo ci sorprende, qui non c’è illuminazione di alcun genere. Ed ecco che, dopo una curva, tra due alberi, compare tondeggiante la luna: talmente bassa e grossa che pare rimbalzare sulla linea dell’orizzonte. Forse è in questo preciso momento che inizia a insinuarsi il mal d’Africa.

(Villaggio di Sangha, Hotel La Guina, semplice e spartano, con bagno in camera, ma non sempre c’è l’acqua calda)

Giorno 5:

Il paese Dogon

Il sole ha ripreso il suo posto nel cielo ed è opaco, velato di foschia. La piana sottostante è cosparsa di baobab.

Piccoli recinti di pietra, dove la sabbia è divisa in riquadri. Qualcuno nella notte vi ha piantato alcuni legnetti e gettato monetine d’argento, poi gli animali ci hanno zampettato sopra. Adesso lo sciamano sta compiendo la divinazione per interpretare la soluzione ai problemi depositati nottetempo sul campo.

Iniziamo la visita a piedi accolti da un gruppetto di bambini che canta un motivo di benvenuto. Sono tutti sporchi, con i vestiti laceri. Si arrampicano su per la falesia a piedi nudi o al massimo con un paio di ciabattine di plastica che stanno insieme per pratica. Noi siamo tutti dotati di attrezzature da trekking.

Bongo, Amani, Gogoli, attraversiamo i villaggi della falesia salendo e scendendo tra i massi, che in alcuni casi formano vere e proprie scale. Numerosi ragazzini si fanno tutti intorno con la scusa di aiutarci a scendere e salire, per guadagnarsi qualcosa. Altri offrono insistentemente collane, maschere, oggetti in legno di varia fattura. I villaggi sono arroccati sulla montagna, il fango si confonde con la roccia, case e falesia sembrano perfettamente fusi insieme. In alto la roccia è traforata, piccole casupole tonde sono incastrate nelle fenditure. Erano le abitazioni dei Tellem, insediatisi qui avevano cacciato i Pigmei, costringendoli a spostarsi nell’Africa centrale. Durante le guerre di conquista degli Arabi, in fuga, arrivarono anche i Dogon e per qualche tempo convissero, allevatori gli uni, coltivatori gli altri, poi gradualmente gli interessi dei due popoli non furono più conciliabili e i Tellem se ne andarono, non si sa dove. Adesso le finestre e le strutture costruite sulle pareti della falesia vengono usate come cimitero, i defunti vengono issati su con le corde che poi, ultimata l’operazione, vengono appese alle Toguna, le case della parola. In ogni villaggio ce n’è una. Si tratta di una costruzione dal tetto di paglia alto fino a tre metri, sorretto da pilastri intagliati. Lo spazio all’interno è molto basso. Qui si riuniscono gli anziani, i saggi, per discutere dei problemi della comunità e devono mantenere la calma: qualsiasi scatto di aggressività viene subito contenuto dal soffitto che, dopo una testata, riporta a più miti consigli.

Granai dal tetto di paglia punteggiano il paesaggio. Da un villaggio all’altro si procede a piedi: Ireli, Banani, Ogol. Per alcuni brevi tratti siamo costretti a prendere la jeep, sempre seguiti da bambini che reclamano bon-bon, stilo, argent. Nei cortili le donne cucinano, altre si arrampicano trasportando su e giù per la falesia pesanti fascine di legno tenute in equilibrio sulla testa. Infaticabili e rissose. Custodiscono gelosamente la loro immagine, non tollerano di essere fotografate, a meno di pagare un contributo; per alcune, s’intende. Non ci scandalizziamo: se noi fossimo al loro posto proveremmo lo stesso fastidio. È il turismo che snatura il comportamento dei popoli. E noi certo ne siamo responsabili.

Tra un villaggio e l’altro i baobab sono stati scorticati per fabbricare corde con la corteccia, sembrano alberi scolpiti ad arte e i caimani sacri che fanno la siesta nello stagno di Amani sembrano pure loro di pietra. Talvolta ne sfugge uno e se raggiunge una capanna porta notizie di morte. Forse perché porta letteralmente la morte.

Nelle prime ore del pomeriggio l’aria è infuocata e ferma. Ripartiamo dopo le tre, ma il tragitto è breve: la jeep si rompe. Nessun problema, ne facciamo arrivare un’altra. Quanto ci vorrà? Torniamo al ristorante, sediamo sotto una tettoia e ordiniamo il tè. Lo preparano come si deve e anche questo richiede tempo. Siamo in Africa, del resto. E quando arriva il tè c’è solo un bicchierino e noi siamo in 5… Ripartiamo dopo più di un’ora e l’incidente che, nella nostra testa di occidentali, ci ha fatto perdere tempo si è trasformato in un vantaggio: l’aria è meno torrida e saliamo al villaggio di Iaguna che è quasi l’ora del tramonto. L’ascesa dura 20 minuti circa, la roccia ha formato scalini su cui le donne si arrampicano con le consuete ciabatte di plastica portando ogni cosa sulla testa. Il villaggio si riposa a quest’ora della sera, sotto la Toguna i vecchi stanno seduti a parlare, mentre caprette e agnellini tornati dal pascolo si sparpagliano belanti nelle stradine. Sulla piazza centrale si radunano torme di bambini, curiosi delle macchine fotografiche dei Tubab, gli uomini bianchi. Si propongono tutti per una foto ritratto. Intanto il sole cala e tutto si tinge di rosso. Donne e bambini tornano dai pozzi con le taniche d’acqua sulla testa. Scendiamo tra baobab e alberi di tamarindo carichi di baccelli aspri e dissetanti. Quando arriviamo ai piedi del sentiero il villaggio è scomparso. Celato in una fessura della falesia è invisibile agli occhi, se passasse di qui un esercito conquistatore certamente tirerebbe dritto. Così è stato per secoli e per questo i Dogon si sono salvati dalla colonizzazione. Riusciranno adesso a preservarsi anche dall’invasione dei turisti?

