"Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si
ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda,
spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure,
una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne
lontani. Ma così è l'amore: istintivo,inspiegabile,
disinteressato". (Tiziano Terzani, Un altro giro di
giostra).
Villaggio nel deserto del Thar
Cosa aspettarsi dall'India? Davvero non si sa rispondere.
Nell'immaginario collettivo sono molte le immagini che ci vengono
tramandate, essenzialmente quelle di un Paese di grande povertà,
dalle condizioni igieniche molto precarie, dagli aspetti sociali
che offrono un quadro spesso disperante. Tutto ciò è vero, ma è
vero anche il contrario. L'India è un Paese dove si avverte la
ciclicità della vita, dove gli opposti coesistono. La regione
nordoccidentale del Rajasthan è senza dubbio la più turistica,
occupata per gran parte dal deserto del Thar condiviso con il
confinante Pakistan. L'aspetto che sorprende di più sono i colori,
creati per contrastare l'altrimenti assoluta monocromia causata
dall'aridità del luogo. I colori delle vesti delle donne, eleganti
e regali anche quando camminano in mezzo alla polvere. Ma anche le
città sono colorate, ognuna caratterizzata da una cromia
particolare per via dell'intonaco delle case o della pietra con cui
sono state edificate: Jaisalmer la Città d'oro, Jodhpur la Città
blu, Jaipur la Città rosa, e così via. Le città dove fiorirono i
regni dei maharaja, oggi destituiti dalla nuova Costituzione, ma
ancora influenti nelle scelte politiche poiché detentori della
ricchezza. Come in tutta l'India anche qui sono evidenti i
contrasti assoluti di questo Paese diviso tra la spinta alla
modernità e al progresso di matrice occidentale e le antiche
tradizioni, tra ricchezza e povertà; il sopravvivere di un
ordinamento sociale che suddivide gli uomini in caste e la
legislazione attuale, moderna, che però nei fatti non contraddice
le antiche usanze. L'India è anche il Paese da cui tutto, o molto,
ha avuto origine. Nelle melodie dei gitani del Rajasthan si odono i
suoni assimilati dalla musica araba e andalusa, nella cucina si
ritrovano suggestioni mediorientali opportunamente insaporite con
spezie, nell'architettura il miracolo della fusione tra arte hindu
e islam si sintetizza nelle regge dei maharaja decorate con
materiali preziosi provenienti da tutto il mondo allora conosciuto.
Nell'aria, ovunque, il senso di un'appartenenza a qualche cosa di
più di una semplice e personale esistenza.
Primo giorno:
Italia - Delhi (volo)
� Inizia il viaggio: Malpensa, Francoforte, Delhi. L'aereo per il
volo intercontinentale è già un piccolo spaccato d'India, molti
uomini dalla carnagione scura con il caratteristico turbante dei
sikh, donne avvolte nel tradizionale
saree coloratissimo,
bambini dagli occhi grandi e scuri. Come sarà l'India? Cosa sarà
l'India?
Arriviamo all'aeroporto di
Delhi a mezzanotte e mezza ora
locale, le 21 per noi. Sbrigate le formalità per ottenere il visto,
l'aeroporto ci lascia andare e si apre su una grande sala d'attesa
molto affollata: ci sono parenti che attendono e numerosi
corrispondenti di agenzie turistiche. Ma qualcosa di insolito ci
colpisce mentre attraversiamo la folla: è il silenzio. Tutta questa
gente aspetta e non fa alcun rumore. È straordinario. Verso
l'uscita incontriamo Rajedh, la nostra giovanissima guida che parla
molto l'italiano pur avendolo studiato solo qui, presso la nostra
Ambasciata, e mr. Ashok, il nostro autista che ci porterà
attraverso l'India per tutto il tour. Ecco l'aria di Delhi, calda e
umida. L'albergo è simile a tutti quelli turistici che si trovano
in giro per l'Asia. Posiamo le due ghirlande di garofani arancioni
che ci hanno appena buttato al collo e andiamo subito a dormire
(Hotel Surya Crown Plaza, Friends Colony, Delhi, a 20 km
dall'aeroporto; 5 stelle, pulito e confortevole).
Secondo giorno:
Delhi
Iniziamo il giro di Delhi dalla zona più vicina a quella dove
siamo alloggiati, perciò visitiamo il Qtub Minar. Arriviamo in auto
percorrendo strade abbastanza trafficate, è impossibile comprendere
la struttura urbanistica di questa città che ci appare caotica,
anche se risulta essere una delle più ordinate del Paese. Il
minareto è una torre molto elevata (73 m) costruita dal sovrano
Moghul Qtub-ud-Din Aibak nel 1197 per testimoniare la grandezza del
suo regno su quello indù. All'ingresso una comitiva di bambini in
gita scolastica ci osserva, forse sono incuriositi dai nostri visi
pallidi, chissà. La zona del Qtub Minar è una sorpresa a ogni
passo, la moschea Quwwat-ul-Islam Masjid, ormai crollata, mantiene
ancora in piedi alcuni muri decorati come un prezioso merletto
dalle scritte inneggianti ad Allah. È la prima moschea costruita in
India. Al centro, una colonna di ferro alta 7 m resiste ai secoli
senza arrugginire poiché si tratta di materiale purissimo. Questo
edificio sorge sullo spazio di precedenti templi induisti distrutti
dai sovrani Moghul, che reimpiegarono l'arenaria rossa per
edificare il loro tempio. Intorno, un verde parco dove la gente
siede all'ombra degli alberi.
Il caldo e l'umidità si fanno sentire. Risaliamo in macchina per
fare un giro nella zona delle ambasciate: qui non possiamo
camminare, ma dobbiamo osservare le basse costruzioni dai
finestrini dell'auto. La zona è molto verde; a parte l'edificio che
ospita l'ambasciata del Pakistan, dalle cupole blu e simile a una
moschea, le altre costruzioni sono basse e cubiche. Anche il
Palazzo presidenziale, contornato dai Ministeri e dal Parlamento
non può essere visitato, ma solo visto dall'esterno. Le costruzioni
che formano il complesso sono rosse, erano state costruite dagli
inglesi durante la loro dominazione. La strada che parte dal
Palazzo presidenziale si srotola come un nastro fino a un arco di
trionfo, l'India Gate, alto 42 m, su cui sono incisi i nomi
dei soldati indiani caduti durante il primo conflitto mondiale.
Lungo la strada, ammaestratori di scimmie e di cobra, ma nessun
pericolo, a parte le vetture: qui si guida a sinistra come nel
Regno Unito, dobbiamo stare attenti anche perché una città di 15
milioni di abitanti quando si muove produce il suo bel traffico di
auto, moto, bus e tuk-tuk verdi e gialli.
Adesso prepariamo i fazzoletti, si va a visitare il Tempio
dei Sikh, la cui cupola d'oro brilla sotto il sole. Via le
scarpe e, a sorpresa, anche le calze. Copriamo la testa con un
foulard, laviamo mani e piedi per purificarci e iniziamo l'ascesa
della bollente scalinata di marmo sotto le sferzate di un vento
fortissimo quanto caldo. Si entra chini toccando con la mano gli
scalini e portandola successivamente alla fronte. All'interno,
tappeti, ventilatori al soffitto che girano rapidi ma non riescono
a dare sollievo dal calore carico di umidità. Il tempio è una
sintesi tra una moschea e una pagoda buddhista. Al centro, sotto un
baldacchino, viene custodito il libro sacro, l'Adi Granth, coperto
da una stola di seta gialla, sotto gli occhi attenti del custode.
Il libro è l'unico capo riconosciuto della religione Sikh, che non
ha un sacerdote supremo. Al lato tre cantori suonano l'harmonium e
le tablas intonando inni, mentre i fedeli pregano inginocchiandosi
e poggiando la fronte a terra. Lo facciamo anche noi mentre intorno
si offrono corone di garofani arancioni. In una teca il
kirpan, la spada che ogni sikh porta con sé per difendersi
dai nemici. Si esce da una porta laterale toccando nuovamente il
gradino e portando successivamente la mano alla fronte e alla
bocca. Fuori il pavimento scotta. Un anziano ci mette in mano una
poltiglia marroncina: è halva! Il dolce, in hindi. Il cibo
di casa per noi, che siamo anche un po' greci, giunto nell'Ellade
dalla Turchia e dal Medio Oriente e partito probabilmente da qui.
Iniziamo a capire cosa vuol dire il motto: "Tutto nasce in India".
Scendiamo a sinistra fino alla piscina sacra dove nuotano
tranquilli grossi pesci rossi, raccogliamo l'acqua con le mani per
bagnarci la testa. Poi risaliamo e due uomini versano nelle nostre
mani acqua santa da bere: questa non fa male, assicura Rajedh. Non
possiamo fare a meno di sorbirla, affidandoci alla protezione degli
oltre 300 milioni di divinità indiane, ma siamo sicuri che tutto
filerà liscio. E così andrà.
Andiamo a pranzo nella zona di un mercato. Riso con verdure,
riso pilaf con pollo, crema di spinaci e formaggio, chapati,
il famoso pane indiano. Salsette "molto piccantissime" di contorno.
Dopo pranzo il caldo è martellante e l'umidità ci accompagna a
visitare il Mausoleo di Humayun, simile come architettura e
come storia al più famoso Taj Mahal, ma in arenaria rossa questo.
Fu fatto erigere a partire dal 1556 da Haji Begum, moglie del
sovrano moghul Humayun, opera di architetti persiani. Dall'esterno,
una sequenza di porte decorate con la stella a sei punte non lascia
immaginare il mausoleo all'interno, circondato da un giardino a
immagine del paradiso islamico, con alberi e fontane e una quantità
di piccoli e sottili scoiattoli. Riprendiamo la strada per andare
alla Moschea del Venerdì passando davanti al Raj
Ghat, il memoriale eretto sul luogo dove fu cremato il Mahatma
Gandhi, oggi chiuso per via dei preparativi per i festeggiamenti
del giorno dell'Indipendenza, che è il 15 agosto. Anche il Forte
Rosso è chiuso per lo stesso motivo.
Ci addentriamo nei vicoli polverosi e brulicanti della vecchia
Delhi: moto, tuk-tuk, mercanzie sovrastate da liane di fili
elettrici che penzolano dall'alto. Saliamo la scala in arenaria
rossa della Jama Masjid, costruita a partire dal 1645 da
Shah Jahan al centro del vecchio quartiere musulmano. Togliamo le
scarpe, ma non è necessario coprire la testa. La moschea è grande,
può ospitare un milione di persone, dice Rajedh, la guida cartacea
dice 25 mila e ci sembra una stima molto più attendibile. È enorme,
un lato ospita il mirhab, sugli altri tre ci sono terrazze coperte
dove la gente siede a parlare e i bambini giocano. I testi sacri
nelle nicchie sono avvolti in stoffe multicolori. Tocchiamo
l'impronta di Maometto e portiamo la mano alla fronte: l'India è il
luogo della tolleranza religiosa, i culti si mescolano, si
sfiorano, si somigliano, così come le vesti nere delle donne
musulmane accarezzano i saree colorati delle induiste e
ovunque spuntano zuccotti bianchi, turbanti o capelli al vento. Al
centro del cortile c'è una grande vasca di acqua santa per le
abluzioni intorno alla quale corrono bambini con gli occhi bistrati
di kajal per proteggerli dal sole e dalla polvere.
La sosta al negozio di stoffe per gli acquisti è un classico cui
non ci si può sottrarre: scendiamo una scala, la porta si chiude
alle nostre spalle e siamo nelle loro mani! Le stoffe svolazzano e
si dispiegano sotto i nostri occhi, sete di mille colori, ricamate,
damascate, stampate. La commessa più anziana vuole mostrarmi come
si indossa il saree, 5 metri e mezzo della seta più bella
(ovviamente) piegata e drappeggiata intorno alla vita e sulle
spalle, tenuta insieme da un semplicissimo laccio. L'effetto è
contrastante, le mie scarpe da trekking non si addicono a tanta
magnificenza, ne comprerò uno comunque da usare come tenda. Così
suggerisce pragmaticamente la signora, che si accinge a mostrarmi
alcune casacche più pratiche per la quotidianità e, non appena
mostro interesse per una di queste, si rivolge a Giorgio con un
imperativo categorico: she like this! Ed è il turno delle
pashmine, che non comprerò, lo metto in chiaro subito, ma
almeno una di quelle "vere", cioè purissime, la voglio toccare: in
effetti è quasi impalpabile e passa agevolmente dentro un
anello.
Alla ricerca di un telefono, Rajedh ci porta nella zona
coloniale della città. Percorriamo la Connaught Place, cuore
commerciale e culturale della città; di impianto circolare, la
piazza ospita negozi di marche europee, uffici e venditori
ambulanti di stoffe sicuramente poco pregiate, ma non per questo
meno belle. Su tutto aleggia il profumo di incensi bruciati a ogni
angolo. Sono le 17, gli impiegati escono dagli uffici mentre
chiamiamo casa da un apparecchio pubblico per il folle costo di 44
rupie, quasi 1 euro. Dopo una sosta, usciamo per cena. La zona
vicino all'hotel offre una vasta scelta di punti di ristoro, carni
arrostite appese agli spiedi ci invitano, ma il colore non inganna,
devono essere ricoperte di spezie e di peperoncino. Per non
metterci troppo alla prova optiamo per una pizza indiana,
tandoori, lievemente piccante: la globalizzazione
attecchisce, ma fino a un certo punto! Quando torniamo in albergo
ci troviamo nel bel mezzo di una folla elegante, donne con
saree di seta riccamente decorati e uomini con turbanti
dalle fogge eccentriche, almeno per noi. Si festeggia un matrimonio
e non ci dispiacerebbe "imbucarci", per scoprire com'è. Ma non
passeremmo certo inosservati, né per l'aspetto, né per la
mise, da moderni barbari occidentali.
Terzo giorno:
Delhi - Mandawa (km 350 circa, 7 ore)
Ragazze il giorno della fiera al tempio
di Shiva
Alle 8 in punto viene a prenderci mr. Ashok. Lasciamo Delhi,
capoluogo anche dello Stato di Haryana, per entrare in Rajasthan.
Lasciare Delhi, a dire il vero, è facile a dirsi ma nella pratica è
un'esperienza che richiede il suo tempo e una pazienza tutta
indiana. Aggiungerei che Ashok è un autista formidabile. La città
ha un'estensione di 70 km per 60 e sembra che a quest'ora tutti
siano in movimento, autobus e tuk-tuk, auto private, moto,
biciclette, uomini e donne a piedi, e tutto sotto lo sguardo
placido e indifferente delle vacche sacre, che pascolano nelle
aiuole spartitraffico. Dietro ogni mezzo la scritta please
horn, suona per favore; sottinteso: in questo casino non mi
accorgerei mai di te. La faccenda si complica poiché un grande
cantiere riduce drasticamente la strada che passa dai sei a una
corsia: stanno costruendo una sopraelevata che velocizzi il
traffico proprio nella direzione dello Stato del Rajasthan. Alla
periferia di Delhi il flusso di mezzi e persone si fa
inimmaginabile soprattutto in corrispondenza di una zona
industriale: qui ci sono le sedi delle grandi aziende di telefonia,
auto e così via. A fare da contralto alla zona di produzione di
sofisticate apparecchiature hi-tech, una moltitudine di persone si
accalca sul ciglio della strada in attesa paziente di autobus e
tuk-tuk stracarichi. Spiccano nella polvere elegantissimi
saree, sono leggiadre queste donne che si muovono tra
mucche, discariche, cantieri e umidità. Siamo così tanti e non c'è
nemmeno un semaforo a regolare gli incroci, ma straordinariamente
non ci si scontra. Poi la strada si addentra tra i villaggi. Il
traffico è diminuito, ma non troppo. Siamo vicini al Pakistan, la
frontiera è a 200 km. Nei villaggi lo spazio è tutto occupato da
mezzi di trasporto, animali, persone e banchi del mercato di frutta
e verdura. Polvere. Gli autobus stracolmi contemplano posti di
terza classe, sul tetto. I tuk-tuk arrivano a trasportare 50
persone appese come grappoli d'uva dondolante a ogni scossone, e
qui la strada non sempre è asfaltata. Le donne indossano
saree dai colori ancora più sgargianti e si coprono il viso
con il velo colorato, per non farsi vedere, per ripararsi dal sole
e dalla polvere, trattenendone un lembo con i denti.
