“Ciascuno di noi è profondamente legato alla terra del
nostro bel paese, come lo sono le famose yacarande di Pretoria e le
mimose del veld…una nazione arcobaleno in pace con se stessa e con il
mondo”
Nelson Mandela
Il
Sudafrica è ancora un paese all’inizio del proprio cammino in
democrazia. In fondo sono passati circa vent’anni dalla liberazione di
Nelson Mandela dalla prigione di Robben Island ed è naturale che quanto
è stato costruito in quasi 50 anni di dittatura afrikaner, con relativo
corredo di propaganda e censura, non sia stato ancora cancellato dalle
menti dei sudafricani: né in quelle dei neri, che continuano a
rappresentare la parte più svantaggiata del paese, né in quelle dei
bianchi, che continuano a considerare i neri alla stregua di stranieri,
ospiti utili – perché continuano a svolgere i lavori più umili – e
nello stesso tempo fastidiosi, perché sempre più potenti. Le township,
infatti, sono in fase di trasformazione, le baracche nel giro di una
decina di anni saranno solo un ricordo, sta nascendo lentamente una
borghesia nera e i partigiani anti-apartheid mantengono ben saldo il
timone del governo. Come Jakob Zuma, l’attuale presidente, compagno di
prigionia di Nelson Mandela. Il paese è bellissimo, con città vivaci,
dai caratteri molto marcati e un’energia tangibile ovunque, grandi
paesaggi naturali, una costa spettacolare, soprattutto intorno Cape
Town. Se si aggiunge al quadro la validità della proposta
enogastronomica, si comprende perché un viaggio in Sudafrica
rappresenti un’esperienza unica e stimolante, a confronto con una
realtà in crescita economica e di fiducia. Un
angolo più unico che raro in un Pianeta sempre più in crisi.
1
giorno
Genova
– Cape Town
Volo
Genova – Istanbul – Cape Town, passando per Johannesburg. Tempo
impiegato: praticamente 24 ore!
Fuso
orario nullo, siamo sullo stesso meridiano.
2
giorno
Cape
Town
Tempo
soleggiato, temperatura mite, è inverno nell’emisfero australe ma qui è
come se fosse primavera. Oggi la Table Mountain
disegna un profilo nitido. Ma bisogna stare attenti,
all’improvviso arrivano le nuvole e la temperatura cala.
Castello
in realtà è una fortezza, massiccia e squadrata all’esterno,
elegante e più leggera all’interno. Mobili intagliati in legno giallo,
caldo, fanno da cornice al ritratto del primo colonizzatore dell’allora
inesistente Sudafrica: Jan Van Riebeeck. Olandese, venne qui in
missione per conto della Compagnia delle Indie orientali, che aveva i
suoi uffici nella fortezza. Da un orto di insalata fresca per rifornire
gli equipaggi delle navi olandesi diretti in India ha avuto inizio la
storia, spesso tragica, della Nazione arcobaleno. Al piano superiore un
lunghissimo tavolo, contempla più di 100 posti a sedere: qui i membri
della Compagnia stabilivano regole commerciali più potenti delle leggi
di un effettivo Parlamento. Alle pareti, paesaggi di mare in tempesta
ricordano il primo nome del Capo di Buona Speranza: Capo della
Tempesta, coniato da Vasco da Gama. E il mare lambiva i pesanti muri
della fortezza, finché fu interrato per costruire il porto e un moderno
quartiere di grattacieli. Ma sopravvivono ancora i palazzi coloniali
eleganti, le dimore in stile vittoriano, le chiese declinate nei vari
culti della cristianità, le coloratissime case del quartiere malese,
costruite dai primi schiavi liberati.
Le
strade salgono e scendono come a San Francisco, ordinate, soleggiate.
E, salendo salendo, si arriva alla moderna funivia che porta fino alla Table
Mountain. La cima è tersa, il
sole brilla sul mare e scalda la penisola rocciosa che digrada tra le
onde. Corvi e marmotte si scaldano al sole incuranti dei visitatori. Il
vento spazza la vegetazione di bassi arbusti. La città si estende in
ogni direzione. Sullo sfondo una macchia di terra scura, sfocata nel
controluce: è Robben Island. L’isola su cui fu
recluso Nelson Mandela per 27 lunghissimi anni adesso sembra un’innocua
zolla di terra.
La sera
cala presto e l’aria rinfresca. I quartieri degli uffici si svuotano,
lasciando il posto a una massa di diseredati in cerca di un modo per
sopravvivere, o anche solo un angolo dove dormire. Nelle zone
residenziali, al contrario, si accendono le luci dei piccoli
ristoranti, bar e caffè. È solo una prima impressione, ma la clientela
è soltanto bianca, afrikaner che parlano questo idioma aspirato,
l’afrikaans, discendente dall’olandese. I neri stanno dall’altra parte,
con il vassoio in mano o tra i vapori della cucina.
(Hotel Welgelegen: www.welgelegen.co.za. molto
confortevole a conduzione familiare)
3
giorno
Cape
Town
Sole
anche stamani e aria frizzantina. La funivia per la Table mountain è
aperta, ma ancora per poche ore. Il vento piega gli arbusti e la
temperatura scende. La strada piega a sinistra, sotto la protezione dei
Dodici Apostoli, la montagna che copre le spalle alle
ville privilegiate con vista sull’oceano Atlantico. Acque fredde,
spazzate dal vento, dove gli arbusti dalle foglie sottili resistono
alle intemperie e al salino. Onde lunghe. Le foche hanno colonizzato
alcuni isolotti posti di fronte alla costa, raggiungibili solo con il
battello che dondola sul mare agitato, tra gli spruzzi delle onde che
si infrangono sugli scogli, prima di lambire le spiagge bianche, dove
nessuno farebbe mai il bagno, tanto è fredda l’acqua.