Giorno 6:

Paese Dogon – Mopti

Anche stamani soffia l’harmattan e il cielo si riempie di foschia. Vicino all’hotel c’è un villaggio chiamato Ogoldugo o Ogolda o, secondo il toponimo francese, Ogol du haut. Qui si trovano le più belle porte Dogon intagliate nel legno, con motivi sacri e simboli legati alla tradizione. Alcune case hanno la facciata disseminata di nicchie: sono le farmacie tradizionali, nelle aperture vengono deposti i rimedi medicamentosi ricavati dalla fitoterapia o i semi da coltivare. I bambini e le donne di questo villaggio addossato all’albergo dove pernottano i turisti sono particolarmente accaniti con noi. Scoppia una lite, ancora una volta per le fotografie. Certi luoghi sono sacri e non si possono immortalare, però pagando… insomma, alla fine si scomoda perfino il capo villaggio. Tutti vogliono soldi. Il turismo di massa, purtroppo, qui ha intaccato pesantemente la naturale mitezza di questo popolo. Del resto, spesso i viaggi in Mali hanno come obiettivo solo la falesia Dogon. Mamadou, un ragazzino di 12 anni circa, osserva il comportamento aggressivo dei suoi compaesani e commenta: tutto questo non va bene! Da grande vuole fare la guida, è uno dei pochi che frequenta la scuola, studia l’inglese, fa disegni bellissimi in un taccuino che mi mostra con orgoglio e intanto tiene a bada i bambini più monelli. Non vanno a scuola, gli altri. Non ci vogliono andare perché sanno che arrivano i turisti, così preferiscono barattare il loro futuro con un cadeaux immediato: una caramella, una monetina o una bic con cui poi non sapranno scrivere. Tra i campi di cipolle le ragazzine sono le più avide, vogliono tutto: il foulard, la collana, gli anelli, perfino i laccetti di stoffa che porto al polso. Gli occidentali cedono spesso per senso di colpa, peggio: allungano una manciata di monete per ciò che non andrebbe pagato. E così rovinano definitivamente ciò che già il colonialismo aveva pesantemente intaccato. Le ragazzine non sono abituate a sentirsi rispondere con un no deciso. Ascoltano il mio discorso sulla dignità: non si chiedono regali senza motivo, per di più a persone sconosciute, mai viste prima. Fanno ancora un po’ le spiritose, poi tacciono. Andate a scuola, piuttosto! Sono stupita anch’io di tanto slancio educativo. Ma come dice Mamadou: così proprio non si va da nessuna parte.

Lungo la strada ancora campi di cipolle, rettangoli di terra ben coltivati, di un verde-azzurro cangiante. Poi arriviamo alle soglie di Bandiagara. Qui sorge un ospedale e un centro di ricerca sulla medicina tradizionale: fitoterapia. Sul ballatoio di un ambulatorio una bambina affetta da malaria ci guarda immobile senza un sorriso. Il laboratorio è gestito dalla cooperazione internazionale, collaborano le università di Prato e di Perugia. Ogni cinque anni arrivano gli esperti, portano i soldi raccolti con le iniziative benefiche e il denaro serve per riparare la muratura di questa cattedrale nel deserto che non ospita ricoverati. I medici europei raccolgono gli esiti degli studi effettuati dai chimici locali sulle erbe officinali autoctone e ripartono. Quanto guadagnano con le loro pubblicazioni sulla medicina tradizionale africana? Influenzeranno in qualche modo le condizioni della popolazione locale che sta nei villaggi dove non esistono nemmeno piccoli presidi sanitari? Lasciamo anche noi un piccolo contributo, domandandoci però il senso di un ospedale senza ricoverati. Ma soprattutto pensiamoci bene prima di sostenere progetti di cooperazione simili a questo, che non porta nemmeno un cerotto nei villaggi.

Oltrepassiamo Bandiagara e ci troviamo nell’ultimo villaggio dei paesi Dogon, ormai fuori dalla falesia: Songho. Le pareti degli stretti vicoli sono coperte di tessuti di cotone, le donne filano e cardano, gli uomini, secondo la tradizione, tessono. I bambini ci seguono ovunque tra i viottoli che portano appena fuori dal nucleo abitato, quando iniziamo ad arrampicarci sulle rocce improvvisamente si fermano, abbandonano le nostre mani. Stiamo salendo alla grotta della circoncisione. Le femmine non possono arrivare fin lassù, i maschi ci verranno solo il giorno prestabilito e resteranno qui per un mese, insieme al vecchio griot che svelerà loro i segreti custoditi dalle figure, a volte spaventose, disegnate nella grotta. Solo allora saranno diventati uomini, non racconteranno nulla a nessuno ma conosceranno tutto della loro famiglia, del loro gruppo di appartenenza. Sentiranno suonare solo allora gli strumenti conservati nella grotta, quando il serpente verrà a mangiare i tre polli offerti in

sacrificio. Le bambine invece subiranno l’escissione in una capanna del villaggio, presso una donna importante per la comunità, ma sarà una cerimonia più intima. In questo modo si ristabilirà l’equilibrio: gli uomini perderanno quello che è sopravvissuto di femminile in loro e le donne quello che rappresenta, secondo questa cultura, un attributo maschile. L’ordine sarà ristabilito. Va aggiunto che questa pratica non ha nulla a che vedere con l’Islam, ma è tipica delle popolazioni africane.

I bimbi intanto ci aspettano ai piedi del sentiero, cantano una canzoncina in cui si distingue la parola cadeaux, mentre ci accompagnano saltellando al pulmino.