Verso mezzogiorno facciamo una sosta lungo la strada. Ci
sgranchiamo le gambe salendo fino ai piedi di un tempio posto su
una collinetta, dominato da una gigantesca statua con il volto di
scimmia: è il potente dio Hanuman, che aiutò Rama nella battaglia
contro Ravana, demone che gli aveva rapito la moglie, la bella
Sita. Un gruppo di ragazzini ci segue fino in cima. Ci attorniano
curiosi ma intimiditi, mostrandoci via via campane e rubinetti per
l'acqua. Quando ci allontaniamo acquistano coraggio, scherzano e ci
salutano a gran voce. Due kofte di verdure discretamente
piccanti, accompagnate da chapati caldo, sono necessarie, a
questo punto. Lungo la strada il traffico è nettamente diminuito:
si incrociano mandrie di mucche e vitelli, pecore, capre e
cammelli, alteri nel portamento con il loro muso puntato all'insù,
vengono impiegati abbondantemente nel lavoro e nel trasporto. Dalle
scuole escono bambini e ragazzi in divisa, gli studenti degli
istituti privati si riconoscono per via delle vesti più
raffinate.
Eccoci alle porte del deserto del Thar che si estende fino al
Pakistan. Per terra sabbia finissima: è uno dei più grandi deserti
del mondo, assieme ai Gobi e al Sahara. Siamo a Mandawa, la
città delle haveli, le ricche dimore dei mercanti.
Questo distretto, all'interno del Rajasthan, si chiama Shekhawati.
Il resort dove alloggiamo è costruito con il fango e decorato con
motivi geometrici di calce bianca, come da tradizione: sembra una
dimora yemenita. La camera è tonda, pare forgiata dal moto
circolare della pala che cerca disperatamente e inutilmente di
rinfrescare la stanza (Mandawa Desert Resort, fuori città, Distt.
Jhunjhunu, costo 3240 rupie, molto caratteristico).
Il paese è piccolo, finalmente si può girare a piedi nelle
stradine di sabbia. Alberi maestosi dalle foglie sottili sembrano
parenti delle acacie: sono alberi del deserto, bevono poco e
forniscono foraggio per i cammelli e semi per gli uomini. Pavoni in
quantità si rimandano i loro urli sgraziati dai cortili invasi da
piante preziose per il loro impiego nella medicina ayurvedica: come
per tutti i rimedi, funzionano solo se ci credi. Gli americani
hanno fiutato l'affare e vorrebbero metterci su un bel brevetto, ma
gli indiani hanno rifiutato, le piante nascono qui e qui vanno
usate. Haveli bellissime, finemente decorate, mentre ai
bordi delle strade canalette di scolo appestano l'aria, ma quasi
non ce ne accorgiamo. Donne e bambini polverosi si propongono per
una foto dietro compenso.
Mr. Singh, la nostra guida, ci accompagna alla scoperta delle
haveli di Mandawa, ma precisa che nella zona ce ne sono
molte altre: ci vorrebbe una settimana per vederle tutte. Queste
abitazioni furono costruite dai mercanti arricchitisi con i
commerci sulla via della seta, e dell'oppio. Riccamente affrescate
con simbologie induiste (il dio Ganesh, le rappresentazioni di
Vishnu, la svastica), recano rappresentazioni della vita quotidiana
(cortei nuziali, soldati inglesi e musulmani, treni, velivoli) e
scene tratte dal Kamasutra. Lo spazio interno è articolato nella
zona "pubblica", dei ricevimenti e degli affari, e nell'area
privata; qui le porte sono sovrastate da specchi, che avevano la
funzione di cacciare i demoni, e da formelle, a indicare quante
coppie sposate vivevano in ogni casa. I matrimoni in India vengono
ancora combinati dai genitori. Quando le famiglie si accordano,
vanno a consultare l'astrologo che osserva le 32 stelle del profilo
astrale della coppia: se almeno 18 sono comuni, il matrimonio si
celebrerà e l'unione avrà successo. Gli indiani credono fermamente
in questa tradizione, prova ne è - sottolinea la guida - che nelle
grandi città, dove si è importata l'usanza occidentale di amarsi
prima e sposarsi poi, sono notevolmente aumentati i divorzi.
Nelle nicchie, intanto, appare Vishnu nelle sue molte
reincarnazioni: si attende la decima e ultima, la precedente è
stata Buddha, ma sono ormai trascorsi quasi 2.500 anni ed è ora che
ridiscenda su questa terra flagellata dalla guerra di cui sono
responsabili soprattutto i popoli occidentali esportatori di
democrazia. Allora non siamo solo noi a pensarla così? A ogni capo
del mondo, sempre gli stessi discorsi. L'India è una grande
democrazia, la più grande del mondo, con un governo retto da tre
rappresentanti di altrettante religioni (sikh, induista e
musulmana), dove non esiste una religione di Stato e l'unica
suddivisione è ancora quella delle caste. L'India ha davanti a sé
un futuro che la porterà a recitare un ruolo di primo piano sulla
scena economica mondiale in breve tempo: si è già alleata
commercialmente con la Cina e insieme fanno oltre due miliardi di
persone. Come ci spiega mr. Singh, nei paesi non esistono tensioni
religiose perché tutti si conoscono, ma nelle grandi città talvolta
i politici creano dal nulla conflitti a loro esclusivo tornaconto.
Così è dappertutto. Intanto attraversiamo cortili dipinti,
architetture che rievocano i patii andalusi, cortili dove abili
artigiani restaurano oggetti di legno, porte, mobili antichi.
L'acquisto è d'obbligo. In una haveli sono radunati oggetti
di diversa provenienza ed epoca, ci sono perfino murrine veneziane
degli anni '60. I lucchetti hanno meccanismi strabilianti, tutti in
forma di animali che si chiudono sulla loro stessa coda. E poi
monete, ciarpame, bigiotteria e stoffe. Il giro prosegue lungo le
strade di sabbia fino al pozzo, un tempo dipinto al suo interno: da
qui si vede in lontananza un cenotafio dove vengono seppellite le
ossa che non bruciano completamente durante le cremazioni.
Per le strade del villaggio si snoda un mercatino di frutta e
verdura, si cammina schivando mezzi di ogni genere, mucche,
cammelli e vitelli. Il caldo e l'odore dell'India salgono dal
basso, da questo insieme di uomini e di animali; in lontananza
suona una musica che ha sapore d'Arabia. Un odore dolce e
indefinibile, penetrante ma non sgradevole, ci assale. Capiamo
cos'è quando mr. Singh ci offre due bicchieri di masala
chay, parola che rimbalza dalla Cina al Marocco, ovvero tè con
latte, zucchero e cardamomo. Siamo seduti nella sua bottega dove
vende ricordi e stampe quando non fa la guida, si parla di yoga.
Non possiamo andare via senza una statuetta di Ganesh, dio
protettore che dona prosperità: ma attenzione, avverte mr. Singh,
solo a patto che ci si creda. Milioni di dei popolano l'India, si
può pregare chiunque di loro, ma il più potente, l'intermediario, è
solo lui: Ganesh, il bambino dalla testa di elefante. Accanto
all'ufficio-bottega di mr. Singh c'è il castello di Mandawa,
trasformato in hotel di lusso per la delizia di una comitiva di
turisti. Il nostro resort, invece, è fuori dal paese: i muri di
fango della camera sono caldissimi, il condizionatore ansima, fa
quello che può. Si cena in giardino. Assaggiamo tutto stasera:
riso, pollo, lenticchie, zuppa di spinaci, melanzane, piselli,
patate e cipolle, tutto moderatamente piccante. E finalmente
beviamo una birra indiana. Accanto a noi siede una signora
elegantissima, evidentemente ricca, attorniata da cinque bambini
bravissimi, educati a parlare sottovoce da altrettante balie che si
muovono come ombre, sollecite, sempre in piedi e senza toccare
cibo. L'India è pur sempre il Paese delle caste anche se per noi è
difficile da capire. Mentre ceniamo nel giardino si alternano
sedicenti mangiatori di fuoco, che in realtà agitano solo le torce,
cantanti accompagnati da una ballerina di pochi anni e burattinai.
Il caldo diminuisce, ma non si può dire che faccia fresco. O forse
sarà il cibo che ci accalora, le spezie e le birre. Dormire
stanotte sarà dura.
Quarto giorno:
Mandawa - Fatehpur - Bikaner - Deshnoke -
Bikaner (km 260 circa)
Il Forte di Bikaner: la stanza della pioggia
Alle 9 in punto mr. Ashok ci viene a prendere per portarci a
Bikaner. Ma lungo la strada ci fa fare una sosta supplementare nel
villaggio di Fatehpur per vedere alcune haveli molto
belle. I ricchi mercanti che le hanno costruite e fatte decorare
non ci sono più. I loro discendenti si sono trasferiti nelle grandi
città, a Mumbay, a Kolkata, e non tornano quasi mai, perciò le
haveli sono chiuse o abitate dalla servitù. Ne visitiamo una
dall'intonaco verde acqua, la porta sormontata dalla statua del dio
Ganesh e rivestita di specchi. All'interno, numerose stanze intorno
a un patio centrale; in cucina, un fornello appoggiato a terra e
collegato a una bombola per il gas indica che si lavora stando
accovacciati, come del resto sta facendo un vecchio presso l'uscio,
intento a macinare aglio e peperoncino con un attrezzo che arriva
direttamente dalla preistoria: una tavola di pietra concava e un
grosso masso. Il vecchio dagli occhi vivaci pensa che Giorgio
starebbe benissimo con un bel turbante e gliene calca uno rosso -
il suo - sul capo, per farlo immortalare in una foto molto
turistica di fronte al bel portone. Lungo la strada centrale si
snodano botteghe varie: c'è il sarto, lo stiratore, il barbiere, il
merciaio. La strada viene utilizzata per qualunque necessità: chi
lo desidera si accuccia per fare i propri bisogni, chi sta male si
libera lo stomaco, chi deve fare la spesa tenendo un bambino per
mano passa su tutto questo e tra tutto questo in un'assoluta
indifferenza. Sulla piazza gremita di autobus e bancarelle di
frutta e verdura donne musulmane, velate e vestite di nero,
scherzano con donne induiste altrettanto velate e avvolte in abiti
dai colori sgargianti.
Ripartiamo alla volta di Bikaner. Intorno a noi coltivazioni,
mandrie di mucche e donne che vanno al lavoro nei campi o che
ritornano sorreggendo sulla testa enormi involti di erbe e verdure,
oppure otri colmi d'acqua. La strada è in buone condizioni,
l'asfalto liscio, il traffico quasi inesistente, via via che
procediamo le coltivazioni cedono il posto ad alberi e bassi
arbusti mentre la sabbia disegna dune a perdita d'occhio. Siamo nel
Deserto del Thar, 40° C (persino pochi). Fortunatamente
l'ondata di caldo umido è passata, l'aria è secca anche se rovente.
Bikaner è quasi interamente riassunta nel suo Junagarh
Fort, rosso di arenaria, con le mura dalle merlature larghe e
arrotondate. Il forte fu costruito a partire dal 1587 dal raja Rai
Singh e non fu mai espugnato nonostante fosse stato attaccato più
volte. Entriamo dalla Suraj Pol, la porta del Sole. Sui
vasti cortili interni affacciano corridoi di finestre cesellate
come merletti dalle quali le donne osservavano senza essere viste.
Nei periodi caldi venivano abbassate tende fatte di canne che
proteggevano anche dalle tempeste di sabbia. Non pioveva mai, al
punto che i bambini non sapevano cosa fosse una nuvola. Per questo
motivo vi è una stanza tutta azzurra, la Sala delle nuvole,
appunto, dove sono dipinti i cirri, i fulmini e la pioggia. I
cortili sono in marmo bianco di Carrara, porte e soffitti in legno
dipinto, imponenti i lavori di restauro che stanno riportando i
colori alla loro antica brillantezza. La stanza del trono del
maharaja, Anup Mahal, è rivestita dell'oro proveniente dai palazzi
conquistati durante le guerre e lavorato dai prigionieri. Nelle
camere private, splendide finestre incastonate di vetrini colorati
danno sull'esterno. Le camere sono insolitamente piccole, i
soffitti bassi e i letti quasi appoggiati a terra per impedire ai
sicari di nascondersi in qualche anfratto e colpire. Sbuchiamo
all'esterno, nelle terrazze sovrastanti il forte. L'aria è calda e
secca, la luce abbagliante stordisce. In lontananza un suono
conosciuto, familiare, il canto del muezzin che richiama i fedeli
alla preghiera si alza dai minareti e invade lo spazio. In questo
caleidoscopio di sensazioni è come ritrovare una voce conosciuta.
All'interno del forte, attraversando corridoi in penombra,
arriviamo al Ganga Nivas dove è allestita una collezione di armi,
fotografie, dipinti e un aeroplano della prima Guerra mondiale,
dono degli inglesi. In una sala in arenaria rosa è esposto, sotto
un pesante baldacchino, un trono in legno di sandalo risalente a
900 anni fa.
Mentre sorseggiamo una bibita seduti accanto a un ventilatore
grosso quanto un frigorifero da macelleria la nostra guida ci
racconta la storia del tempio dei topi. Il nipote di una divinità
(la dea Karni Mata, incarnazione di Durga, consorte di Shiva) morì
in giovane età e gli dei magnanimi gli consentirono di reincarnarsi
in un topo, simbolo di conoscenza. A lui fu dedicato un tempio nel
vicino villaggio di Deshnoke e da allora si dice che quando
un bambino del villaggio muore si reincarna in un topo e viceversa.
Ecco perché al Shri Karni Mata i ratti sono venerati,
nutriti e protetti. L'impatto è piuttosto forte soprattutto per
l'odore che regna qui dentro, reso saturo dalle deiezioni dei topi
e dei piccioni. Inoltre, essendo un tempio, bisogna togliersi le
scarpe. Il provvidenziale calzino da moschea ci viene in soccorso,
ahimè per l'ultima volta: immolato per questo sacrificio supremo
conoscerà la non gloriosa fine del bidone della spazzatura. Ma
questo dopo. Entriamo e, a parte l'odore, non si percepisce nulla
in un primo momento. Poi una sagometta scura attraversa saltellando
il porticato. È indubitabilmente il famoso roditore. A questo punto
tutti gli altri si disvelano. Sono ovunque: affacciati alle
ringhiere, arrampicati attorno a grosse bacinelle intenti a bere il
latte offerto dai fedeli, schiacciano pisolini dove possono
acciambellati sui tubi dell'acqua o negli angoli delle scale.
Bisogna fare attenzione a non pestarli camminando, pena disgrazie a
non finire: loro stanno molto attenti a noi bipedi, cedono il
passo, sono assolutamente domestici, esplorano le scarpe dei
visitatori depositate all'ingresso (speriamo non le nostre,
guardate a vista da una ragazzino). All'interno del tempio c'è il
sancta sanctorum che custodisce una grossa ciotola piena di cibo
sorvegliata da alcuni fedeli. I piccoli roditori sono diabetici,
poveretti, poiché hanno una dieta troppo ricca di zuccheri: latte,
cocco, grano, mais. In cortile un topolino è riuscito a
conquistarsi una grossa ciotola piena di latte di bufala e con le
zampette sta afferrando lo strato di crema che si è formato in
superficie. Ci sono anche due topolini bianchi che, essendo rari,
portano più fortuna degli altri. La gente si accalca per vederli,
in tutto il tempio sono solo sette. E questa è l'India, il Paese di
300 milioni di dei che agiscono solo se ci credi davvero, la terra
in cui si erigono templi ai topi, a loro si portano offerte e su di
loro si vigila, mentre i piccoli roditori mangiano, dormono,
scorrazzano tra adulti e bambini seduti fra loro, con questo odore
terribile che impregna l'aria, ma nessuno ci fa caso. Chissà se
questi topolini ne sono consapevoli? Ci rimettiamo le scarpe sotto
gli occhietti incuriositi di un topino che si affaccia da un
gradino, forse siamo arrivati un attimo prima che si calasse a
esplorare le nostre calzature.