Vegetazione
marittima, qualche pino importato dall’Europa o dal Canada per farne un
po’ di legna, babbuini che attendono lungo la strada qualche turista
incauto per depredarlo di tutto il cibo che ha, le guardie forestali
perlustrano la strada armati di fionda. Arbusti bassi, una funicolare e
il faro: ecco il parco nazionale del Capo di Buona Speranza,
appellativo di miglior auspicio, la speranza era quella di raggiungere
le Indie. E da lassù si domina, a destra, l’Atlantico freddo, a
sinistra l’oceano Indiano, più caldo. Le acque si mescolano qui,
davanti ai nostri occhi. A noi le onde sembrano tutte uguali, ma è pur
vero che la temperatura è sensibilmente diversa.
Il vento
si alza e porta nuvole e freddo su questa penisola che si protende
verso l’Antartide. I pinguini nidificano sulle sue spiagge. L’uomo
aggiunge nidi artificiali per proteggere i cuccioli dal freddo. I
piccoli, grigi e pelosi come batuffoli, esposti all’aria morirebbero di
freddo. Alcuni genitori si sono tuffati per procurarsi il cibo, i
piccoli vengono custoditi in gruppetti da una piccola organizzazione di
adulti, come in un asilo. Quando i genitori fanno ritorno, rigurgitano
il cibo nelle gole insaziabili della prole; poi sostano al sole per
riscaldarsi un po’.
Intanto
noi siamo sempre più attanagliati dal freddo. Il cielo si è fatto
grigio e l’aria decisamente fresca. Il giardino botanico di Kristenbosh
in inverno non è al massimo dello splendore, ma si possono osservare i
curiosi fiori dell’aloe ferox e le nuove sterlizie regina, selezionate
apposta in onore di Nelson Mandela. Gruppi di faraone dall’abito a pois
passeggiano come comari all’uscita dal lavoro, i germani egiziani
difendono il territorio con pernacchie sgraziate. Ibis dal becco lungo
prelevano vermi dalla terra con molta determinazione, mentre gli
scoiattoli grigi si nascondono tra i rami delle palme. Il vento non
cessa il suo cammino e la sera a Cape Town l’unico rifugio sono i mall
lungo il Waterfront, boutiques, cibo e vino. Il
tassista che ci riporta alla guest-house sentenzia che domani sarà
freddo e pioverà, quindi ben coperti, perché il tempo qui al Capo può
cambiare repentinamente.
4
giorno
Cape
Town – Stellembosh
Infine
le nuvole sono arrivate e hanno circondato la Table Mountain rendendola
totalmente invisibile. La gente bubbola dal freddo, anche se in realtà
ci sono 13°: pochi, ma non proprio il gelo. Abbiamo affittato un’auto,
attrezzo infernale con i comandi tutti rovesciati, e imbocchiamo la
strada tenendo rigorosamente la sinistra. Va tutto bene fino a Stellembosh,
poi parcheggiamo o, meglio, ce la parcheggiano all’hotel, e per oggi è
fatta: non la toccheremo più!
Il paese
è carino e ben tenuto, tipicamente olandese, si direbbe, immerso nella
valle dei vigneti. Numerosi negozi e ristoranti vivacizzano questa
giornata d’inverno australe battuta dal vento e, tra poco, anche dalla
pioggia. Qui è pieno di cose “le più antiche”. Le vecchie dimore
conservate nei secoli da cui si affacciano figuranti con abiti in
stile. Il vecchio negozio dello zio Samie, Oom Samie se
Winkel, aperto almeno dal 1800, straripante di spezie, pesce
secco, libri e oggetti di ogni genere. È vecchia pure la guest-house
dove dormiamo, è la più antica della zona. Ma la città è abitata da
studenti che invadono i caffè. Prevalentemente bianchi e biondi.
Piove, e
l’umidità costringe i passanti a tenere il bavero del cappotto alzato.
Niente di meglio che dedicarsi alla degustazione del vino locale. Ma
perché solo un assaggio? Per pranzo prendiamo una bella bottiglia di
Shiraz ad accompagnare un filetto alto tre dita. Mentre a cena
sorseggiamo un blend sopraffino composto da Malbec, Pinotage, Merlot,
Shiraz, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon, giusto per smorzare il
grasso del filetto di pollo avvolto nel bacon e innaffiato di Camembert!
I locali
sono pieni di giovani e famiglie, anche durante la settimana. Abbiamo
faticato a trovare posto. Ancora una volta, ai tavoli siedono solo
famiglie afrikaner. Nemmeno un nero, se non quelli che servono ai
tavoli o stanno nelle cucine.
