C'era una volta il sovrano del grande regno dell'India,
Addicavan. Egli aveva affidato la difesa delle frontiere del suo
prezioso regno al figlio primogenito Prah Thon, principe di
grande valore, che difese il regno del padre dall'invasione delle
tribù d'oltre confine. A causa della guerra il principe
stette lontano dal regno molti anni e, quando seppe che si
tramava per escluderlo dall'eredità, tornò
alla testa del suo esercito. Ma trovò ad attenderlo le
guardie di suo padre e fu mandato in esilio con i suoi seguaci e
con le loro famiglie. Fuggirono verso est, navigarono per molti
giorni, finché giunsero in un vasto golfo circondato da
montagne e lì approdarono e costruirono una città.
Poco più al largo c'era un'isola sulla quale si ergeva un
albero maestoso. Durante i periodi di secca il mare si ritirava
ed era possibile raggiungere l'isola a cavallo: qui si
organizzavano fruttuose battute di caccia. Ma quando il mare
riprendeva la terra l'isola tornava distante e Prah Thon la
osservava da lontano rimpiangendo il suo regno. Fu durante una di
queste battute sull'isola che il principe esule, passeggiando
sotto il grande albero alla luce del plenilunio, scorse una
bellissima fanciulla danzare nel cielo circondata dalle sue
ancelle. Voleva sposarla, ma lei gli disse che doveva ottenere il
consenso del padre, perciò gli ordinò di ritornare
al prossimo plenilunio. Prah Thon obbedì e tornò
qualche tempo dopo. La fanciulla ricomparve e lo condusse sulla
riva del mare. Le acque si misero a ribollire impetuosamente e di
lì a poco emersero le nove teste di Bhujang
Nagaraja, il re dei Naga, Signore del mare e di tutte le
profondità della terra. Egli concesse la mano di sua
figlia Dharavatti al principe Prah Thon. Poi chiamò
a raccolta tutta la sua corte, comparvero centinaia di Naga che
si misero a bere tutta l'acqua circostante, da lì emerse
una terra che Dharavatti portava in dote a Prah Thon: la terra di
Cambogia. In cambogiano tonlé vuol dire "fiume" e grande
si dice thom: Tonlé Thom è il Grande Fiume,
il Mekong, il cui lavoro paziente durato migliaia di anni ha dato
origine alla terra su cui si trova l'attuale regno di
Cambogia.
Il Naga è la raffigurazione simbolica del cobra a
tre, cinque o sette teste. Nella tradizione dravidica è il
Signore delle profondità subacquee e sotterranee e
gli artisti khmer lo hanno immortalato nella pietra dei famosi
bassorilievi di Angkor. I Naga sono i geni dell'acqua, portatrice
di vita, sono i detentori della Sapienza e difendono la
meditazione dei mistici.
Primo giorno:
Siem Reap - Tonlè Sap - Siem
Reap
Arriviamo in Cambogia provenienti dal Laos e Siem
Reap è la nostra prima destinazione.
Fino al 1998, anno in cui è morto Pol Pot, erano
ammessi nel Regno di Cambogia solo turisti provenienti
dall'universo comunista: cinesi, russi, cubani, cechi,
vietnamiti. Adesso arrivano un po' da tutto il mondo. In pochi
anni nella piccola Siem Reap gli alberghi sono saliti da 3 a 100,
più una quarantina di guesthouse. Tempi moderni: e
qui intorno costruiscono ancora parecchio. Abbiamo mezza
mattinata libera e ne approfittiamo per visitare la città
che ha sconfitto i siamesi: questo significa Siem Reap.
Lavori in corso lungo le strade: si scavano veri e propri
tunnel per ospitare i sottoservizi, per fortuna non si tratta
più di trincee belliche. La strada è polverosa e
trafficata, fa anche molto caldo, 35°, e c'è molta
umidità. Imbocchiamo un primo mercatino, un po' dimesso e
in chiusura. Poi proseguiamo su quella che ci sembra la strada
percorsa con l'auto al nostro arrivo. Polvere, sole e caldo. Ecco
il mercato centrale: entriamo senza indugio. Subito si fa
penombra e un odore penetrante di cibo ci assale. File di
salsicce e pesce essiccato, frutta, verdure, fiori. I venditori
stanno seduti al centro della loro stuoia o si dondolano sulle
amache. Una donna con il bilanciere posato sulle spalle fa il
giro del mercato portando da bere. Ci sono anche parecchi
mendicanti. Pesci ancora vivi guizzano nelle vasche prive
d'acqua, il vociare rimbomba. Le banconote vengono appoggiate
sulla merce, l'acquisto finisce in una sportina di plastica.
Artigianato, carne, verdura, tessuti: tutto si mescola in un
turbinio di voci, volti, odori. Il mercato ha un impianto a
quadre, ma dopo un po' di giri ci si perde comunque. Pranziamo in
un locale gestito da corsi dalla faccia dura, l'aria dei
colonizzatori che sfruttano la popolazione locale, in tutti i
sensi. Soprattutto le donne.
Il pomeriggio prevede un giro sul lago Tonlé Sap (10
USD a testa per il giro in barca da pagare a una specie di posto
di blocco ufficiale). Ma prima di arrivare Soo, la nostra guida,
ci fa fare due passi attraverso un villaggio alla periferia della
città. Case su palafitte emergono dai banani, sentieri in
terra battuta rossa, bambini seminudi. Polli, chiocce e pulcini,
neonati a bagno nelle tinozze. Molti lavorano il pesce per
venderlo al mercato e, sorpresa, ci sono anche qui norie come in
Siria. L'acquedotto è un po' più rudimentale, in
legno, con pignatte come raccordo tra un tubo e l'altro. In una
scuola alunne in divisa bianca e blu saltano all'elastico durante
la ricreazione. Di fronte alle case c'è un tempietto
piccolo e colorato, qui si pratica un buddhismo con influssi
induisti. Sotto le palafitte le amache per il riposo
pomeridiano.