Mr. Ashok ci accompagna ora a visitare un centro di ricerca per
i cammelli. In India sono molto usati per il trasporto delle merci,
ma anche come cavalcature per le guardie di frontiera, un soldato
in piedi sulla sella può vedere lontanissimo. Inoltre i cammelli
sono in grado di resistere per lungo tempo senza nutrirsi e
soprattutto senza bere - anche sei mesi - e corrono molto
velocemente. Qui sono presenti molti esemplari, alcuni cuccioli se
si può attribuire un termine simile a una bestiola che ti guarda
già dall'alto in basso. Il latte di cammella è molto usato in
medicina, nella cura della tubercolosi soprattutto. Con la sua
lana, inoltre, si fanno coperte e berretti mentre con la pelle si
producono scarpe, otri, lampade. All'insegna della modernità e del
business qui, accanto all'uscita, si sta costruendo un locale per
la degustazione del latte di cammella.
Quando ci rifugiamo in camera, a sera, abbiamo molta fame, visto
che oggi abbiamo fatto i fachiri saltando il pranzo. Ma la cena
sembra non arrivare mai. Siamo confinati in un resort molto lontano
dal paese: buffet intorno alla piscina, a lume di candela, a
rischio di finire in acqua a ogni passo. Orchestrina familiare dove
una bimba di pochissimi anni balla già con estrema perizia agitando
le piccole cavigliere sonore. Il caldo adesso è forse più
insopportabile che di giorno. (Heritage Resort Bikaner, 9 km
milestone, Jaipur Highway; 110 dollari la doppia. La cena è buona
ma il costo un salasso per l'India :1500 rupie in due pari a 15
euro a testa)
Eh, l'India! Paese dalle molte sfaccettature, dove convivono dei
di milioni di anni e modernità. Stasera alla televisione c'era la
pubblicità di un prodotto che si chiama Rat kill: nel filmato, un
topo dall'aria velenosa mordicchia il succhiotto di un bambino, ma
un attimo prima che la mamma distratta lo rifili al figliolo scatta
il fermo immagine, interviene il ratticida e per il roditore non
c'è scampo. E per il bambino? Topi e uomini convivono, ma non
ovunque nello stesso modo.
Quinto giorno:
Bikaner - Jaisalmer (km 330 circa, 6
ore)
Shri Karni Mata: il tempio dei topi
Partenza alle 8,30 in direzione Jaisalmer, la strada è lunga e
ci vorranno circa cinque ore di auto per arrivare a destinazione.
Mr. Ashok si annoia un po', il traffico è rarefatto, la carreggiata
è una fettuccia dritta che taglia in due il deserto. A tratti la
vegetazione è un po' più rigogliosa e verde, segno di abbondanti
piogge recenti, in altre zone si riduce a steppa arida, dove le
capre sono costrette ad arrampicarsi sugli alberelli per brucare
qualche foglia. Qui vivono anche cervi ma non riusciamo a vederne,
in compenso avvistiamo una specie di piccola iguana molto
velenosa, se è della specie di colore nero è letale per
gli uomini, il veleno impiega cinque minuti ad ucciderli. Buono a
sapersi, visto che per svariate necessità oggi faremo molto uso dei
cespugli del deserto. I villaggi nella zona sono costruzioni
circolari con tetti di paglia, i bambini aspettano le auto ai bordi
della strada, i più scaltri fanno segno di avere sete per poi
chiedere ai turisti dolci o penne. La strada corre parallela al
confine con il Pakistan che è a circa 200 km.
Superiamo un vasto accampamento militare, tende tra gli alberi,
blindati, camion e cammelli, molto usati dalle truppe speciali di
guardia alla frontiera. Jaisalmer è l'ultima città del
Rajasthan prima del confine, la distanza si riduce a 120 km. Viene
chiamata la città d'oro per via del colore dell'arenaria con cui fu
edificata. È anche la città dell'argento venduto a peso, ma Ashok
ci mette in guardia: questo è un centro molto turistico, dunque è
tutto molto caro, conviene guardare ma non fare acquisti.
Incontriamo la nostra guida in albergo, che è una sorta di replica
di un forte Moghul con tanto di camerieri in veste di guerrieri
rajput, pronti a scattare sull'attenti al nostro passaggio
neanche fossimo i maharaja. Contrasta con il fine intarsio degli
stucchi l'odore dei garofani ormai appassiti che ci mettono al
collo come benvenuto (Hotel Fort Rajwada Jodhpur-Barmer Link Road,
Jaisalmer, 3 stelle, molto confortevole, 136 dollari la camera
doppia). Le carovane dei mercanti, quando arrivavano a Jaisalmer,
sostavano in un luogo chiamato Gadi Sagar Tank, un bacino
artificiale costruito all'interno di una depressione del terreno
adatta a raccogliere l'acqua nel periodo dei monsoni. Intorno ci
sono alcuni cenotafi di bramini o di rajput, al centro del lago una
costruzione, una piattaforma coperta, dove il maharaja si ritirava
con i suoi musici e le sue cortigiane. Una di queste, Tilon, era
talmente bella da essersi guadagnata i favori di molti uomini e con
le ricchezze accumulate volle costruire una porta di accesso alla
città. Il maharaja le accordò il permesso, ma i benpensanti
storsero il naso e lo spinsero a revocare la concessione. Un
santone, allora, suggerì alla bella cortigiana di erigere sopra la
porta un tempio a Krishna, così nessuno avrebbe avuto l'ardire di
distruggerla. E così fu. Inoltre, Tilon stabilì che da quella porta
potessero passare solo le donne. E il maharaja fu costretto a
entrare in città passando da una porta più piccola.
Spicca da lontano il forte Sonar Qila risalente al 1156,
il più antico del Rajasthan, circondato dalle sue possenti mura
nelle quali si asserragliavano i rajput all'epoca delle invasioni
moghul. Ma un brutto giorno il forte cadde - era il 1294 - e i
rajput, prima di morire nell'ultima battaglia, immolarono le loro
donne su una pira perché non cadessero nelle mani del nemico. Non è
noto il pensiero delle immolate. Questa cerimonia si chiama
johar e da qui ha origine il sati, ossia il suicidio
delle vedove che si lasciano ardere sulla pira dei mariti defunti,
attualmente vietato dalla legge. A testimonianza e ricordo di
quella prima johar, sulla prima porta, la Ganesh Pol,
sono dipinte molte piccole mani. Commovente e un po' macabro. Le
porte sono in totale cinque, invisibili le une alle altre per
ingannare il nemico, l'ultima si chiama Hava Pol, la Porta
dei venti, a causa della brezza che attraversa sempre questa
apertura; difatti, la gente è solita sedersi qui nei giorni molto
caldi, come oggi, quando la temperatura può arrivare fino a 50°
C.
Entriamo nella cittadella fortificata e non si sa dove guardare.
Sulla Chaugan Puda Chowk, la piazza, dominano il palazzo del
Maharaja e quello della regina, il primo con ampie finestre, il
secondo con i consueti paraventi traforati fittamente perché le
donne potessero guardare senza essere viste, gettando fiori
colorati al passaggio del Maharaja. In questa piazza si celebrò la
johar. Comunque è consigliabile guardare dove si mettono i
piedi, qui pascolano liberamente le vacche e gli stretti vicoli
sono invasi dalle loro fatte, mentre ai lati scorrono gli scarichi
fognari. Quindi uno sguardo per aria e uno al selciato. Nei vicoli
stretti i muri sono coperti di mercanzie, soprattutto tessuti. I
venditori cercano di richiamare la nostra attenzione. Un bambino
dai modi spicci vede spuntare una cartoccio dalla mia tasca e,
pensando sia una caramella, senza tanti complimenti l'afferra, si
trova tra le mani la scatola vuota di un rullino fotografico e,
deluso, la scaglia con rabbia per terra. Un gesto innocente ma
anche aggressivo, come mai ci accadrà di notare in questo viaggio.
Due ragazzine hanno fiutato il modo di guadagnare qualcosa
proponendosi ai turisti con un vaso sulla testa, pronte per una
foto. Passeggiamo scortati dalle mucche. In una piazza alcuni
bambini giocano a cricket - che è diventato lo sport nazionale
indiano - litigando sulle regole; allora sospendono la partita, si
siedono in un angolo a discutere e la mucca si sdraia lì con loro,
appoggiata a una moto, occupando il campo. Poi sopporta con
pazienza davvero bovina chi le tira la coda, chi la batte con la
pala da cricket per spingerla a sloggiare. Le mucche sono ovunque,
i vicoli stretti, tanto che è molto difficile fotografare le case i
cui balconi e finestre sono cesellati come pizzi.
Lasciamo il forte e ci immergiamo nel mercato della città, ai
piedi delle mura. Ganesh ci offre un dolce davvero speciale, tipico
di qui, il ghotwa, una palla morbida di zucchero, cardamomo,
zafferano e chissà cos'altro. Le haveli della città bassa
sono qualcosa di stupefacente. Visitiamo quella del Primo ministro
costruita da due fratelli architetti: ne fecero metà per uno, in
una sorta di gara di bravura. In effetti sia gli interni che
l'esterno sono simmetrici, ma i decori sono diversi: si erano messi
d'accordo per non copiarsi. Le haveli di Jaisalmer
nascondono spesso botteghe, ma grazie a mr. Ashok stiamo attenti,
guardiamo e non cadiamo in tentazione, acquistiamo solo un altarino
portatile di profumatissimo quanto sedicente legno di sandalo. Mr.
Ashok non lo crede possibile: l'abbiamo pagato troppo poco,
probabilmente è solo legno profumato all'essenza di sandalo.
Pazienza: ci piace ugualmente. In compenso, opponiamo una
tranquilla ma ferma resistenza al mercante di pashmine che,
dopo averci offerto un ottimo masala chai, ci sommerge di
sciarpe. Liberatici dal caldo fardello, piuttosto fastidioso data
la temperatura, salutiamo: ci aspetta il tramonto. Dal cenotafio
dei bramini.
Su una collinetta nei pressi della città sorge il Chatri dei
Bramini, di architettura moghul e indu. Qui sono sepolti
solo i bramini come si può notare dalle statue scolpite sulle steli
che hanno le mani giunte in preghiera. A occidente, il sole sta
tramontando sul deserto. Chissà come doveva apparire la città di
Jaisalmer alle carovane che arrivavano da lì quando questa città
era al centro della via della seta, con il suo forte che il
tramonto tinge di un colore caldo, aureo. Chissà cosa pensavano i
mercanti varcando la porta dei Venti, percorrendo gli stretti
vicoli della cittadella, imbattendosi all'improvviso in un tempio
jainista, dalle pietre intagliate così finemente da sembrare di
legno. Avranno sicuramente incontrato donne come queste, dagli
abiti coloratissimi perché nel deserto non ci sono colori; donne
dai molti bracciali, dalle cavigliere che suonano a ogni passo,
dalle narici ornate da orecchini a forma di fiore, con anelli
d'argento e d'oro alle dita delle mani e dei piedi. E uomini con i
baffi arricciati e la barba divisa in due e pettinata all'insù,
anche loro adorni di orecchini e anelli. Seduti su un cenotafio
osserviamo lo spettacolo del sole che tramonta illuminando il
forte. Il vento caldo e secco che si alza la sera sembra portare
con sé questa e mille altre storie mentre un vecchio suonatore di
sitar ci regala una colonna sonora irripetibile. Adesso a Jaisalmer
si arriva in auto e le merci sono trasportate da camion dipinti e
adorni di festoni e nastri colorati benaugurali, ma la roccaforte
conserva un fascino misterioso che ha il potere di stregare il
viandante. Sarà perché le pietre sono rimaste intatte, sarà perché
uomini e donne ancora oggi sono vestiti come allora e le loro
attività non sono sostanzialmente mutate.
Per cena riusciamo a uscire dalla morsa dell'hotel. Mr. Ashok e
la guida ci accompagnano in un ristorante vegetariano. Mangiamo in
giardino, a lume di candela, attorniati da famiglie indiane con
bambini guardati dalle solite infaticabili balie. La serata è
calda, il cibo buonissimo e sapientemente speziato, alla fine ci
portano il digestivo: su un vassoio d'argento finemente lavorato e
dentro due contenitori di vetro panciuti, semi di anice e zucchero
in pezzi piuttosto grossi. Al termine del pasto si usa masticare
questa delizia. E noi non ci tiriamo certo indietro.
Sesto giorno:
Jaisalmer - Pokaran - Jodhpur (km 308 circa, 6
ore)
Ci incamminiamo verso Jodhpur, ma lungo la strada mr. Ashok si
ferma per farci visitare il forte di Pokaran, tutto in
arenaria rossa, così rossa che è meglio non appoggiarsi ai muri per
non macchiare i vestiti. Cosa che puntualmente facciamo. Il palazzo
ha la tipica architettura dell'arte rajput mescolata con quella
moghul. All'interno ospita una collezione di armi e di oggetti di
uso comune. Fra le varie attrattive, oltre a un piccolo tempio
dedicato a Krishna, ci siamo anche noi. Suscitiamo infatti la
curiosità di un gruppo di uomini che sembrano i Re Magi per via del
loro abbigliamento, con tanto di turbante bianco e grossi orecchini
d'oro ad anello appesi alla parte superiore delle orecchie.
Suscitano ilarità e perplessità soprattutto i miei pantaloni, qui
le donne non li portano. Un'allegra e simpatica famigliola in gita
si avvicina con i suoi bambini curiosi. La ragazzina mi regala un
po' del gelsomino che ha raccolto, in cambio offriamo loro le
nostre caramelle. Le mura che circondano il forte sono imponenti,
dall'alto si può dominare la città con lo sguardo.
Riprendiamo la strada per Jodhpur. Lungo la carreggiata schiere
di pellegrini in marcia diretti a un famoso tempio vicino a
Pokaran. Il deserto si estende sempre più, la sabbia talvolta
invade tutta la strada e alte dune incombono alla nostra destra. Ci
fermiamo in un piccolo agglomerato di case: Ashok conosce i suoi
abitanti, un vecchio con le figlie e i nipoti. Le case basse con il
tetto di paglia hanno un impianto circolare, sono tre o quattro,
ognuna ospita solo una stanza. I bambini sono una moltitudine,
sporchi e con le vesti lacere, sorridono e si accalcano intorno ad
Ashok che distribuisce le caramelle intimando loro di mettersi in
fila, i più piccoli davanti. Le donne con veli coloratissimi stanno
in disparte. Abbiamo del sapone, ne consegniamo un po' alla più
anziana perché lo divida con le altre, ma lei lo vuole tutto per
sé; dobbiamo distribuirlo noi nelle mani di ciascuna di loro.
Lasciato il villaggio, ecco finalmente Jodhpur, un
milione di abitanti, la città blu. I bramini fecero dipingere le
loro case di questo colore (a dire il vero è lilla) per
distinguerle dalle altre; inoltre si pensava che la tinta tenesse
lontani il caldo e gli insetti. Dagli anni '80, con l'incremento
del turismo, anche molti non appartenenti alla casta dei bramini
hanno ottenuto il permesso di dipingere le loro case di blu.
All'interno delle mura del forte Meherangarh, lunghe ben 10
km, si erge il cenotafio (Chatri) Jasvant Thada appartenente
alla famiglia reale. Fu costruito vicino al luogo dove venivano
cremati i maharaja. Durante la cerimonia la famiglia partecipa
sostando in un luogo apposito; in seguito fa un bagno purificatore,
indispensabile conclusione del rito. Per questo vicino ai luoghi
delle cremazioni c'è sempre un lago o un fiume. I memoriali però
sono piuttosto rari e riservati alle caste superiori. Questo
chatri ricorda in piccolo il Taj Mahal e ha una
particolarità: il marmo è talmente sottile che all'interno filtra
la luce del sole, sembra alabastro. È dedicato alla memoria dei
maharaja Umaid Singh e Hanuman Singh. Saliamo adesso fino al forte
Meherangarh, eretto nel XVI sec. Entriamo dalla Fateh Pol, la Porta
della vittoria, subito dopo il Cenotafio degli eroi, i guerrieri
rajput morti in battaglia per difendere Jodhpur; accanto, la
consueta fontana pubblica dove una donna mesce l'acqua dagli otri.
