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Nella terra dei Naga

aggiornamento: 21/11/2010

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Siem Reap - Bangkok
Durata del Viaggio:
6gg., ca. 350 km
Mezzo di Trasporto:
bus locali; traghetto; auto o moto a noleggio
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuna
Spesa approssimativa:
600 euro circa (in bassa stagione e senza volo aereo intercontinentale)

C'era una volta il sovrano del grande regno dell'India, Addicavan. Egli aveva affidato la difesa delle frontiere del suo prezioso regno al figlio primogenito Prah Thon, principe di grande valore, che difese il regno del padre dall'invasione delle tribù d'oltre confine. A causa della guerra il principe stette lontano dal regno molti anni e, quando seppe che si tramava per escluderlo dall'eredità, tornò alla testa del suo esercito. Ma trovò ad attenderlo le guardie di suo padre e fu mandato in esilio con i suoi seguaci e con le loro famiglie. Fuggirono verso est, navigarono per molti giorni, finché giunsero in un vasto golfo circondato da montagne e lì approdarono e costruirono una città. Poco più al largo c'era un'isola sulla quale si ergeva un albero maestoso. Durante i periodi di secca il mare si ritirava ed era possibile raggiungere l'isola a cavallo: qui si organizzavano fruttuose battute di caccia. Ma quando il mare riprendeva la terra l'isola tornava distante e Prah Thon la osservava da lontano rimpiangendo il suo regno. Fu durante una di queste battute sull'isola che il principe esule, passeggiando sotto il grande albero alla luce del plenilunio, scorse una bellissima fanciulla danzare nel cielo circondata dalle sue ancelle. Voleva sposarla, ma lei gli disse che doveva ottenere il consenso del padre, perciò gli ordinò di ritornare al prossimo plenilunio. Prah Thon obbedì e tornò qualche tempo dopo. La fanciulla ricomparve e lo condusse sulla riva del mare. Le acque si misero a ribollire impetuosamente e di lì a poco emersero le nove teste di Bhujang Nagaraja, il re dei Naga, Signore del mare e di tutte le profondità della terra. Egli concesse la mano di sua figlia Dharavatti al principe Prah Thon. Poi chiamò  a raccolta tutta la sua corte, comparvero centinaia di Naga che si misero a bere tutta l'acqua circostante, da lì emerse una terra che Dharavatti portava in dote a Prah Thon: la terra di Cambogia. In cambogiano tonlé vuol dire "fiume" e grande si dice thom:  Tonlé Thom è il Grande Fiume, il Mekong, il cui lavoro paziente durato migliaia di anni ha dato origine alla terra su cui si trova l'attuale regno di Cambogia.

Il Naga è la raffigurazione simbolica del cobra a tre, cinque o sette teste. Nella tradizione dravidica è il Signore delle profondità subacquee  e sotterranee e gli artisti khmer lo hanno immortalato nella pietra dei famosi bassorilievi di Angkor. I Naga sono i geni dell'acqua, portatrice di vita, sono i detentori della Sapienza e difendono la meditazione dei mistici.

Primo giorno:

Siem Reap - Tonlè Sap - Siem Reap

Arriviamo in Cambogia provenienti dal Laos e Siem Reap è la nostra prima destinazione.

Fino al 1998, anno in cui è morto Pol Pot, erano ammessi nel Regno di Cambogia solo turisti provenienti dall'universo comunista: cinesi, russi, cubani, cechi, vietnamiti. Adesso arrivano un po' da tutto il mondo. In pochi anni nella piccola Siem Reap gli alberghi sono saliti da 3 a 100, più una quarantina di guesthouse. Tempi moderni: e qui intorno costruiscono ancora parecchio. Abbiamo mezza mattinata libera e ne approfittiamo per visitare la città che ha sconfitto i siamesi: questo significa Siem Reap.

Lavori in corso lungo le strade: si scavano veri e propri tunnel per ospitare i sottoservizi, per fortuna non si tratta più di trincee belliche. La strada è polverosa e trafficata, fa anche molto caldo, 35°, e c'è molta umidità. Imbocchiamo un primo mercatino, un po' dimesso e in chiusura. Poi proseguiamo su quella che ci sembra la strada percorsa con l'auto al nostro arrivo. Polvere, sole e caldo. Ecco il mercato centrale: entriamo senza indugio. Subito si fa penombra e un odore penetrante di cibo ci assale. File di salsicce e pesce essiccato, frutta, verdure, fiori. I venditori stanno seduti al centro della loro stuoia o si dondolano sulle amache. Una donna con il bilanciere posato sulle spalle fa il giro del mercato portando da bere. Ci sono anche parecchi mendicanti. Pesci ancora vivi guizzano nelle vasche prive d'acqua, il vociare rimbomba. Le banconote vengono appoggiate sulla merce, l'acquisto finisce in una sportina di plastica. Artigianato, carne, verdura, tessuti: tutto si mescola in un turbinio di voci, volti, odori. Il mercato ha un impianto a quadre, ma dopo un po' di giri ci si perde comunque. Pranziamo in un locale gestito da corsi dalla faccia dura, l'aria dei colonizzatori che sfruttano la popolazione locale, in tutti i sensi. Soprattutto le donne.