Facciamo rientro a Mopti quando il sole inizia a calare. Sulle rive del Niger le donne hanno lavato i panni e ora sono stesi ad asciugare. I bambini aspettano nudi i loro vestiti. Gli uomini hanno parcheggiato parzialmente dentro l’acqua le auto, due ruote sulla riva e due nel fiume, e le lavano. Alla confluenza del Bani stanno rientrando le mandrie di mucche dal pascolo, fra la paglia e lo sterco sorge un accampamento di pastori Peul. Le loro capanne di nomadi sono tonde come igloo, coperte di paglia e pelli, dentro appena un giaciglio, sulla copertura i panni allargati ad asciugare. È quasi sera, i vitelli ciucciano il latte, gli uomini mungono le vacche. Intanto le donne pestano il miglio nei mortai e le bimbe più grandi accudiscono i fratellini di pochi mesi, legandoseli sulla schiena, imitando le madri ora per gioco, fra pochi anni per davvero. Sono festosi, corrono a guardare le fotografie, si mettono davanti all’obiettivo belli e fieri, alti e magri. Un popolo nomade che viene dalle terre a oriente, con la bocca tatuata di nerofumo che esalta le labbra carnose. In mezzo a tutta questa vivacità il sole sta calando sull’altra sponda del fiume. Il miglio è pestato, davanti a ogni capanna si accende un fuoco e i pentoloni d’acqua iniziano a bollire. Sottili volute di fumo si alzano in corrispondenza di ogni fuoco. Le mucche riposano, è quasi ora di cena e anche per noi è arrivato il momento di andare. Accompagnati da un corteo vociante e carico di un’allegria multicolore di bambini sporchi e bellissimi lasciamo l’accampamento, sospeso in un tempo antico di millenni. Domani riprenderanno il loro vagabondare di pastori nomadi uguale a sempre.

Giorno 7:

Mopti

Mopti è città commerciale e crocevia per tutte le località di interesse del Mali. Porto fluviale molto trafficato e vivace. Al giovedì è giorno di mercato. L’antico quartiere di Taikiri, con le sue viuzze strette e le case di banco, è popolato come sempre da una moltitudine di bambini affamati di caramelle o in generale di cadeaux portati dai Tubab. In una delle tante case con il cortile, la capretta e le galline, vive la signora Ada, la divina. È qui per farsi fotografare. Si fa attendere qualche minuto, come una vera star, poi compare da dietro una tenda a fiori, alta, magra, vestita di nero e con due orecchini inverosimili appesi ai lobi delle orecchie che, sotto quel peso, si sono allungati di svariati centimetri. I fotografi sono schierati come a Venezia per il festival del cinema. Lei è statica e ieratica, forse solo un po’ rigida per via di quel peso che si porta appresso: enormi orecchini a canestro che pare siano stati anche l’ornamento, nientemeno, che della regina di Ur.

Scendiamo tra i viottoli polverosi fino alle sponde del fiume, dove le donne lavano incessantemente panni e stoviglie, mentre gli uomini trasportano attrezzi e mattoni cotti al sole, per rinforzare le case prima della stagione delle piogge. Essendo giorno di mercato l’occasione è golosa e ci tuffiamo nuovamente in questa esperienza totale ed estremamente fisica che è il mercato africano. In basso il reparto agroalimentare gestito dalle donne, sopra l’artigianato. Tanto è deserto quest’ultimo quanto è affollato il primo. Tentiamo l’ingresso dal basso. Ci vuole un po’ prima di trovare l’incastro nell’ingranaggio di corpi enormi e colorati chini a scegliere il pesce. Poi, come granellini, veniamo risucchiati e ci troviamo all’interno, spostati a colpi di fianchi da qui a lì. Piano piano impariamo anche noi a non farci più caso. Superiamo gli ostacoli scivolando tra le imponenti natiche delle massaie. Odore di pesce essiccato, verdure, grida delle venditrici dalla voce profonda. Guadagniamo una scaletta e riusciamo a emergere sopra la folla surriscaldata e multicolore. Da quassù i bambini si divertono a farci notare scorci e volti da fotografare, curiosi di rivederli poi sul display. Le donne portano sulla testa ceste piene di ogni mercanzia, si piegano in avanti con tutto il busto per scegliere il pesce senza perdere un solo oggetto del loro prezioso carico.

A Mopti il giovedì è giorno di mercato. Che spazio occupi e quanto sia esteso non riusciamo a capirlo. Dopo una breve occhiata alla moschea ci ritroviamo nuovamente schiacciati tra la folla: questa volta camminiamo tra grosse ceste di pesce essiccato, carretti, stuoie e approdiamo al porto fluviale. Il rumore metallico dei fabbri che aggiustano le attrezzature delle pinasse, le tipiche imbarcazioni di qui, e fabbricano chiodi fa da colonna sonora a un viavai di gente che si muove incessantemente. Il calore è martellante, pinasse di ogni dimensione si affastellano sulla riva, siamo stretti fra la sponda, dove le donne lavano i panni, e i venditori ambulanti di souvenir. Un vecchio musulmano ci propone la sua imbarcazione per un giro turistico: purtroppo non possiamo, ma facciamo volentieri due chiacchiere, su Corano e dintorni. In breve si forma un capannello di persone intorno a noi. Lui recita una Sura a memoria, quando andiamo via gli lasciamo i nostri nomi scritti su un foglietto: li custodirà.

Verso le 16 la calura allenta un po’ la sua morsa. Affittiamo una piroga, non lontano dal centro. Sull’altra sponda del fiume c’è un villaggio di pescatori di etnia Bozo. Ancora dobbiamo scendere e già accorrono i bambini: cadeaux, cadeaux, gridano e come sempre ce ne troviamo 3 o 4 appesi alle braccia. “No cadeaux, no foto”. Va bene, allora no foto. Camminiamo per il villaggio, sulla riva del fiume le donne sono intente ad affumicare il pesce mescolandolo alla paglia bruciata. I bambini rosicchiano pesciolini, poi si appendono nuovamente alle nostre braccia. Una matrona enorme ha male alla schiena a furia di stare piegata in due, a cucinare, a lavare, ad affumicare il pesce. Ma all’ospedale di Mopti non ci vuole andare, la farebbero la puntura – mostra il braccio, per farci capire – e lei non vuole. Più avanti è arrivata una mandria con i pastori Peul, i bimbi si mescolano e corrono vocianti verso i Tubab, sono curiosi e vogliono le fotografie. Niente cadeaux e niente soldi, va bene? Va bene. Fanno a gara a mettersi in posa per poi guardarsi nel display. Ancora una foto, e poi ancora una. Mettiamo le mani una sopra l’altra: il bianco e il nero, loro Bozo e io Tubab. Che contrasto di colori! Quando ci salutiamo la mia maglietta bianca è piena di manate color della terra. L’Africa lascia la sua impronta. E odora di pesce affumicato.