Il palazzo del maharaja è un tripudio di merletti di marmo e
pietra. Le abitazioni maschili (mardana) sono ariose e
visitabili, mentre quelle femminili sono celate dietro il solito
fitto ricamo delle finestre. Ma la regina poteva assistere, non
vista, alle riunioni e comunicare le sue opinioni favorevoli o
contrarie attraverso i suoi messaggeri privati, gli eunuchi. E
pesavano, eccome. Le stanze del maharaja e della sua corte sono
fastose, coperte d'oro, e i soffitti abbelliti con palle di Natale
di vetro di Murano.
In questa stagione i turisti europei sono pochi, i molti
visitatori sono arrivati dai villaggi intorno, le donne con i loro
lenha hanchuni più belli e più colorati, ornate di decine di
bracciali di corno e argento che arrivano a coprire tutto il
braccio. Sfilano nelle sale allestite a museo dove sono conservate
armi e portantine per gli elefanti, una delle quali, di fattura
moghul e conquistata in battaglia, davvero speciale. Gettano un
occhio distratto a questi tesori, sono molto più interessati a noi.
Camminano se noi camminiamo, si fermano se noi sostiamo. Ci
guardano con scuri occhi sgranati, siamo molto esotici. Qualcuno
furtivamente fa dondolare il mio codino: strane queste occidentali
in pantaloni e con i capelli corti, e questi uomini pallidi, senza
orecchini e senza anelli. A ogni angolo del palazzo ci sono quattro
secchi, è l'impianto antincendio: due contengono acqua e due
sabbia. Percorriamo la cinta muraria assieme a tutte queste
persone: gli uomini indossano l'abito della festa, il kurta
pijama, sono tutti vestiti di bianco, hanno giacchette piene di
volants e grandi turbanti, ci osserviamo con reciproca curiosità.
Qualche bambino ha paura di noi, saranno le nostre facce scolorite;
qualcuno, spinto dalla mamma, viene a stringerci le mani. In questo
periodo nelle sale del forte gremite di gente si bruciano incensi
per dissipare l'odore pesante. Certo, qui l'igiene ha parametri
diversi rispetto alle nostre latitudini, ma in tutti i paesi è
così, il viaggiatore lo sa, potrebbe imparare anche a sopportarlo.
È l'odore dell'India.
Il bazar è un'esperienza delirante e oggi è festa, è il giorno
dell'Indipendenza, c'è poca gente, ci spiegano. Meno male. È
silenziosa l'India, in generale, ma ogni suono si libera nei bazar.
Un elefante attende all'ingresso; all'interno, vicoli resi più
stretti dalle bancarelle o dalle mercanzie messe in mostra a terra.
Ciabattini, barbieri, animali, mezzi di trasporto, persone, una
moltitudine, bambini di strada che si appendono alle mani degli
stranieri e vengono scacciati dagli indiani, state attenti agli
scippi, state attenti alla guida, ha il 40 per cento di commissione
sui vostri acquisti, sentiamo urlare da un banco. Stiamo attenti,
non c'è problema, siamo abituati perfino all'Italia. In questa
promiscuità di uomini e animali è facile trovarsi vis à vis con una
mucca: lei di solito non si scompone. Le spezie sono qualcosa di
fantastico: con in mano un infuso di tè himalayano fatto di
cardamomo, cannella e zafferano ci lasciamo mettere sotto il naso
sacchetti profumatissimi, curry, pepe, chiodi di garofano,
zafferano, vaniglia, cannella, cumino. Cosa comprare? Due tipi di
masala è la cosa più utile. Storditi dal gran clamore del
bazar andiamo a cena in un posto molto grazioso, tipicamente
turistico, ma per 400 rupie (ben 8 euro) facciamo una favolosa cena
vegetariana. È calata la notte. La città si è fatta buia, lungo la
strada non si distingue molto. Qualche mucca che ancora bruca in
mezzo ai rifiuti e alcune ombre in movimento. Sono persone, ci sono
brande e tavolacci lungo la strada, quattro o cinque uomini sopra
ognuna. Dormono qui, sul ciglio della carreggiata. Buonanotte,
Jodhpur.
Settimo giorno:
Jodhpur - Ranakpur - Udaipur (km 270 circa, 6
ore)
Udaipur: lago Pichola visto dal Palazzo di
Città
Quando partiamo da Jodhpur mr. Ashok ci accompagna da un suo
amico appena fuori città per comprare tessuti. Siamo pronti per il
gioco, la bottega è vasta e le stoffe bellissime. Seduti comodi,
sorseggiando un ottimo tè nero, osserviamo con crescente meraviglia
il dispiegarsi delle coperte sotto i nostri occhi. Sono fatte di
ritagli di vecchi saree, maggiori sono le decorazioni,
soprattutto piccoli specchi tondi fissati a mano, più alto è il
prezzo. La scelta è difficile e il venditore lo sa mentre stende
intorno a noi queste meraviglie. Alla fine optiamo per un
copriletto, due stole, due copricuscini e una stoffa per decorare
le porte; strappiamo anche un ottimo prezzo, a giudicare dalla
faccia un po' scontenta del venditore. Che però ci regala anche una
pashmina.
Riprendiamo la strada, che sarà lunga. Incontriamo ancora
pellegrini diretti al tempio vicino a Pokaran, villaggi, donne
sempre splendidamente vestite che lavorano nei campi o nei
cantieri: portano in testa bacili pieni di sabbia o sterco. In un
villaggio c'è festa al tempio di Shiva e c'è la fiera. Scendiamo e
ci troviamo avvolti dalla folla. Le donne sono sempre molto curiose
e gentili, posano volentieri per una foto mostrando i loro gioielli
o i bambini e spostando di peso i ragazzini impiccioni che si
mettono di mezzo. Ecco, questi sono davvero fastidiosi e un po'
insolenti. Tipico dei ragazzini di quell'età. Davanti all'entrata
del tempio, una mucca bardata a festa gira in tondo in mezzo a una
folla di persone che si strige sempre più su di lei. Alcuni
mendicanti si propongono per essere immortalati dietro compenso. Ma
ecco la processione che avanza: la gente a piedi canta e danza,
molti invece sono ammassati su autocarri, una specie di carro
allegorico trasporta un santone sorridente e benedicente. Tutti si
buttano addosso una polvere rosa acceso.
Arriviamo così a Ranakpur dove si può ammirare il
tempio Chaumukha, splendido esempio dell'arte
jainista, edificato su un terreno concesso dal Marwar Rana Khumba.
La dottrina Jain nacque in contrapposizione allo strapotere dei
bramini. Inizialmente i Jain predicavano la povertà, l'assoluta non
violenza, la castità: i francescani dell'induismo. Vegetariani
rigorosissimi (nel tempo non si possono portare neppure oggetti di
pelle), non costruivano templi perché la regola era seguire i
principi nella quotidianità, non c'era bisogno di praticare
rituali. Ebbero un grande seguito, ricevettero anche molte offerte
e divennero ricchi. Adesso sono carichi di denaro e possono essere
paragonati alle grandi famiglie ebree americane, così importanti
per l'economia degli Usa e così potenti. Il tempio all'esterno si
presenta liscio, ma all'interno è un fiorire di bassorilievi,
colonne, cupole, storie dei 24 profeti narrate in ogni centimetro
di marmo. Vicino al sancta sanctorum, che ospita quattro immagini
del dio Adinath rivolto ai quattro punti cardinali, c'è una grossa
campana usata durante la preghiera per diffondere il suono dell'Om,
la vibrazione dell'universo, la parola che si pronuncia quando si
pratica yoga. La campana ha anche una funzione molto pragmatica: il
suo suono infastidisce gli insetti, che si tengono alla larga dai
visitatori del tempio. I jainisti sono unici: per non uccidere
animali o altre forme di vita usano portare un fazzoletto sulla
bocca e spazzano davanti a sé con uno scopettino prima di muovere
ogni passo. Ci sembra inevitabile a pranzo optare per un'ottima
cucina vegetariana.
Riprendiamo l'auto per raggiungere Udaipur. Sotto un cielo
grigio attraversiamo una foresta che è divenuta riserva; qui vivono
anche pantere e leopardi come si può notare dai cartelli stradali.
Noi riusciamo ad avvistare alcune scimmie e una specie di grossa
iguana, velenosetta ma non troppo. Viene giù un bell'acquazzone,
poi torna un po' di sereno, ma incombono le nuvole. Ci fermiamo a
osservare un vecchio che, seduto su una ruota di legno, guida due
mucche; la ruota gira e aziona una catena di otri legati insieme
che pescano l'acqua da un pozzo per poi versarla in una serie di
canali d'irrigazione. Mentre ci avviciniamo a Udaipur incontriamo
lungo la strada un gruppo di gitani. La loro storia è alquanto
singolare. Alleatisi alla fine del 1500 con il Rajput Udai Singh
II, fecero voto di condurre vita nomade finché non avessero
riconquistato assieme al loro condottiero l'antica capitale
Chittorgarh, caduta nelle mani dell'imperatore moghul Akbar. Il
Rajput morì, la città non fu mai riconquistata, i moghul non
esistono più, ma questi gitani continuano a vivere come nomadi
nonostante il governo cerchi di trasformarli da tempo in cittadini
sedentari. Chiacchierando con la guida di politica (è straordinario
come tutto il mondo la pensi allo stesso modo sul neo colonialismo)
arriviamo a Udaipur, città dai vicoli stretti, ribattezzata
la Venezia d'Oriente per via del lago Pichola. Qui è stato
girato il film 007 Octopussy, con Roger Moore nei panni di
James Bond. Stasera ceniamo sul lago: siamo fortunati ad averlo
trovato, 10 giorni fa si poteva camminare sul suo fondo; poi ha
piovuto per 24 ore e si è riempito. Mr. Ashok ci fa compagnia per
cena: è stanco, ha guidato molto in questi giorni e la strada era
impegnativa. Per fortuna domani staremo qui e potrà riposarsi.
La vista sul lago di notte è di incomparabile bellezza.
Pernottiamo all'hotel The Trident Hilton (Haridasji Ki Magri,
Mulla Talai, un po' fuori dal centro), non c'è altro a
disposizione, ci fanno uno sconto per via del pacchetto d'agenzia
altrimenti la doppia costerebbe 171 dollari.
Ottavo giorno:
Udaipur
Octopussy and other films recita un cartello appena fuori
da un negozietto che affaccia sugli stretti vicoli di Udaipur. Mr.
Ashok sfodera tutta la sua bravura per attraversare queste stradine
schivando elefanti, persone, mezzi e le sempre numerose mucche,
vere padrone della strada. A ogni angolo i sacri bovini possono
trovare erbe raccolte apposta per loro dai fedeli induisti. Vicino
al Palazzo Reale c'è un grande tempio induista, Jagdish
Mandir, caratterizzato da un edificio centrale piuttosto grande
e ricco di bassorilievi al suo esterno (a differenza dei templi
jainisti): narrano la vita di demoni, posti in basso, e degli dei.
Ai quattro angoli esterni altrettanti tempietti dedicati a varie
divinità (la dea del sole, quella della forza, moglie di Vishnu, il
conservatore del mondo). All'interno non si possono fare
fotografie, inoltre ci sono numerose donne sedute a terra raccolte
in preghiera. All'uscita dal tempio una breve salita porta
all'ingresso del City Palace: attualmente metà dell'edificio
è stato ceduto a un hotel, l'altra metà è ancora abitata dal
Maharaja. Questa casta non detiene più alcun potere dagli anni
successivi alla conquista dell'Indipendenza ma, essendo molto
ricca, influenza comunque la vita politica del Paese.
Udaipur venne fondata nel 1568, quando l'antica capitale Chittor
fu assaltata dai Moghul, in una piana più ampia, protetta da
colline e molto vicina a miniere d'argento. Inoltre, qui vi sono
ben tre laghi, il più grande dei quali è, appunto, il Pichola. Il
palazzo è imponente ed è caratterizzato da balconi in stile
veneziano decorati con piastrelle di manifattura cinese. Il disco
del dio Sole campeggia sulla facciata, segno che la famiglia reale
discende dalla stirpe dei Surja (sole, in hindi). L'interno è un
misto di arte induista e moghul: questi ultimi avevano importato
anche importanti elementi dell'arte persiana avendo soggiornato
molti anni in quell'area prima di spostarsi più a oriente per
conquistare nuove terre. Sono tipici di questa forma espressiva i
bassorilievi a fiori e rilievi geometrici e la particolare forma
delle porte. Nel patio centrale del palazzo ci sono alberi, gabbie
per gli uccelli, bacini in marmo per raccogliere l'acqua profumata
e una vasca per la festa di Holi, durante la quale l'acqua viene
colorata e la gente si diverte a spruzzarsela addosso. I passaggi
da una stanza all'altra sono stretti, in modo che possa passare una
persona alla volta, e bassi, così da dover transitare a capo chino:
dietro le porte stavano le guardie pronte a mozzare la testa di un
eventuale nemico. Le stanze sono affrescate, coperte di specchi
dipinti e piastrelle di manifattura cinese o di ceramica di Delft.
Le stanze delle donne sono dotate di persiane a listarelle mobili
per poter osservare le danze che si tenevano in un bel cortile
decorato da mosaici: raffigurano tre pavoni composti da piccoli
specchi e vetri colorati. Il palazzo domina il lago Pichola. Le
pareti di alcune scale sono abbellite da piastrelle di ceramica in
stile vittoriano; in altre stanze sono appesi quadri con preziose
miniature che narrano la vita del Maharaja. La loro particolarità è
data da una prospettiva percepibile solo da una certa distanza e
dal movimento della scena: il Maharaja e la sua sposa, infatti,
sono rappresentati in più punti della scena, secondo l'evolversi
dell'azione, come in un film.
Lasciato il palazzo ci rechiamo alla Piscina reale, dove
facevano il bagno le principesse. Un tempo l'acqua spruzzava dalle
fontane per un meccanismo a caduta, trovandosi la piscina qualche
metro sotto il livello del lago; adesso vengono azionate da una
pompa elettrica. C'è anche un giardino tropicale in cui l'acqua
viene spruzzata tra le foglie di enormi piante di mango, palme,
kenzie e altre dalle larghe foglie, dette "orecchie di elefante".
Dopo una sosta riprendiamo il giro. Ci attende il lago
Pichola. L'imbarcadero appartiene all'albergo ospitato nel
Palazzo reale. Il giretto dura circa un'ora. Fa subito fresco
sull'acqua. Dai gath che scendono nel lago i bambini si
tuffano e nuotano, alcuni tenendosi aggrappati a camere d'aria. La
barchetta raggiunge l'isola di Jag Mandir, dove il
Maharaja fece costruire un palazzo mettendogli a guardia bellissimi
elefanti di pietra. Lo spazio visitabile all'interno si riduce a
una stanza con preziosi affreschi al soffitto. La dimora ospitò il
futuro imperatore moghul Shah Jahan in cerca di riparo dopo aver
scatenato una rivolta contro il padre Jahangir.
Eccoci nuovamente nella città bianca e nei suoi vicoli stretti e
trafficatissimi. Mr. Ashok suda le proverbiali sette camicie par
attraversare il centro, intasato a quest'ora. A un certo punto
restiamo bloccati: le stradine consentirebbero il passaggio agevole
di un'auto alla volta, ma sono a doppio senso. Una vettura non
riesce a districarsi e ci inchioda, mentre continuano ad arrivare
tuk-tuk e le moto si infilano in ogni spazio. Lungo la strada si
aprono le botteghe, la gente quasi si arrampica sui muri per
passare. Da qualche parte ho letto che quando in India c'è un
problema, la sua soluzione riguarda la collettività. Infatti si
materializzano una quantità di persone pronte a fornire il loro
utilissimo contributo e lo fanno urlando tutte insieme. Nel momento
in cui sembra che qualcosa si muova ci si mette anche un
motociclista imbranato che, nel tentativo di svicolare in tanta
ressa, complica nuovamente il quadro. La cosa fa veramente
arrabbiare mr. Ashok che, perso tutto il suo aplomb, abbassa i
finestrini e inizia a inveire in un comprensibilissimo hindi, si
capisce bene che sta dicendo cose tremende. Quando finalmente la
faccenda sembra sbloccarsi, dietro l'angolo compare l'ennesima
placida mucca che mastica un filo d'erba sdraiata nel bel mezzo
della carreggiata. È impensabile andare oltre. Concordiamo con mr.