Il pomeriggio prevede un giro sul lago Tonlé Sap (10 USD a testa per il giro in barca da pagare a una specie di posto di blocco ufficiale). Ma prima di arrivare Soo, la nostra guida, ci fa fare due passi attraverso un villaggio alla periferia della città. Case su palafitte emergono dai banani, sentieri in terra battuta rossa, bambini seminudi. Polli, chiocce e pulcini, neonati a bagno nelle tinozze. Molti lavorano il pesce per venderlo al mercato e, sorpresa, ci sono anche qui norie come in Siria. L'acquedotto è un po' più rudimentale, in legno, con pignatte come raccordo tra un tubo e l'altro. In una scuola alunne in divisa bianca e blu saltano all'elastico durante la ricreazione. Di fronte alle case c'è un tempietto piccolo e colorato, qui si pratica un buddhismo con influssi induisti. Sotto le palafitte le amache per il riposo pomeridiano.

Risaliamo in auto e percorriamo un sentiero che attraversa una foresta di intricate e polverose mangrovie. Non sembra, ma siamo sul fondo del lago: adesso c'è poca acqua, 3.000 kmq con una profondità di 3 metri scarsi, ma nella stagione della pioggia la superficie lacustre raggiunge i 10.000 kmq e la profondità i 12 metri. Le palafitte qui sono molto malandate: il villaggio è poverissimo, non c'è elettricità, solo alcune pompe per l'acqua. La mortalità infantile in Cambogia è del 10 per cento, le cure mediche sono in mano ai privati. Il lago è una città galleggiante, c'è anche una chiesa cattolica, i numerosi bambini (ogni famiglia ne ha 5 o 6) giocano navigando in tinozze di metallo. Ci sono vivai per il pesce gatto. Un pescatore ha appena catturato un serpente marino lunghissimo, sembra un boa, e lo esibisce orgoglioso. Il villaggio dei pescatori sul Tonlé Sap si sposta secondo la stagione, quando c'è più acqua raggiunge le pendici della collina. C'è solo un approdo qui, con un piccolo museo di pallidi pesci che sembrano marinati. Gli abitanti sono in parte khmer e in parte vietnamiti rifugiatisi qui durante la guerra. Non corre buon sangue fra loro.

Torniamo a Siem Reap nel caldo e nella polvere sollevata dai torpedoni di turisti cinesi e thailandesi mentre i bufali si abbeverano nei rigagnoli del lago. Capita di incontrare donne in età, rasate e con una veste bianca, simile ai bonzi. Sono monache; raggiunti i 60 anni e terminati gli impegni legati ai figli e alla famiglia molte donne decidono di seguire questa via.

Visitiamo infine una scuola professionale, appena all'ingresso di Siem Reap, che raduna ragazzi in situazioni disagiate e insegna loro un mestiere. Lavorano il legno, la pietra, le stoffe. Purtroppo il negozio annesso non rispecchia la spontaneità del loro lavoro, l'atmosfera da boutique e le insegne che avvisano i clienti della possibilità di acquistare con carta di credito ci allontanano subito.

Ci riprendiamo dal caldo con una sosta (Hotel Casa Angkor, Oum Khun Street, Svay Dangkom, a 5 min. a piedi dal centro; 40-45 USD a camera), poi per cena cerchiamo il lungofiume. Ci imbattiamo in un ristorantino raffinatissimo dove tutto viene servito dentro foglie di banano: pesce alla griglia, pesce stufato con latte di cocco e quelle splendide verdurine saltate con la soia che sono una vera golosità (cena per due 15$).

Secondo giorno:

Siem Reap - Angkor (15 min. di auto)

Ci sono alcuni posti al mondo che ti fanno sentire orgoglioso di appartenere al genere umano. Uno di questi è Angkor. Così scriveva Tiziano Terzani: e aveva ragione.

Il pass (costo 20 USD, validità  1 gg.;  40 USD, validità 3 gg.; 60 USD, validità 7 gg. intesi sempre consecutivamente; occorrono due foto tessera, si acquista all’ingresso dell’area archeologica) consente una visita che può articolarsi su tre giorni, il sito archeologico è molto vasto e occorre necessariamente fare una scelta.

Prendiamo la macchina e facciamo un breve percorso di un quarto d'ora. Alla periferia di Siem Reap si costruisce, ma un accordo tra governo cambogiano e Unesco prevede che le costruzioni nuove siano basse come quelle tradizionali: almeno in questo modo si eviteranno gli orribili grattacieli che devastano molte città orientali anche se, in effetti, i buddhisti osservanti non costruirebbero mai edifici a più piani per il semplice fatto che non tollerano che qualcuno calpesti lo spazio sopra la loro testa: i piedi sono considerati la parte più impura del corpo.

Vicino al sito ci sono risaie e una moltitudine di biciclette parcheggiate sotto alberi altissimi. Durante il tragitto la guida ci racconta di questa civiltà che ha raggiunto il proprio apogeo fra il XIV e il XVI sec. d.C., totalmente ignorata dai nostri libri di testo concentrati solo sul Mediterraneo. È anche vero che in Europa questi luoghi sono stati resi tristemente famosi dalla guerra, quindi vengono snobbati dai turisti. A torto, naturalmente.