La piroga fa ritorno. Sulla sponda del Niger, a Mopti, al tramonto si riunisce tutta la gente. C’è il settore riservato al bagno degli uomini, segue il bagno delle donne e dei bambini, più in là si lavano i piatti, chiude l’autolavaggio, con tutti i mezzi in fila, le ruote posteriori nell’acqua. Dalle radioline si alzano musiche africane e i ragazzi ballano. È bella la sera di Mopti.

Finalmente un po’ di frescura. Sulla terrazza del Bissap café sorseggiamo un bel bicchiere di bissap, appunto: una bevanda color granato, un po’ dolce e un po’ aspra, ricavata dalla bollitura di alcune foglie simili all’ibisco. Le note di Ali Farka Turé, “Talking Timbouctou”, annunciano la nostra prossima meta.

Giorno 8:

Mopti – navigazione fiume Niger

Soffia sempre l’harmattan e l’aria si offusca di polvere. A 70 km da qui c’è una delle tante anse del fiume dove le donne si sono radunate per lavare panni e stoviglie. Un carretto trainato da un asino traghetta i nostri bagagli sull’altra sponda, noi seguiamo su una piccola canoa che imbarca acqua a secchi.

Il vento soffia forte, riempiendoci gli occhi di polvere sul sentiero che porta alla pinasse con cui navigheremo sul fiume Niger. Direzione nord, verso la leggendaria Timbouctou. Incrociamo carri carichi di persone e di merci e, finalmente, ci imbarchiamo nel villaggio di Konna. Il Niger ha il fondo basso in questa stagione, 3 o 4 metri appena. Lungo le sue sponde vivono i popoli nomadi dediti alla pesca e all’allevamento. Quando l’acqua salirà si sposteranno altrove. Compriamo pesce fresco da un accampamento: a bordo viene pulito e messo sulla copertura della pinasse ad asciugare al sole. Intanto, per evitare le numerose secche, procediamo a zig zag. In sottofondo il brontolio costante del motore, profumo di brace appena preparata e lo sfrigolio dell’olio nella padella che comincia a scaldarsi. Sulle lingue di terra che in questa stagione secca emergono dal fiume i pescatori Bozo e i pastori Peul hanno costruito i loro accampamenti, villaggi di capanne invasi da bambini che salutano con le mani alzate. Appena posiamo il piede a terra ce li troviamo subito intorno. Intanto, sulla pinasse, il cuoco sta preparando un pranzo sopraffino: ha fritto il pesce, bollito il riso e innaffiato tutto con uno stufato di verdure a base di pomodoro e verza. Si fa festa intorno al tavolo, cullati dal fiume.

La navigazione prosegue placidamente. Ogni tanto scendiamo in un villaggio, sul fiume incrociamo pinasse colme di ogni mercanzia e, all’improvviso, sfociamo in un lago che sembra un vero e proprio mare: in mezzo all’Africa! Nella foschia i contorni sfumano, abbiamo perso la cognizione del tempo, ormai scandito soltanto dall’avvicendarsi dei bicchierini di tè alla menta.

A poco a poco la luce si smorza e si alza una brezza fresca. Nei villaggi sul fiume si sistemano le reti, le donne iniziano a cucinare. Stormi di garzette si alzano in volo al tramonto. È sera quando attracchiamo al villaggio. Ci accoglie l’anziano saggio, alto, regale, tutto vestito di bianco, appoggiato a un bastone ricurvo. Nobile. Ci dà il benvenuto stringendo la mano simbolicamente alla persona più anziana del gruppo, il nostro patriarca, dal suo punto di vista.

Tutto intorno è silenzio. Ci incamminiamo in fila dietro al carretto tirato dall’asinello che porta il nostro striminzito bagaglio, lungo il sentiero di sabbia che conduce all’accampamento. Il buio scende presto ed è totale.

(Campement con igloo in muratura, utile un sacco lenzuolo, non c’è luce ne’ acqua calda)

Giorno 9:

Verso Timbouctou

Appena inizia a fare chiaro la voce del muezzin si diffonde nell’aria. Dall’apertura circolare sul soffitto della capanna si vede la luna: sembra un lampione acceso. Il villaggio è ancora mezzo addormentato, solo una capanna ha la porticina semiaperta e si intravede qualcuno all’interno. Una gallina razzola con i suoi pulcini tra i fuochi spenti della sera avanti, beccando qua e là qualche avanzo di cibo. La pinasse è ancorata vicino alla riva del fiume, pare addormentata pure lei. Partiamo all’alba, la strada per Timbouctou è ancora lunga e dobbiamo arrivarci prima che faccia buio.

Attraversiamo un tratto in cui il Niger non presenta attrattive particolari. È piuttosto largo e i villaggi appaiono lontani nella foschia. Ci fermiamo ogni tanto, ma non troppo spesso, per non fare tardi all’appuntamento con le jeep. A metà mattina ci si accosta la piroga di un pescatore, compriamo due pesci enormi appena pescati. Oggi, a pranzo, cous cous. Nei villaggi sul fiume la vita prosegue immutata: le mandrie si abbeverano, i bambini accorrono a salutare, a frotte, schiamazzanti. In lontananza compaiono le sagome di due ippopotami immersi nell’acqua. La navigazione è lunga, nell’ora calda il sonno ha la meglio su tutti quanti.

Alle 16 arriviamo alla città di Niafunké: le jeep ci aspettano già sulla spiaggia e inizia la pista per Timbouctou.