Risaliamo in auto e percorriamo un sentiero che attraversa una
foresta di intricate e polverose mangrovie. Non sembra, ma siamo
sul fondo del lago: adesso c'è poca acqua, 3.000 kmq con
una profondità di 3 metri scarsi, ma nella stagione della
pioggia la superficie lacustre raggiunge i 10.000 kmq e la
profondità i 12 metri. Le palafitte qui sono molto
malandate: il villaggio è poverissimo, non c'è
elettricità, solo alcune pompe per l'acqua. La
mortalità infantile in Cambogia è del 10 per cento,
le cure mediche sono in mano ai privati. Il lago è una
città galleggiante, c'è anche una chiesa cattolica,
i numerosi bambini (ogni famiglia ne ha 5 o 6) giocano navigando
in tinozze di metallo. Ci sono vivai per il pesce gatto. Un
pescatore ha appena catturato un serpente marino lunghissimo,
sembra un boa, e lo esibisce orgoglioso. Il villaggio dei
pescatori sul Tonlé Sap si sposta secondo la stagione,
quando c'è più acqua raggiunge le pendici della
collina. C'è solo un approdo qui, con un piccolo museo di
pallidi pesci che sembrano marinati. Gli abitanti sono in parte
khmer e in parte vietnamiti rifugiatisi qui durante la guerra.
Non corre buon sangue fra loro.
Torniamo a Siem Reap nel caldo e nella polvere sollevata dai
torpedoni di turisti cinesi e thailandesi mentre i bufali si
abbeverano nei rigagnoli del lago. Capita di incontrare donne in
età, rasate e con una veste bianca, simile ai bonzi. Sono
monache; raggiunti i 60 anni e terminati gli impegni legati ai
figli e alla famiglia molte donne decidono di seguire questa
via.
Visitiamo infine una scuola professionale, appena all'ingresso
di Siem Reap, che raduna ragazzi in situazioni disagiate e
insegna loro un mestiere. Lavorano il legno, la pietra, le
stoffe. Purtroppo il negozio annesso non rispecchia la
spontaneità del loro lavoro, l'atmosfera da boutique e le
insegne che avvisano i clienti della possibilità di
acquistare con carta di credito ci allontanano subito.
Ci riprendiamo dal caldo con una sosta (Hotel Casa Angkor, Oum
Khun Street, Svay Dangkom, a 5 min. a piedi dal centro; 40-45 USD
a camera), poi per cena cerchiamo il lungofiume. Ci imbattiamo in
un ristorantino raffinatissimo dove tutto viene servito dentro
foglie di banano: pesce alla griglia, pesce stufato con latte di
cocco e quelle splendide verdurine saltate con la soia che sono
una vera golosità (cena per due 15$).
Secondo giorno:
Siem Reap - Angkor (15 min. di auto)
Ci sono alcuni posti al mondo che ti fanno sentire orgoglioso
di appartenere al genere umano. Uno di questi è
Angkor. Così scriveva Tiziano Terzani: e aveva
ragione.
Il pass (costo 20 USD, validità 1
gg.; 40 USD, validità 3 gg.; 60 USD, validità
7 gg. intesi sempre consecutivamente; occorrono due foto tessera,
si acquista all’ingresso dell’area archeologica)
consente una visita che può articolarsi su tre giorni, il
sito archeologico è molto vasto e occorre necessariamente
fare una scelta.
Prendiamo la macchina e facciamo un breve percorso di un
quarto d'ora. Alla periferia di Siem Reap si costruisce, ma un
accordo tra governo cambogiano e Unesco prevede che le
costruzioni nuove siano basse come quelle tradizionali: almeno in
questo modo si eviteranno gli orribili grattacieli che devastano
molte città orientali anche se, in effetti, i buddhisti
osservanti non costruirebbero mai edifici a più piani per
il semplice fatto che non tollerano che qualcuno calpesti lo
spazio sopra la loro testa: i piedi sono considerati la parte
più impura del corpo.
Vicino al sito ci sono risaie e una moltitudine di biciclette
parcheggiate sotto alberi altissimi. Durante il tragitto la guida
ci racconta di questa civiltà che ha raggiunto il proprio
apogeo fra il XIV e il XVI sec. d.C., totalmente ignorata dai
nostri libri di testo concentrati solo sul Mediterraneo. È
anche vero che in Europa questi luoghi sono stati resi
tristemente famosi dalla guerra, quindi vengono snobbati dai
turisti. A torto, naturalmente.
Intanto la strada si addentra nella foresta. Un tempo tutti i
monumenti di Angkor erano circondati da un bacino d'acqua: doveva
essere uno spettacolo meraviglioso vederli riflessi in queste
piscine artificiali. Ecco che ci fermiamo al primo tempio:
Preah Rup. Saliamo in cima: da quassù si vede tutta
la foresta circostante. Il tempio ha tre torri dedicate alla
trimurti induista: Vishnu, Brahma e Shiva, più due torri
per ospitarne le mogli. Ogni costruzione ha quattro lati e
altrettante porte, una galleria che si snoda tutto intorno al
primo livello. Bassorilievi che rappresentano Indra, il dio del
cielo, elefante a tre teste, figure di oranti, leoni che vomitano
serpenti e fiori di loto. È impossibile descrivere tutto e
forse sarebbe anche noioso. Questi monumenti sono la
rappresentazione terrestre del mitico monte Meru, sede delle
divinità, giacente sopra l'oceano primordiale, da cui
nascono le danzatrici sacre e immortali, le Apsara.