(D'ouwe werf Hotel: www.ouwewerf.co.za)
5
giorno
Stellembosh
– Hermanus
Solo 9°,
piove. Colazione tiepida. Il veicolo infernale ci attende carico di
incognite. Cos’è la destra? Cos’è la sinistra? E soprattutto perché,
quando vogliamo mettere la freccia, parte il tergicristallo? Ma tutto
si supera con la pratica e la strada fino a Hermanus si
allunga morbida lungo la costa: oceano da una parte, monti rocciosi
rossi e coperti di arbusti dall’altra, scivola sinuosa come un nastro
di raso e lambisce paesini di pescatori dalle case basse e colorate. Le
nuvole corrono inseguite dal vento e gli arcobaleni guizzano nel bel
mezzo del mare, pronti a dissolversi per ricomparire più in là.
Arrivati a Hermanus le necessarie informazioni giungono da un distinto
signore – scopriremo poi trattarsi di un medico – che ci invita
nell’ufficio dedicato: alquanto bizzarro, prima sonda la possibilità di
effettuare un’escursione in battello (inesistente, date le condizioni
del mare), poi ci offre un caffè. Ma la chiacchierata amabile si
trasforma in un piccolo sermone davanti a una tazzona di brodazza calda
e nera. Questo afrikaner discendente dei boeri incarna alla perfezione
il mito della Terra promessa, conquistata con la determinazione dei
salmi della Bibbia. Il suo intento divulgativo è onesto, ma speriamo
che non sia lungo come il caffè, perché la fuori le balene ci aspettano.
La costa
è battuta dal vento. Sulle baie, dove dovrebbero giungere i cetacei, le
onde lunghe si infrangono schiumose sugli scogli. Timidi raggi di sole
scaldano la pietra abitata da marmotte e gabbiani. Cespugli di aloe,
calle selvatiche, case in stile olandese con grandi vetrate, qualcuno
ha un binocolo puntato verso il mare. Il sentiero corre lungo gli
scogli. Beviamo tutti gli spruzzi di acqua salmastra. Per non perdere
lo spettacolo pranziamo con un cartoccio di fish and chips su una
panchina vista oceano, con una platea di gabbiani che reclama la sua
parte. Finché ci stana la pioggia: un breve scroscio che ci spinge a
tornare indietro. Le balene oggi non compaiono nella baia, il mare è
troppo impetuoso. Controluce, la strada a ritroso ha i colori metallici
del sole che riflette sull’acqua. Ci sono molti punti panoramici:
facciamo alcune soste, poi decidiamo che questo è l’ultima. Siamo a Gordon’s
bay, tra poco la strada piegherà all’interno, rituffandosi
nelle colline. Ed ecco un bagliore come di specchio. La grande coda.
Non ci possiamo credere. Uno spruzzo, poi un corpo nero e lucido che
guizza tra le onde davanti alla schiuma del plancton che galleggia. La
balena. È sola. Nuota, va sotto, riemerge, rispruzza. Gioca con le
onde, per gli occhi di pochi spettatori che hanno avuto la pazienza di
attenderla, di cercarla nel blu e di ammirarla da lontano.
Un tale
incontro merita un brindisi in una cantina di Stellembosh, al tramonto.
I vitigni bassi e privi di foglie, il vino corroborante. La sequenza
della degustazione prevede Pinotage, Shiraz, Gamay, Pinot nero,
Cabernet. Poi la cena in un localino ricercato dove lavorano gli
allievi dell’Istituto alberghiero.
6
giorno
Stellembosh
– Cape Town
Cielo
sereno, freddo, aria nitida. I bar mettono fuori i tavolini per la
colazione. Il bianco delle facciate stacca dall’azzurro del cielo. Gli
scoiattoli corrono sui rami degli alberi. Avvolti in guanti e sciarpe
sembra tanto strano che in Italia faccia così caldo. Qui gli alberi
sono spogli, appaiono le prime gemme ancora legnose, sbocceranno quando
da noi sarà tempo di vendemmia. Intanto i poderi esibiscono vigne
ordinate e nude. Le mucche pascolano placide. Il sole piano piano
riscalda tutto, ma la temperatura non sale oltre i 14°. L’asfalto
liscio corre tra i vigneti, il traffico aumenta. La campagna cede il
posto alla periferia della città. L’aeroporto e poi una distesa di
baracche di metallo ondulato, vasta quanto la città di cemento, forse
di più: ecco Langa. I panni stesi sulla staccionata,
le macchine stipate all’inverosimile. Interminabile quanto la vergogna
da cui sono generate le township, si allunga quasi fino all’ospedale Groote
Schure, unico motivo di orgoglio del Sudafrica dell’apartheid.
Poi la strada si inoltra nei quartieri residenziali. Parchi, graziose
dimore, filo elettrificato pronto a trasformare in una braciola
qualunque malintenzionato. Una sosta con una bottiglia di Pinotage
acquistata nella Kleine Zalze, azienda vinicola attiva dal 1690. Poi ci
tuffiamo nel centro di Cape Town, la zona finanziaria. Alti grattacieli
completamente vuoti, oggi che è sabato. Camminando di buon passo nel
deserto urbano, dove sembra che la popolazione sia stata deportata,
arriviamo al Waterfront. Le riparazioni navali, i silos granari, la
torre dell’orologio. Finalmente una birra. Il sole di una primavera
imminente riscalda tutto, esaltando gli azzurri del mare. Due foche
soggiornano sul molo detto di Mandela, ronfano pacifiche, senza
scomporsi per la partenza dei battelli diretti a Robben Island,
fra cui il celeberrimo Dias.