A sera la gente si riversa letteralmente sul fiume in quantità, è l’ora del bagno, del bucato, delle stoviglie: a scelta. Il sole inizia a discendere, la vegetazione si fa stepposa, secca, la sabbia avanza. Le jeep tengono una bella distanza una dall’altra, per non essere sommerse dalla polvere che sollevano.

Timbouctou. La pista è coperta di terra rossa, sembra che abbiano disteso un’enorme cerniera sulla quale la macchina traballa non poco. Le guide turistiche, gli scrittori più famosi, perfino Chatwin, mettono in guardia dall’aspettarsi troppo da Timbouctou. Città un tempo importante lungo le vie carovaniere, con il tempo ha perso ricchezza e smalto. Non ha palazzi, non ha monumenti eclatanti, è mangiata dal deserto. Ma la sua fama le sopravvive e questa pista di terra rossa assediata dalle dune gialle e rosa, in questo tramonto, attraversata da tuareg che cavalcano alti cammelli bianchi, porta il ricordo delle carovane che l’hanno percorsa e che ancora oggi l’attraversano. Il mito si risveglia improvvisamente. Stiamo marciando verso Timbouctou, nella polvere rossa. La città ci accoglie al calare della notte, un cartello luminoso con scritto “Pizza” invoglia gli stranieri a entrare in una botteguccia illuminata da una fioca

luce. Le jeep si incagliano, le ruote affondano nella sabbia che invade le strade copiosa. Siamo a Timbouctou, per davvero. Sono passati 11 anni da quando vedemmo quel cartello a Zagora, Marocco, che annunciava la città mitica a soli 52 giorni di cammello.

(Hotel du desert, camere semplicissime con bagno, utile un sacco lenzuolo)

Giorno 10:

Tombouctou

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello (…) Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti. (“Le città invisibili”, Italo Calvino)

Tombouctou. È questo il vero nome della città.

La luce del sole è così forte da annullare i colori. Strade di sabbia, costruzioni di banco. Grigio è il fango essiccato su cui si stagliano i volti affilati dei Tuareg, avvolti nelle loro vesti blu indaco.

La città del mito, avvolta nella sabbia, strappata al deserto, crocevia di mercanti e intellettuali. All’epoca d’oro chi voleva fare un dono a Tombouctou poteva scegliere tra un pozzo o una moschea. Ci sono tre quartieri adesso, ognuno ha la sua moschea di fango, con i pali di legno che escono perpendicolari dal minareto. Squadre di operai sono al lavoro per l’annuale manutenzione, tuareg con l’elmetto giallo sopra il turbante. Gelosie in stile andaluso, con borchie di ferro lucente, custodivano spose fanciulle. Madrase e biblioteche. Preziosi manoscritti. Un Corano miniato del 1400. Un trattato di astronomia. Libri emersi dai secoli, mangiati dall’umidità: il tesoro di Tombouctou. Dalla sabbia si eleva Djinguereber,la grande moschea. Quella di Sidi Yahia vanta le più belle porte in stile andaluso, venute qui dal Marocco, ancora belle e lucenti di intarsi di metallo, assediata di bambini che distraggono i Tubab: vogliono giocare. La più severa e misteriosa è quella di Sankoré, si dice che ancora oggi vi si aggirino i gjin, gli spiriti che spesso albergano nei cani randagi qui presenti: nessuno li tocca, per non irritarli. Il minareto parte dalla strada e sale, sale, pare che porti dritto al cielo. Pare che la costruzione di questo capolavoro sia stata effettuata su commissione di una donna, una notabile del luogo. Questo è il quartiere Tuareg della città.

La città del mito affascina i viaggiatori da sempre, anche perché era molto difficile e pericoloso raggiungerla e restarci il tempo sufficiente per imparare a conoscerla. Gli stranieri venivano accolti con riguardo, si ponevano loro molte domande, ma guai a non saper rispondere: si veniva considerati spie e, come tali, uccisi. Di quella storia rimangono le Case degli esploratori. Laing, lo sfortunato e improvvido maggiore dell’esercito inglese, non fece più ritorno: gli tagliarono la gola perché non sapeva parlare la lingua locale, stava tutto il tempo vestito in uniforme e armato, la gente non si fidava, c’è da capirli. La dimora che lo ospitò oggi è occupata da un laboratorio di copisteria, tra boccette di inchiostro e pelli di capretto i suoi inquilini odierni si dedicano alla copiatura di testi antichi.

Più avveduto fu il francese René Caillé. Studiò l’arabo in Egitto, imparò a pregare alla maniera islamica, mutò il suo nome in Abdullah e, fingendo di pregare dal minareto della Grande moschea, disegnò la mappa di Tombouctou. Poco prima che lo scoprissero l’Imam, che lo aveva protetto fino a quel momento e si era affezionato a lui, gli procurò un passaggio con una carovana diretta a Marrakesh. I suoi dirimpettai oggi sono bambini chiassosi che si aggirano tra noi, ormai avvezzi al contatto con i Tubab, di cui non temono più nulla.

Una targa apposta sul muro di una casa, stranamente storta, forse a causa di una pallonata, ricorda l’avventura del grande viaggiatore Ibn Battuta, il Marco Polo arabo, che soggiornò qui nella prima metà del 1300. Alto funzionario della corte malikita di Marrakesh, abituato a ricevere grandi onori e doni preziosi dai munifici sovrani cui aveva reso visita girando per il mondo, si indignò moltissimo con il re del Mali, Solimano, che lo accolse con quelli che per il suo regno erano regali di tutto riguardo: una tazza di yogurt, miglio e miele. Ma Ibn Battuta si scandalizzò forse ancora di più per la licenziosità dei costumi della popolazione: lui che era – va detto – un gran bacchettone non ammetteva che le donne parlassero liberamente con gli uomini che non erano della famiglia! Questione di punti di vista, come sempre.