Il tempio successivo è il Mebon orientale,
costruito secondo la tipologia sacra del monte Meru e ornato di
quattro bellissimi elefanti in laterite. Il Neak Pean, o
Tempio dei serpenti intrecciati, è piccolo ma
meraviglioso. Interamente nascosto da un ficus, è stato
scoperto quando un fulmine ha distrutto la pianta. Alla vasca
centrale, in questa stagione priva di acqua, sono collegate
quattro vasche orientate secondo i punti cardinali. A ogni bacino
corrisponde una cappella, con una doccia per il bagno dei malati,
rappresentata da una testa animale che corrisponde a un elemento:
l'uomo è il Sole, il cavallo è l'Aria, l'elefante
è l'Acqua e il leone il Fuoco. La malattia è il
frutto di un disequilibrio tra i quattro elementi: semplice,
no?
Terminiamo la mattinata al tempio di Preah Khan, ovvero
la Spada sacra, con un ingresso simile a Luxor: una doppia
fila di uomini, in realtà dei e demoni, ormai quasi tutti
senza testa, che reggono il serpente sacro, il Naga. È qui
la magia di Angkor, in questi alberi che sovrastano i monumenti
avvolgendoli con le loro radici.
Pranziamo in una zona di fronte all'Angkor Wat dove sono
allineati alcuni punti di ristoro: il cibo buonissimo viene
servito in noci di cocco come casseruole: è
l'amok.
Il pomeriggio prevede il Thommanom. Costruito e subito
abbandonato perché colpito da un fulmine, è privo
di decorazioni. Ci inoltriamo sempre più nella foresta e
sempre più le radici degli alberi di kapok
avvolgono i templi donando a questo paesaggio un aspetto da
foresta incantata. Ecco il Preah Ko e poi il Ta
Prhom sotto il frinire assordante delle cicale e il verso dei
pappagallini. Poi il Bantey Kdei con la sua lunga
processione di bassorilievi rappresentanti danzatrici sacre. Qui
c'è un Buddha molto venerato e si racconta la leggenda del
coccodrillo che si uccise per reincarnarsi in un monaco, ma senza
riuscirvi: mai rinunciare alla propria natura, accettarsi
è necessario.
Alla fine del giro sbuchiamo davanti alla Piscina reale, un
vasto bacino artificiale. Siamo decisamente stanchi e fa molto
caldo. Consumiamo la cena in città, in un localino
semplice ma dignitoso.
Terzo giorno:
Angkor Wat
Si parte presto per approdare al tempio di Angkor
Wat quando ancora i rumori intorno sono attutiti e i turisti
rari. Il tempio è vastissimo, costruito su cinque livelli,
ognuno dei quali è in laterite, pietra arenaria e legno.
Le decorazioni sono ovviamente simboliche: c'è il Naga, il
serpente sacro le cui scaglie decorano anche le tegole delle
coperture, il numero delle porte è sempre 4, le scale sono
12 come i mesi dell'anno. Al primo livello, nella galleria, i
monaci hanno scolpito bassorilievi di straordinaria bellezza.
Alcuni rappresentano storie mitologiche come l'estrazione
dell'elisir dell'immortalità dal mare di latte, cui
partecipano dei e demoni intenti ad aiutare Vishnu a legare la
montagna sacra, il monte Meru, con il corpo del Naga. Da questo
elisir scaturiscono le danzatrici eterne, le Apsara. In altri
bassorilievi sono scolpite scene di guerre occorse nei secoli
scorsi o la rappresentazione delle 32 pene dell'inferno.
C'è comunque sempre la contrapposizione fra il Bene e del
Male ma, a differenza delle culture occidentali, non c'è
la supremazia di una forza a discapito dell'altra: piuttosto si
cerca di raggiungere l'equilibrio tra i due poteri sotto un unico
giudice, Vishnu, che garantisce la creazione del mondo. Insomma,
non c'è mai una distruzione completa, poiché tutto
è necessario alla vita.
Così discorrendo saliamo i vari livelli del tempio
consacrato a Vishnu fino ad arrivare alle torri gigantesche, dove
ogni anno il re viene a pregare l'arrivo della pioggia. Le scale
sono ripidissime, in alto non c'è più la statua di
Vishnu (trasferita al primo livello) bensì quelle di
Buddha, rappresentato nell'atto della pace (con le mani alzate) e
del non avere paura (con il pollice e l'indice uniti ad anello).
All'uscita si ha un'impressione notevole di tutto il tempio:
passiamo tra file di alberi di kapok e venditori di succo
di palma, dolcissimo e un po' affumicato. Prima di pranzo
visitiamo la Porta Sud di Angkor Thom. Il complesso
contava oltre due milioni di abitanti, il doppio di quanti
vivevano a Roma all'apogeo dello splendore imperiale. Sulla cima
troneggiano quattro facce mentre il ponte sul fossato è
fiancheggiato da una doppia fila di dei e demoni che sorreggono
il corpo del Naga.
Pranziamo al ristorantino di ieri, di fronte all'Angkor Wat.
Oggi manzo con ananas e maiale allo zenzero.
Il pomeriggio riprende con la visita del Bayon, tempio
incantevole per via delle sue 54 torri ognuna delle quali reca i
quattro volti del Buddha: compassione, serenità, simpatia
e bontà d'animo. Ma se non bastasse ci sono anche i
bassorilievi più belli e meglio conservati di Angkor.