Il
tramonto riscalda i toni, l’aria è tiepida; appena fa buio la gente si
precipita nei ristoranti. Difficile trovare posto anche stasera. Al
vecchio mercato ittico servono piatti tipici sudafricani, pesce in
salsa masala e vino bianco profumato Chenin blanc. Nelle vecchie foto
il porto e i pescatori di un tempo, la Table Mountain, i bianchi ai
tavoli, i neri a servire. Ogni commistione sembra ancora impossibile.
7
giorno
Cape
Town – Parco Kruger (riserva Kapama Karula)
Colazione,
in questa guest house dal sapore familiare e partenza verso il Parco
Kruger, dedicato alla memoria del capo afrikaner discendente
dei boeri del Great Treck che si oppose fermamente al dominio inglese.
Atterriamo
nel piccolo aeroporto di Neusprit Mpumalanga:
20°, fa ancora freddo per gli africani. Oltre due ore
di auto su strade ben asfaltate e segnalate e il cancello della riserva
Kapama si apre e si richiude dietro di noi. Sterrato.
Bosco in livrea invernale, secco, popolato da una fauna perfettamente
mimetizzata, che osserva silenziosa il nostro passaggio. Fin qui i
villaggi di case basse e dimesse sono popolati dai neri. Nella riserva
chi sarà il proprietario? Chi ci accoglie porta il nome di Hendrix:
pelle bianca, occhi chiari. La tenda è su una palafitta, ma i leoni non
si avvicineranno: bisogna solo fare attenzione alle scimmie, ladruncole
di professione. Alle 16 parte il primo safari. La jeep è aperta e
dotata di coperte di pile, fondamentali tra un paio d’ore. Il bosco è
secco e i rinoceronti brucano la sterpaglia sorvegliati dagli uccelli,
pronti a beccare gli insetti, resi più vulnerabili dall’erba bassa.
Bufali immensi e immobili osservano il nostro passaggio. Timidi impala
si celano tra le fronde. Gnu, codu, backwater, aristocratiche giraffe.
Aquile, goffi facoceri trottano tra gli arbusti. Lucidi ippopotami si
bagnano negli stagni. Cala il buio tra le acacie spinose: ci fermiamo a
bere un bicchiere di vino nell’oscurità più totale, popolata da decine
di occhi invisibili che ci osservano. Al campo, intanto, hanno
preparato una cena intorno al falò, ma per restare seduti a lungo
occorre avvolgersi nelle coperte, riscaldati da una provvidenziale
borsa dell’acqua calda e da una buona bottiglia di Shiraz. Abbandoniamo
qualsiasi ipocrisia e, dopo averlo ammirato pascolare tra le fronde
della foresta, assaggiamo la carne di impala, che il ranger sostiene
essere deliziosa, appena appena scottata.
(Riserva Kapama Karula:
www.kapama.co.za/kapama-karula)
8
giorno
Riserva
Kapama Karula
Sveglia
all’alba. Fa freddo. Il tempo di una tazza di caffè e inizia ad
albeggiare. La jeep ci attende con un corredo di coperte e borse di
acqua calda. Il bosco secco sembra addormentato. Nel grigiore del primo
mattino il manto degli animali si mimetizza molto bene. I facoceri al
solito scappano trotterellando, gli impala osservano, poi spiccano il
salto. I grossi rinoceronti non si scompongono più di tanto, sono
talmente enormi! Giriamo a vuoto stamani, alla ricerca del leone o del
leopardo. Sono passati da questi sentieri, il ranger ne segue le orme,
ma se sono ancora in zona si sono nascosti bene, dove la jeep non può
arrivare. Non ci resta che smorzare il freddo con una tazza di
cioccolata calda, accanto a una giraffa che fa capolino dalla cima di
un albero. Le giraffe stamani si sono spinte sui sentieri. Pascolano
assieme alle zebre, gli impala al solito attraversano i sentieri
saltellando. Dopo più di tre ore dei felini non c’è traccia, rientriamo
al campo e speriamo di essere più fortunati alla prossima uscita. La
temperatura si è alzata e il piacevole tepore ci spinge a restare
all’aperto. Anche al momento di risalire sulla jeep il sole e il vento
tiepido sono gradevoli compagni. Il ranger è determinato a trovare i
felini. E questi ultimi sono determinati a non farsi trovare. Lasciano
impronte ovunque, però, a solleticare la curiosità. Chi, al contrario,
si lascia trovare sono gli elefanti. Grandi esemplari grigi si
riuniscono in una radura per consumare il loro pasto vegetariano. La
mamma con il cucciolo si avvicina straordinariamente alla jeep, vuole
attraversare il sentiero. Non è aggressiva, manifesta le sue intenzioni
con un atteggiamento determinato. Gli elefanti africani, più grandi di
quelli asiatici, non sono affatto addomesticabili. Sono forti, possenti
e calmi, tutti si fanno da parte per lasciarli passare.
Rosso.
Rosso ricamato di nero. Sono i rami secchi degli alberi, con il loro
abito invernale, che si appoggiano sul sole al tramonto. Una coppa di
vino rosso e carne salata. La coperta, perché la temperatura si è
abbassata. Il fanale fende i cespugli nel buio sui sentieri stretti. I
felini sono nascosti, giocano a rimpiattino, seminando tracce che
finiscono nel nulla. Solo un formichiere, ottima preda, può tradire la
loro presenza. Ma per questa sera porta a casa la pelle, e noi
rientriamo nella riserva. I felini sono troppo schivi per lasciarsi
catturare anche solo da uno scatto, almeno oggi.