Intanto la strada si addentra nella foresta. Un tempo tutti i monumenti di Angkor erano circondati da un bacino d'acqua: doveva essere uno spettacolo meraviglioso vederli riflessi in queste piscine artificiali. Ecco che ci fermiamo al primo tempio: Preah Rup. Saliamo in cima: da quassù si vede tutta la foresta circostante. Il tempio ha tre torri dedicate alla trimurti induista: Vishnu, Brahma e Shiva, più due torri per ospitarne le mogli. Ogni costruzione ha quattro lati e altrettante porte, una galleria che si snoda tutto intorno al primo livello. Bassorilievi che rappresentano Indra, il dio del cielo, elefante a tre teste, figure di oranti, leoni che vomitano serpenti e fiori di loto. È impossibile descrivere tutto e forse sarebbe anche noioso. Questi monumenti sono la rappresentazione terrestre del mitico monte Meru, sede delle divinità, giacente sopra l'oceano primordiale, da cui nascono le danzatrici sacre e immortali, le Apsara.

Il tempio successivo è il Mebon orientale, costruito secondo la tipologia sacra del monte Meru e ornato di quattro bellissimi elefanti in laterite. Il Neak Pean, o Tempio dei serpenti intrecciati, è piccolo ma meraviglioso. Interamente nascosto da un ficus, è stato scoperto quando un fulmine ha distrutto la pianta. Alla vasca centrale, in questa stagione priva di acqua, sono collegate quattro vasche orientate secondo i punti cardinali. A ogni bacino corrisponde una cappella, con una doccia per il bagno dei malati, rappresentata da una testa animale che corrisponde a un elemento: l'uomo è il Sole, il cavallo è l'Aria, l'elefante è l'Acqua e il leone il Fuoco. La malattia è il frutto di un disequilibrio tra i quattro elementi: semplice, no?

Terminiamo la mattinata al tempio di Preah Khan, ovvero la Spada sacra, con un ingresso simile a Luxor: una doppia fila di uomini, in realtà dei e demoni, ormai quasi tutti senza testa, che reggono il serpente sacro, il Naga. È qui la magia di Angkor, in questi alberi che sovrastano i monumenti avvolgendoli con le loro radici.

Pranziamo in una zona di fronte all'Angkor Wat dove sono allineati alcuni punti di ristoro: il cibo buonissimo viene servito in noci di cocco come casseruole: è l'amok.

Il pomeriggio prevede il Thommanom. Costruito e subito abbandonato perché colpito da un fulmine, è privo di decorazioni. Ci inoltriamo sempre più nella foresta e sempre più le radici degli alberi di kapok avvolgono i templi donando a questo paesaggio un aspetto da foresta incantata. Ecco il Preah Ko e poi il Ta Prhom sotto il frinire assordante delle cicale e il verso dei pappagallini. Poi il Bantey Kdei con la sua lunga processione di bassorilievi rappresentanti danzatrici sacre. Qui c'è un Buddha molto venerato e si racconta la leggenda del coccodrillo che si uccise per reincarnarsi in un monaco, ma senza riuscirvi: mai rinunciare alla propria natura, accettarsi è necessario.

Alla fine del giro sbuchiamo davanti alla Piscina reale, un vasto bacino artificiale. Siamo decisamente stanchi e fa molto caldo. Consumiamo la cena in città, in un localino semplice ma dignitoso.

Terzo giorno:

Angkor Wat

 Si parte presto per approdare al tempio di Angkor Wat quando ancora i rumori intorno sono attutiti e i turisti rari. Il tempio è vastissimo, costruito su cinque livelli, ognuno dei quali è in laterite, pietra arenaria e legno. Le decorazioni sono ovviamente simboliche: c'è il Naga, il serpente sacro le cui scaglie decorano anche le tegole delle coperture, il numero delle porte è sempre 4, le scale sono 12 come i mesi dell'anno. Al primo livello, nella galleria, i monaci hanno scolpito bassorilievi di straordinaria bellezza. Alcuni rappresentano storie mitologiche come l'estrazione dell'elisir dell'immortalità dal mare di latte, cui partecipano dei e demoni intenti ad aiutare Vishnu a legare la montagna sacra, il monte Meru, con il corpo del Naga. Da questo elisir scaturiscono le danzatrici eterne, le Apsara. In altri bassorilievi sono scolpite scene di guerre occorse nei secoli scorsi o la rappresentazione delle 32 pene dell'inferno. C'è comunque sempre la contrapposizione fra il Bene e del Male ma, a differenza delle culture occidentali, non c'è la supremazia di una forza a discapito dell'altra: piuttosto si cerca di raggiungere l'equilibrio tra i due poteri sotto un unico giudice, Vishnu, che garantisce la creazione del mondo. Insomma, non c'è mai una distruzione completa, poiché tutto è necessario alla vita.

Così discorrendo saliamo i vari livelli del tempio consacrato a Vishnu fino ad arrivare alle torri gigantesche, dove ogni anno il re viene a pregare l'arrivo della pioggia. Le scale sono ripidissime, in alto non c'è più la statua di Vishnu (trasferita al primo livello) bensì quelle di Buddha, rappresentato nell'atto della pace (con le mani alzate) e del non avere paura (con il pollice e l'indice uniti ad anello). All'uscita si ha un'impressione notevole di tutto il tempio: passiamo tra file di alberi di kapok e venditori di succo di palma, dolcissimo e un po' affumicato. Prima di pranzo visitiamo la Porta Sud di Angkor Thom. Il complesso contava oltre due milioni di abitanti, il doppio di quanti vivevano a Roma all'apogeo dello splendore imperiale. Sulla cima troneggiano quattro facce mentre il ponte sul fossato è fiancheggiato da una doppia fila di dei e demoni che sorreggono il corpo del Naga.