Oltre alle consuete scene di battaglia, questa volta fra Khmer e
l'esercito Cham (cinesi), si vedono rappresentazioni di vita
quotidiana di un realismo e di un'attualità
impressionante, basta osservare la gente per le strade o nei
mercati per rendersene conto. Saliamo fino in cima, di fronte ai
faccioni del Buddha. Dentro una torre una monaca è di
guardia al monumento: ci invita a entrare per offrire l'incenso,
ci spiega a gesti come pregare. Ci chiede se siamo americani. Per
carità, no davvero: italiani. E mentre ci inchiniamo tre
volte e la cenere dell'incenso ci bruciacchia le mani, la
vecchierella ci sventola con un ventaglio scostandoci le camicie
che il caldo ci appiccica addosso. In un'altra torre un indovino
vestito di bianco attende sbadigliando che qualcuno si faccia
predire il futuro. Torniamo dalla monaca, le chiediamo se
possiamo fotografarla. Certo che si può, e allora lei si
mette a preparare qualcosa. Prende alcune foglie, le spalma con
una pasta bianca che sembra calce, poi ci sputa dentro qualcosa
che stava masticando. Fa un involto, lo mette in un piccolo
cilindro di metallo e pesta con un attrezzo sempre di metallo,
riducendole in poltiglia. Inizio a temere che stia preparando
questo bocconcino per farmelo assaggiare. Non sembra.
Però, a scanso di equivoci, appena la pappa è
pronta salutiamo giungendo le mani. e lei ci saluta a sua volta
con un largo sorriso della bocca rossa di betel e strizza gli
occhi velati dalla vecchiaia. Chissà se quell'ammiccare
che pareva ironico era solo il suo modo di sorridere, o voleva
dire: "Troppo tosto per voi, eh?!"
Lasciato il Bayon passiamo davanti al tempio di
Bauphon, purtroppo crollato, per recarci alla Terrazza
degli elefanti dietro cui sorgeva il Palazzo reale,
residenza in massima parte di legno distrutta da un incendio:
sopravvivono solo le mura in laterite. Questa terrazza sembra sia
stata una tribuna per il re, i ministri e i religiosi di corte
utilizzata per assistere a manifestazioni e gare: combattimenti
di galli o elefanti, incontri di boxe e simili che si svolgevano
nello stadio antistante, il Prah Sat Sur Prat. Dietro, ai
margini della foresta, una fila di 12 torri tra le quali venivano
tese le corde su cui si esibivano i funamboli.
Nelle vicinanze sorge la Terrazza del re lebbroso che
deve il suo nome alla statua soprastante che, coperta di muschio,
suggeriva appunto l'idea della lebbra. Questo spazio era usato
per le cremazioni.
La visita del complesso di Angkor sarebbe terminata, ma Soo ci
porta a vedere ancora un tempio a 30 km da qui: il Banteay
Srei o tempio delle fanciulle. Piccolo ma
preziosissimo per i suoi bassorilievi scolpiti sull'arenaria rosa
e ocra, pietra particolarmente resistente e quindi adatta a
conservare inalterati e precisi i decori. A sera il sole lo
illumina di una luce calda e dorata. Il tempio fu costruito solo
per il piacere dei sacerdoti, non fu commissionato da alcun
sovrano: era dedicato al culto di Shiva e Vishnu. Quando la guida
ha detto: "Andiamo a vedere un tempio in campagna", quest'ultima
parola ha evocato ricordi di mine, di cui il Paese era
disseminato alla fine della guerra. Poi l'Onu è
intervenuta e ha bonificato l'area in gran parte: ora i
turisti passeggiano tranquilli tra i percorsi segnalati.
Però il pensiero fa una certa impressione.
La strada del ritorno è invasa da una moltitudine di
biciclette e motorini: sono tutti lavoratori che lasciano la
città per fare ritorno alle loro case. Stasera si cena in
un ristorantino che propone cucina asiatica in generale: curry di
verdure e manzo con le arachidi e, a sorpresa, due ciotolini di
piccante "zucchero birmano" alias salsa di soia , aglio e
peperoncino.
Quarto giorno:
Siem Reap - Kompong Thom - Phnom
Penh - (km 314 circa di strada parzialmente
asfaltata)
Stamani, mentre stiamo facendo colazione, ci raggiunge al
nostro tavolo un gentile signore con i baffi e ci chiede se siamo
italiani. È il responsabile dell'agenzia locale che
abbiamo contattato dall'Italia per prenotare i servizi qui in
Cambogia (Asco Cambodia Travel, n. 2 St. 179 Sankat Tom Nop Tek,
Kham Chamkar Mon, Phnom Penh, cell. 012845881,
reservation@ascointernational.com). Vive qui dal 1992, ha sposato
una donna cambogiana ed è orgoglioso di avere ottenuto la
cittadinanza. È il primo e unico occidentale ad avere
ottenuto dal re il titolo di guida di Angkor e ama moltissimo
queste pietre al punto che ha scritto una miniguida sul tema, che
ci regala. Ci fa notare che in Cambogia tutti i motorini sono
senza specchietto retrovisore, nonostante siano prodotti in
Thailandia dotati di tutti gli accessori. E come mai?
