iMondonauti.it
Le tue guide di viaggio
 
NOME UTENTE
PASSWORD
password dimenticata?  
 

Sudafrica: una nazione arcobaleno

aggiornamento: 28/11/2011

A cura di: federica lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Città del Capo - Johannesburg
Durata del Viaggio:
14 giorni
Mezzo di Trasporto:
aereo, auto
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuno
Spesa approssimativa:
3500 euro
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Impala
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Pinguini innamorati
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Anziana a Soweto
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Le cascate Vittoria
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Leonessa
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Bufalo
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Soweto, Museo dell'Apartheid
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Stellembosh
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Soweto
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Faro al Capo di Buona Speranza
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Pretoria
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Giraffa
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Tramonto sullo Zambesi

Ciascuno di noi è profondamente legato alla terra del nostro bel paese, come lo sono le famose yacarande di Pretoria e le mimose del veld…una nazione arcobaleno in pace con se stessa e con il mondo
Nelson Mandela

Il Sudafrica è ancora un paese all’inizio del proprio cammino in democrazia. In fondo sono passati circa vent’anni dalla liberazione di Nelson Mandela dalla prigione di Robben Island ed è naturale che quanto è stato costruito in quasi 50 anni di dittatura afrikaner, con relativo corredo di propaganda e censura, non sia stato ancora cancellato dalle menti dei sudafricani: né in quelle dei neri, che continuano a rappresentare la parte più svantaggiata del paese, né in quelle dei bianchi, che continuano a considerare i neri alla stregua di stranieri, ospiti utili – perché continuano a svolgere i lavori più umili – e nello stesso tempo fastidiosi, perché sempre più potenti. Le township, infatti, sono in fase di trasformazione, le baracche nel giro di una decina di anni saranno solo un ricordo, sta nascendo lentamente una borghesia nera e i partigiani anti-apartheid mantengono ben saldo il timone del governo. Come Jakob Zuma, l’attuale presidente, compagno di prigionia di Nelson Mandela. Il paese è bellissimo, con città vivaci, dai caratteri molto marcati e un’energia tangibile ovunque, grandi paesaggi naturali, una costa spettacolare, soprattutto intorno Cape Town. Se si aggiunge al quadro la validità della proposta enogastronomica, si comprende perché un viaggio in Sudafrica rappresenti un’esperienza unica e stimolante, a confronto con una realtà in crescita economica e di fiducia. Un angolo più unico che raro in un Pianeta sempre più in crisi.

1 giorno

Genova – Cape Town

Volo Genova – Istanbul – Cape Town, passando per Johannesburg. Tempo impiegato: praticamente 24 ore!

Fuso orario nullo, siamo sullo stesso meridiano.

2 giorno

Cape Town

Tempo soleggiato, temperatura mite, è inverno nell’emisfero australe ma qui è come se fosse primavera. Oggi la Table Mountain disegna un profilo nitido. Ma bisogna stare attenti, all’improvviso arrivano le nuvole e la temperatura cala.

Castello in realtà è una fortezza, massiccia e squadrata all’esterno, elegante e più leggera all’interno. Mobili intagliati in legno giallo, caldo, fanno da cornice al ritratto del primo colonizzatore dell’allora inesistente Sudafrica: Jan Van Riebeeck. Olandese, venne qui in missione per conto della Compagnia delle Indie orientali, che aveva i suoi uffici nella fortezza. Da un orto di insalata fresca per rifornire gli equipaggi delle navi olandesi diretti in India ha avuto inizio la storia, spesso tragica, della Nazione arcobaleno. Al piano superiore un lunghissimo tavolo, contempla più di 100 posti a sedere: qui i membri della Compagnia stabilivano regole commerciali più potenti delle leggi di un effettivo Parlamento. Alle pareti, paesaggi di mare in tempesta ricordano il primo nome del Capo di Buona Speranza: Capo della Tempesta, coniato da Vasco da Gama. E il mare lambiva i pesanti muri della fortezza, finché fu interrato per costruire il porto e un moderno quartiere di grattacieli. Ma sopravvivono ancora i palazzi coloniali eleganti, le dimore in stile vittoriano, le chiese declinate nei vari culti della cristianità, le coloratissime case del quartiere malese, costruite dai primi schiavi liberati.

Le strade salgono e scendono come a San Francisco, ordinate, soleggiate. E, salendo salendo, si arriva alla moderna funivia che porta fino alla Table Mountain. La cima è tersa, il sole brilla sul mare e scalda la penisola rocciosa che digrada tra le onde. Corvi e marmotte si scaldano al sole incuranti dei visitatori. Il vento spazza la vegetazione di bassi arbusti. La città si estende in ogni direzione. Sullo sfondo una macchia di terra scura, sfocata nel controluce: è Robben Island. L’isola su cui fu recluso Nelson Mandela per 27 lunghissimi anni adesso sembra un’innocua zolla di terra.