9
giorno
Kapama
Karula – Sabie
Una
palla infuocata si affaccia all’orizzonte, arrossando il cielo tutto
intorno. Avvolti nelle coperte, con la borsa dell’acqua calda sulle
ginocchia, siamo pronti a partire nuovamente alla ricerca dei felini.
Il bosco è silenzioso e freddo. Le orme fresche. Finché un balzo tra
l’erba secca rivela la presenza di tre leonesse che stanno facendo
colazione con un bel pezzo di carne rossa. Ci separa da loro un piccolo
braccio di fiume. Ci guardano un po’. Ma si capisce che non hanno nulla
da temere da noi, né noi da loro: finché stiamo sulla jeep facciamo
parte di un unico grande corpo, non ci attaccherebbero mai. Solo se
dovessimo scendere torneremmo delle nostre reali dimensioni: piccole. E
quindi diventeremmo prede. La leonessa che sembra più anziana ci passa
accanto, inoltrandosi con passo morbido sul sentiero. La seguiamo e
subito dopo sopraggiungono le due leonesse più giovani. Nel sole dorato
del mattino il loro manto assume toni caldi. Non vanno a caccia, per
ora, siedono ai bordi di una radura placidamente. Le salutiamo per
andare in cerca del leopardo, che ha lasciato tracce fresche… ma si
perdono nell’acqua del fiume. Impossibile trovarlo! Meglio consolarci
con una tazza di cioccolata calda sul sentiero attraversato da una
mandria di impala. Giraffe, facoceri e gnu ci scortano fino al campo.
Ed è arrivato il momento di ripartire in direzione Johannesburg,
attraverso la strada che passa lungo il Blyde river
canyon. Purtroppo uno sciopero improvviso ci impedisce
l’accesso ai punti panoramici. Questo episodio ci dà modo di conoscere
il punto di vista della nostra guida, Brigitte, sudafricana di origine
tedesca. Confrontare i modi di pensare degli europei e degli afrikaner,
sul controverso tema dell’apartheid, è un esercizio di mediazione non
da poco. All’inizio lo spaesamento è grande. Dunque Brigitte è
sudafricana e ci spiega che, secondo lei, l’apartheid non rappresentava
un sistema di regole del tutto negativo, anzi era giusto ed equo,
perché sanciva ciò che accadeva di fatto: bianchi e neri vivevano in
comunità separate. Anche i bianchi si dividevano in gruppi in base alla
nazionalità di origine. Così come fra i neri era vivo un senso di
appartenenza tribale che generava (e genera tuttora) ostilità fra
gruppi diversi. Probabilmente i sudafricani bianchi sentono il bisogno
di dichiarare al mondo, che li ha giudicati e condannati, che il loro
corpus legislativo non era cattivo. Sottolineano che i neri non sono
mai stati schiavi in Sudafrica, anzi: soltanto, le loro vite erano
separate. Brigitte ammette: vivevano come cagnolini, o come bambini.
Trattati bene nelle famiglie bianche ove prestavano lavoro, riforniti
di vitto, alloggio e vestiti, erano però privi della libertà di vivere
dove volevano, di legarsi a chi volevano, di studiare, di avviare
attività imprenditoriali. La nostra guida teme che l’attuale assetto
amministrativo in mano ai neri possa mandare a bagno il paese, sostiene
che il governo è corrotto, incapace di amministrare ciò che gli
afrikaner hanno costruito nei secoli. Le mentalità restano molto
diverse: i bianchi considerano questa terra ancora come la loro terra.
Non si rendono conto di avere usurpato uno spazio che era popolato da
tribù autoctone. La nostra mentalità europea, educata all’eguaglianza e
ai diritti civili, fatica a comprendere questi ragionamenti. Brigitte è
sicuramente una brava persona, però esprime tutti quelli che, per noi,
sono luoghi comuni sui neri. La realtà è che il Sudafrica è e resta un
paradosso. Un paese nato perché un gruppo di coloni potesse coltivare
l’insalata, senza intenti di conquista: questi sono venuti dopo,
portati dagli inglesi. Ed è una democrazia ancora troppo giovane.
Vedremo se riuscirà a sopravvivere alle spinte centrifughe e al suo
complicato mix sociale.