Ashok di scendere e proseguire a piedi, ci rivedremo dopo cena.
Verifichiamo l'ubicazione del ristorante e poi ci buttiamo senza
indugio nei vicoli provando l'emozione di essere schivati dai mezzi
di trasporto che occupano il suolo in modo totalmente anarchico,
almeno così ci sembra. Da notare però che la parte più perigliosa
della strada è costituita dai quarti posteriori dei sacri bovini:
le macchine e le moto ti evitano o si annunciano con poderosi colpi
di clacson che ti fanno trasalire, ma se la mucca decide che è
arrivato il momento di liberarsi e tu sei a tiro, si salvi chi può!
Nelle stradine ci sono anche bancarelle di frutta e verdura,
botteghe di sarti e stiratori, negozi che vendono saree dove
all'interno le stoffe accatastate ovunque rivestono i muri dei
colori dell'arcobaleno. La zona è poco turistica e i negozianti non
incitano all'acquisto. Troviamo un venditore d'argento dal quale
compriamo due cavigliere: il prezzo viene definito a peso
utilizzando un piccolo, antico bilanciere. Provata la misura adatta
alla caviglia, lui in un attimo ci attacca i sonagli.
Abbiamo una fame da lupi perciò decidiamo di andare al
ristorante un po' prima del solito per concederci una lunga cena
vegetariana: zuppa di pomodoro con uova, kebab vegetariano, zuppone
di yogurt con verdure sconosciute, riso con piselli, dolce e
masala chai, anche il tè qui è piccante. Stasera al
ristorante Ambrai (Amet Haveli, proprio sul lago)ci hanno riservato
un tavolo d'angolo, sul lago: i gath e i palazzi della riva opposta
sono tutti illuminati, si diradano le nuvole e spunta anche la
luna. Questa cena fastosa costa ben 650 rupie, 13 euro! Al ritorno
deve esserci stato un malinteso con mr. Ashok: lo aspettiamo per
mezz'ora inutilmente, qualcosa del suo angloindi evidentemente ci è
sfuggito. Comunque qui è pieno di tuk-tuk: per la corsa ci chiedono
100 rupie (2 euro!), probabilmente il doppio del prezzo corrente,
ma è una corsa notturna si giustifica l'autista, e noi non abbiamo
voglia di contrattare. Ci vuole un po' a metterlo in moto, poi
finalmente l'apecar parte. Ogni buco un sobbalzo, ma è il mezzo
ideale per districarsi nei vicoli di Udaipur: virate secche per
evitare buche, altri tuk-tuk e le onnipresenti mucche. Sembra
davvero di essere sul set del film 007 Octopussy operazione
piovra, il regista deve aver pensato alla scena
dell'inseguimento in risciò facendo un giretto simile al nostro. Ma
il particolare più simpatico sono le frecce: quando è necessario
segnalare una svolta, l'autista tira fuori una gamba (la vettura è
senza porte). Tossendo e sobbalzando, dopo aver sbagliato strada,
riusciamo ad arrivare all'albergo. Speriamo che il tuk-tuk ce la
faccia a tornare indietro.
Nono giorno:
Udaipur - Kailashpuri - Pushkar (km 270
circa)
Effettivamente abbiamo capito male, ieri sera. Mr. Ashok ci
chiede com'è andato il rientro in tuk-tuk e quanto ci hanno fatto
pagare la corsa. Partenza alle 9,30, direzione Pushkar. Ha piovuto
molto in questi giorni, a nice rain dicono qui: da otto anni
non pioveva così in questi luoghi, l'acqua pertanto era attesa con
benevolenza. La strada di montagna si arrampica ed è molto
trafficata, soprattutto camion decorati, con le luci di Natale
accese, i merletti e le nappe appese fuori, pensavamo esistessero
solo nei documentari e invece qui ce ne sono a centinaia. Siamo tra
i monti Aravalli. Dietro una collina compare un lago gonfio
d'acqua: la gente si sta lavando, i panni sono stesi sulle
staccionate ad asciugare. È la zona di Nagda, in mezzo allo
specchio acqueo ci sono i templi di Sas Bahu e di
Adbhutjidedicati a Shiva. Sorgono su una piattaforma
rialzata circondata da un lato da alberi di mango e dall'altro dal
lago. La pioggia è stata così intensa che metà del recinto sacro e
del circostante giardino è allagata. Ci sono due templi piuttosto
grandi, riccamente scolpiti sia all'esterno che all'interno; la
pietra è talmente rifinita da sembrare legno. Fuori dal tempio,
alcuni bambini sembrano voler omaggiare i turisti con fiori appena
raccolti, ma prima ancora di consegnarli chiedono rupie in
cambio.
Più avanti si trova il tempio di Eklingji (Ek = 1,
ling = lingam Ji = maestro), nel villaggio di
Kailashpuri, dedicato a Vishnù. È considerato molto sacro e
quindi è frequentatissimo, vi si tengono 14 punjia
(cerimonie) al giorno. Senza nemmeno accorgercene ci troviamo senza
scarpe né calze, con tanto di guida improvvisata che ci spiega che,
dato il luogo venerando, non si possono fare fotografie per non
urtare la sensibilità dei fedeli. Andiamo a posare due corone di
fiori davanti al sancta sanctorum, dove è allocata una statua nera
con quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali: Vishnù il
conservatore, Brahma il creatore, Shiva il distruttore e Surya il
sole, cui erano devoti molti Maharana che si consideravano suoi
diretti discendenti. Iniziamo a capirci un po' di più in questo
calderone di divinità che appaiono sotto diverse forme. Per
esempio, l'ultima reincarnazione di Vishnù, la nona, è stata
Buddha, ora si aspetta la decima e ultima. Lakshmi, la moglie di
Vishnù, è rappresentata da una svastica, simbolo di prosperità: non
ha niente a che vedere con quella nazista, gli indiani ci tengono a
sottolinearlo, infatti è rovesciata. Che dire di Ganesh? Anche lui
ha diverse rappresentazioni secondo la posizione della sua
proboscide: se è dritta indica un buon inizio, se è a sinistra
indica prosperità, mentre a destra vuol dire saggezza e conoscenza.
Mentre ci aggiriamo tra i 108 tempietti sembra che il cielo si sia
improvvisamente popolato di tutte queste divinità, che si siano
affacciate tutte insieme e ci contemplino, proprio come quel pavone
che sta appollaiato sopra di noi su un ramo di mango. I templi sono
ricoperti di bassorilievi con scene tratte dal Kamasutra. Intanto
sta iniziando una pujia: il sacerdote, avvolto da un velo
arancione, unge la statua dalle quattro facce con olio, dipinge
alcuni segni con una pasta di legno di sandalo, agita prima
l'incenso, poi una fiammella e si dispone a leggere i mantra alla
folla che si accalca. È tutto molto suggestivo, l'aria è carica di
emotività. Ma più ci si addentra in questo mondo, più i riti
somigliano a fiabe e l'ingenuità dei fedeli di fronte allo sguardo
magnetico del sacerdote sembra qualcosa di molto vicino alla
fiducia dei bambini nei confronti degli adulti.
Si è fatto tardi, la strada è lunga, tutta curve e molto
trafficata. Le centinaia di camion di cui si diceva prima sembrano
essersi dati appuntamento sulla strada per Pushkar. Siamo disposti
a rinunciare al pranzo, ma Ashok non può farcela, corre quando può,
sorpassa, poi ha bisogno di una sosta. Abbiamo recuperato un po' di
ritardo, per fortuna. La strada è costellata di fabbriche di marmo
e i camion per lo più trasportano pesanti massi spesso stivati
male: ogni tanto qualcuno si rovescia. Attraversiamo villaggi,
incontriamo le schiere dei pellegrini diretti al tempio di Ramdeura
vicino a Pokaran e finalmente arriviamo a Pushkar, molliamo
tutto in albergo e andiamo alla conquista della città. Qui sorge
l'unico tempio dedicato a Brahma di tutta l'India e quindi di tutto
il mondo: perché Brahma è il creatore è, come tale, sempre poco
rappresentato. Ma la leggenda narra che ha pesato una maledizione
della moglie, Savitri, per via di un tradimento. Sostiamo un po'
sui ghat e veniamo subito abbordati dalla consueta famigliola di
cantori: mostriamo indifferenza e quelli staccano un acuto più
forte per costringerci a guardarli e ascoltarli. Per salvarci i
timpani leviamo le tende: è giunto il momento di buttarci nelle
strade e raggiungere il tempio di Brahma. Odore di incensi, di
cucina, di fritto e di dolci, di fatte di vacca: sacre, ma puzzano.
Colori vivaci nell'intonaco delle case - verde, azzurro, lilla,
pervinca - e nelle stoffe appese ovunque. Scimmie. Un vitellino che
forse vorrebbe giocare ci prende a testate nelle gambe:
simpaticissimo. Scorci sui ghat che circondano tutto il lago, sono
52. Scintillio di braccialetti d'argento e cavigliere. Una mucca
sta beatamente mangiando da un pentolone di un ristorante: il cuoco
la picchia duramente sul muso con la paletta per le mosche, non si
mangia ciò che va venduto. Ovviamente non cambia la pentola: un
ottimo deterrente se ci venisse la fantasia di mangiare qualcosa al
volo. Non siamo affatto rupofobi, ma è meglio non esagerare. Capita
di incrociare nella folla i volti scavati e gli occhi un po'
allucinati dei santoni, le mani protese di vecchi e bambini, tenaci
nel chiedere qualche rupia, giovani occidentali che sembrano
essersi fumati tutto il possibile e anche l'impossibile e che
vagano con lo sguardo alto, perso sopra la folla. Comunque è
difficile non perdere la testa in mezzo a tutto questo, non
sentirsi piacevolmente smarriti nel gran carosello che corre
attorno a noi.
All'improvviso la scalinata del tempio di Brahma.
Lasciate le scarpe, alcuni acchiappaturisti cercano di metterci in
mano fiori da offrire, ma siamo stati istruiti a non cedere. Però
ci dobbiamo purificare le mani, d'accordo, e un tizio ci spruzza
addosso acqua da una bottiglietta di plastica con il tappo
inserito, ma bucherellato. Ingegnoso. Il tempio è coloratissimo, ha
la cupola rossa, per terra e sui muri ci sono lapidi in onore di
parenti defunti. Una ragazzina e un bimbo ci avvicinano, sono molto
curiosi. Si mettono in posa per farsi fotografare, ma non vogliono
che gli spediamo la foto: si accontentano di essere considerati
soggetti da immortalare, ne parleranno agli amici. Sono due
fratelli e ci vogliono presentare la loro famiglia: padre, madre,
nonno, sorelle, si mettono tutti ancora una volta in posa. Vivono
ad Ajmer, qui vicino: parlano poco l'inglese, sono attratti dagli
stranieri, osservano anche un gruppo di francesi; cerchiamo di
spiegare a gesti che la Francia è vicina all'Italia. Poi ci ferma
un'altra famiglia: padre, madre e due figli, spingono avanti i
ragazzi affinché ci stringano la mano e ci chiedano da dove
veniamo. È fantastico, siamo un'attrazione. Questi incontri sono
bellissimi. Lasciato il tempio di Brahma percorriamo la strada a
ritroso perché abbiamo lasciato alle spalle uno splendido tempio
dedicato a Vishnù. Purtroppo, i visitatori stranieri non sono
ammessi e non si possono fare fotografie, così ci dice un signore
seduto all'ingresso. Pace, ci andrà meglio alla prossima
reincarnazione. Andiamo allora a sorbire un masala chai su
una terrazza che affaccia sul lago. Il sole sta tramontando; dai
ghat, sotto il locale, arriva la musica dei suonatori; alcuni
fricchettoni improvvisano numeri da giocolieri mentre uomini al
bagno si tolgono i vestiti, si immergono, sciacquano gli abiti, poi
li torcono, li stendono sui gradini per reindossarli dopo alcuni
minuti, perfettamente fradici.
È ora di andare. Mr. Ashok ci aspetta per riportarci all'hotel.
La camera sembra uscita da un romanzo di Agata Christie e profuma
di sapone di Aleppo.(Jagat Singh Palace, Ajmer Road, Pushkar, 2915
rupie, carino, un po' vecchio, stile coloniale, tipo polvere del
tempo). Di sera il tempio di Vishnù è tutto illuminato di lucine,
sembra la ruota di un luna park. Il buio invade le strade, gli
odori si fanno più intensi, esasperati dall'umidità. Le mucche e i
cani si accovacciano per dormire dove capita. La gente continua a
camminare senza sosta, in ogni direzione, tra le bancarelle e in
mezzo alla fogna che è scoppiata mentre l'acqua nera si allarga
sulla strada.
Decimo giorno:
Pushkar - Jaipur (km 100 circa)
Jaipur: suonatori nel tempio di Krishna
Oggi è la festa dei fratelli e delle sorelle, la festa di
Rakshabandan. Adesso capiamo il perché di quella pubblicità
che vediamo ogni sera alla televisione, ma che non sapevamo
interpretare, essendo in hindi. Fratelli e sorelle usano scambiarsi
regali in questa occasione, in particolare braccialetti, mentre nei
templi si fanno offerte speciali. Il mercato di Jaipur sarà
addobbato per l'occasione, pieno di bancarelle che vendono strisce
di stoffa colorate, abbellite da nastri dorati, da legare ai polsi.
Tutti ne portano una. Lasciamo Pushkar e le sue numerose scimmie
che sembrano essersi date appuntamento all'uscita della città. La
strada è ancora molto trafficata, camion che trasportano marmi e
graniti alle fabbriche procedono lentissimi, il fondo è tutto
sconnesso. Poi, improvvisamente, inizia l'autostrada a sei corsie.
I cartelli sono prevalentemente in hindi. Dall'autostrada il
paesaggio appare abbastanza monotono se non fosse per un gruppo di
capre che occupa la corsia centrale e per due mucche che impegnano
inutilmente, data la loro lentezza, quella di sorpasso.
Jaipur dista poco più di 100 km da Pushkar e arriviamo in
breve tempo. L'autostrada si trasforma in una superstrada protetta
da ringhiere, ma la gente deve pur attraversare così in più punti
le grate sono state allargate e uomini, donne e bambini passano
sfidando il traffico. Come sempre accade in questi paesi del Sud
del mondo, un mezzo di trasporto è cosa assai preziosa, perciò, non
appena ci mescoliamo al traffico cittadino, ecco spuntare motorini
e vespe su cui siede tutta la famiglia, neonati addormentati
compresi. Con nostra sorpresa la guida parla italiano. La città è
molto grande, tre milioni di abitanti e quando sono tutti per
strada, su qualunque mezzo di trasporto, la questione diventa
rovente.
La città è stata fondata nel XVII sec. dal Maharaja Jai Singh
II. È stata dipinta tutta di rosa nel 1863, in onore della visita
di Edoardo VII, figlio della regina d'Inghilterra Vittoria: il rosa
infatti è il colore del benvenuto. Visitiamo il Palazzo di
città dove abita ancora il Maharaja locale con la moglie e
l'unica figlia. Immaginiamo che per lui non sia stato troppo
difficile munire la fanciulla di una dote adeguata per sposare un
rampollo della buona società. Infatti, ancora oggi, in India la
nascita di una femmina crea sempre qualche problema alla famiglia:
per sposarla il padre dovrà provvedere alla sua dote, proporzionata
secondo la casta e comunque sempre molto impegnativa. In base alle
possibilità economiche, dunque, si può puntare su un buon partito
oppure accontentarsi di un esponente del ceto medio (piccoli
commercianti) o basso (manovali, carpentieri eccetera). Le caste
del resto - anche se legalmente sono state abolite - a questo
servono: a non mescolarsi. E la dote è uno strumento per il
mantenimento dello status quo: difficilmente si avrà abbastanza
denaro per l'arrampicata sociale.