Pranziamo al ristorantino di ieri, di fronte all'Angkor Wat. Oggi manzo con ananas e maiale allo zenzero.

Il pomeriggio riprende con la visita del Bayon, tempio incantevole per via delle sue 54 torri ognuna delle quali reca i quattro volti del Buddha: compassione, serenità, simpatia e bontà d'animo. Ma se non bastasse ci sono anche i bassorilievi più belli e meglio conservati di Angkor. Oltre alle consuete scene di battaglia, questa volta fra Khmer e l'esercito Cham (cinesi), si vedono rappresentazioni di vita quotidiana di un realismo e di un'attualità impressionante, basta osservare la gente per le strade o nei mercati per rendersene conto. Saliamo fino in cima, di fronte ai faccioni del Buddha. Dentro una torre una monaca è di guardia al monumento: ci invita a entrare per offrire l'incenso, ci spiega a gesti come pregare. Ci chiede se siamo americani. Per carità, no davvero: italiani. E mentre ci inchiniamo tre volte e la cenere dell'incenso ci bruciacchia le mani, la vecchierella ci sventola con un ventaglio scostandoci le camicie che il caldo ci appiccica addosso. In un'altra torre un indovino vestito di bianco attende sbadigliando che qualcuno si faccia predire il futuro. Torniamo dalla monaca, le chiediamo se possiamo fotografarla. Certo che si può, e allora lei si mette a preparare qualcosa. Prende alcune foglie, le spalma con una pasta bianca che sembra calce, poi ci sputa dentro qualcosa che stava masticando. Fa un involto, lo mette in un piccolo cilindro di metallo e pesta con un attrezzo sempre di metallo, riducendole in poltiglia. Inizio a temere che stia preparando questo bocconcino per farmelo assaggiare. Non sembra. Però, a scanso di equivoci, appena la pappa è pronta salutiamo giungendo le mani. e lei ci saluta a sua volta con un largo sorriso della bocca rossa di betel e strizza gli occhi velati dalla vecchiaia. Chissà se quell'ammiccare che pareva ironico era solo il suo modo di sorridere, o voleva dire: "Troppo tosto per voi, eh?!"

Lasciato il Bayon passiamo davanti al tempio di Bauphon, purtroppo crollato, per recarci alla Terrazza degli elefanti dietro cui sorgeva il Palazzo reale, residenza in massima parte di legno distrutta da un incendio: sopravvivono solo le mura in laterite. Questa terrazza sembra sia stata una tribuna per il re, i ministri e i religiosi di corte utilizzata per assistere a manifestazioni e gare: combattimenti di galli o elefanti, incontri di boxe e simili che si svolgevano nello stadio antistante, il Prah Sat Sur Prat. Dietro, ai margini della foresta, una fila di 12 torri tra le quali venivano tese le corde su cui si esibivano i funamboli.

Nelle vicinanze sorge la Terrazza del re lebbroso che deve il suo nome alla statua soprastante che, coperta di muschio, suggeriva appunto l'idea della lebbra. Questo spazio era usato per le cremazioni.

La visita del complesso di Angkor sarebbe terminata, ma Soo ci porta a vedere ancora un tempio a 30 km da qui: il Banteay Srei o tempio delle fanciulle. Piccolo ma preziosissimo per i suoi bassorilievi scolpiti sull'arenaria rosa e ocra, pietra particolarmente resistente e quindi adatta a conservare inalterati e precisi i decori. A sera il sole lo illumina di una luce calda e dorata. Il tempio fu costruito solo per il piacere dei sacerdoti, non fu commissionato da alcun sovrano: era dedicato al culto di Shiva e Vishnu. Quando la guida ha detto: "Andiamo a vedere un tempio in campagna", quest'ultima parola ha evocato ricordi di mine, di cui il Paese era disseminato alla fine della guerra. Poi l'Onu è intervenuta e ha bonificato l'area in gran parte:  ora i turisti passeggiano tranquilli tra i percorsi segnalati. Però il pensiero fa una certa impressione.

La strada del ritorno è invasa da una moltitudine di biciclette e motorini: sono tutti lavoratori che lasciano la città per fare ritorno alle loro case. Stasera si cena in un ristorantino che propone cucina asiatica in generale: curry di verdure e manzo con le arachidi e, a sorpresa, due ciotolini di piccante "zucchero birmano" alias salsa di soia , aglio e peperoncino.

Quarto giorno:

Siem Reap - Kompong Thom - Phnom Penh - (km 314 circa di strada parzialmente asfaltata)

Stamani, mentre stiamo facendo colazione, ci raggiunge al nostro tavolo un gentile signore con i baffi e ci chiede se siamo italiani. È il responsabile dell'agenzia locale che abbiamo contattato dall'Italia per prenotare i servizi qui in Cambogia (Asco Cambodia Travel, n. 2 St. 179 Sankat Tom Nop Tek, Kham Chamkar Mon, Phnom Penh, cell. 012845881, reservation@ascointernational.com). Vive qui dal 1992, ha sposato una donna cambogiana ed è orgoglioso di avere ottenuto la cittadinanza. È il primo e unico occidentale ad avere ottenuto dal re il titolo di guida di Angkor e ama moltissimo queste pietre al punto che ha scritto una miniguida sul tema, che ci regala. Ci fa notare che in Cambogia tutti i motorini sono senza specchietto retrovisore, nonostante siano prodotti in Thailandia dotati di tutti gli accessori. E come mai? Semplicemente, i cambogiani staccano gli specchietti perché sono roba da barang, ovvero da nasi lunghi (saremmo noi occidentali): quando uno si è specchiato già al mattino, mentre si pettina, che bisogno ha di guardarsi allo specchio anche mentre guida? Lui ha cercato di spiegare alla moglie che il retrovisore non è solo un accessorio, ma lei, niente! E si vergogna moltissimo quando sale sulla moto del marito che è arrivato al compromesso di togliere almeno uno dei due specchietti! Ci sono momenti che sembrano usciti da un film, come questa colazione alle 8, chiacchierando davanti a una tazza di tè, in questa saletta dell'albergo in stile coloniale, con il sole già caldo che entra dalle grandi finestre senza vetri.