Semplicemente, i cambogiani staccano gli specchietti
perché sono roba da barang, ovvero da nasi lunghi
(saremmo noi occidentali): quando uno si è specchiato
già al mattino, mentre si pettina, che bisogno ha di
guardarsi allo specchio anche mentre guida? Lui ha cercato di
spiegare alla moglie che il retrovisore non è solo un
accessorio, ma lei, niente! E si vergogna moltissimo quando sale
sulla moto del marito che è arrivato al compromesso di
togliere almeno uno dei due specchietti! Ci sono momenti che
sembrano usciti da un film, come questa colazione alle 8,
chiacchierando davanti a una tazza di tè, in questa
saletta dell'albergo in stile coloniale, con il sole già
caldo che entra dalle grandi finestre senza vetri.
Prima di partire gli lasciamo quaderni e matite da
regalare a qualche scuola: l'alfabetizzazione qui è
dell'80% però spesso manca la materia prima per
scrivere.
Lasciamo Siem Reap passando davanti a un mercato che un tempo
era di legno ma, bruciato dai khmer rossi durante la dittatura,
è stato parzialmente ricostruito in cemento.
Siamo diretti a Phnom Penh passando dall'antico regno
del Funan di cui era capoluogo Kompong Thom. La strada ci
porterà via un po' di ore anche perché il sito
archeologico si trova in una piana in mezzo alla foresta e ci si
arriva percorrendo sterrati che attraversano villaggi. File di
palafitte affacciano sulla strada rossa. Davanti a ogni casa di
solito c'è un piccolo cortile dove talvolta si trova la
pompa per l'acqua. Sotto la palafitta, che è abbastanza
alta da terra, si svolge in genere la vita durante il giorno.
C'è sempre un'amaca, se ci sono bambini viene appesa una
rudimentale altalena e poi c'è un tavolo basso dove
giocare a carte, i cambogiani amano molto scommettere al gioco.
Se la famiglia gestisce un piccolo commercio la merce viene
esposta su un tavolino posizionato sulla strada. In genere si
vende cibo, acqua e benzina in bottiglie (spesso di Johnny
Walker: occhio!). Ovunque razzolano animali e crescono palme.
E arriviamo nel regno preangkoriano, l'area di Sambo Preah
Kok o Tempio nella Foresta. Si tratta di costruzioni
in laterite risalenti al VII sec. d.C., di forma semplice, per lo
più torri a base quadrata, rettangolare o ottagonale, con
semplici decorazioni sugli architravi: sono i templi di
Tropean Rupian, Yay Pourn, Prasat Tao, Prasat Sambo. Ci
fermiamo per pranzo lungo la strada: la zona non è molto
turistica, il locale consigliatoci si trova nel migliore
hotel del villaggio, a parte una comitiva di francesi in
età è frequentato da solo locali e da numerose
mosche, anch'esse autoctone. Fa caldo, molto, ma appena gli
avventori se ne vanno i ventilatori vengono spenti e smontati.
Alle nostre spalle c'è anche una rudimentale pista da
ballo, con tanto di sfera psichedelica stile discoteca anni '70.
Ripartiamo, ci attende ancora una sosta al tempio di
Uhango: sembra una chiesa, è tutto in laterite
scura, tanto che sembra proprio nero come di pietra lavica. Il
tempio sorge dentro l'area di un monastero, c'è una scuola
e tantissimi bambini curiosi di noi. Ci intratteniamo un po'
distribuendo quel poco che abbiamo (caramelle e shampoo), mentre
il maestro e gli anziani del villaggio insistono perché si
faccia una fotografia e tengono a bada i bambini, ma non ce
n'è bisogno: sono già bravi così, tutti
seduti intorno a noi come pulcini, non fiatano, ci guardano
stupiti, fanno inchini e distribuiscono sorrisi puliti come noi
non ricordiamo più.
Riprendiamo la via e ci fermiamo presso alcune venditrici
ambulanti che portano in testa un vassoio di. sembrano granchi. E
invece no. Mentre il vassoio si avvicina l'occhio mette a fuoco:
sono ragni neri, fritti e cosparsi d'aglio. Questa volta non
possiamo farcela! Però Soo dice che sono così
buoni: sono di allevamento, si nutrono di radici e costituiscono
per i cambogiani una vera e propria prelibatezza, infatti costano
quattro volte più dei gamberi (qui molto a buon mercato, a
dire il vero). Tentiamo l'approccio, però a piccoli pezzi:
tutto intero il ragno ci fa troppa impressione. I bambini intorno
a noi ridono a crepapelle, sono buffi questi barang! Il
ragno, in effetti, è buono davvero, ricorda il sapore
proprio del gambero: la testa pare sia la parte migliore, ma
anche una zampa pelosa può essere indicativa.
Perché stupirsi, in fondo: del resto in Italia si mangiano
le lumache e quando lo diciamo ai nostri amici, Soo e l'autista
inorridiscono e si fanno una grande risata. È sempre
questione di punti di vista.
Il paesaggio ora si fa più verde: corriamo lungo il
corso del fiume Tonlé Sap, il traffico aumenta, siamo
giunti alle porte di Phnom Penh. Baracche sulle rive del
fiume che si getterà da qui a poco nel Mekong, rive
lasciate libere dal ritirarsi delle acque nella stagione secca e
subito occupate da chi arriva per primo, rive che poi
scompariranno sott'acqua alla prossima piena.