Il Palazzo, dunque. Nel primo cortile incontriamo il Mubarak
Mahal, o Palazzo del Benvenuto, che adesso ospita una
collezione di preziosi abiti appartenenti alla famiglia reale,
perfino la tenuta per giocare a polo indossata da un giovane
Maharaja morto proprio durante una partita, in seguito a una caduta
da cavallo. Già, qui anche il polo è diffuso: importato come il
cricket dagli inglesi durante la colonizzazione viene giocato
ancora oggi. Ma i ricchi usano il cavallo, come da tradizione, gli
altri la bicicletta. Le stoffe sono preziose e finemente ricamate,
alcuni abiti arrivano a pesare diversi chili. C'è anche il vestito
di un Maharaja più voluminoso dello zar Pietro il Grande: era alto
oltre due metri e pesava 250 chili. Perfino gli abiti dei servitori
erano raffinatissimi. Attraverso una porta guardata da due elefanti
di pietra, la Sarhad ki Deohri, si accede a un secondo
cortile, il Diwan-i-Khas, che ospita la sala delle udienze private:
al centro, una grande tettoia rosa dove hanno trovato collocazione
due enormi otri d'argento del peso di oltre 300 chili ciascuno. La
storia di questi recipienti è interessante: servirono per
trasportare l'acqua sacra del Gange l'unica che il Maharaja Madho
Singh II volesse usare quando, nel 1901, si recò in visita in
Inghilterra. Gli otri erano tre, ma uno sprofondò nell'Oceano
Atlantico durante il viaggio di ritorno. Sotto il padiglione una
bella collezione di armi, spade e moschetti. Dall'interno del
cortile si accede a una sala dove sono conservate portantine da
elefante sotto un lampadario enorme di fabbricazione belga; tutti
intorno ritratti dei Maharaja, miniature e codici. Al primo piano
del Palazzo vi è invece una bella collezione di armi, soprattutto
spade e pugnali. Dal cortile detto dei Pavoni, Pritam Niwas Chowk,
per via delle quattro porte decorate come la coda dei pavoni e che
rappresentano le quattro stagioni, si può osservare la residenza
dell'attuale Maharaja: ovviamente non si può visitare, gli interni
possono essere ammirati solo su un libro che ci mostrano in una
piccola libreria. C'è anche la versione italiana, suggeriscono
solleciti i gestori, contando sull'acquisto. Non può mancare il
bottegone dell'artigianato. Non compreremo nulla, però è
interessante vedere come disegna uno degli addetti alle miniature,
usando un pennellino sottilissimo fatto di setole di scoiattolo
(ecco perché qui ce ne sono meno!) che funziona meglio della mina
di una matita per disegno tecnico.
Vicino al Palazzo di Città c'è il Jantar Mantar,
l'Osservatorio astronomico, costruito nel XVIII sec. da Jai Singh
II, appassionato di astronomia. Le meridiane sono in grado di
calcolare l'ora di Jaipur con una precisione che rasenta il
secondo, sia durante il periodo estivo sia durante quello
invernale. Qui sono rappresentati anche tutti i segni zodiacali:
questo luogo viene molto usato dagli indiani per calcolare il
profilo astrologico delle persone, che pesa quando si devono
combinare matrimoni o avviare nuove attività.
E arriviamo al capitolo "gita delle pentole", alla quale ci
sottoponiamo non proprio volentieri, giusto per non dispiacere la
guida. Un errore: certe volte sarebbe meglio non perdere tempo ma,
come si dice, tutto è conoscenza. Fabbrica di stoffe. Veniamo
consegnati a un tipo dai modi spicci che ci mostra come si fanno i
disegni a stampa, senza mancare di precisare che le matrici di
legno sono intagliate a mano da operai-bambini. Evidentemente non
sa che in Occidente il lavoro minorile non è visto come un valore
aggiunto. Certo, è la scoperta dell'acqua calda: tutto
l'artigianato prodotto nel cosiddetto Terzo mondo si avvale di
piccole mani, ma sentirlo addirittura menare come vanto ci
disturba. Non meno sfruttati appaiono i musulmani addetti ad
annodare tappeti. Il personaggio che ci accoglie qui è un mafioso
da manuale. Fa il simpatico e parla un buon italiano. Come mai? È
stato in Italia diverse volte, sostiene. No, non per lavoro, solo
per vacanza e mai in albergo, sempre ospite da amici italiani. Ci
piacerebbe conoscerli i suoi amici che gli hanno insegnato così
bene l'italiano. E cosa contenevano quei bei tappeti una volta
arrotolati per l'imballaggio. È perfino dispiaciuto che ci siano
pochi lavoranti, oggi: sono a casa a godersi la festa di
Rakshabandal, e si vede che è seccato. Non gli facciamo perdere
troppo tempo, un bicchiere d'acqua e 6 o 7 tappeti srotolati, poi
gli spengiamo il sorriso dicendogli che non li compreremo, mi
spiace, non sapremmo dove metterli. Optiamo per due mezzeri che ci
servono per casa, pagandoli un buon prezzo; per noi italiani, si
capisce. Ce li vendono con una smorfia di quasi disprezzo: mi sa
che abbiamo fatto un affare. Brutta gente davvero.
Adesso viene la parte impegnativa: il giro a piedi nella città
rosa. Il problema di questa città, sapete qual è? Il traffico. E
dire che oggi c'è in giro solo il 15 per cento delle persone. È
difficile attraversare, bisogna farsi tutt'uno con il flusso
ininterrotto dei veicoli (ci sono tutti i mezzi di trasporto su
ruota o su zampa) e poi seguire fiduciosi la corrente: prima o poi
si arriva dall'altra parte della strada, talvolta persino interi.
Le scimmie osservano dai tetti delle case e di antiche
haveli ormai disfatte, ma che conservano ancora il fascino
antico, reso più intrigante dalla decadenza. Al Tempio di
Rama una triade di santoni armati di tabla e sitar si mette a
suonare non appena si materializza un visitatore. In cima alla
terrazza, regno di uccelli e scoiattoli, si ha una vista
significativa del traffico della piazza sottostante. Si può sostare
in pace, poi all'uscita compare un baba a ritirare
l'offerta. Intorno ai templi vivono derelitti di tutti i tipi: sono
intoccabili, vengono a domandare qualche rupia. I bambini già da
piccoli imparano a chiedere soldi per il chapati con voce
lamentosa. Per la strada mendicanti pelle e ossa con abiti laceri e
venditori di marionette, due per 100 rupie, cucite probabilmente
con gli avanzi di vecchi saree. Sono bellissime con quei loro visi
dolci di cartapesta. I poliziotti, intanto, ne approfittano per
raggranellare due soldi con il sudore della fronte. Fermano i
conducenti di auto e moto accampando presunte violazioni del codice
(?) della strada, ogni contestazione può essere sanata all'istante
allungando la tangente, in media 100 rupie per le moto, da 300 a
500 per le auto: è un prezzo folle, 500 rupie equivalgono al costo
di una cena per due in un ottimo ristorante.
E stasera andremo a cena in un bellissimo ristorante, collocato
dentro una torre rotante (costo: circa 350 rupie a persona). Si
mangia ammirando tutta la città più volte: dipende quanto dura il
pasto. Il locale è frequentato quasi esclusivamente da famiglie
indiane, numerose. I camerieri si affaccendano a spostare tavoli e
sedie, apparentemente senza costrutto. Nel buio che avvolge la
città il traffico delle grandi arterie si muove senza posa, ma dove
va tutta questa gente? All'uscita dal ristorante, raffreddato da un
condizionamento eccessivo, è perfino piacevole sentirsi investire
dal caldo afoso della sera. Mentre le vacche si addormentano, la
solita teoria di diseredati macilenti, talvolta storpi, anima di
ombre il marciapiede buio. In pochi metri ecco manifestarsi il
contrasto tra ricchi e poveri, 10% della popolazione indiana i
primi, 25% i secondi. In mezzo, una classe media che lavora e vive
dignitosamente, ma che dovrà faticare sempre. E benedirà i figli,
soprattutto se maschi.
Pernottiamo all' Hotel Mansingh Towers (Sansar Chandra Road,
Jaipur, 5400 rupie la doppia).
Undicesimo giorno:
Jaipur
Jaipur: sulle mura del forte
La città rosa al mattino si anima nuovamente. Persone, mezzi,
animali. Stamani la sala colazioni dell'albergo è colonizzata da un
gruppo di turisti italiani, campani dall'accento, piuttosto
chiassosi. La conversazione, che inevitabilmente colpisce le nostre
orecchie, a un certo punto si generalizza e ha come tema il "mal
d'India". Non si tratta di nostalgia, di sindrome di Stendhal, ma
molto più prosaicamente di effetti della cucina indiana
sull'intestino delicato degli occidentali. Come in una
pujia
induista una lunga processione di signore in età sfila davanti al
tavolo di una donna affranta, dispensando consigli e offrendole
pastiglie adatte alla bisogna. Ognuno condivide compassionevolmente
la propria esperienza in merito. Si scopre che non ce n'è una che
stanotte non sia dovuta correre in bagno: Montezuma, al confronto,
è un dilettante.
Facciamo una prima tappa fotografica al Palazzo dei
venti, Hava Mahal. È a ridosso della strada e serviva
affinché le donne della famiglia reale potessero osservare la vita
scorrere lungo le strade del centro, ovviamente senza essere viste.
Come tutta l'architettura della zona siamo in presenza di una bella
sintesi di arte indù e moghul. Andiamo al Forte Amber. Un
po' fuori città torpedoni di turisti sono parcheggiati ai piedi
della collina dove sorge il forte, circondato da un lago
artificiale su cui sembrano galleggiare i Giardini di
Zafferano. E ora a noi, carissimo elefante! Già, perché per
salire al Forte ci tocca fare una cosa molto turistica, ma
altrettanto divertente (forse perché è la prima volta): salire a
dorso di elefante. Non è difficile: si monta su una torretta e da
lì ci si cala sulla portantina. A questo punto il pachiderma inizia
la salita. Caracollando da questa considerevole altezza ci
dirigiamo in fila al Forte, incrociando gli elefanti che scendono
sgravati del peso dei turisti. L'elefante, poveretto, fatica sotto
il sole già martellante a mezza mattinata: il problema è che quando
soffia un elefante ci si fa la doccia. La sua proboscide è
decisamente più grande del nostro naso e la nube di Fluge che
riesce a produrre equivale al getto di una vasca idromassaggio.
Pazienza, nessuna gioia è perfetta.
Varchiamo la Porta del Sole, Surya Pol, ed entriamo nel primo
grande cortile, Jaleb Chowk, dove sono parcheggiati molti elefanti.
In questo spazio si trova un piccolo bazar che ora vende i suoi
prodotti ai turisti, ma un tempo era allestito appositamente per le
donne della famiglia reale che non potevano mostrarsi in pubblico
ma, come tutte le donne di ogni tempo, amavano fare shopping. C'è
un piccolo tempio qui, dedicato alla dea Kali, tutto in marmo
bianco: è molto frequentato, quindi si entra senza scarpe, senza
calze e senza oggetti di pelle addosso. E non si possono fare
fotografie. Da una rampa si accede al secondo cortile, al centro
del quale vi è la Sala delle udienze pubbliche, una tettoia
sostenuta da colonne di arenaria e marmo: quest'ultimo, essendo
molto costoso, veniva usato con parsimonia, spesso è sostituito da
ottimi stucchi. Dalla Porta di Ganesh, tutta affrescata con colori
vegetali, si accede alle abitazioni del Maharaja e delle sue 12
mogli. Sopra la porta, una piccola finestra serviva alla
principessa-moglie per osservare le udienze e per gettare petali di
rosa e gelsomino sulla testa del Maharaja al suo ritorno da qualche
impresa. Molti matrimoni del Maharaja, in realtà, servivano a
sancire un'alleanza con i paesi confinanti, potenziali nemici.
L'amore ai tempi della ragion di Stato. Le sale interne sono un
tripudio della solita fusione di elementi induisti e moghul, i
giardini geometrici, le fontane, le decorazioni in stile persiano,
gli specchi convessi e i vetri colorati che impreziosiscono muri e
soffitti. Per non parlare di alcuni raffinati dettagli come i tubi
di rame traforati per diffondere l'acqua profumata con fiori in
infusione, o i soffitti coperti di piccoli specchi in modo che
riflettessero la luce degli incensi ardenti come in un cielo fitto
di stelle. Gli appartamenti delle 12 mogli, Zanana,
sono invece più sobri. Indipendenti gli uni dagli altri, affacciano
tutti su un cortile quadrato, punto di ritrovo dove far giocare i
bambini. Sono tre per ogni lato, ciascuno dotato di una scala
privata in uso solo al Maharaja che, in questo modo, evitava la
noia di essere visto e non alimentava battibecchi fra le donne.
Dalla Terrazza delle luna piena si possono osservare altri due
forti, il Forte della Tigre e il Jaigarh o Forte
della Vittoria, del XVII sec., ricco di armi, soprattutto
cannoni. In fondo alla valle, nel lago, gli elefanti che hanno
terminato il servizio stanno facendo un lungo bagno
ristoratore.
Discendiamo dal Forte Amber attraverso una scala che costeggia
il sentiero dei pachidermi che continuano a salire soffiando come
mantici sotto il peso dei turisti. Prima di tornare in città
sostiamo sulla tomba di un santo musulmano sulla quale tutti
depositano un'offerta, talvolta lanciandola anche dalle auto o dai
pullman in transito.
Jaipur è famosa per la lavorazione delle pietre preziose quindi
la sosta alla fabbrica con annesso negozio è d'obbligo. Il tizio
che ci aspetta procede con modi spicci ad illustrarci le
caratteristiche della lavorazione, a cabochon piuttosto che
sfaccettata. Il suo obiettivo è portarci dentro l'antro delle
meraviglie e abbagliarci con le luci dei faretti che illuminano
pietre preziose e semipreziose, anelli d'oro e diamanti. Si informa
se siamo sposati, alla nostra risposta affermativa probabilmente
accantona l'idea "anello di fidanzamento" e rispolvera quella della
"bella moglie e per di più italiana". Spiacente di deluderlo, ma la
succitata non porta monili di alcun genere, almeno ufficialmente
(per fortuna non indosso nulla del vasto assortimento di anelli che
ho a casa), preferisco che mio marito mi offra un buon pranzetto.
Magicamente, il venditore smette di parlare italiano e sembra non
conoscere il significato della parola arrivederci visto che non
risponde al nostro saluto. Ci congediamo anche dalla guida e
restiamo soli con il fidatissimo mr. Ashok, con cui si può parlare
liberamente. Ci conferma che le "gite delle pentole" avvengono a
seguito di accordi tra le guide e i negozianti locali. Lo avevamo
capito persino noi, ma va detto che qui risultano piuttosto
sgradevoli. Il Rajastan è molto turistico e, sotto questi aspetti,
ha perso la spontaneità che gran parte dell'India ancora mantiene.
Diciamo che è il prezzo del successo e che ce lo aspettavamo. Ciò
non toglie che le situazioni di cui sopra non siano esaltanti,
almeno per noi. Nel pomeriggio usciamo da Jaipur e andiamo con
Ashok a visitare il tempio Shri Lakshmi, tutto in
marmo bianco, accecante sotto la luce del sole. L'interno potrebbe
sembrare una chiesa, pacata e spaziosa, con le vetrate colorate e i
bassorilievi che però narrano storie di sorridenti divinità
induiste. Sotto il tempio c'è un museo che ospita la Collezione
di mr. Birla, ricco uomo d'affari locale che sorride dalle foto
in bianco e nero accanto al Mahatma Gandhi, al presidente Neru, a
regine e ambasciatori. Sembra Zelig, o il signor Rossi della
barzelletta nostrana, quello che viene fotografato accanto al papa
affacciato al balcone di piazza San Pietro e tutta la gente a
chiedersi: chi è quel tipo vestito di bianco vicino al signor
Rossi? L'ultima foto è del 2002, a colori: mr. Birla e sua moglie
sono due vecchietti ormai rimpiccioliti dall'età, quasi invisibili
nel gruppo di figli, nipoti e pronipoti.