(hotel Casa do sol: http://casadosol.ahagroup.co.za)
10
giorno
Sabie
– Johannesburg
Il
Sudafrica è terra di immigrazione dall’Europa, prima per rifornire le
navi dirette nelle Indie, poi per sfuggire alle persecuzioni religiose
(per questo motivo arrivarono qui gli Ugonotti francesi). Molta gente
cercava fortuna qui, ma non tutti la trovarono alla prima: anzi, furono
costretti a grandi sacrifici. Come quel tale che girava come un nomade
e teneva in una carriola tutti i suoi averi. Finché scoprì una pepita
nella vallata di Sabie ed esclamò: “Qui si riposa il
pellegrino!”. Pare che fu proprio questa l’origine del paese di Pilgrim
Rest, sorto intorno al fiume e alla miniera d’oro, poi
abbandonato quando venne scoperto un filone più ricco vicino a
Johannesburg, che conteneva non solo oro, ma anche diamanti. Così
Pilgrim Rest fu abbandonato e ora riposa, perfettamente restaurato e un
po’ leccato, come un museo a cielo aperto, con le sue casette in stile
vittoriano, i viali di yacarande, le faraone che passeggiano fino al
caffè e le scimmiette che mangiano le foglie. La strada corre tra campi
ingialliti per le erbe secche, springbock che brucano, fattorie-riserve
dove trovano un’oasi riparata rinoceronti, bufali e zebre. L’erba secca
viene regolarmente bruciata dai pompieri per far crescere quella
fresca. Le fattorie olandesi producono bulbi e in primavera qui è un
tappeto di tulipani. Campi, boschi e ancora campi. Fino a Pretoria,
capitale amministrativa del paese. La città delle yacarande
che tingono di blu le strade. La città del Palazzo di giustizia che
condannò Nelson Mandela alla prigione di Robben Island. Ora splende il
sole sui prati fioriti di fronte al Parlamento, dove Mandela governò
dal 1994 al 1999, primo presidente nero del Sudafrica dopo la fine
dell’apartheid. Le viole invernali colorano i giardini dove gli ibis
cercano vermi tra l’erba rasata. Nella piazza St. Church il
monumento al boero Paul Kruger, dagli occhi di batrace, circondato dai
pionieri del Great treck, è diventata una base per i piccioni. Intorno,
edifici storici e una folla di neri. Le statue di bronzo dei pionieri
sembrano osservare la piazza con aria interrogativa e chiedersi: chi ha
ragione? In Sudafrica si argomenta ancora secondo la diade bianco e
nero. E Nelson Mandela, Madiba, è ormai malato di Alzheimer, il tempo
del suo governo di riconciliazione è finito da un pezzo. Cosa porterà
il futuro? C’è qualcuno in grado di raccogliere la sua eredità? Anche
la statua di Jacobus Pretorius è ormai il nido di un piccione che
osserva dall’alto il viavai di pulmini collettivi. Il traffico si fa
denso, nell’ora di punta. Lungo l’autostrada fino a Johannesburg
una fila di macchine di pendolari che rientrano a Pretoria.
Fabbriche di ogni genere, soprattutto estere, o di multinazionali.
Sullo sfondo, Johannesburg e i suoi sobborghi degradati, dove i neri
fanno ritorno a piedi attraversando l’autostrada. Il nostro albergo è
in una vera e propria gated community. Strade pulite, ben illuminate.
Negozi, locali e ristoranti frequentati da gente lavata e stirata. Ci
si può muovere senza problemi, di giorno come di sera, non c’è
criminalità. Tutto intorno, muri sorvegliati da telecamere: una specie
di zoo per ricchi. Possiamo stare tranquilli: chi è dentro è dentro,
chi è fuori è fuori.
(Hotel Protea Fire & Ice Melrose:
www.proteahotels.com
11
giorno
Johannesburg
Giornata
tiepida e soleggiata, lavorativa. Traffico intenso, nelle ore di punta
per tutti quelli che lavorano a Johannesburg ma abitano fuori: la
maggior parte. La città è considerata la più vivace del paese, ma anche
la più pericolosa.
Johannesburg
ha mille volti. Nelson Mandela Square, nel centro
finanziario, è contornata di ristoranti e alberghi dai nomi italiani. È
deserta al mattino presto, anche la fontana è senz’acqua e sulla
superficie di marmo si specchiano i palazzi. Grattacieli, banche,
assicurazioni. Il cuore ricco della città. La collina dove furono
aperte le prime miniere d’oro, adesso esaurite, è disseminata di
parchi, laghi artificiali e ville a uno, massimo due piani. Campi da
golf e da tennis, scuole private per bianchi, dove ora la maggior parte
degli studenti è nera. Sono i figli dei “coconuts”, le noci di cocco, i
neri ricchi che dentro però sono come i bianchi, guardati con disprezzo
dagli altri, più poveri. In mezzo alle ville di facoltose famiglie
indiane sorgono i consolati e le dimore di ministri e presidenti. C’è
anche la casa di Mandela, ma non lui: ha deciso di finire i suoi giorni
nel paese di origine, a sud nel Transkaai. Valicata la collina,
l’antica zona di case vittoriane è stata in buona parte demolita per
costruire caseggiati anonimi ormai piuttosto degradati. I sudafricani
non hanno la passione per l’antico come gli europei, non restaurano:
demoliscono e ricostruiscono, quello che non si riesce a fare in
Italia. Ma tra gli intonaci scrostati, le strade sporche e le facce
dure, in questo quartiere, che pare essere fra i più malfamati, la vita
è animata. Bancarelle, traffici più o meno leciti, disoccupati. Indiani
che gestiscono il commercio, donne che intrecciano i capelli sui
marciapiedi. Chiese di ogni confessione aprono i battenti al primo
piano degli edifici: ne sorge una nuova quasi ogni giorno. Quando i
problemi sono grandi l’uomo si rifugia in un dio che promette giustizia
e riscatto. Johannesburg è una città nera, dove gli afrikaner ora hanno
paura. Basta svoltare di poche strade e nuovamente appaiono i quartieri
amministrativi. In altrettanto tempo si giunge al mercato dei feticci,
dove streghe e stregoni sono intenti a preparare pozioni e amuleti, tra
l’odore medicamentoso delle erbe e quello nauseabondo degli animali
sacrificati. Qualche chilometro ed ecco le prime casette di Soweto.