Carovane di sale e oro calpestarono questa stessa sabbia. Tombouctou non è una città di palazzi, di monumenti. È grigia, avvolta nella sabbia, percorsa da carretti trainati da asini: gli unici colori vivaci vengono dalle vesti delle donne che passano e scompaiono veloci tra i vicoli, quasi un miraggio.

In una piazza il maestro recita versetti del Corano, i bambini, seduti per terra, ripetono a memoria o leggono su tavolette di legno vergate con l’inchiostro fabbricato con le bacche. Finalmente gli lasciamo quel poco che abbiamo portato: matite colorate, penne, temperini. Cose moderne rispetto al pennino di legno e al barattolo dove si prepara l’inchiostro. È contento, il maestro, è un giorno fortunato per la scuola che accoglie anche gli orfani della città. Come nell’Italia del dopoguerra: per sfamare i bambini li spedivano in seminario.

A Tombouctou chi cerca tesori concreti e architetture da mille e una notte si ritroverà tra i forni di fango a cupola, lungo le strade, e le grigie tende dei Bellah, nomadi un tempo schiavi dei Tuareg. Ma l’eco delle carovane e delle storie che si sono incrociate quaggiù aleggia ancora per le strade. Sospira ancora tra i granelli di sabbia dove affondano i nostri piedi. Tombouctou è un luogo della mente, ma anche una città dai molteplici apporti culturali. Molto diversa da tutto il resto del Mali.

Nell’ora infuocata del pranzo la luce appiattisce e schiaccia ogni cosa, la gente sta rintanata per poi riaffacciarsi sulla strada solo nel pomeriggio.

Fra i Tuareg si celebra un matrimonio oggi, ci invitano a visitare gli sposi. Prima lui, tutto vestito di bianco. Il cortile della sua casa è invaso di bambini: si avvicina Naha, il bimbo che vendeva argenti ai turisti stamani al mercato. Ti ricordi di me? Faccio fatica, devo ammetterlo, con il suo boubou verde per la festa cambia aspetto. È Mohammad, il cugino, il più intraprendente. Avrà circa 12 anni. Scatta foto con il cellulare a me con le sue cuginette vestite a festa. Poi prende la mia macchina fotografica e mi ritrae con tutti gli invitati. Mi lascia la sua mail e la casella postale, così possiamo scambiarci i file. A Tombouctou ovviamente è arrivato Internet.

Nella casa della sposa il cortile è invaso da donne avvolte in fantastici abiti colorati, le acconciature meravigliose in cui alle treccine vengono legate decine e decine di gioielli d’argento e corniola o d’oro. La sposa ha 15 anni ed è nascosta in casa, sotto un telo bianco, attorniata di amiche che le danno consigli, come vuole la tradizione. Siamo ammessi nella stanza segreta in qualità di ospiti stranieri. Le foto non riescono, tanto è buio. Giusto così: la sposa deve restare celata. Sarà che non ci si vede bene, ma a scrutare il suo faccino non sembra tanto contenta. È il primo matrimonio in famiglia, lei andrà in sposa al cugino, è così fra i Tuareg. In cortile c’è musica e le donne cominciano a ballare: stando quasi ferme sul posto si esibiscono in movimenti lenti, a occhi chiusi, sollevando sinuosamente le braccia e le sopracciglia. Naha scompare a tratti e poi riappare tutto sudato, un attimo prima che noi si vada via. Ha ballato, l’ultima danza era dedicata ai bambini. Si è comportato come un vero ospite conducendomi all’interno delle case, presentandomi agli invitati. Chiede un regalo per sé, adesso. Gli lascio l’ultima penna che ho e un’agendina. Resta lì sulla strada, con il suo vestito verde della festa. Era un abile venditore stamani al mercato, ma adesso è solo un bambino.

Le jeep aspettano con il motore acceso. La nostra a ogni partenza ha un passeggero in più. Adesso nel bagagliaio si è seduto un giovane tuareg dotato di teiera e bicchierini: andiamo a prendere il tè nel deserto. Qui inizia la strada delle carovane dirette a Zagora, Marocco. E in Mauritania, certo, come no. Una brace organizzata al volo sulla duna, la teiera che sobbolle. Zucchero, tanto. Bicchierini posati sulla sabbia. Menta profumata. Il sole va a tramontare e il rito si compie. Uno, due, tre bicchierini di tè, come vuole la tradizione. Si materializzano alcuni Tuareg con i loro monili d’argento: ti racconto la storia di questo ciondolo, questa è una stella, questa è la strada delle carovane… La sabbia da rossa diventa grigia, incolore. La sera scende e il richiamo del muezzin annuncia l’ora della preghiera. Bisogna rientrare. Attraversiamo Tombouctou per l’ultima volta. Polvere, sabbia, cortili invasi dai bambini e negli angoli persone inginocchiate a pregare in direzione della Mecca.

Giorno 11:

Tombouctou – Mopti

Sveglia alle 4 e mezza. Stamani dobbiamo raggiungere il porto di Korioume, a una quindicina di chilometri, per traghettare dall’altra parte del fiume e raggiungere in seguito Mopti percorrendo una pista dal nome allarmante: route de l’espoire…

Il primo traghetto parte alle sei del mattino, ora africana naturalmente. Arriviamo lì con un bell’anticipo. C’è già una fila di jeep e furgoni in attesa. Il villaggio è immerso nel buio e nel silenzio. Nell’ombra si intravede la sagoma di qualcuno che si muove, qualcuno che prega. In un forno a legna crepita un fuoco, alcune donne escono dalle capanne e ramazzano per terra, spostano la polvere un po’ più in là. Sopra il forno si muovono ombre scure della dimensione di un volatile: sono piccioni appollaiati lassù, al caldo. Tutto intorno pecore e agnelli. Il cielo inizia a schiarirsi e i contorni delle figure si fanno più netti. Gli uomini scendono al fiume a lavarsi. Le donne, con i loro bambini legati sulla schiena, ripetono gesti pacati, quasi rituali, uguali da secoli. Prendono le braci, attizzano il fuoco, tendono una stuoia per terra, ci posano sopra il pane appena sfornato. Così tutti i giorni, per tutta la vita, per generazioni, immutabile. Il suono dei clacson ci richiama bruscamente alla realtà. La chiatta ha messo in moto, è ora di imbarcarsi. Sono le 6,40, la partenza è alle 6: ora africana, naturalmente.

