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Rajastan: ritorno alle origini

aggiornamento: 21/11/2010

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
New Delhi
Durata del Viaggio:
14 gg.
Mezzo di Trasporto:
auto a nolo con autista
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuna
Spesa approssimativa:
2300 euro (compreso volo a/r da/per Italia, auto con autista e guida, hotel; esclusi i pasti)

"Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo,inspiegabile, disinteressato". (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra).

Villaggio nel deserto del Thar
Villaggio nel deserto del Thar

Cosa aspettarsi dall'India? Davvero non si sa rispondere. Nell'immaginario collettivo sono molte le immagini che ci vengono tramandate, essenzialmente quelle di un Paese di grande povertà, dalle condizioni igieniche molto precarie, dagli aspetti sociali che offrono un quadro spesso disperante. Tutto ciò è vero, ma è vero anche il contrario. L'India è un Paese dove si avverte la ciclicità della vita, dove gli opposti coesistono. La regione nordoccidentale del Rajasthan è senza dubbio la più turistica, occupata per gran parte dal deserto del Thar condiviso con il confinante Pakistan. L'aspetto che sorprende di più sono i colori, creati per contrastare l'altrimenti assoluta monocromia causata dall'aridità del luogo. I colori delle vesti delle donne, eleganti e regali anche quando camminano in mezzo alla polvere. Ma anche le città sono colorate, ognuna caratterizzata da una cromia particolare per via dell'intonaco delle case o della pietra con cui sono state edificate: Jaisalmer la Città d'oro, Jodhpur la Città blu, Jaipur la Città rosa, e così via. Le città dove fiorirono i regni dei maharaja, oggi destituiti dalla nuova Costituzione, ma ancora influenti nelle scelte politiche poiché detentori della ricchezza. Come in tutta l'India anche qui sono evidenti i contrasti assoluti di questo Paese diviso tra la spinta alla modernità e al progresso di matrice occidentale e le antiche tradizioni, tra ricchezza e povertà; il sopravvivere di un ordinamento sociale che suddivide gli uomini in caste e la legislazione attuale, moderna, che però nei fatti non contraddice le antiche usanze. L'India è anche il Paese da cui tutto, o molto, ha avuto origine. Nelle melodie dei gitani del Rajasthan si odono i suoni assimilati dalla musica araba e andalusa, nella cucina si ritrovano suggestioni mediorientali opportunamente insaporite con spezie, nell'architettura il miracolo della fusione tra arte hindu e islam si sintetizza nelle regge dei maharaja decorate con materiali preziosi provenienti da tutto il mondo allora conosciuto. Nell'aria, ovunque, il senso di un'appartenenza a qualche cosa di più di una semplice e personale esistenza.

Primo giorno:

Italia - Delhi (volo)

� Inizia il viaggio: Malpensa, Francoforte, Delhi. L'aereo per il volo intercontinentale è già un piccolo spaccato d'India, molti uomini dalla carnagione scura con il caratteristico turbante dei sikh, donne avvolte nel tradizionale saree coloratissimo, bambini dagli occhi grandi e scuri. Come sarà l'India? Cosa sarà l'India?
Arriviamo all'aeroporto di Delhi a mezzanotte e mezza ora locale, le 21 per noi. Sbrigate le formalità per ottenere il visto, l'aeroporto ci lascia andare e si apre su una grande sala d'attesa molto affollata: ci sono parenti che attendono e numerosi corrispondenti di agenzie turistiche. Ma qualcosa di insolito ci colpisce mentre attraversiamo la folla: è il silenzio. Tutta questa gente aspetta e non fa alcun rumore. È straordinario. Verso l'uscita incontriamo Rajedh, la nostra giovanissima guida che parla molto l'italiano pur avendolo studiato solo qui, presso la nostra Ambasciata, e mr. Ashok, il nostro autista che ci porterà attraverso l'India per tutto il tour. Ecco l'aria di Delhi, calda e umida. L'albergo è simile a tutti quelli turistici che si trovano in giro per l'Asia. Posiamo le due ghirlande di garofani arancioni che ci hanno appena buttato al collo e andiamo subito a dormire (Hotel Surya Crown Plaza, Friends Colony, Delhi, a 20 km dall'aeroporto; 5 stelle, pulito e confortevole).

Secondo giorno:

Delhi

Iniziamo il giro di Delhi dalla zona più vicina a quella dove siamo alloggiati, perciò visitiamo il Qtub Minar. Arriviamo in auto percorrendo strade abbastanza trafficate, è impossibile comprendere la struttura urbanistica di questa città che ci appare caotica, anche se risulta essere una delle più ordinate del Paese. Il minareto è una torre molto elevata (73 m) costruita dal sovrano Moghul Qtub-ud-Din Aibak nel 1197 per testimoniare la grandezza del suo regno su quello indù. All'ingresso una comitiva di bambini in gita scolastica ci osserva, forse sono incuriositi dai nostri visi pallidi, chissà. La zona del Qtub Minar è una sorpresa a ogni passo, la moschea Quwwat-ul-Islam Masjid, ormai crollata, mantiene ancora in piedi alcuni muri decorati come un prezioso merletto dalle scritte inneggianti ad Allah. È la prima moschea costruita in India. Al centro, una colonna di ferro alta 7 m resiste ai secoli senza arrugginire poiché si tratta di materiale purissimo. Questo edificio sorge sullo spazio di precedenti templi induisti distrutti dai sovrani Moghul, che reimpiegarono l'arenaria rossa per edificare il loro tempio. Intorno, un verde parco dove la gente siede all'ombra degli alberi.

Il caldo e l'umidità si fanno sentire. Risaliamo in macchina per fare un giro nella zona delle ambasciate: qui non possiamo camminare, ma dobbiamo osservare le basse costruzioni dai finestrini dell'auto. La zona è molto verde; a parte l'edificio che ospita l'ambasciata del Pakistan, dalle cupole blu e simile a una moschea, le altre costruzioni sono basse e cubiche. Anche il Palazzo presidenziale, contornato dai Ministeri e dal Parlamento non può essere visitato, ma solo visto dall'esterno. Le costruzioni che formano il complesso sono rosse, erano state costruite dagli inglesi durante la loro dominazione. La strada che parte dal Palazzo presidenziale si srotola come un nastro fino a un arco di trionfo, l'India Gate, alto 42 m, su cui sono incisi i nomi dei soldati indiani caduti durante il primo conflitto mondiale. Lungo la strada, ammaestratori di scimmie e di cobra, ma nessun pericolo, a parte le vetture: qui si guida a sinistra come nel Regno Unito, dobbiamo stare attenti anche perché una città di 15 milioni di abitanti quando si muove produce il suo bel traffico di auto, moto, bus e tuk-tuk verdi e gialli.

Adesso prepariamo i fazzoletti, si va a visitare il Tempio dei Sikh, la cui cupola d'oro brilla sotto il sole. Via le scarpe e, a sorpresa, anche le calze. Copriamo la testa con un foulard, laviamo mani e piedi per purificarci e iniziamo l'ascesa della bollente scalinata di marmo sotto le sferzate di un vento fortissimo quanto caldo. Si entra chini toccando con la mano gli scalini e portandola successivamente alla fronte. All'interno, tappeti, ventilatori al soffitto che girano rapidi ma non riescono a dare sollievo dal calore carico di umidità. Il tempio è una sintesi tra una moschea e una pagoda buddhista. Al centro, sotto un baldacchino, viene custodito il libro sacro, l'Adi Granth, coperto da una stola di seta gialla, sotto gli occhi attenti del custode. Il libro è l'unico capo riconosciuto della religione Sikh, che non ha un sacerdote supremo. Al lato tre cantori suonano l'harmonium e le tablas intonando inni, mentre i fedeli pregano inginocchiandosi e poggiando la fronte a terra. Lo facciamo anche noi mentre intorno si offrono corone di garofani arancioni. In una teca il kirpan, la spada che ogni sikh porta con sé per difendersi dai nemici. Si esce da una porta laterale toccando nuovamente il gradino e portando successivamente la mano alla fronte e alla bocca. Fuori il pavimento scotta. Un anziano ci mette in mano una poltiglia marroncina: è halva! Il dolce, in hindi. Il cibo di casa per noi, che siamo anche un po' greci, giunto nell'Ellade dalla Turchia e dal Medio Oriente e partito probabilmente da qui. Iniziamo a capire cosa vuol dire il motto: "Tutto nasce in India". Scendiamo a sinistra fino alla piscina sacra dove nuotano tranquilli grossi pesci rossi, raccogliamo l'acqua con le mani per bagnarci la testa. Poi risaliamo e due uomini versano nelle nostre mani acqua santa da bere: questa non fa male, assicura Rajedh. Non possiamo fare a meno di sorbirla, affidandoci alla protezione degli oltre 300 milioni di divinità indiane, ma siamo sicuri che tutto filerà liscio. E così andrà.

Andiamo a pranzo nella zona di un mercato. Riso con verdure, riso pilaf con pollo, crema di spinaci e formaggio, chapati, il famoso pane indiano. Salsette "molto piccantissime" di contorno. Dopo pranzo il caldo è martellante e l'umidità ci accompagna a visitare il Mausoleo di Humayun, simile come architettura e come storia al più famoso Taj Mahal, ma in arenaria rossa questo. Fu fatto erigere a partire dal 1556 da Haji Begum, moglie del sovrano moghul Humayun, opera di architetti persiani. Dall'esterno, una sequenza di porte decorate con la stella a sei punte non lascia immaginare il mausoleo all'interno, circondato da un giardino a immagine del paradiso islamico, con alberi e fontane e una quantità di piccoli e sottili scoiattoli. Riprendiamo la strada per andare alla Moschea del Venerdì passando davanti al Raj Ghat, il memoriale eretto sul luogo dove fu cremato il Mahatma Gandhi, oggi chiuso per via dei preparativi per i festeggiamenti del giorno dell'Indipendenza, che è il 15 agosto. Anche il Forte Rosso è chiuso per lo stesso motivo.

Ci addentriamo nei vicoli polverosi e brulicanti della vecchia Delhi: moto, tuk-tuk, mercanzie sovrastate da liane di fili elettrici che penzolano dall'alto. Saliamo la scala in arenaria rossa della Jama Masjid, costruita a partire dal 1645 da Shah Jahan al centro del vecchio quartiere musulmano. Togliamo le scarpe, ma non è necessario coprire la testa. La moschea è grande, può ospitare un milione di persone, dice Rajedh, la guida cartacea dice 25 mila e ci sembra una stima molto più attendibile. È enorme, un lato ospita il mirhab, sugli altri tre ci sono terrazze coperte dove la gente siede a parlare e i bambini giocano. I testi sacri nelle nicchie sono avvolti in stoffe multicolori. Tocchiamo l'impronta di Maometto e portiamo la mano alla fronte: l'India è il luogo della tolleranza religiosa, i culti si mescolano, si sfiorano, si somigliano, così come le vesti nere delle donne musulmane accarezzano i saree colorati delle induiste e ovunque spuntano zuccotti bianchi, turbanti o capelli al vento. Al centro del cortile c'è una grande vasca di acqua santa per le abluzioni intorno alla quale corrono bambini con gli occhi bistrati di kajal per proteggerli dal sole e dalla polvere.

La sosta al negozio di stoffe per gli acquisti è un classico cui non ci si può sottrarre: scendiamo una scala, la porta si chiude alle nostre spalle e siamo nelle loro mani! Le stoffe svolazzano e si dispiegano sotto i nostri occhi, sete di mille colori, ricamate, damascate, stampate. La commessa più anziana vuole mostrarmi come si indossa il saree, 5 metri e mezzo della seta più bella (ovviamente) piegata e drappeggiata intorno alla vita e sulle spalle, tenuta insieme da un semplicissimo laccio. L'effetto è contrastante, le mie scarpe da trekking non si addicono a tanta magnificenza, ne comprerò uno comunque da usare come tenda. Così suggerisce pragmaticamente la signora, che si accinge a mostrarmi alcune casacche più pratiche per la quotidianità e, non appena mostro interesse per una di queste, si rivolge a Giorgio con un imperativo categorico: she like this! Ed è il turno delle pashmine, che non comprerò, lo metto in chiaro subito, ma almeno una di quelle "vere", cioè purissime, la voglio toccare: in effetti è quasi impalpabile e passa agevolmente dentro un anello.

Alla ricerca di un telefono, Rajedh ci porta nella zona coloniale della città. Percorriamo la Connaught Place, cuore commerciale e culturale della città; di impianto circolare, la piazza ospita negozi di marche europee, uffici e venditori ambulanti di stoffe sicuramente poco pregiate, ma non per questo meno belle. Su tutto aleggia il profumo di incensi bruciati a ogni angolo. Sono le 17, gli impiegati escono dagli uffici mentre chiamiamo casa da un apparecchio pubblico per il folle costo di 44 rupie, quasi 1 euro. Dopo una sosta, usciamo per cena. La zona vicino all'hotel offre una vasta scelta di punti di ristoro, carni arrostite appese agli spiedi ci invitano, ma il colore non inganna, devono essere ricoperte di spezie e di peperoncino. Per non metterci troppo alla prova optiamo per una pizza indiana, tandoori, lievemente piccante: la globalizzazione attecchisce, ma fino a un certo punto! Quando torniamo in albergo ci troviamo nel bel mezzo di una folla elegante, donne con saree di seta riccamente decorati e uomini con turbanti dalle fogge eccentriche, almeno per noi. Si festeggia un matrimonio e non ci dispiacerebbe "imbucarci", per scoprire com'è. Ma non passeremmo certo inosservati, né per l'aspetto, né per la mise, da moderni barbari occidentali.

Terzo giorno:

Delhi - Mandawa (km 350 circa, 7 ore)

Ragazze il giorno della fiera al tempio di Shiva
Ragazze il giorno della fiera al tempio
di Shiva

Alle 8 in punto viene a prenderci mr. Ashok. Lasciamo Delhi, capoluogo anche dello Stato di Haryana, per entrare in Rajasthan. Lasciare Delhi, a dire il vero, è facile a dirsi ma nella pratica è un'esperienza che richiede il suo tempo e una pazienza tutta indiana. Aggiungerei che Ashok è un autista formidabile. La città ha un'estensione di 70 km per 60 e sembra che a quest'ora tutti siano in movimento, autobus e tuk-tuk, auto private, moto, biciclette, uomini e donne a piedi, e tutto sotto lo sguardo placido e indifferente delle vacche sacre, che pascolano nelle aiuole spartitraffico. Dietro ogni mezzo la scritta please horn, suona per favore; sottinteso: in questo casino non mi accorgerei mai di te. La faccenda si complica poiché un grande cantiere riduce drasticamente la strada che passa dai sei a una corsia: stanno costruendo una sopraelevata che velocizzi il traffico proprio nella direzione dello Stato del Rajasthan. Alla periferia di Delhi il flusso di mezzi e persone si fa inimmaginabile soprattutto in corrispondenza di una zona industriale: qui ci sono le sedi delle grandi aziende di telefonia, auto e così via. A fare da contralto alla zona di produzione di sofisticate apparecchiature hi-tech, una moltitudine di persone si accalca sul ciglio della strada in attesa paziente di autobus e tuk-tuk stracarichi. Spiccano nella polvere elegantissimi saree, sono leggiadre queste donne che si muovono tra mucche, discariche, cantieri e umidità. Siamo così tanti e non c'è nemmeno un semaforo a regolare gli incroci, ma straordinariamente non ci si scontra. Poi la strada si addentra tra i villaggi. Il traffico è diminuito, ma non troppo. Siamo vicini al Pakistan, la frontiera è a 200 km. Nei villaggi lo spazio è tutto occupato da mezzi di trasporto, animali, persone e banchi del mercato di frutta e verdura. Polvere. Gli autobus stracolmi contemplano posti di terza classe, sul tetto. I tuk-tuk arrivano a trasportare 50 persone appese come grappoli d'uva dondolante a ogni scossone, e qui la strada non sempre è asfaltata. Le donne indossano saree dai colori ancora più sgargianti e si coprono il viso con il velo colorato, per non farsi vedere, per ripararsi dal sole e dalla polvere, trattenendone un lembo con i denti.