Due milioni di abitanti per la township di Johannesburg, la città
simbolo della lotta all’apartheid. Chi si aspetta di trovare misere
catapecchie sbaglia di grosso. La bidonville non ha mai abitato qui: le
case sono tutte in muratura. Anzi, chi ha fatto un po’ di soldi le
costruisce pure con un certo gusto architettonico. È giovedì e per le
strade si vedono donne con la divisa delle varie chiese, un fazzoletto
bianco in testa. Oggi c’è una funzione apposita per loro, che alla
domenica lavorano come domestiche nelle case dei bianchi: quando gli
afrikaner invitano parenti e amici c’è bisogno della cameriera. Nera,
ovviamente. Se un bianco fa quel lavoro, vuol dire che nella vita gli è
andata male. Per le strade di Soweto, se si incrocia lo sguardo di
qualcuno, è normale salutarsi, anzi è segno di educazione.
Vilakasi
street, la
casa di Nelson Mandela, è ora abitata dalla sua ex moglie, Zinnie.
Personaggio ambiguo, che gestisce il patrimonio storico e culturale in
maniera del tutto personale: questo si dice di lei. All’angolo con
Vilakasi street un muro ricorda il luogo dove fu ucciso Hector
Zolile Pietersen durante gli scontri del 1976
tra gli studenti e la polizia. Il bimbo aveva solo 13 anni, la sua
morte cambiò la storia dell’apartheid: la sua e quella di 700 persone,
trucidate dalla polizia afrikaner nella ferocissima repressione dei
moti. Ora un’invasione di studenti di ogni età sta attraversando questo
stesso incrocio. Che bello sentirli ridere e scherzare sotto il sole
tiepido, mentre tornano a casa. Il piccolo museo sorto in onore di
Pietersen è un pugno allo stomaco. Pochi giornalisti raccontarono
quella storia per i lettori sudafricani. La censura operava
indisturbata, basti pensare che la nostra guida, che ha 57 anni, non
aveva mai sentito parlare di Mandela fino alla sua scarcerazione, nel
1990. Nessuno si chiedeva dove andassero a dormire le tate nere che
allevavano i bambini dei bianchi. Il fatto che ci fossero autobus
riservati ai bianchi e autobus riservati ai neri era percepito come un
segno di pari diritti, non una separazione abominevole sancita dal
colore della pelle.
Dopo le
16 i bambini escono da scuola e i grandi dal lavoro. Le strade si
animano, nei parchi i ragazzi giocano a calcio. È allegra Soweto,
lontana dai giorni in cui le strade bruciavano. Esistono ancora le
vecchie shebeens, che al tempo dell’apartheid
vendevano di nascosto birra di sorgo prodotta artigianalmente. La
clientela è una folla di disperati, alcolizzati, con gli occhi lucidi e
gonfi. Alcuni tavolacci e panche stipate di persone che passano lì la
giornata. Quando arriva uno straniero gli si affollano intorno: sanno
che la birra di sorgo, contenuta in cartoni tipo quelli del latte, è
troppo pastosa e acidula perché la beva fino in fondo. Perciò
aspettano, cercando di guadagnarsi il diritto a finirla. Il padrone
tiene a bada tutti: se ogni tanto qualcuno, particolarmente alterato,
alza un po’ troppo i toni e diventa aggressivo, lui sa rimetterlo al
suo posto senza tanti complimenti. Il sole va a tramontare, tra poco
sarà buio. Le strade di Soweto sono ancora piene di vita, il barbiere è
all’opera all’angolo della strada, il mercato adesso è in ombra. Le
auto di quelli che lavorano a Jozi – come i neri
chiamano la città – procedono lentamente sull’autostrada. La sterminata
Soweto si accende di toni caldi, a quest’ora della sera.
12
giorno
Johannesburg
– Livingstone
È
arrivato il momento di salutare il Sudafrica, in una fresca mattina
invernale. L’aereo decolla e varca la frontiera. Siamo a Livingstone,
Zambia. Una manifestazione festosa per le vie annuncia le
elezioni previste per il prossimo mese. Sono i sostenitori del partito
dell’opposizione: tutti ridono e alzano il pugno, scandendo gli slogan.
L’aria è tiepida, quasi calda, anche se qui è inverno e il bosco è
secco, privo di foglie. Questa zona è un parco nazionale: si paga una
tassa di 10 euro per stare qui e per entrare nel paese un visto di 40
$, conviene averlo doppio se si visitano le cascate Vittoria anche
dal lato dello Zimbabwe. Se non si è in possesso di
dollari, il cambio in euro viene fatto alla pari. Lo Zambia si mantiene
così. Ma lo Zimbabwe è messo pure peggio.