Prima di partire gli lasciamo  quaderni e matite da regalare a qualche scuola: l'alfabetizzazione qui è dell'80% però spesso manca la materia prima per scrivere.

Lasciamo Siem Reap passando davanti a un mercato che un tempo era di legno ma, bruciato dai khmer rossi durante la dittatura, è stato parzialmente ricostruito in cemento.

Siamo diretti a Phnom Penh passando dall'antico regno del Funan di cui era capoluogo Kompong Thom. La strada ci porterà via un po' di ore anche perché il sito archeologico si trova in una piana in mezzo alla foresta e ci si arriva percorrendo sterrati che attraversano villaggi. File di palafitte affacciano sulla strada rossa. Davanti a ogni casa di solito c'è un piccolo cortile dove talvolta si trova la pompa per l'acqua. Sotto la palafitta, che è abbastanza alta da terra, si svolge in genere la vita durante il giorno. C'è sempre un'amaca, se ci sono bambini viene appesa una rudimentale altalena e poi c'è un tavolo basso dove giocare a carte, i cambogiani amano molto scommettere al gioco. Se la famiglia gestisce un piccolo commercio la merce viene esposta su un tavolino posizionato sulla strada. In genere si vende cibo, acqua e benzina in bottiglie (spesso di Johnny Walker: occhio!). Ovunque razzolano animali e crescono palme.

E arriviamo nel regno preangkoriano, l'area di Sambo Preah Kok o Tempio nella Foresta. Si tratta di costruzioni in laterite risalenti al VII sec. d.C., di forma semplice, per lo più torri a base quadrata, rettangolare o ottagonale, con semplici decorazioni sugli architravi: sono i templi di Tropean Rupian, Yay Pourn, Prasat Tao, Prasat Sambo. Ci fermiamo per pranzo lungo la strada: la zona non è molto turistica, il locale consigliatoci  si trova nel migliore hotel del villaggio, a parte una comitiva di francesi in età è frequentato da solo locali e da numerose mosche, anch'esse autoctone. Fa caldo, molto, ma appena gli avventori se ne vanno i ventilatori vengono spenti e smontati. Alle nostre spalle c'è anche una rudimentale pista da ballo, con tanto di sfera psichedelica stile discoteca anni '70. Ripartiamo, ci attende ancora una sosta al tempio di Uhango: sembra una chiesa, è tutto in laterite scura, tanto che sembra proprio nero come di pietra lavica. Il tempio sorge dentro l'area di un monastero, c'è una scuola e tantissimi bambini curiosi di noi. Ci intratteniamo un po' distribuendo quel poco che abbiamo (caramelle e shampoo), mentre il maestro e gli anziani del villaggio insistono perché si faccia una fotografia e tengono a bada i bambini, ma non ce n'è bisogno: sono già bravi così, tutti seduti intorno a noi come pulcini, non fiatano, ci guardano stupiti, fanno inchini e distribuiscono sorrisi puliti come noi non ricordiamo più.

Riprendiamo la via e ci fermiamo presso alcune venditrici ambulanti che portano in testa un vassoio di. sembrano granchi. E invece no. Mentre il vassoio si avvicina l'occhio mette a fuoco: sono ragni neri, fritti e cosparsi d'aglio. Questa volta non possiamo farcela! Però Soo dice che sono così buoni: sono di allevamento, si nutrono di radici e costituiscono per i cambogiani una vera e propria prelibatezza, infatti costano quattro volte più dei gamberi (qui molto a buon mercato, a dire il vero). Tentiamo l'approccio, però a piccoli pezzi: tutto intero il ragno ci fa troppa impressione. I bambini intorno a noi ridono a crepapelle, sono buffi questi barang! Il ragno, in effetti, è buono davvero, ricorda il sapore proprio del gambero: la testa pare sia la parte migliore, ma anche una zampa pelosa può essere indicativa. Perché stupirsi, in fondo: del resto in Italia si mangiano le lumache e quando lo diciamo ai nostri amici, Soo e l'autista inorridiscono e si fanno una grande risata. È sempre questione di punti di vista.

Il paesaggio ora si fa più verde: corriamo lungo il corso del fiume Tonlé Sap, il traffico aumenta, siamo giunti alle porte di Phnom Penh. Baracche sulle rive del fiume che si getterà da qui a poco nel Mekong, rive lasciate libere dal ritirarsi delle acque nella stagione secca e subito occupate da chi arriva per primo, rive che poi scompariranno sott'acqua alla prossima piena.