Verso mezzogiorno facciamo una sosta lungo la strada. Ci sgranchiamo le gambe salendo fino ai piedi di un tempio posto su una collinetta, dominato da una gigantesca statua con il volto di scimmia: è il potente dio Hanuman, che aiutò Rama nella battaglia contro Ravana, demone che gli aveva rapito la moglie, la bella Sita. Un gruppo di ragazzini ci segue fino in cima. Ci attorniano curiosi ma intimiditi, mostrandoci via via campane e rubinetti per l'acqua. Quando ci allontaniamo acquistano coraggio, scherzano e ci salutano a gran voce. Due kofte di verdure discretamente piccanti, accompagnate da chapati caldo, sono necessarie, a questo punto. Lungo la strada il traffico è nettamente diminuito: si incrociano mandrie di mucche e vitelli, pecore, capre e cammelli, alteri nel portamento con il loro muso puntato all'insù, vengono impiegati abbondantemente nel lavoro e nel trasporto. Dalle scuole escono bambini e ragazzi in divisa, gli studenti degli istituti privati si riconoscono per via delle vesti più raffinate.

Eccoci alle porte del deserto del Thar che si estende fino al Pakistan. Per terra sabbia finissima: è uno dei più grandi deserti del mondo, assieme ai Gobi e al Sahara. Siamo a Mandawa, la città delle haveli, le ricche dimore dei mercanti. Questo distretto, all'interno del Rajasthan, si chiama Shekhawati. Il resort dove alloggiamo è costruito con il fango e decorato con motivi geometrici di calce bianca, come da tradizione: sembra una dimora yemenita. La camera è tonda, pare forgiata dal moto circolare della pala che cerca disperatamente e inutilmente di rinfrescare la stanza (Mandawa Desert Resort, fuori città, Distt. Jhunjhunu, costo 3240 rupie, molto caratteristico).

Il paese è piccolo, finalmente si può girare a piedi nelle stradine di sabbia. Alberi maestosi dalle foglie sottili sembrano parenti delle acacie: sono alberi del deserto, bevono poco e forniscono foraggio per i cammelli e semi per gli uomini. Pavoni in quantità si rimandano i loro urli sgraziati dai cortili invasi da piante preziose per il loro impiego nella medicina ayurvedica: come per tutti i rimedi, funzionano solo se ci credi. Gli americani hanno fiutato l'affare e vorrebbero metterci su un bel brevetto, ma gli indiani hanno rifiutato, le piante nascono qui e qui vanno usate. Haveli bellissime, finemente decorate, mentre ai bordi delle strade canalette di scolo appestano l'aria, ma quasi non ce ne accorgiamo. Donne e bambini polverosi si propongono per una foto dietro compenso.

Mr. Singh, la nostra guida, ci accompagna alla scoperta delle haveli di Mandawa, ma precisa che nella zona ce ne sono molte altre: ci vorrebbe una settimana per vederle tutte. Queste abitazioni furono costruite dai mercanti arricchitisi con i commerci sulla via della seta, e dell'oppio. Riccamente affrescate con simbologie induiste (il dio Ganesh, le rappresentazioni di Vishnu, la svastica), recano rappresentazioni della vita quotidiana (cortei nuziali, soldati inglesi e musulmani, treni, velivoli) e scene tratte dal Kamasutra. Lo spazio interno è articolato nella zona "pubblica", dei ricevimenti e degli affari, e nell'area privata; qui le porte sono sovrastate da specchi, che avevano la funzione di cacciare i demoni, e da formelle, a indicare quante coppie sposate vivevano in ogni casa. I matrimoni in India vengono ancora combinati dai genitori. Quando le famiglie si accordano, vanno a consultare l'astrologo che osserva le 32 stelle del profilo astrale della coppia: se almeno 18 sono comuni, il matrimonio si celebrerà e l'unione avrà successo. Gli indiani credono fermamente in questa tradizione, prova ne è - sottolinea la guida - che nelle grandi città, dove si è importata l'usanza occidentale di amarsi prima e sposarsi poi, sono notevolmente aumentati i divorzi.

Nelle nicchie, intanto, appare Vishnu nelle sue molte reincarnazioni: si attende la decima e ultima, la precedente è stata Buddha, ma sono ormai trascorsi quasi 2.500 anni ed è ora che ridiscenda su questa terra flagellata dalla guerra di cui sono responsabili soprattutto i popoli occidentali esportatori di democrazia. Allora non siamo solo noi a pensarla così? A ogni capo del mondo, sempre gli stessi discorsi. L'India è una grande democrazia, la più grande del mondo, con un governo retto da tre rappresentanti di altrettante religioni (sikh, induista e musulmana), dove non esiste una religione di Stato e l'unica suddivisione è ancora quella delle caste. L'India ha davanti a sé un futuro che la porterà a recitare un ruolo di primo piano sulla scena economica mondiale in breve tempo: si è già alleata commercialmente con la Cina e insieme fanno oltre due miliardi di persone. Come ci spiega mr. Singh, nei paesi non esistono tensioni religiose perché tutti si conoscono, ma nelle grandi città talvolta i politici creano dal nulla conflitti a loro esclusivo tornaconto. Così è dappertutto. Intanto attraversiamo cortili dipinti, architetture che rievocano i patii andalusi, cortili dove abili artigiani restaurano oggetti di legno, porte, mobili antichi. L'acquisto è d'obbligo. In una haveli sono radunati oggetti di diversa provenienza ed epoca, ci sono perfino murrine veneziane degli anni '60. I lucchetti hanno meccanismi strabilianti, tutti in forma di animali che si chiudono sulla loro stessa coda. E poi monete, ciarpame, bigiotteria e stoffe. Il giro prosegue lungo le strade di sabbia fino al pozzo, un tempo dipinto al suo interno: da qui si vede in lontananza un cenotafio dove vengono seppellite le ossa che non bruciano completamente durante le cremazioni.

Per le strade del villaggio si snoda un mercatino di frutta e verdura, si cammina schivando mezzi di ogni genere, mucche, cammelli e vitelli. Il caldo e l'odore dell'India salgono dal basso, da questo insieme di uomini e di animali; in lontananza suona una musica che ha sapore d'Arabia. Un odore dolce e indefinibile, penetrante ma non sgradevole, ci assale. Capiamo cos'è quando mr. Singh ci offre due bicchieri di masala chay, parola che rimbalza dalla Cina al Marocco, ovvero tè con latte, zucchero e cardamomo. Siamo seduti nella sua bottega dove vende ricordi e stampe quando non fa la guida, si parla di yoga. Non possiamo andare via senza una statuetta di Ganesh, dio protettore che dona prosperità: ma attenzione, avverte mr. Singh, solo a patto che ci si creda. Milioni di dei popolano l'India, si può pregare chiunque di loro, ma il più potente, l'intermediario, è solo lui: Ganesh, il bambino dalla testa di elefante. Accanto all'ufficio-bottega di mr. Singh c'è il castello di Mandawa, trasformato in hotel di lusso per la delizia di una comitiva di turisti. Il nostro resort, invece, è fuori dal paese: i muri di fango della camera sono caldissimi, il condizionatore ansima, fa quello che può. Si cena in giardino. Assaggiamo tutto stasera: riso, pollo, lenticchie, zuppa di spinaci, melanzane, piselli, patate e cipolle, tutto moderatamente piccante. E finalmente beviamo una birra indiana. Accanto a noi siede una signora elegantissima, evidentemente ricca, attorniata da cinque bambini bravissimi, educati a parlare sottovoce da altrettante balie che si muovono come ombre, sollecite, sempre in piedi e senza toccare cibo. L'India è pur sempre il Paese delle caste anche se per noi è difficile da capire. Mentre ceniamo nel giardino si alternano sedicenti mangiatori di fuoco, che in realtà agitano solo le torce, cantanti accompagnati da una ballerina di pochi anni e burattinai. Il caldo diminuisce, ma non si può dire che faccia fresco. O forse sarà il cibo che ci accalora, le spezie e le birre. Dormire stanotte sarà dura.

Quarto giorno:

Mandawa - Fatehpur - Bikaner - Deshnoke - Bikaner (km 260 circa)

Il Forte di Bikaner: la stanza della pioggia
Il Forte di Bikaner: la stanza della pioggia

Alle 9 in punto mr. Ashok ci viene a prendere per portarci a Bikaner. Ma lungo la strada ci fa fare una sosta supplementare nel villaggio di Fatehpur per vedere alcune haveli molto belle. I ricchi mercanti che le hanno costruite e fatte decorare non ci sono più. I loro discendenti si sono trasferiti nelle grandi città, a Mumbay, a Kolkata, e non tornano quasi mai, perciò le haveli sono chiuse o abitate dalla servitù. Ne visitiamo una dall'intonaco verde acqua, la porta sormontata dalla statua del dio Ganesh e rivestita di specchi. All'interno, numerose stanze intorno a un patio centrale; in cucina, un fornello appoggiato a terra e collegato a una bombola per il gas indica che si lavora stando accovacciati, come del resto sta facendo un vecchio presso l'uscio, intento a macinare aglio e peperoncino con un attrezzo che arriva direttamente dalla preistoria: una tavola di pietra concava e un grosso masso. Il vecchio dagli occhi vivaci pensa che Giorgio starebbe benissimo con un bel turbante e gliene calca uno rosso - il suo - sul capo, per farlo immortalare in una foto molto turistica di fronte al bel portone. Lungo la strada centrale si snodano botteghe varie: c'è il sarto, lo stiratore, il barbiere, il merciaio. La strada viene utilizzata per qualunque necessità: chi lo desidera si accuccia per fare i propri bisogni, chi sta male si libera lo stomaco, chi deve fare la spesa tenendo un bambino per mano passa su tutto questo e tra tutto questo in un'assoluta indifferenza. Sulla piazza gremita di autobus e bancarelle di frutta e verdura donne musulmane, velate e vestite di nero, scherzano con donne induiste altrettanto velate e avvolte in abiti dai colori sgargianti.

Ripartiamo alla volta di Bikaner. Intorno a noi coltivazioni, mandrie di mucche e donne che vanno al lavoro nei campi o che ritornano sorreggendo sulla testa enormi involti di erbe e verdure, oppure otri colmi d'acqua. La strada è in buone condizioni, l'asfalto liscio, il traffico quasi inesistente, via via che procediamo le coltivazioni cedono il posto ad alberi e bassi arbusti mentre la sabbia disegna dune a perdita d'occhio. Siamo nel Deserto del Thar, 40° C (persino pochi). Fortunatamente l'ondata di caldo umido è passata, l'aria è secca anche se rovente. Bikaner è quasi interamente riassunta nel suo Junagarh Fort, rosso di arenaria, con le mura dalle merlature larghe e arrotondate. Il forte fu costruito a partire dal 1587 dal raja Rai Singh e non fu mai espugnato nonostante fosse stato attaccato più volte. Entriamo dalla Suraj Pol, la porta del Sole. Sui vasti cortili interni affacciano corridoi di finestre cesellate come merletti dalle quali le donne osservavano senza essere viste. Nei periodi caldi venivano abbassate tende fatte di canne che proteggevano anche dalle tempeste di sabbia. Non pioveva mai, al punto che i bambini non sapevano cosa fosse una nuvola. Per questo motivo vi è una stanza tutta azzurra, la Sala delle nuvole, appunto, dove sono dipinti i cirri, i fulmini e la pioggia. I cortili sono in marmo bianco di Carrara, porte e soffitti in legno dipinto, imponenti i lavori di restauro che stanno riportando i colori alla loro antica brillantezza. La stanza del trono del maharaja, Anup Mahal, è rivestita dell'oro proveniente dai palazzi conquistati durante le guerre e lavorato dai prigionieri. Nelle camere private, splendide finestre incastonate di vetrini colorati danno sull'esterno. Le camere sono insolitamente piccole, i soffitti bassi e i letti quasi appoggiati a terra per impedire ai sicari di nascondersi in qualche anfratto e colpire. Sbuchiamo all'esterno, nelle terrazze sovrastanti il forte. L'aria è calda e secca, la luce abbagliante stordisce. In lontananza un suono conosciuto, familiare, il canto del muezzin che richiama i fedeli alla preghiera si alza dai minareti e invade lo spazio. In questo caleidoscopio di sensazioni è come ritrovare una voce conosciuta. All'interno del forte, attraversando corridoi in penombra, arriviamo al Ganga Nivas dove è allestita una collezione di armi, fotografie, dipinti e un aeroplano della prima Guerra mondiale, dono degli inglesi. In una sala in arenaria rosa è esposto, sotto un pesante baldacchino, un trono in legno di sandalo risalente a 900 anni fa.

Mentre sorseggiamo una bibita seduti accanto a un ventilatore grosso quanto un frigorifero da macelleria la nostra guida ci racconta la storia del tempio dei topi. Il nipote di una divinità (la dea Karni Mata, incarnazione di Durga, consorte di Shiva) morì in giovane età e gli dei magnanimi gli consentirono di reincarnarsi in un topo, simbolo di conoscenza. A lui fu dedicato un tempio nel vicino villaggio di Deshnoke e da allora si dice che quando un bambino del villaggio muore si reincarna in un topo e viceversa. Ecco perché al Shri Karni Mata i ratti sono venerati, nutriti e protetti. L'impatto è piuttosto forte soprattutto per l'odore che regna qui dentro, reso saturo dalle deiezioni dei topi e dei piccioni. Inoltre, essendo un tempio, bisogna togliersi le scarpe. Il provvidenziale calzino da moschea ci viene in soccorso, ahimè per l'ultima volta: immolato per questo sacrificio supremo conoscerà la non gloriosa fine del bidone della spazzatura. Ma questo dopo. Entriamo e, a parte l'odore, non si percepisce nulla in un primo momento. Poi una sagometta scura attraversa saltellando il porticato. È indubitabilmente il famoso roditore. A questo punto tutti gli altri si disvelano. Sono ovunque: affacciati alle ringhiere, arrampicati attorno a grosse bacinelle intenti a bere il latte offerto dai fedeli, schiacciano pisolini dove possono acciambellati sui tubi dell'acqua o negli angoli delle scale. Bisogna fare attenzione a non pestarli camminando, pena disgrazie a non finire: loro stanno molto attenti a noi bipedi, cedono il passo, sono assolutamente domestici, esplorano le scarpe dei visitatori depositate all'ingresso (speriamo non le nostre, guardate a vista da una ragazzino). All'interno del tempio c'è il sancta sanctorum che custodisce una grossa ciotola piena di cibo sorvegliata da alcuni fedeli. I piccoli roditori sono diabetici, poveretti, poiché hanno una dieta troppo ricca di zuccheri: latte, cocco, grano, mais. In cortile un topolino è riuscito a conquistarsi una grossa ciotola piena di latte di bufala e con le zampette sta afferrando lo strato di crema che si è formato in superficie. Ci sono anche due topolini bianchi che, essendo rari, portano più fortuna degli altri. La gente si accalca per vederli, in tutto il tempio sono solo sette. E questa è l'India, il Paese di 300 milioni di dei che agiscono solo se ci credi davvero, la terra in cui si erigono templi ai topi, a loro si portano offerte e su di loro si vigila, mentre i piccoli roditori mangiano, dormono, scorrazzano tra adulti e bambini seduti fra loro, con questo odore terribile che impregna l'aria, ma nessuno ci fa caso. Chissà se questi topolini ne sono consapevoli? Ci rimettiamo le scarpe sotto gli occhietti incuriositi di un topino che si affaccia da un gradino, forse siamo arrivati un attimo prima che si calasse a esplorare le nostre calzature.