Intanto
ci sfila accanto, ma non troppo, un branco di elefanti. Il lodge e
sulla riva del fiume Zambesi, gli animali non
entrano qui (a parte le dispettose scimmiette) e noi non andiamo là,
perciò è vietato passeggiare sulle rive del fiume e, ancora di più,
bagnarsi. Il fiume è il regno dei coccodrilli e degli ippopotami, che
verso sera nuotano a pelo d’acqua. Li guardiamo stando al sicuro sulla
Lady Livingstone, il battello dell’hotel, con un bicchiere di vino in
mano, navigando verso il tramonto. Sfilano un coccodrillo dagli occhi
gialli, famiglie di ippopotami che sbadigliano spalancando le enormi
fauci, mentre gli elefanti sbucano dalla foresta per scendere sulle
rive a bere. In cielo si incrociano volo rondini, aquile e strani
uccelli meccanici: elicotteri e ultraleggeri. Ibis tra le canne,
uccellini verde smeraldo che fanno la tana in piccoli buchi dentro il
fango, sulle rive del fiume. Intanto il sole cala e arrossisce. Sulla
linea dell’orizzonte una palma si staglia in controluce sul disco
rosso. Il panorama cambia improvvisamente, tanto è repentino il tuffo
del sole. Ma un altro disco illumina il cielo: la luna è piena stasera
e il battello rientra al piccolo molo.
(David Livingstone SAfari Lodge: www.dlslandspa.com)
13
giorno
Zambia
- Zimbabwe: cascate Vittoria
Le
cascate del lago Vittoria sono una fenditura profonda
un centinaio di metri e lunga 800. Nate dal collasso di un vulcano e da
successivi sismi, sono divise tra Zambia e Zimbabwe. Impossibile dire
quale sia il lato più bello. Iniziamo dallo Zambia, forniti di
impermeabile nero stile pescatore norvegese. Il frastuono dell’acqua
arriva fino al parcheggio. Ci inoltriamo nel bosco, il rumore si fa
sempre più forte e all’improvviso un muro di colori attraversa lo
spazio: dalla profondità della gola nasce un arcobaleno che attraversa
il cielo, disegnando un arco perfetto che si tuffa nel bosco. Fu il
dottor David Livingstone, nella seconda metà del
1800, a rivelare al mondo l’esistenza di queste cascate che solo gli
indigeni Tonga conoscevano. Due statue lo rappresentano, una per ogni
paese, dove è ricordato come medico, esploratore e libertario, poiché
si batté contro i mercanti di schiavi. In questa stagione c’è poca
acqua e diminuirà ancora, finché a ottobre sarà possibile fare il bagno
in una piscina naturale posta proprio sopra al salto dell’acqua: ci si
potrà arrivare a piedi in modo abbastanza agevole provenendo da questa
sponda. Metri cubi di acqua si gettano nel profondo della gola,
ribollono e tornano su nebulizzati, per poi ricadere come pioggia in
una giornata di sole, disegnando nuovi arcobaleni. La nuvola è così
densa che da qui non si vede la fine delle cascate, che scompaiono alla
vista in un vapore bianco. I macachi, intanto, cercano di svaligiare
gli uffici del turismo e i pulmini, ma vengono regolarmente respinti.
Lasciamo la frontiera dello Zambia, attraversiamo il ponte del 1906,
costruito dagli inglesi in stile Eiffel, e affrontiamo con pazienza le
lungaggini del piccolo ufficio doganale dello Zimbabwe. File di camion
transitano nelle due direzioni: 25 euro ed ecco il visto. Altro pulmino
ed eccoci depositati alla frontiera dell’ex Rhodesia. Il dottor
Livingstone fa strada, nella sua posa da esploratore, fino alla cascata
del diavolo, la più bassa. E da qui lo sguardo può spaziare
fino in fondo, o quasi. La passeggiata consente di apprezzare tutto il
fronte, che arriva a un’altezza di oltre 100 metri. Dove il salto è più
alto e l’acqua incontra i raggi inclinati del sole, l’arcobaleno nasce
nitido: chissà se sul fondo c’è davvero una pentola d’oro? Di sicuro le
cascate Vittoria sono una ricchezza enorme per lo Zimbabwe, anzi il
turismo è l’unica fonte di reddito o quasi, in un paese colpito da
un’inflazione spaventosa, che durante le ultime elezioni, nel 2008, è
arrivato sull’orlo della guerra civile perché l’ex presidente, Mugabe,
non accettava di essere stato sconfitto dallo sfidante Tswangirai. La
moneta si svalutava ogni giorno di più e adesso vendono ai turisti,
come souvenir, le banconote da 10 trilioni – chissà come si scrive in
cifre – con i quali si riusciva ad acquistare un chilo di pane! La
crisi politica poi è rientrata con un accordo salomonico: Mugabe
presidente, Tswangirai capo dell’esecutivo. Ma la tregua è fragile e il
paese poverissimo.
Quale
lato delle cascate è più bello: Zambia o Zimbabwe? Non sappiamo dirlo.
Ma le cascate sono più maestose di quelle di Iguazù, questo bisogna
ammetterlo. E poi c’è il mito del dottor Livingstone, che ci ha
affascinati fin da bambini. Le scimmie e i facoceri gironzolano liberi
nel bush, tra le piante della foresta pluviale e il bosco secco,
acconciato nella sua veste invernale: un bel contrasto con il calore
della temperatura che asciuga i nostri vestiti e i capelli. Frontiera
dello Zimbabwe, ponte, ancora camion nelle due direzioni, frontiera
dello Zambia. Chiudiamo con una bella cioccolata calda sorseggiata
contemplando lo Zambesi che scorre, e cercando di capire se da quelle
increspature sull’acqua emergerà la sagoma di un coccodrillo.
14 giorno
Zambia- Sudafrica-Italia
Volo di rientro Livingstone- Johannesburg - Italia,
arrivo in Italia il giorno seguente.