La sera cala presto e l’aria rinfresca. I quartieri degli uffici si svuotano, lasciando il posto a una massa di diseredati in cerca di un modo per sopravvivere, o anche solo un angolo dove dormire. Nelle zone residenziali, al contrario, si accendono le luci dei piccoli ristoranti, bar e caffè. È solo una prima impressione, ma la clientela è soltanto bianca, afrikaner che parlano questo idioma aspirato, l’afrikaans, discendente dall’olandese. I neri stanno dall’altra parte, con il vassoio in mano o tra i vapori della cucina.

(Hotel Welgelegen: www.welgelegen.co.za. molto confortevole a conduzione familiare)

3 giorno

Cape Town

Sole anche stamani e aria frizzantina. La funivia per la Table mountain è aperta, ma ancora per poche ore. Il vento piega gli arbusti e la temperatura scende. La strada piega a sinistra, sotto la protezione dei Dodici Apostoli, la montagna che copre le spalle alle ville privilegiate con vista sull’oceano Atlantico. Acque fredde, spazzate dal vento, dove gli arbusti dalle foglie sottili resistono alle intemperie e al salino. Onde lunghe. Le foche hanno colonizzato alcuni isolotti posti di fronte alla costa, raggiungibili solo con il battello che dondola sul mare agitato, tra gli spruzzi delle onde che si infrangono sugli scogli, prima di lambire le spiagge bianche, dove nessuno farebbe mai il bagno, tanto è fredda l’acqua.

Vegetazione marittima, qualche pino importato dall’Europa o dal Canada per farne un po’ di legna, babbuini che attendono lungo la strada qualche turista incauto per depredarlo di tutto il cibo che ha, le guardie forestali perlustrano la strada armati di fionda. Arbusti bassi, una funicolare e il faro: ecco il parco nazionale del Capo di Buona Speranza, appellativo di miglior auspicio, la speranza era quella di raggiungere le Indie. E da lassù si domina, a destra, l’Atlantico freddo, a sinistra l’oceano Indiano, più caldo. Le acque si mescolano qui, davanti ai nostri occhi. A noi le onde sembrano tutte uguali, ma è pur vero che la temperatura è sensibilmente diversa.

Il vento si alza e porta nuvole e freddo su questa penisola che si protende verso l’Antartide. I pinguini nidificano sulle sue spiagge. L’uomo aggiunge nidi artificiali per proteggere i cuccioli dal freddo. I piccoli, grigi e pelosi come batuffoli, esposti all’aria morirebbero di freddo. Alcuni genitori si sono tuffati per procurarsi il cibo, i piccoli vengono custoditi in gruppetti da una piccola organizzazione di adulti, come in un asilo. Quando i genitori fanno ritorno, rigurgitano il cibo nelle gole insaziabili della prole; poi sostano al sole per riscaldarsi un po’.

Intanto noi siamo sempre più attanagliati dal freddo. Il cielo si è fatto grigio e l’aria decisamente fresca. Il giardino botanico di Kristenbosh in inverno non è al massimo dello splendore, ma si possono osservare i curiosi fiori dell’aloe ferox e le nuove sterlizie regina, selezionate apposta in onore di Nelson Mandela. Gruppi di faraone dall’abito a pois passeggiano come comari all’uscita dal lavoro, i germani egiziani difendono il territorio con pernacchie sgraziate. Ibis dal becco lungo prelevano vermi dalla terra con molta determinazione, mentre gli scoiattoli grigi si nascondono tra i rami delle palme. Il vento non cessa il suo cammino e la sera a Cape Town l’unico rifugio sono i mall lungo il Waterfront, boutiques, cibo e vino. Il tassista che ci riporta alla guest-house sentenzia che domani sarà freddo e pioverà, quindi ben coperti, perché il tempo qui al Capo può cambiare repentinamente.

4 giorno

Cape Town – Stellembosh

Infine le nuvole sono arrivate e hanno circondato la Table Mountain rendendola totalmente invisibile. La gente bubbola dal freddo, anche se in realtà ci sono 13°: pochi, ma non proprio il gelo. Abbiamo affittato un’auto, attrezzo infernale con i comandi tutti rovesciati, e imbocchiamo la strada tenendo rigorosamente la sinistra. Va tutto bene fino a Stellembosh, poi parcheggiamo o, meglio, ce la parcheggiano all’hotel, e per oggi è fatta: non la toccheremo più!

Il paese è carino e ben tenuto, tipicamente olandese, si direbbe, immerso nella valle dei vigneti. Numerosi negozi e ristoranti vivacizzano questa giornata d’inverno australe battuta dal vento e, tra poco, anche dalla pioggia. Qui è pieno di cose “le più antiche”. Le vecchie dimore conservate nei secoli da cui si affacciano figuranti con abiti in stile. Il vecchio negozio dello zio Samie, Oom Samie se Winkel, aperto almeno dal 1800, straripante di spezie, pesce secco, libri e oggetti di ogni genere. È vecchia pure la guest-house dove dormiamo, è la più antica della zona. Ma la città è abitata da studenti che invadono i caffè. Prevalentemente bianchi e biondi.