Il percorso del traghetto è variabile, dai 5 minuti ai tre quarti d’ora. Dipende da quanta acqua c’è nel fiume. Oggi è poca e perciò ci impieghiamo un po’, stipati tra macchine e persone. Sbarchiamo all’inizio della route de l’espoire, la strada della speranza. A mano a mano che ci addentriamo sul percorso ci rendiamo conto del significato di questo nome: 195 km di sterrato e questo sarebbe niente. Intorno non c’è assolutamente nulla. Deserto stepposo, terra grigia, pure un po’ di nuvole. E polvere, tanta polvere. Se la macchina si dovesse guastare c’è da augurarsi di avere con sé l’attrezzatura necessaria per una riparazione volante. Transitano in direzione contraria carovane di asini guidate da pastori a piedi, che corrono velocissimi verso il turista che li fotografa, per farsi pagare. Sono parenti minori delle azalai, le carovane di cammelli che trasportano il sale e che ancora oggi transitano da qui, ma che purtroppo non incontriamo.

Sbuchiamo a Duenza, dove finisce la strada della speranza. Siamo arrivati, coperti di polvere: i vestiti sono tutti arancioni.

Ci fermiamo per il pranzo in un posto di ristoro. Ci viene incontro un ragazzino e ci dà il benvenuto. Scambiamo qualche parola. Ricordo di avere una trottolina nello zaino, gliela regalo. Dopo qualche minuto il ragazzino ritorna con il suo papà, mi regala una collana di perle di vetro, un ringraziamento inatteso per la trottola. Questo popolo è incredibile: a donare anche una minima cosa si riceve sempre il doppio.

Quando risaliamo sulla jeep ci troviamo come sempre un passeggero in più. Questa volta si tratta di due galline vive, che si lamentano poderosamente ogni volta che l’auto si ferma, sentendo avvicinarsi la loro ora. Si tratta infatti della cena dell’autista. I volatili stanno lì, già agonizzanti, schiacciati tra valigie e souvenir.

Verso le 4 del pomeriggio rieccoci a Mopti, dove passeremo la notte. Ma è ancora presto e il lungofiume è invitante. Solite scene di vita quotidiana sul Niger: l’autolavaggio, il bucato, il bagno. Dietro l’ansa del fiume le pinasse si muovono dolcemente sull’acqua, il mercato è ancora attivo, ma non ci sono stranieri in giro, a parte noi. Camminiamo fino al Café Bissap per dissetarci con l’omonima bevanda. Dall’alto della terrazza osserviamo la luce calare vertiginosamente, in pochissimi minuti. I rumori si attutiscono, in sottofondo una canzone di Amadou e Mariam: vive la solidarité entre le popeul de l’Afrique… Non possiamo non pensare a quest’Africa che ci viene incontro sorridente, affollata, generosa di sorrisi (e non solo), senza troppe costrizioni di tempi e spazi, che quando arriva da noi si ritrova emarginata, guardata con sospetto, accusata a priori del reato di immigrazione, chiusa in case fatte di pareti spesse e porte chiuse, fra barriere e muri di cinta, orari e ruote, in balia di un’umanità arroccata attorno alla proprietà privata, bloccata dalle sue stesse paure. Ma ora siamo qui, per fortuna, e l’Africa ci accoglie con tutto il suo calore e i suoi sorrisi, con le mani che cercano le nostre in un saluto di benvenuto. Nel buio si accendono le braci e i pesci iniziano a sfrigolare nelle padelle. Le voci si abbassano, le ombre si allargano, la gente torna dal fiume con il suo carico di panni lavati sulla testa.

Giorno 12:

Mopti – Segou

Cielo velato, caldo afoso. Stiamo per lasciare Mopti. L’impiegato dell’albergo dice che verrà in Italia a luglio, in tournée con uno spettacolo di danze Dogon, a Genova! Si, al Festival del Mediterraneo… certo che il mondo è piccolo.

Giornata di trasferimento verso Segou, ce la prendiamo comoda e, strada facendo, sostiamo in qualche villaggio. In questo tratto non devono passare molti stranieri, come arriviamo siamo l’attrazione del paese. Accorrono bambini e adulti a guardare incuriositi i Tubab che fanno le foto e girano i filmini. Il primo villaggio di etnia Bobo, Sanforai, ha una bellissima moschea sulla piazza. L’imam ha una tunica blu e un drappo verde in testa: per la prima volta siamo invitati a visitare la moschea. Lo spazio interno è un cortile da cui si accede alla zona della preghiera, imbiancata a calce, con il mirhab e come unico ornamento una scritta: non c’è dio all’infuori di Allah, il clemente, il misericordioso. Salendo nella torretta di fango si accede al matroneo e poi al tetto, da cui si può osservare la vita del villaggio dall’alto. I cortili, le stradine, i cereali messi sui tetti a seccare. I bambini ci aspettano fuori della moschea per giocare a farsi fotografare e poi riconoscersi nei display, ridendo a crepapelle. A girare per il Mali ci è sembrato di capire che da queste parti non è consueto vedersi ritratti nelle fotografie, molti non si riconoscono, si indicano vicendevolmente. Perché quasi nessuno riconosce la sua immagine? Avranno specchi? Il villaggio di Monesedu invece vanta i granai più belli. Sono tutti decorati e vicini gli uni agli altri. Toc-toc, le donne sotto l’albero della piazza stanno pestando il miglio e il riso e ci invitano a provare, sganasciandosi dalle risate per i nostri gesti goffi. In ogni villaggio che visitiamo, grande o piccolo che sia, i bambini ci accolgono per primi, poi si fanno avanti gli adulti. Si finisce sempre con lo stringere molte mani, facendo molte foto ritratto su richiesta degli interessati; perfino il pastore Peul ci chiede di fotografare le sue mucche. Sulla strada tra Mopti e Segou non devono essere molti gli stranieri che si fermano durante il tragitto e quei pochi vengono accolti con grande curiosità. È facile incamminarsi e dopo poco accorgersi di essere seguiti, voltarsi e incrociare occhi grandi e scuri che osservano curiosi le nostre mosse, le nostre foto dallo schermo delle macchine digitali.