E adesso è l'ora degli acquisti, quelli veri. Mr. Ashok ci porta
dai suoi amici, che sono sì commercianti, ma hanno la faccia
decisamente più simpatica. Ashok ci spiega con candore che anche
lui avrà la percentuale sulle nostre compere, la quantifica e ci
spiega che, se lo vogliamo, potremo trattare al ribasso defalcando
la sua quota. Ovviamente non arriveremo a tanto. Al negozio di
stoffe stampo il mio primo elefantino, con le matrici di legno e i
colori vegetali. Un buon lavoro, piuttosto preciso. Birra e
patatine fritte accompagnano la contrattazione. Bisogna dire che
questi negozi un po' dismessi all'apparenza hanno una quantità di
stoffe e di articoli tra i quali è difficile scegliere e ancor più
difficile resistere. E che dire degli argenti? Collane e ciondoli
del diametro di qualche centimetro che racchiudono corniole e
lapislazzuli intagliati. Anelli che incastonano pietre
semipreziose, non c'è problema se le dita sono troppo sottili, in
una notte qualcuno si incaricherà di stringerli. Da una scatola di
plastica escono anelli di tutte le fogge e pietre su pietre. Ce n'è
una che si chiama arcobaleno nero, si estrae solo qui, non
si può rinunciare. Com'era la storia che non mi piacciono i monili?
Ceniamo con mr. Ashok in un ristorante dove si esibiscono bravi
musicisti e un'ottima danzatrice che gira vorticosamente reggendo
sulla testa una giara. Mr. Ashok ha tre figlie piccole, la più
grande ha fatto la prima elementare e conosce già un po' di
inglese. Per consentire loro di concludere un buon matrimonio dovrà
mettere da parte per ciascuna una dote di circa 15 mila euro,
questo è il prezzo che si paga per rimanere nel ceto medio. Intanto
studieranno nella scuola pubblica, che però è a pagamento - costa
100 euro al mese - e impareranno l'inglese. Chissà se quando
saranno adulte si concluderanno ancora matrimoni combinati?
Speriamo di no: per loro e per le finanze di Ashok.
Dodicesimo giorno:
Jaipur - Fatehpur Sikri - Agra (km 260 circa, 9
ore)
Lasciamo Jaipur diretti verso Agra, orribile città protetta
dall'Unesco per via del Taj Mahal. La strada di oggi è difficile,
siamo in una zona agricola, il traffico come sempre è di mezzi
pesanti: alcuni autorizzati, molti altri no. La carreggiata è tutta
una buca. Attraversiamo diversi villaggi dove si tengono mercati di
frutta e verdura. L'asfalto è solo al centro della carreggiata; ai
lati, 10-15 metri di terra di nessuno, prospiciente le botteghe e
l'ingresso delle abitazioni, dove vive tutta l'India. C'è
soprattutto spazzatura nella quale razzolano i maiali e i bambini,
e acquitrini dove si rinfrescano i bufali e le mucche. Qui si
svolgono i commerci, gli scambi, qui cercano cibo gli intoccabili.
Nei villaggi il traffico impazzisce. La strada a un certo punto è
chiusa, c'è un raduno di uomini e mezzi che devono recarsi a Jaipur
per un comizio elettorale, passano camion, autobus e trattori
addobbati all'inverosimile con festoni dorati e uomini appollaiati
sul tetto. Molti hanno cenci, bandiere, cartelli con slogan
elettorali. Varcato il confine tra lo stato del Rajasthan e
l'Uttar Pradesh arriviamo in vista di Fatehpur Sikri: siamo
a un pugno di chilometri dalla meta quando il traffico
improvvisamente si blocca. C'è stato un incidente più avanti, è
crollato un palo della luce che ha ucciso un ragazzo e il suo
asino. Su questa strada si verificano spesso sinistri, non è
difficile capire perché. La situazione si sblocca nel giro di
un'ora che occupiamo a bordo carreggiata, chiacchierando con il
console spagnolo di Sri Lanka in visita di piacere in Rajastan. Ci
racconta che ogni giorno nasce un milione di indiani e che presto
il Paese non saprà più come sfamarli, soprattutto a questi ritmi di
crescita. Riprendiamo la marcia caotica lasciandoci alle spalle la
carcassa dell'asino abbandonata in un prato e la folla di gente che
attornia i familiari disperati del ragazzo ucciso.
Dopo poco eccoci a Fatehpur Sikri, si vedono il forte e
la moschea. Questa città fu fondata tra il 1571 e il 1585
dall'imperatore Moghul Akbar, sovrano illuminato, capace di
stringere alleanze con tutti i gruppi religiosi della zona. La sua
personale filosofia, detta Din-i-Ilahi, lo portò a teorizzare
l'uguaglianza di tutte le religioni in quanto espressioni del
divino e quindi della Verità. Akbar sposò infatti una donna
cristiana, una musulmana e un'induista. Ebbe da quest'ultima il suo
unico figlio, Jahangir, dopo aver ricevuto la benedizione del
santone sufi Shaikh Salim Chisti. Akbar riuscì a unificare sotto il
suo regno tutte le religioni presenti in quel momento: induismo,
cristianesimo, buddhismo e islamismo. In ogni luogo del suo Palazzo
i simboli si mescolavano per raggiungere il massimo del sincretismo
nella colonna che rappresenta l'Unica religione, data dalla fusione
delle altre. Su questa colonna era il seggio da cui Akbar dialogava
con i suoi ministri. La moglie musulmana abitava in una piccola
casa detta Casa degli specchi, perché al suo interno tutte
le pareti erano coperte di specchi e pietre preziose. Quella
cristiana (Maria di Goa, allora colonia portoghese) abitava la
Casa dorata perché alle pareti erano affreschi dorati. La
moglie induista, infine, abitava nella casa più grande ma meno
decorata, costituita da due camere: una per l'estate, più
ventilata, rivolta al lago, con le finestre fittamente traforate, e
una per l'inverno, senza finestre ma esposta a est. I tetti sono
ancora ricoperti di tegole azzurre di fabbricazione cinese.
Oggi è domenica e c'è molta gente: molti bambini, le famiglie in
gita si accampano qui come per un pic-nic, con la coperta stesa a
terra. Più avanti c'è la Moschea Jama Masjid del 1572, che
si dice sia stata costruita sul modello della Mecca. Nel cortile
centrale si erge il Mausoleo di Salim Chisti. Il caldo è
soffocante e l'umidità alta. La moschea è piena di fedeli, molti
sembrano appunto bivaccare qua dentro, le voci risuonano alte. Il
mausoleo del santo sufi è tutto in marmo bianco di Makrana;
l'interno, dove è custodita la tomba, è interamente decorato in
madreperla. Su cenotafio è posato un drappo verde coperto di petali
di rosa. Il caldo è ancora più intenso, la gente si accalca nello
spazio piccolo e buio, l'atmosfera è soffocante e stordente. Un
vecchio ci mette in mano nastri arancioni e ci fa segno di legarli
alla paratia in marmo traforato, dove ce ne sono già centinaia, è
di buon auspicio. Prima di uscire si paga, o si fa un'offerta:
dipende dai punti di vista. Fuori è impossibile muoversi senza che
qualcuno ti agiti davanti al naso qualche oggetto, una collana, un
ventaglio o semplicemente la propria faccia per vedere bene chi
sono questi stranieri. Tutto questo è un po' snervante anche a
causa del caldo, veramente opprimente.
A 40 km da qui c'è Agra. Come aveva preannunciato
l'infallibile mr. Ashok, è davvero una brutta città. Due milioni di
abitanti. Caotica e, se possibile, ancora più sporca di altre, sarà
che è pomeriggio inoltrato e il caldo umido è martellante. Ma ecco
che si presenta la guida, dai modi disinvolti e con un paio di
occhiali da sole molto modaioli, di quelli con le stanghette
orizzantali poste sotto la lente e non sopra. Andiamo a visitare la
perla dell'India, il monumento più famoso, quello che dà il nome a
quasi tutti gli esercizi commerciali di ispirazione indiana nel
mondo. Chi non ha visto almeno una fotografia o un disegno del
Taj Mahal? Per arrivare sul luogo dove è stato costruito si
prende una sorta di tuk-tuk elettrico, per via dell'inquinamento
che danneggerebbe il monumento. La città di Agra è infatti posta
sotto la tutela dell'Unesco che investe molto denaro per la tutela
di palazzi e mausolei; non altrettanto per chi ci vive e non riceve
alcun beneficio da questa pomposa emanazione dell'Onu, anzi. La
città infatti è costantemente in difficoltà per la carenza di
energia elettrica e il numero di disperati che vivono di e nella
spazzatura sembra più alto che altrove. Però grazie all'Unesco
quest'area è tax-free, quindi quel poco che c'è, per chi ne può
usufruire, è gratuito. Scendiamo dal tuk-tuk e veniamo perquisiti a
puntino: nulla si può portare all'interno del Taj Mahal se non se
stessi e una macchina fotografica. Le guardie quasi quasi obiettano
perché ne abbiamo una per uno: se non fossimo scortati da una
guida, c'è da scommetterci, avremmo dovuto pagare una tassa
suppletiva per entrare. Questo luogo in effetti è molto visitato,
dai 30 ai 50 mila visitatori al giorno in bassa stagione. L'esterno
è cintato da mura in arenaria rossa e un fantastico portale, la
Darwaza, dà accesso a un bellissimo giardino interno: il
Chaharbagh, ossia un giardino diviso in quattro parti, come vuole
la tradizione islamica. Un palazzo di perle fra i giardini e i
canali dove i pii e i beati possano vivere per sempre: questo
recita la sura del Corano intarsiata nell'arco centrale della
Darwaza. Tutto è simmetrico. Nel primo cortile ci sono le botteghe
dove hanno lavorato gli artigiani musulmani, unici esperti
nell'arte di intarsiare il marmo con le pietre preziose, tradizione
che si tramandano da generazioni senza svelarne i segreti nemmeno
alle mogli. Al punto che i restauri vengono eseguiti solo dai loro
discendenti.
Il Taj Mahal, letteralmente il gioiello del
palazzo, è un mausoleo che l'imperatore Moghul Shah Jahan fece
costruire in memoria della bellissima moglie afgana Arjuman Banu
Begam, detta Mumtaz Mahal (il gioiello del palazzo), morta di parto
dando alla luce il 14° figlio. La regina morì nel Sud dell'India
facendosi promettere tre cose: che l'imperatore non si sarebbe
risposato, che avrebbe continuato ad accudire i loro figli e che
avrebbe costruito qualcosa che ricordasse al mondo la sua bellezza
e il loro amore. Fu così che Shah Jahan ordinò a una schiera di
architetti e artigiani valentissimi di costruire quella che rimane
la punta di diamante dell'architettura moghul, rendendo perpetua la
memoria della principessa. Chi, appunto, non conosce il Taj Mahal?
Il mausoleo fu costruito ad Agra perché la città è vicina alle cave
di marmo di Makrana, nel Rajasthan, ed è bagnata dal fiume Yamuna,
le cui acque potevano essere utilizzate per tagliare le lastre di
marmo. Il luogo, inoltre, era ben visibile dalla fortezza in cui
viveva l'imperatore. Ci vollero 22 anni affinché fosse terminato.
Nel frattempo il terzogenito Aurangzeb aveva imprigionato il padre,
Shah Jahan, e ucciso i fratelli per proclamarsi imperatore. Il
vecchio Shah morì dopo otto anni di prigionia; nel luogo dove fu
recluso fece installare uno specchio che riflettesse il suo tesoro,
in modo da poterlo vedere sempre. Le figlie ottennero per lui la
sepoltura nel mausoleo, accanto alla tomba della sua amata sposa.
Ed è questo catafalco aggiunto l'unico elemento che sfugge alla
perfetta simmetria dell'opera. Ma quasi non ci si fa caso. Durante
la colonizzazione, gli inglesi si portarono via la palla d'oro che
stava sulla cupola centrale, la fusero recuperando il metallo
prezioso e la sostituirono con un pinnacolo di bronzo con la
mezzaluna islamica e un simbolo induista. Nel corso del secondo
conflitto mondiale il capolavoro fu coperto perché sfuggisse ai
bombardamenti. È arrivato fino a noi intatto e appare incorniciato
dalla porta in arenaria che si apre sul primo cortile: bianco,
quasi sospeso tra il cielo e l'acqua della fontana nella quale si
riflette. È un sogno.
Ci risveglia il chiasso delle centinaia di turisti all'interno,
soprattutto locali, come sempre molto curiosi di noi, alcuni
persino un po' invadenti. Anche qui il caldo e l'umidità sono
notevoli. Il lavoro perfetto di incastro delle pietre nel marmo
rende la superficie assolutamente liscia, come se non fosse mai
stata intagliata, ma dipinta. Corniole, lapislazzuli, coralli,
malachite, onice verde e nera provenienti dal Tibet, dalla Persia e
dalla Birmania disegnano fiori di loto e di gelsomino. L'interno è
buio, la folla preme, talvolta bisogna allontanare con la forza la
gente che tende a schiacciarti, ma qui è normale. Facendoci largo
con i gomiti riusciamo a osservare l'interno: la lavorazione di
questo marmo è talmente sottile che traspare come alabastro alla
luce di una piccola torcia posata sulla superficie. Un recinto
ottagonale in marmo traforato racchiude le finte tombe di Shah
Jahan e Mumtaz Mahal: quelle vere sono nella cripta, come vuole la
tradizione musulmana, ornate di pietre preziose. L'accesso alla
cripta è consentito tre giorni all'anno soltanto: questa
restrizione perché in passato l'impervia e stretta scala che
conduce in basso fu teatro di un grave incidente in cui morirono
alcuni bambini.
Fuori il sole sta tramontando, il fiume scorre lentamente, in
lontananza si intravede il Forte Rosso. Ci sediamo per terra a
goderci lo spettacolo. Ma l'India è un paese che non ti lascia mai
solo, ecco che si avvicina una signora che ci parla in hindi. Non
capiamo. Allora ci spiega in inglese di seguire un certo percorso
per osservare "il sole che cammina con te". La cosa le preme molto,
la comunica anche a quattro uomini che, meno esausti di noi,
eseguono subito l'esperimento. Proviamo anche noi ma non notiamo
nulla di particolare se non il fatto di risultare un po' ridicoli
ai nostri stessi occhi. Difficile staccarsi da questo posto. Ci
avviamo verso l'uscita, ma prima sostiamo un po' su una panchina:
si gronda di sudore peggio che a camminare, uno scoiattolo
scorrazza nel giardino sotto gli alberi di frangipane. È proprio
ora di andare: un'ultima occhiata a questo tesoro prezioso. Lo
lasciamo dietro le mura di arenaria, assaltato da un brulichio
costante di turisti che, visti da lontano, sembrano tante
formichine colorate.
Facciamo una puntatina al negozio dei marmi dove si può ammirare
l'arte degli intagliatori islamici, discendenti dai Moghul che
costruirono il Taj Mahal, unici detentori dei segreti di quell'arte
antica. Lavorano tutti seduti per terra con mezzi assolutamente
manuali. I loro avi dopo 14 anni di questa attività perdevano la
vista, c'è da scommetterci che è così anche adesso. Rapida
spiegazione, ovviamente, e lunga visita al negozio. No grazie, il
tavolino di marmo nel bagaglio a mano proprio non ci sta. E poi a
noi, italiani e superstiziosi anche senza volerlo, questo materiale
declinato in mille forme e arredi ricorda, con rispetto parlando,
la dotazione di un cimitero.