Mr. Ashok ci accompagna ora a visitare un centro di ricerca per i cammelli. In India sono molto usati per il trasporto delle merci, ma anche come cavalcature per le guardie di frontiera, un soldato in piedi sulla sella può vedere lontanissimo. Inoltre i cammelli sono in grado di resistere per lungo tempo senza nutrirsi e soprattutto senza bere - anche sei mesi - e corrono molto velocemente. Qui sono presenti molti esemplari, alcuni cuccioli se si può attribuire un termine simile a una bestiola che ti guarda già dall'alto in basso. Il latte di cammella è molto usato in medicina, nella cura della tubercolosi soprattutto. Con la sua lana, inoltre, si fanno coperte e berretti mentre con la pelle si producono scarpe, otri, lampade. All'insegna della modernità e del business qui, accanto all'uscita, si sta costruendo un locale per la degustazione del latte di cammella.

Quando ci rifugiamo in camera, a sera, abbiamo molta fame, visto che oggi abbiamo fatto i fachiri saltando il pranzo. Ma la cena sembra non arrivare mai. Siamo confinati in un resort molto lontano dal paese: buffet intorno alla piscina, a lume di candela, a rischio di finire in acqua a ogni passo. Orchestrina familiare dove una bimba di pochissimi anni balla già con estrema perizia agitando le piccole cavigliere sonore. Il caldo adesso è forse più insopportabile che di giorno. (Heritage Resort Bikaner, 9 km milestone, Jaipur Highway; 110 dollari la doppia. La cena è buona ma il costo un salasso per l'India :1500 rupie in due pari a 15 euro a testa)

Eh, l'India! Paese dalle molte sfaccettature, dove convivono dei di milioni di anni e modernità. Stasera alla televisione c'era la pubblicità di un prodotto che si chiama Rat kill: nel filmato, un topo dall'aria velenosa mordicchia il succhiotto di un bambino, ma un attimo prima che la mamma distratta lo rifili al figliolo scatta il fermo immagine, interviene il ratticida e per il roditore non c'è scampo. E per il bambino? Topi e uomini convivono, ma non ovunque nello stesso modo.

Quinto giorno:

Bikaner - Jaisalmer (km 330 circa, 6 ore)

 

Shri Karni Mata: il tempio dei topi
Shri Karni Mata: il tempio dei topi

Partenza alle 8,30 in direzione Jaisalmer, la strada è lunga e ci vorranno circa cinque ore di auto per arrivare a destinazione. Mr. Ashok si annoia un po', il traffico è rarefatto, la carreggiata è una fettuccia dritta che taglia in due il deserto. A tratti la vegetazione è un po' più rigogliosa e verde, segno di abbondanti piogge recenti, in altre zone si riduce a steppa arida, dove le capre sono costrette ad arrampicarsi sugli alberelli per brucare qualche foglia. Qui vivono anche cervi ma non riusciamo a vederne, in compenso avvistiamo una specie di piccola iguana molto velenosa, se è della specie di colore nero è letale per gli uomini, il veleno impiega cinque minuti ad ucciderli. Buono a sapersi, visto che per svariate necessità oggi faremo molto uso dei cespugli del deserto. I villaggi nella zona sono costruzioni circolari con tetti di paglia, i bambini aspettano le auto ai bordi della strada, i più scaltri fanno segno di avere sete per poi chiedere ai turisti dolci o penne. La strada corre parallela al confine con il Pakistan che è a circa 200 km.

Superiamo un vasto accampamento militare, tende tra gli alberi, blindati, camion e cammelli, molto usati dalle truppe speciali di guardia alla frontiera. Jaisalmer è l'ultima città del Rajasthan prima del confine, la distanza si riduce a 120 km. Viene chiamata la città d'oro per via del colore dell'arenaria con cui fu edificata. È anche la città dell'argento venduto a peso, ma Ashok ci mette in guardia: questo è un centro molto turistico, dunque è tutto molto caro, conviene guardare ma non fare acquisti. Incontriamo la nostra guida in albergo, che è una sorta di replica di un forte Moghul con tanto di camerieri in veste di guerrieri rajput, pronti a scattare sull'attenti al nostro passaggio neanche fossimo i maharaja. Contrasta con il fine intarsio degli stucchi l'odore dei garofani ormai appassiti che ci mettono al collo come benvenuto (Hotel Fort Rajwada Jodhpur-Barmer Link Road, Jaisalmer, 3 stelle, molto confortevole, 136 dollari la camera doppia). Le carovane dei mercanti, quando arrivavano a Jaisalmer, sostavano in un luogo chiamato Gadi Sagar Tank, un bacino artificiale costruito all'interno di una depressione del terreno adatta a raccogliere l'acqua nel periodo dei monsoni. Intorno ci sono alcuni cenotafi di bramini o di rajput, al centro del lago una costruzione, una piattaforma coperta, dove il maharaja si ritirava con i suoi musici e le sue cortigiane. Una di queste, Tilon, era talmente bella da essersi guadagnata i favori di molti uomini e con le ricchezze accumulate volle costruire una porta di accesso alla città. Il maharaja le accordò il permesso, ma i benpensanti storsero il naso e lo spinsero a revocare la concessione. Un santone, allora, suggerì alla bella cortigiana di erigere sopra la porta un tempio a Krishna, così nessuno avrebbe avuto l'ardire di distruggerla. E così fu. Inoltre, Tilon stabilì che da quella porta potessero passare solo le donne. E il maharaja fu costretto a entrare in città passando da una porta più piccola.

Spicca da lontano il forte Sonar Qila risalente al 1156, il più antico del Rajasthan, circondato dalle sue possenti mura nelle quali si asserragliavano i rajput all'epoca delle invasioni moghul. Ma un brutto giorno il forte cadde - era il 1294 - e i rajput, prima di morire nell'ultima battaglia, immolarono le loro donne su una pira perché non cadessero nelle mani del nemico. Non è noto il pensiero delle immolate. Questa cerimonia si chiama johar e da qui ha origine il sati, ossia il suicidio delle vedove che si lasciano ardere sulla pira dei mariti defunti, attualmente vietato dalla legge. A testimonianza e ricordo di quella prima johar, sulla prima porta, la Ganesh Pol, sono dipinte molte piccole mani. Commovente e un po' macabro. Le porte sono in totale cinque, invisibili le une alle altre per ingannare il nemico, l'ultima si chiama Hava Pol, la Porta dei venti, a causa della brezza che attraversa sempre questa apertura; difatti, la gente è solita sedersi qui nei giorni molto caldi, come oggi, quando la temperatura può arrivare fino a 50° C.

Entriamo nella cittadella fortificata e non si sa dove guardare. Sulla Chaugan Puda Chowk, la piazza, dominano il palazzo del Maharaja e quello della regina, il primo con ampie finestre, il secondo con i consueti paraventi traforati fittamente perché le donne potessero guardare senza essere viste, gettando fiori colorati al passaggio del Maharaja. In questa piazza si celebrò la johar. Comunque è consigliabile guardare dove si mettono i piedi, qui pascolano liberamente le vacche e gli stretti vicoli sono invasi dalle loro fatte, mentre ai lati scorrono gli scarichi fognari. Quindi uno sguardo per aria e uno al selciato. Nei vicoli stretti i muri sono coperti di mercanzie, soprattutto tessuti. I venditori cercano di richiamare la nostra attenzione. Un bambino dai modi spicci vede spuntare una cartoccio dalla mia tasca e, pensando sia una caramella, senza tanti complimenti l'afferra, si trova tra le mani la scatola vuota di un rullino fotografico e, deluso, la scaglia con rabbia per terra. Un gesto innocente ma anche aggressivo, come mai ci accadrà di notare in questo viaggio. Due ragazzine hanno fiutato il modo di guadagnare qualcosa proponendosi ai turisti con un vaso sulla testa, pronte per una foto. Passeggiamo scortati dalle mucche. In una piazza alcuni bambini giocano a cricket - che è diventato lo sport nazionale indiano - litigando sulle regole; allora sospendono la partita, si siedono in un angolo a discutere e la mucca si sdraia lì con loro, appoggiata a una moto, occupando il campo. Poi sopporta con pazienza davvero bovina chi le tira la coda, chi la batte con la pala da cricket per spingerla a sloggiare. Le mucche sono ovunque, i vicoli stretti, tanto che è molto difficile fotografare le case i cui balconi e finestre sono cesellati come pizzi.

Lasciamo il forte e ci immergiamo nel mercato della città, ai piedi delle mura. Ganesh ci offre un dolce davvero speciale, tipico di qui, il ghotwa, una palla morbida di zucchero, cardamomo, zafferano e chissà cos'altro. Le haveli della città bassa sono qualcosa di stupefacente. Visitiamo quella del Primo ministro costruita da due fratelli architetti: ne fecero metà per uno, in una sorta di gara di bravura. In effetti sia gli interni che l'esterno sono simmetrici, ma i decori sono diversi: si erano messi d'accordo per non copiarsi. Le haveli di Jaisalmer nascondono spesso botteghe, ma grazie a mr. Ashok stiamo attenti, guardiamo e non cadiamo in tentazione, acquistiamo solo un altarino portatile di profumatissimo quanto sedicente legno di sandalo. Mr. Ashok non lo crede possibile: l'abbiamo pagato troppo poco, probabilmente è solo legno profumato all'essenza di sandalo. Pazienza: ci piace ugualmente. In compenso, opponiamo una tranquilla ma ferma resistenza al mercante di pashmine che, dopo averci offerto un ottimo masala chai, ci sommerge di sciarpe. Liberatici dal caldo fardello, piuttosto fastidioso data la temperatura, salutiamo: ci aspetta il tramonto. Dal cenotafio dei bramini.

Su una collinetta nei pressi della città sorge il Chatri dei Bramini, di architettura moghul e indu. Qui sono sepolti solo i bramini come si può notare dalle statue scolpite sulle steli che hanno le mani giunte in preghiera. A occidente, il sole sta tramontando sul deserto. Chissà come doveva apparire la città di Jaisalmer alle carovane che arrivavano da lì quando questa città era al centro della via della seta, con il suo forte che il tramonto tinge di un colore caldo, aureo. Chissà cosa pensavano i mercanti varcando la porta dei Venti, percorrendo gli stretti vicoli della cittadella, imbattendosi all'improvviso in un tempio jainista, dalle pietre intagliate così finemente da sembrare di legno. Avranno sicuramente incontrato donne come queste, dagli abiti coloratissimi perché nel deserto non ci sono colori; donne dai molti bracciali, dalle cavigliere che suonano a ogni passo, dalle narici ornate da orecchini a forma di fiore, con anelli d'argento e d'oro alle dita delle mani e dei piedi. E uomini con i baffi arricciati e la barba divisa in due e pettinata all'insù, anche loro adorni di orecchini e anelli. Seduti su un cenotafio osserviamo lo spettacolo del sole che tramonta illuminando il forte. Il vento caldo e secco che si alza la sera sembra portare con sé questa e mille altre storie mentre un vecchio suonatore di sitar ci regala una colonna sonora irripetibile. Adesso a Jaisalmer si arriva in auto e le merci sono trasportate da camion dipinti e adorni di festoni e nastri colorati benaugurali, ma la roccaforte conserva un fascino misterioso che ha il potere di stregare il viandante. Sarà perché le pietre sono rimaste intatte, sarà perché uomini e donne ancora oggi sono vestiti come allora e le loro attività non sono sostanzialmente mutate.

Per cena riusciamo a uscire dalla morsa dell'hotel. Mr. Ashok e la guida ci accompagnano in un ristorante vegetariano. Mangiamo in giardino, a lume di candela, attorniati da famiglie indiane con bambini guardati dalle solite infaticabili balie. La serata è calda, il cibo buonissimo e sapientemente speziato, alla fine ci portano il digestivo: su un vassoio d'argento finemente lavorato e dentro due contenitori di vetro panciuti, semi di anice e zucchero in pezzi piuttosto grossi. Al termine del pasto si usa masticare questa delizia. E noi non ci tiriamo certo indietro.

Sesto giorno:

Jaisalmer - Pokaran - Jodhpur (km 308 circa, 6 ore)

Ci incamminiamo verso Jodhpur, ma lungo la strada mr. Ashok si ferma per farci visitare il forte di Pokaran, tutto in arenaria rossa, così rossa che è meglio non appoggiarsi ai muri per non macchiare i vestiti. Cosa che puntualmente facciamo. Il palazzo ha la tipica architettura dell'arte rajput mescolata con quella moghul. All'interno ospita una collezione di armi e di oggetti di uso comune. Fra le varie attrattive, oltre a un piccolo tempio dedicato a Krishna, ci siamo anche noi. Suscitiamo infatti la curiosità di un gruppo di uomini che sembrano i Re Magi per via del loro abbigliamento, con tanto di turbante bianco e grossi orecchini d'oro ad anello appesi alla parte superiore delle orecchie. Suscitano ilarità e perplessità soprattutto i miei pantaloni, qui le donne non li portano. Un'allegra e simpatica famigliola in gita si avvicina con i suoi bambini curiosi. La ragazzina mi regala un po' del gelsomino che ha raccolto, in cambio offriamo loro le nostre caramelle. Le mura che circondano il forte sono imponenti, dall'alto si può dominare la città con lo sguardo.

Riprendiamo la strada per Jodhpur. Lungo la carreggiata schiere di pellegrini in marcia diretti a un famoso tempio vicino a Pokaran. Il deserto si estende sempre più, la sabbia talvolta invade tutta la strada e alte dune incombono alla nostra destra. Ci fermiamo in un piccolo agglomerato di case: Ashok conosce i suoi abitanti, un vecchio con le figlie e i nipoti. Le case basse con il tetto di paglia hanno un impianto circolare, sono tre o quattro, ognuna ospita solo una stanza. I bambini sono una moltitudine, sporchi e con le vesti lacere, sorridono e si accalcano intorno ad Ashok che distribuisce le caramelle intimando loro di mettersi in fila, i più piccoli davanti. Le donne con veli coloratissimi stanno in disparte. Abbiamo del sapone, ne consegniamo un po' alla più anziana perché lo divida con le altre, ma lei lo vuole tutto per sé; dobbiamo distribuirlo noi nelle mani di ciascuna di loro.