Attraversiamo il mercato di Yangaso nel tardo pomeriggio. Qui si vende bestiame, frutta e verdura, scarpe di plastica, ricambi per auto e ferraglia varia. E anche qui un bambino, poi due, poi cinque: quando risaliamo sul pulmino saranno almeno una trentina a fare ciao con la mano. In Africa è impossibile soffrire di solitudine. In Mali, poi, non si è mai soli!

Arriviamo a Segou la sera, l’albergo è fuori mano. Facciamo quattro passi dopo cena nella strada immersa nel buio. Ben presto un rumore noto di passi e risatine sommesse. Veniamo adottati da una famigliola: quattro bimbi fra i dieci e i dodici anni e due ragazzine più grandi, emancipate e disinvolte nel trattare con gli stranieri, fin troppo. Scacciamo un cattivo pensiero al riguardo, ma il dubbio rimane. Più in là c’è la madre con altre donne, ha un bimbo di tre mesi e ce lo mette subito in braccio, è morbido

e dormicchia, ma presto si accorge di essere sballottato e protesta. Campano vendendo noccioline sulla strada. Speriamo che i loro introiti dipendano solo da questo lavoro, ma stride un po’ con gli abiti alla moda e i cellulari delle due ragazze.

Giorno 13:

Segou – Bamako

La cittadina di Segou ha quattro quartieri e il porto fluviale in cui stanno attraccando le pinasse, che portano merci e persone già di primo mattino. L’aria è fresca e il cielo grigio promette pioggia, che evaporerà prima ancora di fermarsi a terra, quando il calore del giorno salirà. La cittadina è calma e ordinata, sulle stradine in terra battuta si aprono botteghe di artigiani che vendono prodotti di bella fattura e buona qualità. La zona coloniale è un lungo viale cui si accede dopo aver passato in rassegna esposizioni di ceramiche rosse come la terra, distese tra le case e la riva del Niger, dalla quale sono stati strappati orticelli rigogliosi di tenere verdure, chissà con quale fatica.

Antiche case coloniali giacciono nel verde, portando struggenti il segno degli anni. Lungo l’ampio viale alberato si vive il contrasto fra le case in cemento e i carretti trainati dagli asini, ricolmi di gente. La quiete qui è come una musica che fa bene all’anima.

Un po’ più distante ferve ancora l’antico villaggio Bambara nucleo storico di Segou, la capitale del regno. È vivo e colorato con i suoi bambini, le donne intente a lavare o accovacciate al mercato a ricucire le calebasse rotte con precisione chirurgica, le costruzioni tipiche modellate nel fango e colorate di rosso. L’antica Segou ha ben tre moschee: quella grande del venerdì per la preghiera collettiva, quella delle donne e la più poetica di tutte in riva al fiume. Piccola, protetta da un grande albero, all’interno vi è ancora un allevamento di api sacre. L’Imam vestito di azzurro siede fuori, semisdraiato, e guarda la vita scorrere sul fiume, i panni stesi che sventolano, le capre, i bambini che giocano.

Facciamo rientro a Bamako. Lasciati i villaggi, la città ci attende caotica. Non più carretti, ma macchine e minibus stipati di gente. Le ultime ore rotolano veloci in questa specie di limbo che è l’hotel internazionale, uguale a tanti altri. Africa ed Europa si sfiorano nella hall. Siamo già con la mente a casa, ma il cuore è ancora qui. Un ultimo tuffo al ristorante per una cena veramente africana: zuppa di pesce, tagine di montone, banane fritte e succo di bissap. Un po’ di nostalgia serpeggia tra i commensali. Si fanno progetti per un prossimo ritorno in Africa (ormai siamo tutti malati…) si sgranano nomi come perle di un rosario: Etiopia, Ghana, Togo, Benin, Burkina Faso, Camerun.

Giorno 14:

Bamako - Italia

Ultima tratta del volo che ci riporterà in Italia. Si siedono accanto a noi tre signori del Benin. Fa freddo a Parigi; sì, anche per noi che veniamo dal Mali. Ci guardano stupiti: effettivamente siamo così bianchi. Siamo stati lì in viaggio, ci è piaciuto moltissimo. Scambi di opinioni sull’Africa: stiamo pensando di ritornarci presto. Già, anche il Benin è fra le nostre mete. Senza perdere tempo, il più anziano dei tre annota sul foglio il suo indirizzo: così potremo vederci in Italia e quando saremo in Benin potremo andare a trovarlo. Generosa, ospitale: ecco l’Africa che ti tende la mano, ovunque si trovi, spesso senza chiedere nulla in cambio.

Infine, un ringraziamento alla guida che ci ha accompagnato nel viaggio:

Innocent Ouedraogo ouedrinno02@yahoo.fr

Innocent si occupa di quasi tutta l'Africa occidentale, oltre al Mali organizza tour in Senegal, Cameroun, Burkina Faso (suo paese natale), Ghana, Togo, Benin. E' bravo, preparato, attentissimo e molto pratico.

Libri consigliati

"Timbuctù" Marco Aime, Edizioni Bollati Boringhieri

"Amkoullel, il bambino fulbe" e "Il saggio di Bandiagara" Di Amadou Hampate Ba

"Mali" Guide per viaggiare Polaris, autore Giancarlo Salvador

"Ebano" R. Kapuscinski, Ed. Feltrinelli



   

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