Riusciamo a telefonare a casa da un posto pubblico, solo 31
rupie (60 cent) una conversazione di alcuni minuti con un
cellulare: i pregi del posto franco. Sentendoci quasi in colpa per
aver speso così poco compriamo un pacchetto di patatine che costa
quasi più della telefonata, ben 20 rupie! Le sgranocchiamo tutte in
attesa della cena. Mr. Ashok ci porta al ristorante "Indiana"
(Indiana Restaurant, dietro l' Hotel Ratan Deep Fatehabad Road)
dove si mangia bene e si può ben comprendere di quali problemi
energetici è angustiata Agra: i condizionatori non vanno, ci sono
continui sbalzi di tensione e a un certo punto si cena a lume di
candela. Di un'unica candela, s'intende. Ma è bello lo stesso.
Tredicesimo giorno:
Agra - Delhi (km 202 circa, 5 ore)
Ragazze al lavoro in un cantiere
Siamo arrivati alla fine del tour. Ancora mezza giornata di
visita ad Agra e poi torneremo a Delhi per l'imbarco. Mr. Ashok
viene a prenderci per poi andare a recuperare la guida. Agra non è
migliore con la luce del sole: il traffico è sempre caotico, le
montagne di spazzatura a bordo strada sono di considerevoli
dimensioni, i muri al solito servono da latrina e le mucche
camminano disciplinate seguendo il senso di marcia dei veicoli. No,
non è una bella città. Da un cartellone pubblicitario sorride
Amitabh Bachan, personaggio che ci ha seguito incessantemente a
partire dal volo per Delhi. È un attore celeberrimo, che ha
conosciuto la fama già da giovane e poi, dopo un periodo di
oscuramento, è tornato alla ribalta. Adesso impera ovunque: ogni
giorno abbiamo visto trasmettere in tv almeno un film e moltissime
pubblicità di ogni genere con lui protagonista. Mr. Ashok dice che
conduce anche un quiz a premi, il solito format stile Il
Milionario. Prima di addormentarci, in queste serate ci siamo
dilettati a vedere i film prodotti da Bollywood, gli studios
cinematografici indiani che producono più pellicole che Hollywood.
Sono tutti musical, raccontano storie d'amore che virano alla
tragedia, ma poi i problemi si risolvono e i protagonisti vivono
felici e contenti tra una cantata e l'altra e danze che richiamano
i balli tradizionali. Film corali, dove tutti vivono insieme in
enormi case, raccontano e mantengono la tradizione e diffondono la
lingua ufficiale, l'hindi, in questo subcontinente in cui la gente
del Punjab per capirsi con quella del Kerala deve parlare
l'inglese. Una lingua a sé, questa, correttissima dal punto di
vista grammaticale e sintattico, ma la pronuncia è un fatto solo
indiano. Più corretto definirlo, dunque, anglohindi. Anche il
grande successo dei musical ha una ragione linguistica: un film in
cui i protagonisti cantano e ballano in continuazione si fa vedere
anche se girato in un idioma sconosciuto. Lo spettacolo, in
effetti, è garantito.
La prima tappa di oggi è il Baby Taj Mahal, un
piccolo gioiello in marmo bianco fatto costruire dall'imperatore
Jahangir per la sua moglie indù. È precedente al Taj Mahal, infatti
pare che gli architetti si siano ispirati a questo, che però è di
dimensioni decisamente inferiori. Sembra che Jahangir fosse un
accanito bevitore e non fosse vegetariano: lo immaginiamo perso nei
fumi dell'alcol mentre la moglie assumeva su di sé l'incarico di
governare. All'interno del piccolo palazzo, non a caso, negli
affreschi che decorano le stanze un motivo che ricorre spesso è la
brocca di vino. Un altro pezzo forte di Agra è il Lal Qila, il
Forte Rosso costruito da Akbar a partire dal 1565 in arenaria
rossa, appunto, e con successive aggiunte da parte del sovrano
Jahangir, che amava i dipinti (alcuni li eseguiva lui stesso), e di
Shah Jahan, appassionato di marmo. Nel primo cortile si aprono le
botteghe del bazar, in uso alle donne di corte che, come al solito,
non potevano uscire e ricevevano qui i venditori di stoffe e pietre
preziose. Non che ora le donne godano di diritti maggiori. Come
tutte le guide, anche l'odierno cicerone si informa se siamo
sposati e ci parla dei matrimoni combinati. Contrariamente agli
altri, però, non condivide la tradizione, trova ingiusto sposare
una persona mai vista fino al giorno delle nozze e con la quale non
ha mai parlato, che nella migliore delle ipotesi è riuscito a
sbirciare solo in fotografia. Sostiene che le unioni funzionano e i
divorzi sono limitati perché in genere le donne si sacrificano
affinché non ci siano disaccordi. Tutto questo ricorda molto
l'Italia di 50 anni fa. Il cortile, intanto, si riempie di gente.
Da un lato vi è la sala delle udienze pubbliche, un tempo rivestita
di tappeti e tende e arredata con un trono a forma di pavone ornato
dal celebre diamante Kooh-i-Noor, il più grande del mondo, che ora
guarda caso risplende sulla corona della regina Elisabetta.
All'interno del palazzo esisteva una piscina dove i Maharaja erano
soliti dilettarsi nella pesca, adesso c'è un giardino. Come sempre,
era previsto uno spazio per la danza e la musica e un trono dal
quale il sovrano di turno osservava lo spettacolo. Oggi è tutto
sguarnito, ma bisogna immaginare questo palazzo coperto di tappeti,
tende, specchi e vetri colorati e affrescato con vernici d'oro e
d'argento. Era così splendente che i conquistatori afghani, qualche
tempo dopo, diedero alle fiamme i libri della biblioteca per poter
staccare l'oro dalle pareti. Purtroppo la vernice bruciò con i
libri e gli stolti guerrieri rimasero con un palmo di naso. Tutta
in marmo bianco e intarsiata di pietre preziose era anche la
prigione dove fu rinchiuso l'imperatore Shah Jahan negli ultimi
anni della sua vita. Nelle vasche piene d'acqua profumavano fiori
ed essenze; ovunque bruciavano incensi e di sera ardevano le
fiaccole. All'ingresso è conservata la tinozza dove Jahangir faceva
il bagno, scavata in un unico blocco di pietra. A dire il vero,
questo forte appare meno affascinante degli altri forse perché
l'architettura gradita al suo fondatore, Akbar, era più rigorosa.
Inoltre, non rimane nulla degli specchi e dei vetri colorati
ammirati altrove. Tutto intorno è circondato da un fossato, ai
tempi colmo di alligatori pronti a dare il benvenuto agli ospiti
sgraditi.
Prima di ripartire per Delhi abbiamo necessità di acquistare
ancora un po' di spezie. Ovviamente la guida ci porta dai suoi
amici che tentano senza fortuna di venderci anche magliette, cd e
libri. Ricevo comunque in omaggio un pacchetto di bollini induisti
da mettere sulla fronte. Restiamo nuovamente con il nostro fidato
Ashok. Percorriamo le strade di Agra, schivando tuk-tuk,
biciclette, moto e mucche come sempre. Ecco il British College con
i suoi studenti in divisa; sul marciapiede, nascosti alla vista da
una siepe, una quantità di persone che dorme. I noti contrasti
dell'India. Prima di lasciare Agra, mr. Ashok ci porta a visitare
la Tomba di Akbar, l'imperatore moghul illuminato, il
tollerante, quello che abolì le tasse agli induisti, escamotage
astuto per indurli a convertirsi all'Islam. Poi, non appena
riprendiamo la strada verso Delhi, foriamo. Una lunga vite si è
infilata nel copertone, è chiaro che va tolta e a quel punto a
ruota comincia a sibilare il suo inconfondibile sardonico "pssss",
seguito da un attimo di scoramento generale. Il sole è martellante,
le auto suonano senza sosta, una mucca si avvicina brucando
impassibile tutte le foglie che trova intorno. Ai margini della
città si estendono sempre le tendopoli, ma sarebbe meglio dire che
i più fortunati hanno una telo di plastica da tendere sopra quattro
pali piantati per terra. Poi ci sono quelli che hanno solo una
branda a bordo strada, e poi gli ultimi degli ultimi, che dormono
per terra. Chissà se nella terra di 300 milioni di divinità c'è un
dio anche per loro. Sostiamo per pranzo, anche se è quasi l'ora
della merenda, in un posto di ristoro lungo la strada. Diffidenti
nei confronti della nostra carta di credito, alla fine l'accettano
per intercessione di mr. Ashok, ma abbiamo scatenato un lungo
conciliabolo fra i camerieri. Ogni tanto ne arriva uno recando un
messaggio diverso. Poi ci si accorda per una tassa aggiuntiva di 50
rupie (1 euro) e il problema svanisce.
Attraversiamo Delhi nel traffico intenso del pomeriggio
inoltrato. Nel mezzo del cantiere per costruire un'autostrada
sopraelevata c'è un albergo di una grande catena dove sosteremo
fino a sera, quando mr. Ashok ci verrà a prendere per portarci
all'aeroporto. L'albergo è grande, totalmente anonimo, come molti
nel mondo. Ci concediamo una cena soft, ma comunque pepata, per
ingannare il tempo. Si muore di freddo qui dentro per il
condizionamento folle. Due ragazze dalla bella voce cercano di
riscaldare l'atmosfera cantando su basi registrate; alla tv la
replica di una partita di hockey fra Pakistan e Australia. Tifiamo
per il Pakistan, ovviamente, e ben ce ne incoglie: i paki
vinceranno partita e torneo. Arriva l'ora della partenza. Mr. Ashok
è perfino commosso, e anche noi. Ci abbraccia calorosamente davanti
all'ingresso dell'aeroporto e ci lascia il suo indirizzo,
inshallah ci potremo rivedere in un'altra occasione, l'India
è grande, ci auguriamo di tornare. Non vedrà la sua famiglia, non
ancora: vivono in un villaggio fuori Delhi e lui tra due ore è
pronto per ripartire con un nuovo gruppo che arriva dall'Italia,
rifarà lo stesso tour che ha appena percorso assieme a noi. Ci
lascia in consegna a un simpatico sikh dallo sguardo fiero e
brillante sotto il turbante che incute riverenza solo a guardarlo:
è mr. Singh, il capo dell'agenzia per cui lavora Ashok. L'aeroporto
è gremito di gente, i voli partiranno nelle prime ore della notte e
tutti si danno appuntamento qui nello stesso momento, c'è una gran
confusione. Mr. Singh salta qua e là per seguire tutte le persone
che ha in consegna. Tra una pratica e l'altra troviamo il tempo per
scambiare due parole: il tour è stato magnifico e mr. Ashok ci è
piaciuto moltissimo, è stato molto meglio di una guida. Sarà
possibile rivederlo? Il sikh ci lascia tutti i recapiti
dell'agenzia di Delhi, quando vorremo tornare sarà lieto di
organizzarci il viaggio. Saremmo curiosi di visitare il Tempio
d'oro dei Sikh, ad Amritstar, è davvero così bello? A Mr. Singh si
illuminano gli occhi: il tempio è più che bello, è tutto d'oro e la
domenica è pieno di gente, è emozionante. Lui, come tutti i Sikh,
appena può frequenta quello di Delhi, prega nella grande sala
profumata di fiori e halva, rinfrescata dal vorticare appena
percettibile di decine di ventilatori, ascolta i salmi scanditi dal
ritmo delle tablas e dell'harmonium, poi fa il bagno nella piscina
sacra. Perché secondo mr. Singh Dio esiste, il problema è capire
dov'è. Dopo tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, dopo
essere stati nel tempio dei sikh, possiamo comprendere il senso
profondo delle sue parole e condividerlo. Il nostro incontro con la
girandola di religioni che convivono in India è iniziato proprio da
lì e a ripensarci il credo sikhista ci è piaciuto più degli altri,
la religiosità che abbiamo osservato ci è parsa più dignitosa e
profonda.
Il Sikhismo è una delle religioni più giovani dell'India.
Fu fondata nel XVI sec. dal santone Guru Narak, ex ufficiale al
servizio del sultano di Delhi, che rinnegò ogni forma di violenza e
cercò una via di conciliazione tra induismo e islamismo. Guru Narak
viaggiò molto in tutti i luoghi sacri, cercando di capire. Tornato
nel Punjab fondò la sua comunità il cui principio si basa
sull'adorazione di un unico dio trascendente e non rappresentabile
perché senza forma, che si manifesta ovunque nel mondo da lui
stesso creato. Guru Narak abolì le caste e dichiarò tutti gli
uomini uguali: ciascuno poteva accedere alla salvezza, anche gli
intoccabili. Decise pertanto che tutti i sikh assumessero il
cognome Singh (leone). Nei templi si distribuiva cibo e acqua per
tutti, indipendentemente dalla casta. Durante il periodo del regno
di Akbar, l'illuminato, i sikh si stabilirono ad Amristar e lì
edificarono il Tempio d'oro, il luogo più santo nel mondo. Nei
secoli successivi furono vittime di sanguinose persecuzioni,
pertanto abbandonarono la non violenza, furono costretti a
trasformarsi in guerrieri. Da allora seguono le cinque K:
Kes - i capelli, lunghi e raccolti nel turbante; Kangha
- il pettine, per tenere in ordine capelli e barba; Kirpan -
il coltello ricurvo, che ogni sikh porta con sé per difendersi
dagli aggressori; Kacca - i pantaloni corti, per poter
scappare in caso di pericolo; Kara - il bracciale di ferro
che portano al polso destro. Nel 1984 furono vittima
dell'operazione Bluestar, quando un gruppo di combattenti
(terroristi, per il governo) rifugiatisi nel Tempio d'oro venne
sterminato per ordine dell'allora primo ministro Indira Gandhi.
L'esercito distrusse anche la preziosa biblioteca del tempio,
contenente i libri sacri dei sikh. Indira Gandhi pagò con la vita
questo gesto: fu assassinata da una sua guardia del corpo sikh
qualche mese più tardi. Il sangue chiama sangue, sempre e
ovunque.
Salutiamo anche Mr. Singh, l'aeroporto ci inghiotte e ci stiva
nelle sue sale d'aspetto brulicanti di persone che si scambiano
pareri sul viaggio e promesse di rivedersi una volta giunti a
destinazione. Nel limbo della sala d'attesa non è più né giorno né
notte, né India né Italia. Sarà per questo che gli scali sono
definiti non-luoghi.
Quando la pancia dell'aereo ci restituisce i bagagli siamo alla
Malpensa e sono le 9 del mattino. Inizia il gioco dei fusi orari: a
Delhi sono le 12.30, mr. Ashok avrà già portato i nuovi clienti a
visitare il Qtub Minar, ora li starà aspettando fuori dal Tempio
dei Sikh che profuma di fiori e risuona di musica e salmi, mentre
un vecchio distribuisce halva. Sarà stanco oggi, mr. Ashok, non ha
praticamente dormito e lo attendono due settimane di lavoro sulle
strade che ora conosciamo anche noi.
L'aria non è caldissima, il panorama e l'idioma ritornano
familiari, sembra strano essere già tornati. L'India è stata un
tale turbinio di emozioni forti, dall'alto all'infimo, dal sublime
al terreno che ci sembra di essere scesi dalle montagne russe. Per
tutto il tempo abbiamo provato a trovare aggettivi adatti a
descriverla. L'India è inafferrabile nella sua moltitudine
di aspetti, non riesci mai a capire fino in fondo il senso di ciò
che vedi. È indifferente: tutto accade nello stesso luogo
contemporaneamente, milioni di vite si incrociano e si ignorano,
proseguono sulla scia del loro karma e questa è la spiegazione di
tutto. È, o sembra, immutabile, modernissima e medievale,
perennemente in movimento ma senza cambiare pelle. È l'origine di
tutto ciò che conosciamo, di ciò che ricordiamo e di ciò che
abbiamo dimenticato, di cui sentiamo l'eco provenire da più parti,
a sprazzi, come in un dejà-vu: sapori, colori, musica,
spiritualità. È indefinibile: l'India è l'India. Da perderci
la testa. I nostri zaini e le nostre valigie carichi di ricordi ci
restituiscono la prova tangibile che non si è trattato di un sogno:
una ventata di odori, di polvere e di spezie. L'odore dell'India,
appunto. E non è affatto sgradevole.