A Phnom Penh salutiamo il caro Soo e ci affidiamo a un distinto signore con il bastone a forma di Naga: è un italiano (Asco Cambodia Travel, sig. Bussolino), è stato uno dei primi esploratori dell'Indocina postbellica.  Ha l'aspetto di un monaco guerriero, da 10 anni vive qui rinunciando consapevolmente all'Occidente. Passeggiamo a sera sul lungofiume: il nostro albergo è qui vicino (Hotel Bougainvillier, Sisowath Quay 277 g, circa 60 USD la camera doppia), l'aria è calda e umida. Molta gente è per strada, i bambini giocano, mangiano, corrono. Le bandiere di tutte le nazioni sventolano, ingentilendo la passeggiata: siamo ormai giunti alla confluenza fra il Mekong e il Bassac. Nell'aria rossa del tramonto, solo un po' offuscata dall'umidità, emerge come da un sogno il Palazzo Reale, sovrastato da una falce di luna rovesciata.

Siamo veramente stanchi: optiamo per un ristorante internazionale (Friends, 8-9 USD a persona) vicino all'hotel, servono anche cucina cambogiana. Il locale è gestito da francesi, la famigliola ha l'aria annoiata e un po' superba di chi è costretto a vivere all'estero ma non si mescola con la popolazione.

Quinto giorno:

Phnom Penh

Da dove cominciare? Forse dall'elenco delle cose viste oggi: il Palazzo Reale, il Mercato russo e poi, nel pomeriggio, la collina di Phnom Penh con l'elefante, il centro di recupero per disabili, la Pagoda Reale, la Pagoda della Capra e del Mango, il tempio Tao, l'agenzia di pompe funebri cinese, il mercato dei barbieri, il Luna park. Il valore aggiunto è stata la guida che in poche ore ci ha trasmesso una quantità di informazioni su questo Paese e impressioni altrimenti difficili da scoprire. È un vero e proprio mediatore culturale, indispensabile per chi ha pochi giorni per visitare e   tentare di capire un Paese così.

Iniziamo dal Palazzo Reale, residenza del re e comunque del potere anche durante gli anni dei Khmer rossi. L'edificio è un compendio di arte locale e francese: all'ingresso c'è una pianta che si arrampica sul tronco di una palma, i suoi rami scendono come tentacoli. Sembrano spinosi, in realtà sono pieni di gemme e ogni giorno sbocciano fiori magnifici. Quale posto migliore per collocare le statue di Buddha che ogni giorno riceveranno l'offerta di fiori appena sbocciati? La sala del trono, a guardarla bene, presenta nel suo arredamento elementi khmer e oggettistica in stile francese. Accanto al Palazzo, una casetta in stile preliberty del tutto incoerente con gli edifici attorno. È una residenza interamente smontabile, unica nel suo genere, costruita per la moglie di Napoleone III, Eugenia, in occasione dell'apertura del canale di Suez. La nobildonna non gradiva alloggiare nel palazzo del Sultano d'Egitto, considerandolo persona poco pulita, e si fece costruire una dimora ad hoc trasportabile. Napoleone III finì per regalarla al re Norodin mentendo clamorosamente sul significato di quelle N che ornavano i vetri satinati. Attualmente l'Unesco  l'ha chiusa e  sta andando in rovina. Nella Pagoda d'argento, accanto al Palazzo, sono raccolti più di 1.800 oggetti, frutto di donazioni. Non sono mai stati catalogati, quindi non se ne conosce l'esatto numero né il nome del donatore. Il semplice fatto che siano stati offerti li rende tutti preziosi allo stesso modo, manufatti d'oro e pietre preziose accanto a fiorellini di plastica e bacchette di legno: la loro sacralità dipende dall'importanza che avevano presso chi li ha donati. Il pavimento della pagoda è in lastre d'argento, rattoppato con lo scotch laddove occorre, alla cambogiana.

La zona del Mercato russo in tempo di guerra era sostanzialmente chiusa, ma si potevano trovare merci di contrabbando: adesso si sta riaprendo, è un brulicare di commerci, stoffe, argenti, orologi, oggettistica di legno, ceramica. Qui va fortissima la sezione ricambi per moto: si possono comprare tutti i pezzi e costruire una motocicletta da soli! La zona alimentare è un tripudio di frutta e verdura e il caffè che ci offre la nostra guida in un bar-banchetto è davvero buono. Il caldo è l'umidità sono notevolissimi, ma stiamo tanto bene che quasi non ce ne accorgiamo.

Pranziamo sul lungo fiume, lato Tonlé Sap: i gamberetti qui sono freschissimi, costano talmente poco che conviene buttarli se non si mangiano.

La collina di Phnom Penh è il luogo sacro della città: sulla cima c'è un tempio taoista dove statue di animali feroci ricevono offerte di carne e uova, queste ultime regolarmente rotte dalle scimmie che popolano la collina, mentre la carne dovrebbe essere bruciata una volta offerta, ma molto pragmaticamente è ormai uso riprenderla e cucinarla, tanto l'importante è offrirla. Nell'adiacente pagoda affrescata e ricca di statue i catechisti insegnano la dottrina buddhista ai bambini illustrando loro gli insegnamenti narrati nei dipinti. Fuori, la statua molto venerata della dama Penh cui si deve la fondazione di questo tempio su una collina artificiale costruita con la terra portata a bacili dai contadini. Alla statua della dama si rivolgono preghiere in caso di problemi di famiglia. Un'usanza molto buddhista, all'insegna della tolleranza più piena, vuole che di fronte al tempio vi siano tre piccole pagode: una è vuota affinché ogni pellegrino non buddhista possa pregarvi il suo dio.