A Phnom Penh salutiamo il caro Soo e ci affidiamo a un
distinto signore con il bastone a forma di Naga: è un
italiano (Asco Cambodia Travel, sig. Bussolino), è stato
uno dei primi esploratori dell'Indocina postbellica. Ha
l'aspetto di un monaco guerriero, da 10 anni vive qui rinunciando
consapevolmente all'Occidente. Passeggiamo a sera sul lungofiume:
il nostro albergo è qui vicino (Hotel Bougainvillier,
Sisowath Quay 277 g, circa 60 USD la camera doppia), l'aria
è calda e umida. Molta gente è per strada, i
bambini giocano, mangiano, corrono. Le bandiere di tutte le
nazioni sventolano, ingentilendo la passeggiata: siamo ormai
giunti alla confluenza fra il Mekong e il Bassac. Nell'aria rossa
del tramonto, solo un po' offuscata dall'umidità, emerge
come da un sogno il Palazzo Reale, sovrastato da una falce di
luna rovesciata.
Siamo veramente stanchi: optiamo per un ristorante
internazionale (Friends, 8-9 USD a persona) vicino all'hotel,
servono anche cucina cambogiana. Il locale è gestito da
francesi, la famigliola ha l'aria annoiata e un po' superba di
chi è costretto a vivere all'estero ma non si mescola con
la popolazione.
Quinto giorno:
Phnom Penh
Da dove cominciare? Forse dall'elenco delle cose viste oggi:
il Palazzo Reale, il Mercato russo e poi, nel pomeriggio, la
collina di Phnom Penh con l'elefante, il centro di recupero per
disabili, la Pagoda Reale, la Pagoda della Capra e del Mango, il
tempio Tao, l'agenzia di pompe funebri cinese, il mercato dei
barbieri, il Luna park. Il valore aggiunto è stata la
guida che in poche ore ci ha trasmesso una quantità di
informazioni su questo Paese e impressioni altrimenti difficili
da scoprire. È un vero e proprio mediatore culturale,
indispensabile per chi ha pochi giorni per visitare e
tentare di capire un Paese così.
Iniziamo dal Palazzo Reale, residenza del re e comunque
del potere anche durante gli anni dei Khmer rossi. L'edificio
è un compendio di arte locale e francese: all'ingresso
c'è una pianta che si arrampica sul tronco di una palma, i
suoi rami scendono come tentacoli. Sembrano spinosi, in
realtà sono pieni di gemme e ogni giorno sbocciano fiori
magnifici. Quale posto migliore per collocare le statue di Buddha
che ogni giorno riceveranno l'offerta di fiori appena sbocciati?
La sala del trono, a guardarla bene, presenta nel suo arredamento
elementi khmer e oggettistica in stile francese. Accanto al
Palazzo, una casetta in stile preliberty del tutto incoerente con
gli edifici attorno. È una residenza interamente
smontabile, unica nel suo genere, costruita per la moglie di
Napoleone III, Eugenia, in occasione dell'apertura del canale di
Suez. La nobildonna non gradiva alloggiare nel palazzo del
Sultano d'Egitto, considerandolo persona poco pulita, e si fece
costruire una dimora ad hoc trasportabile. Napoleone III
finì per regalarla al re Norodin mentendo clamorosamente
sul significato di quelle N che ornavano i vetri satinati.
Attualmente l'Unesco l'ha chiusa e sta andando in
rovina. Nella Pagoda d'argento, accanto al Palazzo, sono
raccolti più di 1.800 oggetti, frutto di donazioni. Non
sono mai stati catalogati, quindi non se ne conosce l'esatto
numero né il nome del donatore. Il semplice fatto che
siano stati offerti li rende tutti preziosi allo stesso modo,
manufatti d'oro e pietre preziose accanto a fiorellini di
plastica e bacchette di legno: la loro sacralità dipende
dall'importanza che avevano presso chi li ha donati. Il pavimento
della pagoda è in lastre d'argento, rattoppato con lo
scotch laddove occorre, alla cambogiana.
La zona del Mercato russo in tempo di guerra era
sostanzialmente chiusa, ma si potevano trovare merci di
contrabbando: adesso si sta riaprendo, è un brulicare di
commerci, stoffe, argenti, orologi, oggettistica di legno,
ceramica. Qui va fortissima la sezione ricambi per moto: si
possono comprare tutti i pezzi e costruire una motocicletta da
soli! La zona alimentare è un tripudio di frutta e verdura
e il caffè che ci offre la nostra guida in un
bar-banchetto è davvero buono. Il caldo è
l'umidità sono notevolissimi, ma stiamo tanto bene che
quasi non ce ne accorgiamo.
Pranziamo sul lungo fiume, lato Tonlé Sap: i gamberetti
qui sono freschissimi, costano talmente poco che conviene
buttarli se non si mangiano.
La collina di Phnom Penh è il luogo sacro della
città: sulla cima c'è un tempio taoista dove statue
di animali feroci ricevono offerte di carne e uova, queste ultime
regolarmente rotte dalle scimmie che popolano la collina, mentre
la carne dovrebbe essere bruciata una volta offerta, ma molto
pragmaticamente è ormai uso riprenderla e cucinarla, tanto
l'importante è offrirla. Nell'adiacente pagoda affrescata
e ricca di statue i catechisti insegnano la dottrina buddhista ai
bambini illustrando loro gli insegnamenti narrati nei dipinti.
Fuori, la statua molto venerata della dama Penh cui si
deve la fondazione di questo tempio su una collina artificiale
costruita con la terra portata a bacili dai contadini. Alla
statua della dama si rivolgono preghiere in caso di problemi di
famiglia. Un'usanza molto buddhista, all'insegna della tolleranza
più piena, vuole che di fronte al tempio vi siano tre
piccole pagode: una è vuota affinché ogni
pellegrino non buddhista possa pregarvi il suo dio.