Lasciato il villaggio, ecco finalmente Jodhpur, un milione di abitanti, la città blu. I bramini fecero dipingere le loro case di questo colore (a dire il vero è lilla) per distinguerle dalle altre; inoltre si pensava che la tinta tenesse lontani il caldo e gli insetti. Dagli anni '80, con l'incremento del turismo, anche molti non appartenenti alla casta dei bramini hanno ottenuto il permesso di dipingere le loro case di blu. All'interno delle mura del forte Meherangarh, lunghe ben 10 km, si erge il cenotafio (Chatri) Jasvant Thada appartenente alla famiglia reale. Fu costruito vicino al luogo dove venivano cremati i maharaja. Durante la cerimonia la famiglia partecipa sostando in un luogo apposito; in seguito fa un bagno purificatore, indispensabile conclusione del rito. Per questo vicino ai luoghi delle cremazioni c'è sempre un lago o un fiume. I memoriali però sono piuttosto rari e riservati alle caste superiori. Questo chatri ricorda in piccolo il Taj Mahal e ha una particolarità: il marmo è talmente sottile che all'interno filtra la luce del sole, sembra alabastro. È dedicato alla memoria dei maharaja Umaid Singh e Hanuman Singh. Saliamo adesso fino al forte Meherangarh, eretto nel XVI sec. Entriamo dalla Fateh Pol, la Porta della vittoria, subito dopo il Cenotafio degli eroi, i guerrieri rajput morti in battaglia per difendere Jodhpur; accanto, la consueta fontana pubblica dove una donna mesce l'acqua dagli otri. Il palazzo del maharaja è un tripudio di merletti di marmo e pietra. Le abitazioni maschili (mardana) sono ariose e visitabili, mentre quelle femminili sono celate dietro il solito fitto ricamo delle finestre. Ma la regina poteva assistere, non vista, alle riunioni e comunicare le sue opinioni favorevoli o contrarie attraverso i suoi messaggeri privati, gli eunuchi. E pesavano, eccome. Le stanze del maharaja e della sua corte sono fastose, coperte d'oro, e i soffitti abbelliti con palle di Natale di vetro di Murano.

In questa stagione i turisti europei sono pochi, i molti visitatori sono arrivati dai villaggi intorno, le donne con i loro lenha hanchuni più belli e più colorati, ornate di decine di bracciali di corno e argento che arrivano a coprire tutto il braccio. Sfilano nelle sale allestite a museo dove sono conservate armi e portantine per gli elefanti, una delle quali, di fattura moghul e conquistata in battaglia, davvero speciale. Gettano un occhio distratto a questi tesori, sono molto più interessati a noi. Camminano se noi camminiamo, si fermano se noi sostiamo. Ci guardano con scuri occhi sgranati, siamo molto esotici. Qualcuno furtivamente fa dondolare il mio codino: strane queste occidentali in pantaloni e con i capelli corti, e questi uomini pallidi, senza orecchini e senza anelli. A ogni angolo del palazzo ci sono quattro secchi, è l'impianto antincendio: due contengono acqua e due sabbia. Percorriamo la cinta muraria assieme a tutte queste persone: gli uomini indossano l'abito della festa, il kurta pijama, sono tutti vestiti di bianco, hanno giacchette piene di volants e grandi turbanti, ci osserviamo con reciproca curiosità. Qualche bambino ha paura di noi, saranno le nostre facce scolorite; qualcuno, spinto dalla mamma, viene a stringerci le mani. In questo periodo nelle sale del forte gremite di gente si bruciano incensi per dissipare l'odore pesante. Certo, qui l'igiene ha parametri diversi rispetto alle nostre latitudini, ma in tutti i paesi è così, il viaggiatore lo sa, potrebbe imparare anche a sopportarlo. È l'odore dell'India.

Il bazar è un'esperienza delirante e oggi è festa, è il giorno dell'Indipendenza, c'è poca gente, ci spiegano. Meno male. È silenziosa l'India, in generale, ma ogni suono si libera nei bazar. Un elefante attende all'ingresso; all'interno, vicoli resi più stretti dalle bancarelle o dalle mercanzie messe in mostra a terra. Ciabattini, barbieri, animali, mezzi di trasporto, persone, una moltitudine, bambini di strada che si appendono alle mani degli stranieri e vengono scacciati dagli indiani, state attenti agli scippi, state attenti alla guida, ha il 40 per cento di commissione sui vostri acquisti, sentiamo urlare da un banco. Stiamo attenti, non c'è problema, siamo abituati perfino all'Italia. In questa promiscuità di uomini e animali è facile trovarsi vis à vis con una mucca: lei di solito non si scompone. Le spezie sono qualcosa di fantastico: con in mano un infuso di tè himalayano fatto di cardamomo, cannella e zafferano ci lasciamo mettere sotto il naso sacchetti profumatissimi, curry, pepe, chiodi di garofano, zafferano, vaniglia, cannella, cumino. Cosa comprare? Due tipi di masala è la cosa più utile. Storditi dal gran clamore del bazar andiamo a cena in un posto molto grazioso, tipicamente turistico, ma per 400 rupie (ben 8 euro) facciamo una favolosa cena vegetariana. È calata la notte. La città si è fatta buia, lungo la strada non si distingue molto. Qualche mucca che ancora bruca in mezzo ai rifiuti e alcune ombre in movimento. Sono persone, ci sono brande e tavolacci lungo la strada, quattro o cinque uomini sopra ognuna. Dormono qui, sul ciglio della carreggiata. Buonanotte, Jodhpur.

Settimo giorno:

Jodhpur - Ranakpur - Udaipur (km 270 circa, 6 ore)

Udaipur: lago Pichola visto dal Palazzo di Città
Udaipur: lago Pichola visto dal Palazzo di Città

Quando partiamo da Jodhpur mr. Ashok ci accompagna da un suo amico appena fuori città per comprare tessuti. Siamo pronti per il gioco, la bottega è vasta e le stoffe bellissime. Seduti comodi, sorseggiando un ottimo tè nero, osserviamo con crescente meraviglia il dispiegarsi delle coperte sotto i nostri occhi. Sono fatte di ritagli di vecchi saree, maggiori sono le decorazioni, soprattutto piccoli specchi tondi fissati a mano, più alto è il prezzo. La scelta è difficile e il venditore lo sa mentre stende intorno a noi queste meraviglie. Alla fine optiamo per un copriletto, due stole, due copricuscini e una stoffa per decorare le porte; strappiamo anche un ottimo prezzo, a giudicare dalla faccia un po' scontenta del venditore. Che però ci regala anche una pashmina.

Riprendiamo la strada, che sarà lunga. Incontriamo ancora pellegrini diretti al tempio vicino a Pokaran, villaggi, donne sempre splendidamente vestite che lavorano nei campi o nei cantieri: portano in testa bacili pieni di sabbia o sterco. In un villaggio c'è festa al tempio di Shiva e c'è la fiera. Scendiamo e ci troviamo avvolti dalla folla. Le donne sono sempre molto curiose e gentili, posano volentieri per una foto mostrando i loro gioielli o i bambini e spostando di peso i ragazzini impiccioni che si mettono di mezzo. Ecco, questi sono davvero fastidiosi e un po' insolenti. Tipico dei ragazzini di quell'età. Davanti all'entrata del tempio, una mucca bardata a festa gira in tondo in mezzo a una folla di persone che si strige sempre più su di lei. Alcuni mendicanti si propongono per essere immortalati dietro compenso. Ma ecco la processione che avanza: la gente a piedi canta e danza, molti invece sono ammassati su autocarri, una specie di carro allegorico trasporta un santone sorridente e benedicente. Tutti si buttano addosso una polvere rosa acceso.

Arriviamo così a Ranakpur dove si può ammirare il tempio Chaumukha, splendido esempio dell'arte jainista, edificato su un terreno concesso dal Marwar Rana Khumba. La dottrina Jain nacque in contrapposizione allo strapotere dei bramini. Inizialmente i Jain predicavano la povertà, l'assoluta non violenza, la castità: i francescani dell'induismo. Vegetariani rigorosissimi (nel tempo non si possono portare neppure oggetti di pelle), non costruivano templi perché la regola era seguire i principi nella quotidianità, non c'era bisogno di praticare rituali. Ebbero un grande seguito, ricevettero anche molte offerte e divennero ricchi. Adesso sono carichi di denaro e possono essere paragonati alle grandi famiglie ebree americane, così importanti per l'economia degli Usa e così potenti. Il tempio all'esterno si presenta liscio, ma all'interno è un fiorire di bassorilievi, colonne, cupole, storie dei 24 profeti narrate in ogni centimetro di marmo. Vicino al sancta sanctorum, che ospita quattro immagini del dio Adinath rivolto ai quattro punti cardinali, c'è una grossa campana usata durante la preghiera per diffondere il suono dell'Om, la vibrazione dell'universo, la parola che si pronuncia quando si pratica yoga. La campana ha anche una funzione molto pragmatica: il suo suono infastidisce gli insetti, che si tengono alla larga dai visitatori del tempio. I jainisti sono unici: per non uccidere animali o altre forme di vita usano portare un fazzoletto sulla bocca e spazzano davanti a sé con uno scopettino prima di muovere ogni passo. Ci sembra inevitabile a pranzo optare per un'ottima cucina vegetariana.

Riprendiamo l'auto per raggiungere Udaipur. Sotto un cielo grigio attraversiamo una foresta che è divenuta riserva; qui vivono anche pantere e leopardi come si può notare dai cartelli stradali. Noi riusciamo ad avvistare alcune scimmie e una specie di grossa iguana, velenosetta ma non troppo. Viene giù un bell'acquazzone, poi torna un po' di sereno, ma incombono le nuvole. Ci fermiamo a osservare un vecchio che, seduto su una ruota di legno, guida due mucche; la ruota gira e aziona una catena di otri legati insieme che pescano l'acqua da un pozzo per poi versarla in una serie di canali d'irrigazione. Mentre ci avviciniamo a Udaipur incontriamo lungo la strada un gruppo di gitani. La loro storia è alquanto singolare. Alleatisi alla fine del 1500 con il Rajput Udai Singh II, fecero voto di condurre vita nomade finché non avessero riconquistato assieme al loro condottiero l'antica capitale Chittorgarh, caduta nelle mani dell'imperatore moghul Akbar. Il Rajput morì, la città non fu mai riconquistata, i moghul non esistono più, ma questi gitani continuano a vivere come nomadi nonostante il governo cerchi di trasformarli da tempo in cittadini sedentari. Chiacchierando con la guida di politica (è straordinario come tutto il mondo la pensi allo stesso modo sul neo colonialismo) arriviamo a Udaipur, città dai vicoli stretti, ribattezzata la Venezia d'Oriente per via del lago Pichola. Qui è stato girato il film 007 Octopussy, con Roger Moore nei panni di James Bond. Stasera ceniamo sul lago: siamo fortunati ad averlo trovato, 10 giorni fa si poteva camminare sul suo fondo; poi ha piovuto per 24 ore e si è riempito. Mr. Ashok ci fa compagnia per cena: è stanco, ha guidato molto in questi giorni e la strada era impegnativa. Per fortuna domani staremo qui e potrà riposarsi.

La vista sul lago di notte è di incomparabile bellezza.

Pernottiamo all'hotel The Trident Hilton (Haridasji Ki Magri, Mulla Talai, un po' fuori dal centro), non c'è altro a disposizione, ci fanno uno sconto per via del pacchetto d'agenzia altrimenti la doppia costerebbe 171 dollari.

Ottavo giorno:

Udaipur

Octopussy and other films recita un cartello appena fuori da un negozietto che affaccia sugli stretti vicoli di Udaipur. Mr. Ashok sfodera tutta la sua bravura per attraversare queste stradine schivando elefanti, persone, mezzi e le sempre numerose mucche, vere padrone della strada. A ogni angolo i sacri bovini possono trovare erbe raccolte apposta per loro dai fedeli induisti. Vicino al Palazzo Reale c'è un grande tempio induista, Jagdish Mandir, caratterizzato da un edificio centrale piuttosto grande e ricco di bassorilievi al suo esterno (a differenza dei templi jainisti): narrano la vita di demoni, posti in basso, e degli dei. Ai quattro angoli esterni altrettanti tempietti dedicati a varie divinità (la dea del sole, quella della forza, moglie di Vishnu, il conservatore del mondo). All'interno non si possono fare fotografie, inoltre ci sono numerose donne sedute a terra raccolte in preghiera. All'uscita dal tempio una breve salita porta all'ingresso del City Palace: attualmente metà dell'edificio è stato ceduto a un hotel, l'altra metà è ancora abitata dal Maharaja. Questa casta non detiene più alcun potere dagli anni successivi alla conquista dell'Indipendenza ma, essendo molto ricca, influenza comunque la vita politica del Paese.

Udaipur venne fondata nel 1568, quando l'antica capitale Chittor fu assaltata dai Moghul, in una piana più ampia, protetta da colline e molto vicina a miniere d'argento. Inoltre, qui vi sono ben tre laghi, il più grande dei quali è, appunto, il Pichola. Il palazzo è imponente ed è caratterizzato da balconi in stile veneziano decorati con piastrelle di manifattura cinese. Il disco del dio Sole campeggia sulla facciata, segno che la famiglia reale discende dalla stirpe dei Surja (sole, in hindi). L'interno è un misto di arte induista e moghul: questi ultimi avevano importato anche importanti elementi dell'arte persiana avendo soggiornato molti anni in quell'area prima di spostarsi più a oriente per conquistare nuove terre. Sono tipici di questa forma espressiva i bassorilievi a fiori e rilievi geometrici e la particolare forma delle porte. Nel patio centrale del palazzo ci sono alberi, gabbie per gli uccelli, bacini in marmo per raccogliere l'acqua profumata e una vasca per la festa di Holi, durante la quale l'acqua viene colorata e la gente si diverte a spruzzarsela addosso. I passaggi da una stanza all'altra sono stretti, in modo che possa passare una persona alla volta, e bassi, così da dover transitare a capo chino: dietro le porte stavano le guardie pronte a mozzare la testa di un eventuale nemico. Le stanze sono affrescate, coperte di specchi dipinti e piastrelle di manifattura cinese o di ceramica di Delft. Le stanze delle donne sono dotate di persiane a listarelle mobili per poter osservare le danze che si tenevano in un bel cortile decorato da mosaici: raffigurano tre pavoni composti da piccoli specchi e vetri colorati. Il palazzo domina il lago Pichola. Le pareti di alcune scale sono abbellite da piastrelle di ceramica in stile vittoriano; in altre stanze sono appesi quadri con preziose miniature che narrano la vita del Maharaja. La loro particolarità è data da una prospettiva percepibile solo da una certa distanza e dal movimento della scena: il Maharaja e la sua sposa, infatti, sono rappresentati in più punti della scena, secondo l'evolversi dell'azione, come in un film.

Lasciato il palazzo ci rechiamo alla Piscina reale, dove facevano il bagno le principesse. Un tempo l'acqua spruzzava dalle fontane per un meccanismo a caduta, trovandosi la piscina qualche metro sotto il livello del lago; adesso vengono azionate da una pompa elettrica. C'è anche un giardino tropicale in cui l'acqua viene spruzzata tra le foglie di enormi piante di mango, palme, kenzie e altre dalle larghe foglie, dette "orecchie di elefante". Dopo una sosta riprendiamo il giro. Ci attende il lago Pichola. L'imbarcadero appartiene all'albergo ospitato nel Palazzo reale. Il giretto dura circa un'ora. Fa subito fresco sull'acqua. Dai gath che scendono nel lago i bambini si tuffano e nuotano, alcuni tenendosi aggrappati a camere d'aria. La barchetta raggiunge l'isola di Jag Mandir, dove il Maharaja fece costruire un palazzo mettendogli a guardia bellissimi elefanti di pietra. Lo spazio visitabile all'interno si riduce a una stanza con preziosi affreschi al soffitto. La dimora ospitò il futuro imperatore moghul Shah Jahan in cerca di riparo dopo aver scatenato una rivolta contro il padre Jahangir.