Nel giardino in basso, un elefante presta servizio per la municipalità di Phnom Penh e la sera, come ogni buon dipendente comunale, torna a casa, nelle stalle di Palazzo Reale, dopo aver attraversato il lungofiume spiccando per la sua mole nel traffico di  bici, motorini, cyclo e qualche vettura.

Per strada si incontrano molte persone deformi o amputate: il governo ha predisposto un istituto per la riabilitazione e il loro reinserimento sociale in modo che non debbano vivere ai margini della società urbana. L'istituto ha annesso un negozio dove si commerciano i manufatti per finanziare il progetto: molte di queste persone però preferiscono dedicarsi comunque all'accattonaggio in città, nelle zone turistiche principalmente, poiché è più redditizio. Si distinguono dai veri mendicanti perché questi ultimi non oserebbero mai chiedere soldi a nessuno: non ne hanno bisogno, del resto, in quanto il primo mendicante, in Cambogia, è il monaco. E per tutti c'è una tazza di tè e una ciotola di riso, sempre e comunque.

Intorno alle pagode vivono anche laici, famiglie intere o vedove: così è nella Pagoda Reale, dallo stupa colorato che si staglia contro il cielo turchese, o in quella detta della Capra e del Mango, dove un paio di anziane signore ci invitano a riposare su brandine di legno. Ultimamente c'è stato un boom delle vocazioni anche perché il voto dei monaci non è permanente e risolve il problema della disoccupazione, almeno temporaneamente.

Ci fermiamo a bere un tè in un tempio taoista dove alcuni uomini giocano a dama. È un posto curioso, sembra più un dopolavoro ferroviario piuttosto che un luogo di culto. Appesi alle pareti sventolano gli oroscopi scritti su carta rossa; le statue dei santi sui loro altari sembrano addirittura grottesche per quanto sono colorate e addobbate.

Al mercato che si snoda attraverso le vie della città ci sono molti barbieri, tutti in fila vicino a un'agenzia di pompe funebri, che espone un curioso cartello pubblicitario di un ristorante-pizzeria, proprio sotto il forno crematorio!

Ma il divertimento per bambini e soprattutto adulti è il Luna park, una spianata vicino a un moderno Casino dove sono raccolte giostre molto naif, anni '70, razzolate dai vari mercati asiatici che le hanno dismesse.

La Cambogia è un paese povero, è vero, ma non misero. Le famiglie dei contadini hanno un appezzamento di terreno che basta alla sussistenza della famiglia. Se qualche membro lavora in città, con i soldi guadagnati può acquistare una mucca o due e fare un salto di qualità. Certo, per i nostri parametri i cambogiani vivono in estrema povertà, ma è anche vero che i loro bisogni non sono condizionati dal mercato come i nostri. Almeno non ancora.

Salutiamo la nostra guida e lasciamo arrivare la sera appollaiati sulla balaustra dell'Fccc, il Club della stampa estera che è un raffinato locale in stile coloniale. Osserviamo dall'alto il miracolo dell'incrocio stradale: ci si trova tutti a impegnare il centro della carreggiata e poi, in qualche modo, ognuno trova la sua direzione, senza incidenti e soprattutto senza irritarsi.

E visto che i gamberetti sono freschi ce ne mangiamo altri in un localino autentico cambogiano, seminascosto in un viuzza dietro l'albergo. Poi ci ritiriamo presto: siamo stanchi e abbiamo da leggere un documento che ci ha dato il nostro amico relativo alla dittatura di Pol Pot.

Sesto giorno:

Phnom Penh

Abbiamo ancora una giornata prima di ripartire e la sfruttiamo in pieno grazie alla nostra guida preziosa .