Nel giardino in basso, un elefante presta servizio per la
municipalità di Phnom Penh e la sera, come ogni buon
dipendente comunale, torna a casa, nelle stalle di Palazzo Reale,
dopo aver attraversato il lungofiume spiccando per la sua mole
nel traffico di bici, motorini, cyclo e qualche
vettura.
Per strada si incontrano molte persone deformi o amputate: il
governo ha predisposto un istituto per la riabilitazione e il
loro reinserimento sociale in modo che non debbano vivere ai
margini della società urbana. L'istituto ha annesso un
negozio dove si commerciano i manufatti per finanziare il
progetto: molte di queste persone però preferiscono
dedicarsi comunque all'accattonaggio in città, nelle zone
turistiche principalmente, poiché è più
redditizio. Si distinguono dai veri mendicanti perché
questi ultimi non oserebbero mai chiedere soldi a nessuno: non ne
hanno bisogno, del resto, in quanto il primo mendicante, in
Cambogia, è il monaco. E per tutti c'è una tazza di
tè e una ciotola di riso, sempre e comunque.
Intorno alle pagode vivono anche laici, famiglie intere o
vedove: così è nella Pagoda Reale, dallo
stupa colorato che si staglia contro il cielo turchese, o in
quella detta della Capra e del Mango, dove un paio di
anziane signore ci invitano a riposare su brandine di legno.
Ultimamente c'è stato un boom delle vocazioni anche
perché il voto dei monaci non è permanente e
risolve il problema della disoccupazione, almeno
temporaneamente.
Ci fermiamo a bere un tè in un tempio taoista dove
alcuni uomini giocano a dama. È un posto curioso, sembra
più un dopolavoro ferroviario piuttosto che un luogo di
culto. Appesi alle pareti sventolano gli oroscopi scritti su
carta rossa; le statue dei santi sui loro altari sembrano
addirittura grottesche per quanto sono colorate e addobbate.
Al mercato che si snoda attraverso le vie della città
ci sono molti barbieri, tutti in fila vicino a un'agenzia di
pompe funebri, che espone un curioso cartello pubblicitario di un
ristorante-pizzeria, proprio sotto il forno crematorio!
Ma il divertimento per bambini e soprattutto adulti è
il Luna park, una spianata vicino a un moderno Casino dove
sono raccolte giostre molto naif, anni '70, razzolate dai vari
mercati asiatici che le hanno dismesse.
La Cambogia è un paese povero, è vero, ma non
misero. Le famiglie dei contadini hanno un appezzamento di
terreno che basta alla sussistenza della famiglia. Se qualche
membro lavora in città, con i soldi guadagnati può
acquistare una mucca o due e fare un salto di qualità.
Certo, per i nostri parametri i cambogiani vivono in estrema
povertà, ma è anche vero che i loro bisogni non
sono condizionati dal mercato come i nostri. Almeno non
ancora.
Salutiamo la nostra guida e lasciamo arrivare la sera
appollaiati sulla balaustra dell'Fccc, il Club della stampa
estera che è un raffinato locale in stile coloniale.
Osserviamo dall'alto il miracolo dell'incrocio stradale: ci si
trova tutti a impegnare il centro della carreggiata e poi, in
qualche modo, ognuno trova la sua direzione, senza incidenti e
soprattutto senza irritarsi.
E visto che i gamberetti sono freschi ce ne mangiamo altri in
un localino autentico cambogiano, seminascosto in un viuzza
dietro l'albergo. Poi ci ritiriamo presto: siamo stanchi e
abbiamo da leggere un documento che ci ha dato il nostro amico
relativo alla dittatura di Pol Pot.
Sesto giorno:
Phnom Penh
Abbiamo ancora una giornata prima di ripartire e la sfruttiamo
in pieno grazie alla nostra guida preziosa .
Iniziamo dal Mercato sino-vietnamita. È una
struttura a cupola, di progetto cinese, perfetta per far
circolare l'aria e mantenere il luogo fresco anche nel caldo
feroce di mezzogiorno. Durante gli anni di Pol Pot il mercato fu
chiuso e qui fiorirono erbacce e banani. Ora ha ripreso la sua
funzionalità: all'ingresso venditori di frutta, magliette
e insetti fritti (ragni, scarafaggi e grilli), molto prelibati.
Dentro, proprio al centro, c'è una torretta con otto
orologi: i quattro in basso funzionanti e i quattro in alto fermi
alle ore 10 del 17 aprile 1975, inizio dell'era di Pol Pot. Da
allora, per tre anni, otto mesi e 20 giorni, il popolo fu
costretto a vivere privato del tempo, una delle tante torture
psicologiche più terribili inflitte ai sopravvissuti.
Dalla fine di quel periodo, non a caso, gli orologi sono
diventati un bene prezioso: il tempo di cui si è
riappropriato chi è sopravvissuto. Ma non chiedere a un
cambogiano di quei tre anni, otto mesi e 20 giorni. Nessuno
dirà nulla della sua esperienza personale, nessuno
spiegherà se stava dalla parte delle vittime o dei
carnefici. È passato, e tanto basta. I cambogiani non
coltivano l'odio e la vendetta: non spetta all'uomo giudicare e
punire, tramite la reincarnazione ognuno risponderà di
meriti o colpe. E non capiscono perché in Occidente si
processino ancora oggi vecchi ufficiali nazisti, ormai minati
dalle malattie, per crimini commessi 60 anni fa. Tuol
Sleng è il luogo della memoria di quelle
atrocità che durarono un periodo sempre denominato con
precisione: tre anni, otto mesi e 20 giorni. Fu scoperto da due
giornalisti di Saigon: il luogo era deserto quando vi arrivarono,
ma sentirono un odore inconfondibile e trovarono i cadaveri di 14
persone che i Khmer Rossi non erano riusciti a bruciare. Tuol
Sleng era una scuola trasformata nel famigerato carcere
S-21, luogo di detenzione, tortura ed esecuzione di almeno
14 mila persone il 90% delle quali membri del Partito. Il luogo
è agghiacciante quanto scarno, esprime con onestà
è lucidità cosa fu quel periodo interfacciando foto
di carcerieri e detenuti, senza una didascalia se non la mera
denominazione del numero assegnato a ciascuno dei prigionieri.