Eccoci nuovamente nella città bianca e nei suoi vicoli stretti e trafficatissimi. Mr. Ashok suda le proverbiali sette camicie par attraversare il centro, intasato a quest'ora. A un certo punto restiamo bloccati: le stradine consentirebbero il passaggio agevole di un'auto alla volta, ma sono a doppio senso. Una vettura non riesce a districarsi e ci inchioda, mentre continuano ad arrivare tuk-tuk e le moto si infilano in ogni spazio. Lungo la strada si aprono le botteghe, la gente quasi si arrampica sui muri per passare. Da qualche parte ho letto che quando in India c'è un problema, la sua soluzione riguarda la collettività. Infatti si materializzano una quantità di persone pronte a fornire il loro utilissimo contributo e lo fanno urlando tutte insieme. Nel momento in cui sembra che qualcosa si muova ci si mette anche un motociclista imbranato che, nel tentativo di svicolare in tanta ressa, complica nuovamente il quadro. La cosa fa veramente arrabbiare mr. Ashok che, perso tutto il suo aplomb, abbassa i finestrini e inizia a inveire in un comprensibilissimo hindi, si capisce bene che sta dicendo cose tremende. Quando finalmente la faccenda sembra sbloccarsi, dietro l'angolo compare l'ennesima placida mucca che mastica un filo d'erba sdraiata nel bel mezzo della carreggiata. È impensabile andare oltre. Concordiamo con mr. Ashok di scendere e proseguire a piedi, ci rivedremo dopo cena. Verifichiamo l'ubicazione del ristorante e poi ci buttiamo senza indugio nei vicoli provando l'emozione di essere schivati dai mezzi di trasporto che occupano il suolo in modo totalmente anarchico, almeno così ci sembra. Da notare però che la parte più perigliosa della strada è costituita dai quarti posteriori dei sacri bovini: le macchine e le moto ti evitano o si annunciano con poderosi colpi di clacson che ti fanno trasalire, ma se la mucca decide che è arrivato il momento di liberarsi e tu sei a tiro, si salvi chi può! Nelle stradine ci sono anche bancarelle di frutta e verdura, botteghe di sarti e stiratori, negozi che vendono saree dove all'interno le stoffe accatastate ovunque rivestono i muri dei colori dell'arcobaleno. La zona è poco turistica e i negozianti non incitano all'acquisto. Troviamo un venditore d'argento dal quale compriamo due cavigliere: il prezzo viene definito a peso utilizzando un piccolo, antico bilanciere. Provata la misura adatta alla caviglia, lui in un attimo ci attacca i sonagli.

Abbiamo una fame da lupi perciò decidiamo di andare al ristorante un po' prima del solito per concederci una lunga cena vegetariana: zuppa di pomodoro con uova, kebab vegetariano, zuppone di yogurt con verdure sconosciute, riso con piselli, dolce e masala chai, anche il tè qui è piccante. Stasera al ristorante Ambrai (Amet Haveli, proprio sul lago)ci hanno riservato un tavolo d'angolo, sul lago: i gath e i palazzi della riva opposta sono tutti illuminati, si diradano le nuvole e spunta anche la luna. Questa cena fastosa costa ben 650 rupie, 13 euro! Al ritorno deve esserci stato un malinteso con mr. Ashok: lo aspettiamo per mezz'ora inutilmente, qualcosa del suo angloindi evidentemente ci è sfuggito. Comunque qui è pieno di tuk-tuk: per la corsa ci chiedono 100 rupie (2 euro!), probabilmente il doppio del prezzo corrente, ma è una corsa notturna si giustifica l'autista, e noi non abbiamo voglia di contrattare. Ci vuole un po' a metterlo in moto, poi finalmente l'apecar parte. Ogni buco un sobbalzo, ma è il mezzo ideale per districarsi nei vicoli di Udaipur: virate secche per evitare buche, altri tuk-tuk e le onnipresenti mucche. Sembra davvero di essere sul set del film 007 Octopussy operazione piovra, il regista deve aver pensato alla scena dell'inseguimento in risciò facendo un giretto simile al nostro. Ma il particolare più simpatico sono le frecce: quando è necessario segnalare una svolta, l'autista tira fuori una gamba (la vettura è senza porte). Tossendo e sobbalzando, dopo aver sbagliato strada, riusciamo ad arrivare all'albergo. Speriamo che il tuk-tuk ce la faccia a tornare indietro.

Nono giorno:

Udaipur - Kailashpuri - Pushkar (km 270 circa)

Effettivamente abbiamo capito male, ieri sera. Mr. Ashok ci chiede com'è andato il rientro in tuk-tuk e quanto ci hanno fatto pagare la corsa. Partenza alle 9,30, direzione Pushkar. Ha piovuto molto in questi giorni, a nice rain dicono qui: da otto anni non pioveva così in questi luoghi, l'acqua pertanto era attesa con benevolenza. La strada di montagna si arrampica ed è molto trafficata, soprattutto camion decorati, con le luci di Natale accese, i merletti e le nappe appese fuori, pensavamo esistessero solo nei documentari e invece qui ce ne sono a centinaia. Siamo tra i monti Aravalli. Dietro una collina compare un lago gonfio d'acqua: la gente si sta lavando, i panni sono stesi sulle staccionate ad asciugare. È la zona di Nagda, in mezzo allo specchio acqueo ci sono i templi di Sas Bahu e di Adbhutjidedicati a Shiva. Sorgono su una piattaforma rialzata circondata da un lato da alberi di mango e dall'altro dal lago. La pioggia è stata così intensa che metà del recinto sacro e del circostante giardino è allagata. Ci sono due templi piuttosto grandi, riccamente scolpiti sia all'esterno che all'interno; la pietra è talmente rifinita da sembrare legno. Fuori dal tempio, alcuni bambini sembrano voler omaggiare i turisti con fiori appena raccolti, ma prima ancora di consegnarli chiedono rupie in cambio.

Più avanti si trova il tempio di Eklingji (Ek = 1, ling = lingam Ji = maestro), nel villaggio di Kailashpuri, dedicato a Vishnù. È considerato molto sacro e quindi è frequentatissimo, vi si tengono 14 punjia (cerimonie) al giorno. Senza nemmeno accorgercene ci troviamo senza scarpe né calze, con tanto di guida improvvisata che ci spiega che, dato il luogo venerando, non si possono fare fotografie per non urtare la sensibilità dei fedeli. Andiamo a posare due corone di fiori davanti al sancta sanctorum, dove è allocata una statua nera con quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali: Vishnù il conservatore, Brahma il creatore, Shiva il distruttore e Surya il sole, cui erano devoti molti Maharana che si consideravano suoi diretti discendenti. Iniziamo a capirci un po' di più in questo calderone di divinità che appaiono sotto diverse forme. Per esempio, l'ultima reincarnazione di Vishnù, la nona, è stata Buddha, ora si aspetta la decima e ultima. Lakshmi, la moglie di Vishnù, è rappresentata da una svastica, simbolo di prosperità: non ha niente a che vedere con quella nazista, gli indiani ci tengono a sottolinearlo, infatti è rovesciata. Che dire di Ganesh? Anche lui ha diverse rappresentazioni secondo la posizione della sua proboscide: se è dritta indica un buon inizio, se è a sinistra indica prosperità, mentre a destra vuol dire saggezza e conoscenza. Mentre ci aggiriamo tra i 108 tempietti sembra che il cielo si sia improvvisamente popolato di tutte queste divinità, che si siano affacciate tutte insieme e ci contemplino, proprio come quel pavone che sta appollaiato sopra di noi su un ramo di mango. I templi sono ricoperti di bassorilievi con scene tratte dal Kamasutra. Intanto sta iniziando una pujia: il sacerdote, avvolto da un velo arancione, unge la statua dalle quattro facce con olio, dipinge alcuni segni con una pasta di legno di sandalo, agita prima l'incenso, poi una fiammella e si dispone a leggere i mantra alla folla che si accalca. È tutto molto suggestivo, l'aria è carica di emotività. Ma più ci si addentra in questo mondo, più i riti somigliano a fiabe e l'ingenuità dei fedeli di fronte allo sguardo magnetico del sacerdote sembra qualcosa di molto vicino alla fiducia dei bambini nei confronti degli adulti.

Si è fatto tardi, la strada è lunga, tutta curve e molto trafficata. Le centinaia di camion di cui si diceva prima sembrano essersi dati appuntamento sulla strada per Pushkar. Siamo disposti a rinunciare al pranzo, ma Ashok non può farcela, corre quando può, sorpassa, poi ha bisogno di una sosta. Abbiamo recuperato un po' di ritardo, per fortuna. La strada è costellata di fabbriche di marmo e i camion per lo più trasportano pesanti massi spesso stivati male: ogni tanto qualcuno si rovescia. Attraversiamo villaggi, incontriamo le schiere dei pellegrini diretti al tempio di Ramdeura vicino a Pokaran e finalmente arriviamo a Pushkar, molliamo tutto in albergo e andiamo alla conquista della città. Qui sorge l'unico tempio dedicato a Brahma di tutta l'India e quindi di tutto il mondo: perché Brahma è il creatore è, come tale, sempre poco rappresentato. Ma la leggenda narra che ha pesato una maledizione della moglie, Savitri, per via di un tradimento. Sostiamo un po' sui ghat e veniamo subito abbordati dalla consueta famigliola di cantori: mostriamo indifferenza e quelli staccano un acuto più forte per costringerci a guardarli e ascoltarli. Per salvarci i timpani leviamo le tende: è giunto il momento di buttarci nelle strade e raggiungere il tempio di Brahma. Odore di incensi, di cucina, di fritto e di dolci, di fatte di vacca: sacre, ma puzzano. Colori vivaci nell'intonaco delle case - verde, azzurro, lilla, pervinca - e nelle stoffe appese ovunque. Scimmie. Un vitellino che forse vorrebbe giocare ci prende a testate nelle gambe: simpaticissimo. Scorci sui ghat che circondano tutto il lago, sono 52. Scintillio di braccialetti d'argento e cavigliere. Una mucca sta beatamente mangiando da un pentolone di un ristorante: il cuoco la picchia duramente sul muso con la paletta per le mosche, non si mangia ciò che va venduto. Ovviamente non cambia la pentola: un ottimo deterrente se ci venisse la fantasia di mangiare qualcosa al volo. Non siamo affatto rupofobi, ma è meglio non esagerare. Capita di incrociare nella folla i volti scavati e gli occhi un po' allucinati dei santoni, le mani protese di vecchi e bambini, tenaci nel chiedere qualche rupia, giovani occidentali che sembrano essersi fumati tutto il possibile e anche l'impossibile e che vagano con lo sguardo alto, perso sopra la folla. Comunque è difficile non perdere la testa in mezzo a tutto questo, non sentirsi piacevolmente smarriti nel gran carosello che corre attorno a noi.

All'improvviso la scalinata del tempio di Brahma. Lasciate le scarpe, alcuni acchiappaturisti cercano di metterci in mano fiori da offrire, ma siamo stati istruiti a non cedere. Però ci dobbiamo purificare le mani, d'accordo, e un tizio ci spruzza addosso acqua da una bottiglietta di plastica con il tappo inserito, ma bucherellato. Ingegnoso. Il tempio è coloratissimo, ha la cupola rossa, per terra e sui muri ci sono lapidi in onore di parenti defunti. Una ragazzina e un bimbo ci avvicinano, sono molto curiosi. Si mettono in posa per farsi fotografare, ma non vogliono che gli spediamo la foto: si accontentano di essere considerati soggetti da immortalare, ne parleranno agli amici. Sono due fratelli e ci vogliono presentare la loro famiglia: padre, madre, nonno, sorelle, si mettono tutti ancora una volta in posa. Vivono ad Ajmer, qui vicino: parlano poco l'inglese, sono attratti dagli stranieri, osservano anche un gruppo di francesi; cerchiamo di spiegare a gesti che la Francia è vicina all'Italia. Poi ci ferma un'altra famiglia: padre, madre e due figli, spingono avanti i ragazzi affinché ci stringano la mano e ci chiedano da dove veniamo. È fantastico, siamo un'attrazione. Questi incontri sono bellissimi. Lasciato il tempio di Brahma percorriamo la strada a ritroso perché abbiamo lasciato alle spalle uno splendido tempio dedicato a Vishnù. Purtroppo, i visitatori stranieri non sono ammessi e non si possono fare fotografie, così ci dice un signore seduto all'ingresso. Pace, ci andrà meglio alla prossima reincarnazione. Andiamo allora a sorbire un masala chai su una terrazza che affaccia sul lago. Il sole sta tramontando; dai ghat, sotto il locale, arriva la musica dei suonatori; alcuni fricchettoni improvvisano numeri da giocolieri mentre uomini al bagno si tolgono i vestiti, si immergono, sciacquano gli abiti, poi li torcono, li stendono sui gradini per reindossarli dopo alcuni minuti, perfettamente fradici.

È ora di andare. Mr. Ashok ci aspetta per riportarci all'hotel. La camera sembra uscita da un romanzo di Agata Christie e profuma di sapone di Aleppo.(Jagat Singh Palace, Ajmer Road, Pushkar, 2915 rupie, carino, un po' vecchio, stile coloniale, tipo polvere del tempo). Di sera il tempio di Vishnù è tutto illuminato di lucine, sembra la ruota di un luna park. Il buio invade le strade, gli odori si fanno più intensi, esasperati dall'umidità. Le mucche e i cani si accovacciano per dormire dove capita. La gente continua a camminare senza sosta, in ogni direzione, tra le bancarelle e in mezzo alla fogna che è scoppiata mentre l'acqua nera si allarga sulla strada.

Decimo giorno:

Pushkar - Jaipur (km 100 circa)

Jaipur: suonatori nel tempio di Krishna
Jaipur: suonatori nel tempio di Krishna

Oggi è la festa dei fratelli e delle sorelle, la festa di Rakshabandan. Adesso capiamo il perché di quella pubblicità che vediamo ogni sera alla televisione, ma che non sapevamo interpretare, essendo in hindi. Fratelli e sorelle usano scambiarsi regali in questa occasione, in particolare braccialetti, mentre nei templi si fanno offerte speciali. Il mercato di Jaipur sarà addobbato per l'occasione, pieno di bancarelle che vendono strisce di stoffa colorate, abbellite da nastri dorati, da legare ai polsi. Tutti ne portano una. Lasciamo Pushkar e le sue numerose scimmie che sembrano essersi date appuntamento all'uscita della città. La strada è ancora molto trafficata, camion che trasportano marmi e graniti alle fabbriche procedono lentissimi, il fondo è tutto sconnesso. Poi, improvvisamente, inizia l'autostrada a sei corsie. I cartelli sono prevalentemente in hindi. Dall'autostrada il paesaggio appare abbastanza monotono se non fosse per un gruppo di capre che occupa la corsia centrale e per due mucche che impegnano inutilmente, data la loro lentezza, quella di sorpasso. Jaipur dista poco più di 100 km da Pushkar e arriviamo in breve tempo. L'autostrada si trasforma in una superstrada protetta da ringhiere, ma la gente deve pur attraversare così in più punti le grate sono state allargate e uomini, donne e bambini passano sfidando il traffico. Come sempre accade in questi paesi del Sud del mondo, un mezzo di trasporto è cosa assai preziosa, perciò, non appena ci mescoliamo al traffico cittadino, ecco spuntare motorini e vespe su cui siede tutta la famiglia, neonati addormentati compresi. Con nostra sorpresa la guida parla italiano. La città è molto grande, tre milioni di abitanti e quando sono tutti per strada, su qualunque mezzo di trasporto, la questione diventa rovente.

La città è stata fondata nel XVII sec. dal Maharaja Jai Singh II. È stata dipinta tutta di rosa nel 1863, in onore della visita di Edoardo VII, figlio della regina d'Inghilterra Vittoria: il rosa infatti è il colore del benvenuto. Visitiamo il Palazzo di città dove abita ancora il Maharaja locale con la moglie e l'unica figlia. Immaginiamo che per lui non sia stato troppo difficile munire la fanciulla di una dote adeguata per sposare un rampollo della buona società. Infatti, ancora oggi, in India la nascita di una femmina crea sempre qualche problema alla famiglia: per sposarla il padre dovrà provvedere alla sua dote, proporzionata secondo la casta e comunque sempre molto impegnativa. In base alle possibilità economiche, dunque, si può puntare su un buon partito oppure accontentarsi di un esponente del ceto medio (piccoli commercianti) o basso (manovali, carpentieri eccetera). Le caste del resto - anche se legalmente sono state abolite - a questo servono: a non mescolarsi. E la dote è uno strumento per il mantenimento dello status quo: difficilmente si avrà abbastanza denaro per l'arrampicata sociale.