Iniziamo dal Mercato sino-vietnamita. È una struttura a cupola, di progetto cinese, perfetta per far circolare l'aria e mantenere il luogo fresco anche nel caldo feroce di mezzogiorno. Durante gli anni di Pol Pot il mercato fu chiuso e qui fiorirono erbacce e banani. Ora ha ripreso la sua funzionalità: all'ingresso venditori di frutta, magliette e insetti fritti (ragni, scarafaggi e grilli), molto prelibati. Dentro, proprio al centro, c'è una torretta con otto orologi: i quattro in basso funzionanti e i quattro in alto fermi alle ore 10 del 17 aprile 1975, inizio dell'era di Pol Pot. Da allora, per tre anni, otto mesi e 20 giorni, il popolo fu costretto a vivere privato del tempo, una delle tante torture psicologiche più terribili inflitte ai sopravvissuti. Dalla fine di quel periodo, non a caso, gli orologi sono diventati un bene prezioso: il tempo di cui si è riappropriato chi è sopravvissuto. Ma non chiedere a un cambogiano di quei tre anni, otto mesi e 20 giorni. Nessuno dirà nulla della sua esperienza personale, nessuno spiegherà se stava dalla parte delle vittime o dei carnefici. È passato, e tanto basta. I cambogiani non coltivano l'odio e la vendetta: non spetta all'uomo giudicare e punire, tramite la reincarnazione ognuno risponderà di meriti o colpe. E non capiscono perché in Occidente si processino ancora oggi vecchi ufficiali nazisti, ormai minati dalle malattie, per crimini commessi 60 anni fa. Tuol Sleng è il luogo della memoria di quelle atrocità che durarono un periodo sempre denominato con precisione: tre anni, otto mesi e 20 giorni. Fu scoperto da due giornalisti di Saigon: il luogo era deserto quando vi arrivarono, ma sentirono un odore inconfondibile e trovarono i cadaveri di 14 persone che i Khmer Rossi non erano riusciti a bruciare. Tuol Sleng era una scuola trasformata nel famigerato carcere S-21, luogo di detenzione, tortura ed esecuzione di almeno 14 mila persone il 90% delle quali membri del Partito. Il luogo è agghiacciante quanto scarno, esprime con onestà è lucidità cosa fu quel periodo interfacciando foto di carcerieri e detenuti, senza una didascalia se non la mera denominazione del numero assegnato a ciascuno dei prigionieri. Non ci sono documenti scritti. Nelle prime stanze, nell'ala sinistra dell'edificio, le celle di tortura: in ognuna c'è un letto di ferro, strumenti rudimentali che ricordano tanto i sistemi di Pinochet e la foto scattata dai due giornalisti al momento della scoperta. Le celle di detenzione erano anguste, ma non era così impossibile fuggire: le catene erano fissate a terra da una colata di cemento che si poteva facilmente spezzare, i muri del carcere erano bassi, protetti solo da pochi metri di filo spinato. E non esistevano torrette di guardia. Eppure mai nessuno è fuggito da lì: evidentemente i prigionieri non volevano evadere poiché era stata distrutta in loro la volontà di vivere. Molti dei protagonisti più efferati di quegli anni fanno parte dell'attuale società civile, uomini liberi a tutti gli effetti. C'è chi è morto di morte naturale, chi vive da anonimo cittadino e chi si è riallineato e riveste tuttora ruoli di potere. Solo due sono in carcere, Tamok e Deutch, il responsabile politico e il macellaio di Tuol Sleng, in attesa di un processo che probabilmente mai si compirà. Ufficialmente per mancanza di fondi, in realtà per non smascherare la connivenza della comunità internazionale con i Khmer rossi. E perché ai cambogiani, in fondo, non importa.

Cambiamo meta adesso. Visitare il Museo nazionale con la nostra guida è un'esperienza unica e appassionante. Con un'abilità straordinaria ci racconta cosa accadeva contemporaneamente qui e in Europa, come l'arte ellenistica abbia influenzato la statuaria già nell'epoca preangkoriana seguendo la rotta dei commerci della seta e delle spezie. Statue dai lineamenti orientali in cui il panneggio delle vesti ricorda le statue greche: possenti e agili sembrano sul punto di muovere il primo passo. Nel giardino l'altare induista, la Ioni che accoglie l'Ingam, simbolo della Trimurti, e l'elisir dell'immortalità che altro non è che l'acqua, che da secoli permette il perpetuarsi della vita sulla Terra.

È giunto il momento di raccattare i bagagli e andare a pranzo. Indugiamo chiacchierando davanti a splendidi gamberetti e involtini primavera, in un ristorante cinese di buon livello, scelto per via dell'aria condizionata oltre che per la bravura del cuoco.

Ore 16, andiamo a prendere altri due italiani per fare una gita in barca alla confluenza dei quattro bracci del fiume. Il barcone si chiama L'Odissée: traballante pensilina di legno per salire, il proprietario è un francese rubizzo e cordiale. Il tempo scorre ma non partiamo ancora, in effetti siamo arrivati con mezz'ora di anticipo. Poi anche la mezz'ora passa mentre noi chiacchieriamo, e siamo sempre fermi. Il rubizzo francese è seduto al nostro tavolo e osserva incuriosito il bastone a forma di Naga della guida. Gli facciamo capire che tra un po' dobbiamo andare all'aeroporto, che se la barca non partirà dovremo rinunciare al giro. Lentamente, facendosi largo fra i fumi dell'alcol, la consapevolezza comincia a farsi strada nella mente del barcaiolo. Anche noi capiamo, adesso. Volevamo fare il giro in battello, sì, lo confermiamo. Ah, beh, peccato: la barca ha il motore rotto, non si può, ci spiega serafico il francese. È evidente che ha assorbito in pieno lo stile di vita cambogiano, oltre a qualche birra di troppo. Che fare? Ridere. Il francese ci offre un bicchiere d'acqua, facciamo ancora due chiacchiere: in fondo si sta bene qui, sul barcone. Arriva una piacevole brezza dal fiume e il Mekong, inshallah, lo navigheremo ancora.

Alle 5 del pomeriggio il traffico è abbastanza intenso: sono pochi gli incroci regolati dai semafori, in genere i crocevia vengono presieduti da gendarmi, ma spesso a quest'ora le guardie hanno già appeso la mitraglietta a un albero sotto al quale schiacciare un sonnellino nel caldo afoso di questi giorni. Un flusso continuo di auto e motorini ci accompagna all'aeroporto che in cambogiano suona così: il terreno battuto delle barche volanti. E questo non è l'unico neologismo colorito del cambogiano, anche il latte è conosciuto come "il liquido che esce dalle mucche". Non esistono insulti, inoltre: del resto è difficile litigare qui, meglio rilassarsi e guardare il riso che cresce, come recita un vecchio adagio.

Salutiamo la nostra guida che con le sue parole ci ha consegnato lo spirito di un Paese ancora intatto, almeno per ora. Anche se, forse, non lo sarà per molto. Torniamo con molte conoscenze in più, alcuni chiarimenti storici importanti, passati e contemporanei. E un gran desiderio di continuare ad approfondire la conoscenza di quest'angolo di mondo.



   

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