Non ci sono documenti scritti. Nelle prime stanze, nell'ala
sinistra dell'edificio, le celle di tortura: in ognuna c'è
un letto di ferro, strumenti rudimentali che ricordano tanto i
sistemi di Pinochet e la foto scattata dai due giornalisti al
momento della scoperta. Le celle di detenzione erano anguste, ma
non era così impossibile fuggire: le catene erano fissate
a terra da una colata di cemento che si poteva facilmente
spezzare, i muri del carcere erano bassi, protetti solo da pochi
metri di filo spinato. E non esistevano torrette di guardia.
Eppure mai nessuno è fuggito da lì: evidentemente i
prigionieri non volevano evadere poiché era stata
distrutta in loro la volontà di vivere. Molti dei
protagonisti più efferati di quegli anni fanno parte
dell'attuale società civile, uomini liberi a tutti gli
effetti. C'è chi è morto di morte naturale, chi
vive da anonimo cittadino e chi si è riallineato e riveste
tuttora ruoli di potere. Solo due sono in carcere, Tamok e
Deutch, il responsabile politico e il macellaio di Tuol Sleng, in
attesa di un processo che probabilmente mai si compirà.
Ufficialmente per mancanza di fondi, in realtà per non
smascherare la connivenza della comunità internazionale
con i Khmer rossi. E perché ai cambogiani, in fondo, non
importa.
Cambiamo meta adesso. Visitare il Museo nazionale con
la nostra guida è un'esperienza unica e appassionante. Con
un'abilità straordinaria ci racconta cosa accadeva
contemporaneamente qui e in Europa, come l'arte ellenistica abbia
influenzato la statuaria già nell'epoca preangkoriana
seguendo la rotta dei commerci della seta e delle spezie. Statue
dai lineamenti orientali in cui il panneggio delle vesti ricorda
le statue greche: possenti e agili sembrano sul punto di muovere
il primo passo. Nel giardino l'altare induista, la Ioni che
accoglie l'Ingam, simbolo della Trimurti, e l'elisir
dell'immortalità che altro non è che l'acqua, che
da secoli permette il perpetuarsi della vita sulla Terra.
È giunto il momento di raccattare i bagagli e andare a
pranzo. Indugiamo chiacchierando davanti a splendidi gamberetti e
involtini primavera, in un ristorante cinese di buon livello,
scelto per via dell'aria condizionata oltre che per la bravura
del cuoco.
Ore 16, andiamo a prendere altri due italiani per fare una
gita in barca alla confluenza dei quattro bracci del fiume. Il
barcone si chiama L'Odissée: traballante pensilina di
legno per salire, il proprietario è un francese rubizzo e
cordiale. Il tempo scorre ma non partiamo ancora, in effetti
siamo arrivati con mezz'ora di anticipo. Poi anche la mezz'ora
passa mentre noi chiacchieriamo, e siamo sempre fermi. Il rubizzo
francese è seduto al nostro tavolo e osserva incuriosito
il bastone a forma di Naga della guida. Gli facciamo capire che
tra un po' dobbiamo andare all'aeroporto, che se la barca non
partirà dovremo rinunciare al giro. Lentamente, facendosi
largo fra i fumi dell'alcol, la consapevolezza comincia a farsi
strada nella mente del barcaiolo. Anche noi capiamo, adesso.
Volevamo fare il giro in battello, sì, lo confermiamo. Ah,
beh, peccato: la barca ha il motore rotto, non si può, ci
spiega serafico il francese. È evidente che ha assorbito
in pieno lo stile di vita cambogiano, oltre a qualche birra di
troppo. Che fare? Ridere. Il francese ci offre un bicchiere
d'acqua, facciamo ancora due chiacchiere: in fondo si sta bene
qui, sul barcone. Arriva una piacevole brezza dal fiume e il
Mekong, inshallah, lo navigheremo ancora.
Alle 5 del pomeriggio il traffico è abbastanza intenso:
sono pochi gli incroci regolati dai semafori, in genere i
crocevia vengono presieduti da gendarmi, ma spesso a quest'ora le
guardie hanno già appeso la mitraglietta a un albero sotto
al quale schiacciare un sonnellino nel caldo afoso di questi
giorni. Un flusso continuo di auto e motorini ci accompagna
all'aeroporto che in cambogiano suona così: il terreno
battuto delle barche volanti. E questo non è l'unico
neologismo colorito del cambogiano, anche il latte è
conosciuto come "il liquido che esce dalle mucche". Non esistono
insulti, inoltre: del resto è difficile litigare qui,
meglio rilassarsi e guardare il riso che cresce, come recita un
vecchio adagio.
Salutiamo la nostra guida che con le sue parole ci ha
consegnato lo spirito di un Paese ancora intatto, almeno per ora.
Anche se, forse, non lo sarà per molto. Torniamo con molte
conoscenze in più, alcuni chiarimenti storici importanti,
passati e contemporanei. E un gran desiderio di continuare ad
approfondire la conoscenza di quest'angolo di mondo.