Il Palazzo, dunque. Nel primo cortile incontriamo il Mubarak Mahal, o Palazzo del Benvenuto, che adesso ospita una collezione di preziosi abiti appartenenti alla famiglia reale, perfino la tenuta per giocare a polo indossata da un giovane Maharaja morto proprio durante una partita, in seguito a una caduta da cavallo. Già, qui anche il polo è diffuso: importato come il cricket dagli inglesi durante la colonizzazione viene giocato ancora oggi. Ma i ricchi usano il cavallo, come da tradizione, gli altri la bicicletta. Le stoffe sono preziose e finemente ricamate, alcuni abiti arrivano a pesare diversi chili. C'è anche il vestito di un Maharaja più voluminoso dello zar Pietro il Grande: era alto oltre due metri e pesava 250 chili. Perfino gli abiti dei servitori erano raffinatissimi. Attraverso una porta guardata da due elefanti di pietra, la Sarhad ki Deohri, si accede a un secondo cortile, il Diwan-i-Khas, che ospita la sala delle udienze private: al centro, una grande tettoia rosa dove hanno trovato collocazione due enormi otri d'argento del peso di oltre 300 chili ciascuno. La storia di questi recipienti è interessante: servirono per trasportare l'acqua sacra del Gange l'unica che il Maharaja Madho Singh II volesse usare quando, nel 1901, si recò in visita in Inghilterra. Gli otri erano tre, ma uno sprofondò nell'Oceano Atlantico durante il viaggio di ritorno. Sotto il padiglione una bella collezione di armi, spade e moschetti. Dall'interno del cortile si accede a una sala dove sono conservate portantine da elefante sotto un lampadario enorme di fabbricazione belga; tutti intorno ritratti dei Maharaja, miniature e codici. Al primo piano del Palazzo vi è invece una bella collezione di armi, soprattutto spade e pugnali. Dal cortile detto dei Pavoni, Pritam Niwas Chowk, per via delle quattro porte decorate come la coda dei pavoni e che rappresentano le quattro stagioni, si può osservare la residenza dell'attuale Maharaja: ovviamente non si può visitare, gli interni possono essere ammirati solo su un libro che ci mostrano in una piccola libreria. C'è anche la versione italiana, suggeriscono solleciti i gestori, contando sull'acquisto. Non può mancare il bottegone dell'artigianato. Non compreremo nulla, però è interessante vedere come disegna uno degli addetti alle miniature, usando un pennellino sottilissimo fatto di setole di scoiattolo (ecco perché qui ce ne sono meno!) che funziona meglio della mina di una matita per disegno tecnico.

Vicino al Palazzo di Città c'è il Jantar Mantar, l'Osservatorio astronomico, costruito nel XVIII sec. da Jai Singh II, appassionato di astronomia. Le meridiane sono in grado di calcolare l'ora di Jaipur con una precisione che rasenta il secondo, sia durante il periodo estivo sia durante quello invernale. Qui sono rappresentati anche tutti i segni zodiacali: questo luogo viene molto usato dagli indiani per calcolare il profilo astrologico delle persone, che pesa quando si devono combinare matrimoni o avviare nuove attività.

E arriviamo al capitolo "gita delle pentole", alla quale ci sottoponiamo non proprio volentieri, giusto per non dispiacere la guida. Un errore: certe volte sarebbe meglio non perdere tempo ma, come si dice, tutto è conoscenza. Fabbrica di stoffe. Veniamo consegnati a un tipo dai modi spicci che ci mostra come si fanno i disegni a stampa, senza mancare di precisare che le matrici di legno sono intagliate a mano da operai-bambini. Evidentemente non sa che in Occidente il lavoro minorile non è visto come un valore aggiunto. Certo, è la scoperta dell'acqua calda: tutto l'artigianato prodotto nel cosiddetto Terzo mondo si avvale di piccole mani, ma sentirlo addirittura menare come vanto ci disturba. Non meno sfruttati appaiono i musulmani addetti ad annodare tappeti. Il personaggio che ci accoglie qui è un mafioso da manuale. Fa il simpatico e parla un buon italiano. Come mai? È stato in Italia diverse volte, sostiene. No, non per lavoro, solo per vacanza e mai in albergo, sempre ospite da amici italiani. Ci piacerebbe conoscerli i suoi amici che gli hanno insegnato così bene l'italiano. E cosa contenevano quei bei tappeti una volta arrotolati per l'imballaggio. È perfino dispiaciuto che ci siano pochi lavoranti, oggi: sono a casa a godersi la festa di Rakshabandal, e si vede che è seccato. Non gli facciamo perdere troppo tempo, un bicchiere d'acqua e 6 o 7 tappeti srotolati, poi gli spengiamo il sorriso dicendogli che non li compreremo, mi spiace, non sapremmo dove metterli. Optiamo per due mezzeri che ci servono per casa, pagandoli un buon prezzo; per noi italiani, si capisce. Ce li vendono con una smorfia di quasi disprezzo: mi sa che abbiamo fatto un affare. Brutta gente davvero.

Adesso viene la parte impegnativa: il giro a piedi nella città rosa. Il problema di questa città, sapete qual è? Il traffico. E dire che oggi c'è in giro solo il 15 per cento delle persone. È difficile attraversare, bisogna farsi tutt'uno con il flusso ininterrotto dei veicoli (ci sono tutti i mezzi di trasporto su ruota o su zampa) e poi seguire fiduciosi la corrente: prima o poi si arriva dall'altra parte della strada, talvolta persino interi. Le scimmie osservano dai tetti delle case e di antiche haveli ormai disfatte, ma che conservano ancora il fascino antico, reso più intrigante dalla decadenza. Al Tempio di Rama una triade di santoni armati di tabla e sitar si mette a suonare non appena si materializza un visitatore. In cima alla terrazza, regno di uccelli e scoiattoli, si ha una vista significativa del traffico della piazza sottostante. Si può sostare in pace, poi all'uscita compare un baba a ritirare l'offerta. Intorno ai templi vivono derelitti di tutti i tipi: sono intoccabili, vengono a domandare qualche rupia. I bambini già da piccoli imparano a chiedere soldi per il chapati con voce lamentosa. Per la strada mendicanti pelle e ossa con abiti laceri e venditori di marionette, due per 100 rupie, cucite probabilmente con gli avanzi di vecchi saree. Sono bellissime con quei loro visi dolci di cartapesta. I poliziotti, intanto, ne approfittano per raggranellare due soldi con il sudore della fronte. Fermano i conducenti di auto e moto accampando presunte violazioni del codice (?) della strada, ogni contestazione può essere sanata all'istante allungando la tangente, in media 100 rupie per le moto, da 300 a 500 per le auto: è un prezzo folle, 500 rupie equivalgono al costo di una cena per due in un ottimo ristorante.

E stasera andremo a cena in un bellissimo ristorante, collocato dentro una torre rotante (costo: circa 350 rupie a persona). Si mangia ammirando tutta la città più volte: dipende quanto dura il pasto. Il locale è frequentato quasi esclusivamente da famiglie indiane, numerose. I camerieri si affaccendano a spostare tavoli e sedie, apparentemente senza costrutto. Nel buio che avvolge la città il traffico delle grandi arterie si muove senza posa, ma dove va tutta questa gente? All'uscita dal ristorante, raffreddato da un condizionamento eccessivo, è perfino piacevole sentirsi investire dal caldo afoso della sera. Mentre le vacche si addormentano, la solita teoria di diseredati macilenti, talvolta storpi, anima di ombre il marciapiede buio. In pochi metri ecco manifestarsi il contrasto tra ricchi e poveri, 10% della popolazione indiana i primi, 25% i secondi. In mezzo, una classe media che lavora e vive dignitosamente, ma che dovrà faticare sempre. E benedirà i figli, soprattutto se maschi.

Pernottiamo all' Hotel Mansingh Towers (Sansar Chandra Road, Jaipur, 5400 rupie la doppia).

Undicesimo giorno:

Jaipur

Jaipur: sulle mura del forte
Jaipur: sulle mura del forte
La città rosa al mattino si anima nuovamente. Persone, mezzi, animali. Stamani la sala colazioni dell'albergo è colonizzata da un gruppo di turisti italiani, campani dall'accento, piuttosto chiassosi. La conversazione, che inevitabilmente colpisce le nostre orecchie, a un certo punto si generalizza e ha come tema il "mal d'India". Non si tratta di nostalgia, di sindrome di Stendhal, ma molto più prosaicamente di effetti della cucina indiana sull'intestino delicato degli occidentali. Come in una pujia induista una lunga processione di signore in età sfila davanti al tavolo di una donna affranta, dispensando consigli e offrendole pastiglie adatte alla bisogna. Ognuno condivide compassionevolmente la propria esperienza in merito. Si scopre che non ce n'è una che stanotte non sia dovuta correre in bagno: Montezuma, al confronto, è un dilettante.

Facciamo una prima tappa fotografica al Palazzo dei venti, Hava Mahal. È a ridosso della strada e serviva affinché le donne della famiglia reale potessero osservare la vita scorrere lungo le strade del centro, ovviamente senza essere viste. Come tutta l'architettura della zona siamo in presenza di una bella sintesi di arte indù e moghul. Andiamo al Forte Amber. Un po' fuori città torpedoni di turisti sono parcheggiati ai piedi della collina dove sorge il forte, circondato da un lago artificiale su cui sembrano galleggiare i Giardini di Zafferano. E ora a noi, carissimo elefante! Già, perché per salire al Forte ci tocca fare una cosa molto turistica, ma altrettanto divertente (forse perché è la prima volta): salire a dorso di elefante. Non è difficile: si monta su una torretta e da lì ci si cala sulla portantina. A questo punto il pachiderma inizia la salita. Caracollando da questa considerevole altezza ci dirigiamo in fila al Forte, incrociando gli elefanti che scendono sgravati del peso dei turisti. L'elefante, poveretto, fatica sotto il sole già martellante a mezza mattinata: il problema è che quando soffia un elefante ci si fa la doccia. La sua proboscide è decisamente più grande del nostro naso e la nube di Fluge che riesce a produrre equivale al getto di una vasca idromassaggio. Pazienza, nessuna gioia è perfetta.

Varchiamo la Porta del Sole, Surya Pol, ed entriamo nel primo grande cortile, Jaleb Chowk, dove sono parcheggiati molti elefanti. In questo spazio si trova un piccolo bazar che ora vende i suoi prodotti ai turisti, ma un tempo era allestito appositamente per le donne della famiglia reale che non potevano mostrarsi in pubblico ma, come tutte le donne di ogni tempo, amavano fare shopping. C'è un piccolo tempio qui, dedicato alla dea Kali, tutto in marmo bianco: è molto frequentato, quindi si entra senza scarpe, senza calze e senza oggetti di pelle addosso. E non si possono fare fotografie. Da una rampa si accede al secondo cortile, al centro del quale vi è la Sala delle udienze pubbliche, una tettoia sostenuta da colonne di arenaria e marmo: quest'ultimo, essendo molto costoso, veniva usato con parsimonia, spesso è sostituito da ottimi stucchi. Dalla Porta di Ganesh, tutta affrescata con colori vegetali, si accede alle abitazioni del Maharaja e delle sue 12 mogli. Sopra la porta, una piccola finestra serviva alla principessa-moglie per osservare le udienze e per gettare petali di rosa e gelsomino sulla testa del Maharaja al suo ritorno da qualche impresa. Molti matrimoni del Maharaja, in realtà, servivano a sancire un'alleanza con i paesi confinanti, potenziali nemici. L'amore ai tempi della ragion di Stato. Le sale interne sono un tripudio della solita fusione di elementi induisti e moghul, i giardini geometrici, le fontane, le decorazioni in stile persiano, gli specchi convessi e i vetri colorati che impreziosiscono muri e soffitti. Per non parlare di alcuni raffinati dettagli come i tubi di rame traforati per diffondere l'acqua profumata con fiori in infusione, o i soffitti coperti di piccoli specchi in modo che riflettessero la luce degli incensi ardenti come in un cielo fitto di stelle. Gli appartamenti delle 12 mogli, Zanana, sono invece più sobri. Indipendenti gli uni dagli altri, affacciano tutti su un cortile quadrato, punto di ritrovo dove far giocare i bambini. Sono tre per ogni lato, ciascuno dotato di una scala privata in uso solo al Maharaja che, in questo modo, evitava la noia di essere visto e non alimentava battibecchi fra le donne. Dalla Terrazza delle luna piena si possono osservare altri due forti, il Forte della Tigre e il Jaigarh o Forte della Vittoria, del XVII sec., ricco di armi, soprattutto cannoni. In fondo alla valle, nel lago, gli elefanti che hanno terminato il servizio stanno facendo un lungo bagno ristoratore.

Discendiamo dal Forte Amber attraverso una scala che costeggia il sentiero dei pachidermi che continuano a salire soffiando come mantici sotto il peso dei turisti. Prima di tornare in città sostiamo sulla tomba di un santo musulmano sulla quale tutti depositano un'offerta, talvolta lanciandola anche dalle auto o dai pullman in transito.

Jaipur è famosa per la lavorazione delle pietre preziose quindi la sosta alla fabbrica con annesso negozio è d'obbligo. Il tizio che ci aspetta procede con modi spicci ad illustrarci le caratteristiche della lavorazione, a cabochon piuttosto che sfaccettata. Il suo obiettivo è portarci dentro l'antro delle meraviglie e abbagliarci con le luci dei faretti che illuminano pietre preziose e semipreziose, anelli d'oro e diamanti. Si informa se siamo sposati, alla nostra risposta affermativa probabilmente accantona l'idea "anello di fidanzamento" e rispolvera quella della "bella moglie e per di più italiana". Spiacente di deluderlo, ma la succitata non porta monili di alcun genere, almeno ufficialmente (per fortuna non indosso nulla del vasto assortimento di anelli che ho a casa), preferisco che mio marito mi offra un buon pranzetto. Magicamente, il venditore smette di parlare italiano e sembra non conoscere il significato della parola arrivederci visto che non risponde al nostro saluto. Ci congediamo anche dalla guida e restiamo soli con il fidatissimo mr. Ashok, con cui si può parlare liberamente. Ci conferma che le "gite delle pentole" avvengono a seguito di accordi tra le guide e i negozianti locali. Lo avevamo capito persino noi, ma va detto che qui risultano piuttosto sgradevoli. Il Rajastan è molto turistico e, sotto questi aspetti, ha perso la spontaneità che gran parte dell'India ancora mantiene. Diciamo che è il prezzo del successo e che ce lo aspettavamo. Ciò non toglie che le situazioni di cui sopra non siano esaltanti, almeno per noi. Nel pomeriggio usciamo da Jaipur e andiamo con Ashok a visitare il tempio Shri Lakshmi, tutto in marmo bianco, accecante sotto la luce del sole. L'interno potrebbe sembrare una chiesa, pacata e spaziosa, con le vetrate colorate e i bassorilievi che però narrano storie di sorridenti divinità induiste. Sotto il tempio c'è un museo che ospita la Collezione di mr. Birla, ricco uomo d'affari locale che sorride dalle foto in bianco e nero accanto al Mahatma Gandhi, al presidente Neru, a regine e ambasciatori. Sembra Zelig, o il signor Rossi della barzelletta nostrana, quello che viene fotografato accanto al papa affacciato al balcone di piazza San Pietro e tutta la gente a chiedersi: chi è quel tipo vestito di bianco vicino al signor Rossi? L'ultima foto è del 2002, a colori: mr. Birla e sua moglie sono due vecchietti ormai rimpiccioliti dall'età, quasi invisibili nel gruppo di figli, nipoti e pronipoti.

E adesso è l'ora degli acquisti, quelli veri. Mr. Ashok ci porta dai suoi amici, che sono sì commercianti, ma hanno la faccia decisamente più simpatica. Ashok ci spiega con candore che anche lui avrà la percentuale sulle nostre compere, la quantifica e ci spiega che, se lo vogliamo, potremo trattare al ribasso defalcando la sua quota. Ovviamente non arriveremo a tanto. Al negozio di stoffe stampo il mio primo elefantino, con le matrici di legno e i colori vegetali. Un buon lavoro, piuttosto preciso. Birra e patatine fritte accompagnano la contrattazione. Bisogna dire che questi negozi un po' dismessi all'apparenza hanno una quantità di stoffe e di articoli tra i quali è difficile scegliere e ancor più difficile resistere. E che dire degli argenti? Collane e ciondoli del diametro di qualche centimetro che racchiudono corniole e lapislazzuli intagliati. Anelli che incastonano pietre semipreziose, non c'è problema se le dita sono troppo sottili, in una notte qualcuno si incaricherà di stringerli. Da una scatola di plastica escono anelli di tutte le fogge e pietre su pietre. Ce n'è una che si chiama arcobaleno nero, si estrae solo qui, non si può rinunciare. Com'era la storia che non mi piacciono i monili? Ceniamo con mr. Ashok in un ristorante dove si esibiscono bravi musicisti e un'ottima danzatrice che gira vorticosamente reggendo sulla testa una giara. Mr. Ashok ha tre figlie piccole, la più grande ha fatto la prima elementare e conosce già un po' di inglese. Per consentire loro di concludere un buon matrimonio dovrà mettere da parte per ciascuna una dote di circa 15 mila euro, questo è il prezzo che si paga per rimanere nel ceto medio. Intanto studieranno nella scuola pubblica, che però è a pagamento - costa 100 euro al mese - e impareranno l'inglese. Chissà se quando saranno adulte si concluderanno ancora matrimoni combinati? Speriamo di no: per loro e per le finanze di Ashok.

Dodicesimo giorno:

Jaipur - Fatehpur Sikri - Agra (km 260 circa, 9 ore)

Lasciamo Jaipur diretti verso Agra, orribile città protetta dall'Unesco per via del Taj Mahal. La strada di oggi è difficile, siamo in una zona agricola, il traffico come sempre è di mezzi pesanti: alcuni autorizzati, molti altri no. La carreggiata è tutta una buca. Attraversiamo diversi villaggi dove si tengono mercati di frutta e verdura. L'asfalto è solo al centro della carreggiata; ai lati, 10-15 metri di terra di nessuno, prospiciente le botteghe e l'ingresso delle abitazioni, dove vive tutta l'India. C'è soprattutto spazzatura nella quale razzolano i maiali e i bambini, e acquitrini dove si rinfrescano i bufali e le mucche. Qui si svolgono i commerci, gli scambi, qui cercano cibo gli intoccabili. Nei villaggi il traffico impazzisce. La strada a un certo punto è chiusa, c'è un raduno di uomini e mezzi che devono recarsi a Jaipur per un comizio elettorale, passano camion, autobus e trattori addobbati all'inverosimile con festoni dorati e uomini appollaiati sul tetto. Molti hanno cenci, bandiere, cartelli con slogan elettorali. Varcato il confine tra lo stato del Rajasthan e l'Uttar Pradesh arriviamo in vista di Fatehpur Sikri: siamo a un pugno di chilometri dalla meta quando il traffico improvvisamente si blocca. C'è stato un incidente più avanti, è crollato un palo della luce che ha ucciso un ragazzo e il suo asino. Su questa strada si verificano spesso sinistri, non è difficile capire perché. La situazione si sblocca nel giro di un'ora che occupiamo a bordo carreggiata, chiacchierando con il console spagnolo di Sri Lanka in visita di piacere in Rajastan. Ci racconta che ogni giorno nasce un milione di indiani e che presto il Paese non saprà più come sfamarli, soprattutto a questi ritmi di crescita. Riprendiamo la marcia caotica lasciandoci alle spalle la carcassa dell'asino abbandonata in un prato e la folla di gente che attornia i familiari disperati del ragazzo ucciso.

Dopo poco eccoci a Fatehpur Sikri, si vedono il forte e la moschea. Questa città fu fondata tra il 1571 e il 1585 dall'imperatore Moghul Akbar, sovrano illuminato, capace di stringere alleanze con tutti i gruppi religiosi della zona. La sua personale filosofia, detta Din-i-Ilahi, lo portò a teorizzare l'uguaglianza di tutte le religioni in quanto espressioni del divino e quindi della Verità. Akbar sposò infatti una donna cristiana, una musulmana e un'induista. Ebbe da quest'ultima il suo unico figlio, Jahangir, dopo aver ricevuto la benedizione del santone sufi Shaikh Salim Chisti. Akbar riuscì a unificare sotto il suo regno tutte le religioni presenti in quel momento: induismo, cristianesimo, buddhismo e islamismo. In ogni luogo del suo Palazzo i simboli si mescolavano per raggiungere il massimo del sincretismo nella colonna che rappresenta l'Unica religione, data dalla fusione delle altre. Su questa colonna era il seggio da cui Akbar dialogava con i suoi ministri. La moglie musulmana abitava in una piccola casa detta Casa degli specchi, perché al suo interno tutte le pareti erano coperte di specchi e pietre preziose. Quella cristiana (Maria di Goa, allora colonia portoghese) abitava la Casa dorata perché alle pareti erano affreschi dorati. La moglie induista, infine, abitava nella casa più grande ma meno decorata, costituita da due camere: una per l'estate, più ventilata, rivolta al lago, con le finestre fittamente traforate, e una per l'inverno, senza finestre ma esposta a est. I tetti sono ancora ricoperti di tegole azzurre di fabbricazione cinese.

Oggi è domenica e c'è molta gente: molti bambini, le famiglie in gita si accampano qui come per un pic-nic, con la coperta stesa a terra. Più avanti c'è la Moschea Jama Masjid del 1572, che si dice sia stata costruita sul modello della Mecca. Nel cortile centrale si erge il Mausoleo di Salim Chisti. Il caldo è soffocante e l'umidità alta. La moschea è piena di fedeli, molti sembrano appunto bivaccare qua dentro, le voci risuonano alte. Il mausoleo del santo sufi è tutto in marmo bianco di Makrana; l'interno, dove è custodita la tomba, è interamente decorato in madreperla. Su cenotafio è posato un drappo verde coperto di petali di rosa. Il caldo è ancora più intenso, la gente si accalca nello spazio piccolo e buio, l'atmosfera è soffocante e stordente. Un vecchio ci mette in mano nastri arancioni e ci fa segno di legarli alla paratia in marmo traforato, dove ce ne sono già centinaia, è di buon auspicio. Prima di uscire si paga, o si fa un'offerta: dipende dai punti di vista. Fuori è impossibile muoversi senza che qualcuno ti agiti davanti al naso qualche oggetto, una collana, un ventaglio o semplicemente la propria faccia per vedere bene chi sono questi stranieri. Tutto questo è un po' snervante anche a causa del caldo, veramente opprimente.

Lungo il percorso...
Agra: il Taj Mahal

A 40 km da qui c'è Agra. Come aveva preannunciato l'infallibile mr. Ashok, è davvero una brutta città. Due milioni di abitanti. Caotica e, se possibile, ancora più sporca di altre, sarà che è pomeriggio inoltrato e il caldo umido è martellante. Ma ecco che si presenta la guida, dai modi disinvolti e con un paio di occhiali da sole molto modaioli, di quelli con le stanghette orizzantali poste sotto la lente e non sopra. Andiamo a visitare la perla dell'India, il monumento più famoso, quello che dà il nome a quasi tutti gli esercizi commerciali di ispirazione indiana nel mondo. Chi non ha visto almeno una fotografia o un disegno del Taj Mahal? Per arrivare sul luogo dove è stato costruito si prende una sorta di tuk-tuk elettrico, per via dell'inquinamento che danneggerebbe il monumento. La città di Agra è infatti posta sotto la tutela dell'Unesco che investe molto denaro per la tutela di palazzi e mausolei; non altrettanto per chi ci vive e non riceve alcun beneficio da questa pomposa emanazione dell'Onu, anzi. La città infatti è costantemente in difficoltà per la carenza di energia elettrica e il numero di disperati che vivono di e nella spazzatura sembra più alto che altrove. Però grazie all'Unesco quest'area è tax-free, quindi quel poco che c'è, per chi ne può usufruire, è gratuito. Scendiamo dal tuk-tuk e veniamo perquisiti a puntino: nulla si può portare all'interno del Taj Mahal se non se stessi e una macchina fotografica. Le guardie quasi quasi obiettano perché ne abbiamo una per uno: se non fossimo scortati da una guida, c'è da scommetterci, avremmo dovuto pagare una tassa suppletiva per entrare. Questo luogo in effetti è molto visitato, dai 30 ai 50 mila visitatori al giorno in bassa stagione. L'esterno è cintato da mura in arenaria rossa e un fantastico portale, la Darwaza, dà accesso a un bellissimo giardino interno: il Chaharbagh, ossia un giardino diviso in quattro parti, come vuole la tradizione islamica. Un palazzo di perle fra i giardini e i canali dove i pii e i beati possano vivere per sempre: questo recita la sura del Corano intarsiata nell'arco centrale della Darwaza. Tutto è simmetrico. Nel primo cortile ci sono le botteghe dove hanno lavorato gli artigiani musulmani, unici esperti nell'arte di intarsiare il marmo con le pietre preziose, tradizione che si tramandano da generazioni senza svelarne i segreti nemmeno alle mogli. Al punto che i restauri vengono eseguiti solo dai loro discendenti.

Il Taj Mahal, letteralmente il gioiello del palazzo, è un mausoleo che l'imperatore Moghul Shah Jahan fece costruire in memoria della bellissima moglie afgana Arjuman Banu Begam, detta Mumtaz Mahal (il gioiello del palazzo), morta di parto dando alla luce il 14° figlio. La regina morì nel Sud dell'India facendosi promettere tre cose: che l'imperatore non si sarebbe risposato, che avrebbe continuato ad accudire i loro figli e che avrebbe costruito qualcosa che ricordasse al mondo la sua bellezza e il loro amore. Fu così che Shah Jahan ordinò a una schiera di architetti e artigiani valentissimi di costruire quella che rimane la punta di diamante dell'architettura moghul, rendendo perpetua la memoria della principessa. Chi, appunto, non conosce il Taj Mahal? Il mausoleo fu costruito ad Agra perché la città è vicina alle cave di marmo di Makrana, nel Rajasthan, ed è bagnata dal fiume Yamuna, le cui acque potevano essere utilizzate per tagliare le lastre di marmo. Il luogo, inoltre, era ben visibile dalla fortezza in cui viveva l'imperatore. Ci vollero 22 anni affinché fosse terminato. Nel frattempo il terzogenito Aurangzeb aveva imprigionato il padre, Shah Jahan, e ucciso i fratelli per proclamarsi imperatore. Il vecchio Shah morì dopo otto anni di prigionia; nel luogo dove fu recluso fece installare uno specchio che riflettesse il suo tesoro, in modo da poterlo vedere sempre. Le figlie ottennero per lui la sepoltura nel mausoleo, accanto alla tomba della sua amata sposa. Ed è questo catafalco aggiunto l'unico elemento che sfugge alla perfetta simmetria dell'opera. Ma quasi non ci si fa caso. Durante la colonizzazione, gli inglesi si portarono via la palla d'oro che stava sulla cupola centrale, la fusero recuperando il metallo prezioso e la sostituirono con un pinnacolo di bronzo con la mezzaluna islamica e un simbolo induista. Nel corso del secondo conflitto mondiale il capolavoro fu coperto perché sfuggisse ai bombardamenti. È arrivato fino a noi intatto e appare incorniciato dalla porta in arenaria che si apre sul primo cortile: bianco, quasi sospeso tra il cielo e l'acqua della fontana nella quale si riflette. È un sogno.

Ci risveglia il chiasso delle centinaia di turisti all'interno, soprattutto locali, come sempre molto curiosi di noi, alcuni persino un po' invadenti. Anche qui il caldo e l'umidità sono notevoli. Il lavoro perfetto di incastro delle pietre nel marmo rende la superficie assolutamente liscia, come se non fosse mai stata intagliata, ma dipinta. Corniole, lapislazzuli, coralli, malachite, onice verde e nera provenienti dal Tibet, dalla Persia e dalla Birmania disegnano fiori di loto e di gelsomino. L'interno è buio, la folla preme, talvolta bisogna allontanare con la forza la gente che tende a schiacciarti, ma qui è normale. Facendoci largo con i gomiti riusciamo a osservare l'interno: la lavorazione di questo marmo è talmente sottile che traspare come alabastro alla luce di una piccola torcia posata sulla superficie. Un recinto ottagonale in marmo traforato racchiude le finte tombe di Shah Jahan e Mumtaz Mahal: quelle vere sono nella cripta, come vuole la tradizione musulmana, ornate di pietre preziose. L'accesso alla cripta è consentito tre giorni all'anno soltanto: questa restrizione perché in passato l'impervia e stretta scala che conduce in basso fu teatro di un grave incidente in cui morirono alcuni bambini.

Fuori il sole sta tramontando, il fiume scorre lentamente, in lontananza si intravede il Forte Rosso. Ci sediamo per terra a goderci lo spettacolo. Ma l'India è un paese che non ti lascia mai solo, ecco che si avvicina una signora che ci parla in hindi. Non capiamo. Allora ci spiega in inglese di seguire un certo percorso per osservare "il sole che cammina con te". La cosa le preme molto, la comunica anche a quattro uomini che, meno esausti di noi, eseguono subito l'esperimento. Proviamo anche noi ma non notiamo nulla di particolare se non il fatto di risultare un po' ridicoli ai nostri stessi occhi. Difficile staccarsi da questo posto. Ci avviamo verso l'uscita, ma prima sostiamo un po' su una panchina: si gronda di sudore peggio che a camminare, uno scoiattolo scorrazza nel giardino sotto gli alberi di frangipane. È proprio ora di andare: un'ultima occhiata a questo tesoro prezioso. Lo lasciamo dietro le mura di arenaria, assaltato da un brulichio costante di turisti che, visti da lontano, sembrano tante formichine colorate.

Facciamo una puntatina al negozio dei marmi dove si può ammirare l'arte degli intagliatori islamici, discendenti dai Moghul che costruirono il Taj Mahal, unici detentori dei segreti di quell'arte antica. Lavorano tutti seduti per terra con mezzi assolutamente manuali. I loro avi dopo 14 anni di questa attività perdevano la vista, c'è da scommetterci che è così anche adesso. Rapida spiegazione, ovviamente, e lunga visita al negozio. No grazie, il tavolino di marmo nel bagaglio a mano proprio non ci sta. E poi a noi, italiani e superstiziosi anche senza volerlo, questo materiale declinato in mille forme e arredi ricorda, con rispetto parlando, la dotazione di un cimitero.

Riusciamo a telefonare a casa da un posto pubblico, solo 31 rupie (60 cent) una conversazione di alcuni minuti con un cellulare: i pregi del posto franco. Sentendoci quasi in colpa per aver speso così poco compriamo un pacchetto di patatine che costa quasi più della telefonata, ben 20 rupie! Le sgranocchiamo tutte in attesa della cena. Mr. Ashok ci porta al ristorante "Indiana" (Indiana Restaurant, dietro l' Hotel Ratan Deep Fatehabad Road) dove si mangia bene e si può ben comprendere di quali problemi energetici è angustiata Agra: i condizionatori non vanno, ci sono continui sbalzi di tensione e a un certo punto si cena a lume di candela. Di un'unica candela, s'intende. Ma è bello lo stesso.

Tredicesimo giorno:

Agra - Delhi (km 202 circa, 5 ore)

didascalia
Ragazze al lavoro in un cantiere

Siamo arrivati alla fine del tour. Ancora mezza giornata di visita ad Agra e poi torneremo a Delhi per l'imbarco. Mr. Ashok viene a prenderci per poi andare a recuperare la guida. Agra non è migliore con la luce del sole: il traffico è sempre caotico, le montagne di spazzatura a bordo strada sono di considerevoli dimensioni, i muri al solito servono da latrina e le mucche camminano disciplinate seguendo il senso di marcia dei veicoli. No, non è una bella città. Da un cartellone pubblicitario sorride Amitabh Bachan, personaggio che ci ha seguito incessantemente a partire dal volo per Delhi. È un attore celeberrimo, che ha conosciuto la fama già da giovane e poi, dopo un periodo di oscuramento, è tornato alla ribalta. Adesso impera ovunque: ogni giorno abbiamo visto trasmettere in tv almeno un film e moltissime pubblicità di ogni genere con lui protagonista. Mr. Ashok dice che conduce anche un quiz a premi, il solito format stile Il Milionario. Prima di addormentarci, in queste serate ci siamo dilettati a vedere i film prodotti da Bollywood, gli studios cinematografici indiani che producono più pellicole che Hollywood. Sono tutti musical, raccontano storie d'amore che virano alla tragedia, ma poi i problemi si risolvono e i protagonisti vivono felici e contenti tra una cantata e l'altra e danze che richiamano i balli tradizionali. Film corali, dove tutti vivono insieme in enormi case, raccontano e mantengono la tradizione e diffondono la lingua ufficiale, l'hindi, in questo subcontinente in cui la gente del Punjab per capirsi con quella del Kerala deve parlare l'inglese. Una lingua a sé, questa, correttissima dal punto di vista grammaticale e sintattico, ma la pronuncia è un fatto solo indiano. Più corretto definirlo, dunque, anglohindi. Anche il grande successo dei musical ha una ragione linguistica: un film in cui i protagonisti cantano e ballano in continuazione si fa vedere anche se girato in un idioma sconosciuto. Lo spettacolo, in effetti, è garantito.

La prima tappa di oggi è il Baby Taj Mahal, un piccolo gioiello in marmo bianco fatto costruire dall'imperatore Jahangir per la sua moglie indù. È precedente al Taj Mahal, infatti pare che gli architetti si siano ispirati a questo, che però è di dimensioni decisamente inferiori. Sembra che Jahangir fosse un accanito bevitore e non fosse vegetariano: lo immaginiamo perso nei fumi dell'alcol mentre la moglie assumeva su di sé l'incarico di governare. All'interno del piccolo palazzo, non a caso, negli affreschi che decorano le stanze un motivo che ricorre spesso è la brocca di vino. Un altro pezzo forte di Agra è il Lal Qila, il Forte Rosso costruito da Akbar a partire dal 1565 in arenaria rossa, appunto, e con successive aggiunte da parte del sovrano Jahangir, che amava i dipinti (alcuni li eseguiva lui stesso), e di Shah Jahan, appassionato di marmo. Nel primo cortile si aprono le botteghe del bazar, in uso alle donne di corte che, come al solito, non potevano uscire e ricevevano qui i venditori di stoffe e pietre preziose. Non che ora le donne godano di diritti maggiori. Come tutte le guide, anche l'odierno cicerone si informa se siamo sposati e ci parla dei matrimoni combinati. Contrariamente agli altri, però, non condivide la tradizione, trova ingiusto sposare una persona mai vista fino al giorno delle nozze e con la quale non ha mai parlato, che nella migliore delle ipotesi è riuscito a sbirciare solo in fotografia. Sostiene che le unioni funzionano e i divorzi sono limitati perché in genere le donne si sacrificano affinché non ci siano disaccordi. Tutto questo ricorda molto l'Italia di 50 anni fa. Il cortile, intanto, si riempie di gente. Da un lato vi è la sala delle udienze pubbliche, un tempo rivestita di tappeti e tende e arredata con un trono a forma di pavone ornato dal celebre diamante Kooh-i-Noor, il più grande del mondo, che ora guarda caso risplende sulla corona della regina Elisabetta. All'interno del palazzo esisteva una piscina dove i Maharaja erano soliti dilettarsi nella pesca, adesso c'è un giardino. Come sempre, era previsto uno spazio per la danza e la musica e un trono dal quale il sovrano di turno osservava lo spettacolo. Oggi è tutto sguarnito, ma bisogna immaginare questo palazzo coperto di tappeti, tende, specchi e vetri colorati e affrescato con vernici d'oro e d'argento. Era così splendente che i conquistatori afghani, qualche tempo dopo, diedero alle fiamme i libri della biblioteca per poter staccare l'oro dalle pareti. Purtroppo la vernice bruciò con i libri e gli stolti guerrieri rimasero con un palmo di naso. Tutta in marmo bianco e intarsiata di pietre preziose era anche la prigione dove fu rinchiuso l'imperatore Shah Jahan negli ultimi anni della sua vita. Nelle vasche piene d'acqua profumavano fiori ed essenze; ovunque bruciavano incensi e di sera ardevano le fiaccole. All'ingresso è conservata la tinozza dove Jahangir faceva il bagno, scavata in un unico blocco di pietra. A dire il vero, questo forte appare meno affascinante degli altri forse perché l'architettura gradita al suo fondatore, Akbar, era più rigorosa. Inoltre, non rimane nulla degli specchi e dei vetri colorati ammirati altrove. Tutto intorno è circondato da un fossato, ai tempi colmo di alligatori pronti a dare il benvenuto agli ospiti sgraditi.

Prima di ripartire per Delhi abbiamo necessità di acquistare ancora un po' di spezie. Ovviamente la guida ci porta dai suoi amici che tentano senza fortuna di venderci anche magliette, cd e libri. Ricevo comunque in omaggio un pacchetto di bollini induisti da mettere sulla fronte. Restiamo nuovamente con il nostro fidato Ashok. Percorriamo le strade di Agra, schivando tuk-tuk, biciclette, moto e mucche come sempre. Ecco il British College con i suoi studenti in divisa; sul marciapiede, nascosti alla vista da una siepe, una quantità di persone che dorme. I noti contrasti dell'India. Prima di lasciare Agra, mr. Ashok ci porta a visitare la Tomba di Akbar, l'imperatore moghul illuminato, il tollerante, quello che abolì le tasse agli induisti, escamotage astuto per indurli a convertirsi all'Islam. Poi, non appena riprendiamo la strada verso Delhi, foriamo. Una lunga vite si è infilata nel copertone, è chiaro che va tolta e a quel punto a ruota comincia a sibilare il suo inconfondibile sardonico "pssss", seguito da un attimo di scoramento generale. Il sole è martellante, le auto suonano senza sosta, una mucca si avvicina brucando impassibile tutte le foglie che trova intorno. Ai margini della città si estendono sempre le tendopoli, ma sarebbe meglio dire che i più fortunati hanno una telo di plastica da tendere sopra quattro pali piantati per terra. Poi ci sono quelli che hanno solo una branda a bordo strada, e poi gli ultimi degli ultimi, che dormono per terra. Chissà se nella terra di 300 milioni di divinità c'è un dio anche per loro. Sostiamo per pranzo, anche se è quasi l'ora della merenda, in un posto di ristoro lungo la strada. Diffidenti nei confronti della nostra carta di credito, alla fine l'accettano per intercessione di mr. Ashok, ma abbiamo scatenato un lungo conciliabolo fra i camerieri. Ogni tanto ne arriva uno recando un messaggio diverso. Poi ci si accorda per una tassa aggiuntiva di 50 rupie (1 euro) e il problema svanisce.

Attraversiamo Delhi nel traffico intenso del pomeriggio inoltrato. Nel mezzo del cantiere per costruire un'autostrada sopraelevata c'è un albergo di una grande catena dove sosteremo fino a sera, quando mr. Ashok ci verrà a prendere per portarci all'aeroporto. L'albergo è grande, totalmente anonimo, come molti nel mondo. Ci concediamo una cena soft, ma comunque pepata, per ingannare il tempo. Si muore di freddo qui dentro per il condizionamento folle. Due ragazze dalla bella voce cercano di riscaldare l'atmosfera cantando su basi registrate; alla tv la replica di una partita di hockey fra Pakistan e Australia. Tifiamo per il Pakistan, ovviamente, e ben ce ne incoglie: i paki vinceranno partita e torneo. Arriva l'ora della partenza. Mr. Ashok è perfino commosso, e anche noi. Ci abbraccia calorosamente davanti all'ingresso dell'aeroporto e ci lascia il suo indirizzo, inshallah ci potremo rivedere in un'altra occasione, l'India è grande, ci auguriamo di tornare. Non vedrà la sua famiglia, non ancora: vivono in un villaggio fuori Delhi e lui tra due ore è pronto per ripartire con un nuovo gruppo che arriva dall'Italia, rifarà lo stesso tour che ha appena percorso assieme a noi. Ci lascia in consegna a un simpatico sikh dallo sguardo fiero e brillante sotto il turbante che incute riverenza solo a guardarlo: è mr. Singh, il capo dell'agenzia per cui lavora Ashok. L'aeroporto è gremito di gente, i voli partiranno nelle prime ore della notte e tutti si danno appuntamento qui nello stesso momento, c'è una gran confusione. Mr. Singh salta qua e là per seguire tutte le persone che ha in consegna. Tra una pratica e l'altra troviamo il tempo per scambiare due parole: il tour è stato magnifico e mr. Ashok ci è piaciuto moltissimo, è stato molto meglio di una guida. Sarà possibile rivederlo? Il sikh ci lascia tutti i recapiti dell'agenzia di Delhi, quando vorremo tornare sarà lieto di organizzarci il viaggio. Saremmo curiosi di visitare il Tempio d'oro dei Sikh, ad Amritstar, è davvero così bello? A Mr. Singh si illuminano gli occhi: il tempio è più che bello, è tutto d'oro e la domenica è pieno di gente, è emozionante. Lui, come tutti i Sikh, appena può frequenta quello di Delhi, prega nella grande sala profumata di fiori e halva, rinfrescata dal vorticare appena percettibile di decine di ventilatori, ascolta i salmi scanditi dal ritmo delle tablas e dell'harmonium, poi fa il bagno nella piscina sacra. Perché secondo mr. Singh Dio esiste, il problema è capire dov'è. Dopo tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, dopo essere stati nel tempio dei sikh, possiamo comprendere il senso profondo delle sue parole e condividerlo. Il nostro incontro con la girandola di religioni che convivono in India è iniziato proprio da lì e a ripensarci il credo sikhista ci è piaciuto più degli altri, la religiosità che abbiamo osservato ci è parsa più dignitosa e profonda.

Il Sikhismo è una delle religioni più giovani dell'India. Fu fondata nel XVI sec. dal santone Guru Narak, ex ufficiale al servizio del sultano di Delhi, che rinnegò ogni forma di violenza e cercò una via di conciliazione tra induismo e islamismo. Guru Narak viaggiò molto in tutti i luoghi sacri, cercando di capire. Tornato nel Punjab fondò la sua comunità il cui principio si basa sull'adorazione di un unico dio trascendente e non rappresentabile perché senza forma, che si manifesta ovunque nel mondo da lui stesso creato. Guru Narak abolì le caste e dichiarò tutti gli uomini uguali: ciascuno poteva accedere alla salvezza, anche gli intoccabili. Decise pertanto che tutti i sikh assumessero il cognome Singh (leone). Nei templi si distribuiva cibo e acqua per tutti, indipendentemente dalla casta. Durante il periodo del regno di Akbar, l'illuminato, i sikh si stabilirono ad Amristar e lì edificarono il Tempio d'oro, il luogo più santo nel mondo. Nei secoli successivi furono vittime di sanguinose persecuzioni, pertanto abbandonarono la non violenza, furono costretti a trasformarsi in guerrieri. Da allora seguono le cinque K: Kes - i capelli, lunghi e raccolti nel turbante; Kangha - il pettine, per tenere in ordine capelli e barba; Kirpan - il coltello ricurvo, che ogni sikh porta con sé per difendersi dagli aggressori; Kacca - i pantaloni corti, per poter scappare in caso di pericolo; Kara - il bracciale di ferro che portano al polso destro. Nel 1984 furono vittima dell'operazione Bluestar, quando un gruppo di combattenti (terroristi, per il governo) rifugiatisi nel Tempio d'oro venne sterminato per ordine dell'allora primo ministro Indira Gandhi. L'esercito distrusse anche la preziosa biblioteca del tempio, contenente i libri sacri dei sikh. Indira Gandhi pagò con la vita questo gesto: fu assassinata da una sua guardia del corpo sikh qualche mese più tardi. Il sangue chiama sangue, sempre e ovunque.

Salutiamo anche Mr. Singh, l'aeroporto ci inghiotte e ci stiva nelle sue sale d'aspetto brulicanti di persone che si scambiano pareri sul viaggio e promesse di rivedersi una volta giunti a destinazione. Nel limbo della sala d'attesa non è più né giorno né notte, né India né Italia. Sarà per questo che gli scali sono definiti non-luoghi.

Quando la pancia dell'aereo ci restituisce i bagagli siamo alla Malpensa e sono le 9 del mattino. Inizia il gioco dei fusi orari: a Delhi sono le 12.30, mr. Ashok avrà già portato i nuovi clienti a visitare il Qtub Minar, ora li starà aspettando fuori dal Tempio dei Sikh che profuma di fiori e risuona di musica e salmi, mentre un vecchio distribuisce halva. Sarà stanco oggi, mr. Ashok, non ha praticamente dormito e lo attendono due settimane di lavoro sulle strade che ora conosciamo anche noi.

L'aria non è caldissima, il panorama e l'idioma ritornano familiari, sembra strano essere già tornati. L'India è stata un tale turbinio di emozioni forti, dall'alto all'infimo, dal sublime al terreno che ci sembra di essere scesi dalle montagne russe. Per tutto il tempo abbiamo provato a trovare aggettivi adatti a descriverla. L'India è inafferrabile nella sua moltitudine di aspetti, non riesci mai a capire fino in fondo il senso di ciò che vedi. È indifferente: tutto accade nello stesso luogo contemporaneamente, milioni di vite si incrociano e si ignorano, proseguono sulla scia del loro karma e questa è la spiegazione di tutto. È, o sembra, immutabile, modernissima e medievale, perennemente in movimento ma senza cambiare pelle. È l'origine di tutto ciò che conosciamo, di ciò che ricordiamo e di ciò che abbiamo dimenticato, di cui sentiamo l'eco provenire da più parti, a sprazzi, come in un dejà-vu: sapori, colori, musica, spiritualità. È indefinibile: l'India è l'India. Da perderci la testa. I nostri zaini e le nostre valigie carichi di ricordi ci restituiscono la prova tangibile che non si è trattato di un sogno: una ventata di odori, di polvere e di spezie. L'odore dell'India, appunto. E non è affatto sgradevole.



   

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