Piove, e l’umidità costringe i passanti a tenere il bavero del cappotto alzato. Niente di meglio che dedicarsi alla degustazione del vino locale. Ma perché solo un assaggio? Per pranzo prendiamo una bella bottiglia di Shiraz ad accompagnare un filetto alto tre dita. Mentre a cena sorseggiamo un blend sopraffino composto da Malbec, Pinotage, Merlot, Shiraz, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon, giusto per smorzare il grasso del filetto di pollo avvolto nel bacon e innaffiato di Camembert!

I locali sono pieni di giovani e famiglie, anche durante la settimana. Abbiamo faticato a trovare posto. Ancora una volta, ai tavoli siedono solo famiglie afrikaner. Nemmeno un nero, se non quelli che servono ai tavoli o stanno nelle cucine.

(D'ouwe werf Hotel: www.ouwewerf.co.za)

5 giorno

Stellembosh – Hermanus

Solo 9°, piove. Colazione tiepida. Il veicolo infernale ci attende carico di incognite. Cos’è la destra? Cos’è la sinistra? E soprattutto perché, quando vogliamo mettere la freccia, parte il tergicristallo? Ma tutto si supera con la pratica e la strada fino a Hermanus si allunga morbida lungo la costa: oceano da una parte, monti rocciosi rossi e coperti di arbusti dall’altra, scivola sinuosa come un nastro di raso e lambisce paesini di pescatori dalle case basse e colorate. Le nuvole corrono inseguite dal vento e gli arcobaleni guizzano nel bel mezzo del mare, pronti a dissolversi per ricomparire più in là. Arrivati a Hermanus le necessarie informazioni giungono da un distinto signore – scopriremo poi trattarsi di un medico – che ci invita nell’ufficio dedicato: alquanto bizzarro, prima sonda la possibilità di effettuare un’escursione in battello (inesistente, date le condizioni del mare), poi ci offre un caffè. Ma la chiacchierata amabile si trasforma in un piccolo sermone davanti a una tazzona di brodazza calda e nera. Questo afrikaner discendente dei boeri incarna alla perfezione il mito della Terra promessa, conquistata con la determinazione dei salmi della Bibbia. Il suo intento divulgativo è onesto, ma speriamo che non sia lungo come il caffè, perché la fuori le balene ci aspettano.

La costa è battuta dal vento. Sulle baie, dove dovrebbero giungere i cetacei, le onde lunghe si infrangono schiumose sugli scogli. Timidi raggi di sole scaldano la pietra abitata da marmotte e gabbiani. Cespugli di aloe, calle selvatiche, case in stile olandese con grandi vetrate, qualcuno ha un binocolo puntato verso il mare. Il sentiero corre lungo gli scogli. Beviamo tutti gli spruzzi di acqua salmastra. Per non perdere lo spettacolo pranziamo con un cartoccio di fish and chips su una panchina vista oceano, con una platea di gabbiani che reclama la sua parte. Finché ci stana la pioggia: un breve scroscio che ci spinge a tornare indietro. Le balene oggi non compaiono nella baia, il mare è troppo impetuoso. Controluce, la strada a ritroso ha i colori metallici del sole che riflette sull’acqua. Ci sono molti punti panoramici: facciamo alcune soste, poi decidiamo che questo è l’ultima. Siamo a Gordon’s bay, tra poco la strada piegherà all’interno, rituffandosi nelle colline. Ed ecco un bagliore come di specchio. La grande coda. Non ci possiamo credere. Uno spruzzo, poi un corpo nero e lucido che guizza tra le onde davanti alla schiuma del plancton che galleggia. La balena. È sola. Nuota, va sotto, riemerge, rispruzza. Gioca con le onde, per gli occhi di pochi spettatori che hanno avuto la pazienza di attenderla, di cercarla nel blu e di ammirarla da lontano.

Un tale incontro merita un brindisi in una cantina di Stellembosh, al tramonto. I vitigni bassi e privi di foglie, il vino corroborante. La sequenza della degustazione prevede Pinotage, Shiraz, Gamay, Pinot nero, Cabernet. Poi la cena in un localino ricercato dove lavorano gli allievi dell’Istituto alberghiero.

6 giorno

Stellembosh – Cape Town

Cielo sereno, freddo, aria nitida. I bar mettono fuori i tavolini per la colazione. Il bianco delle facciate stacca dall’azzurro del cielo. Gli scoiattoli corrono sui rami degli alberi. Avvolti in guanti e sciarpe sembra tanto strano che in Italia faccia così caldo. Qui gli alberi sono spogli, appaiono le prime gemme ancora legnose, sbocceranno quando da noi sarà tempo di vendemmia. Intanto i poderi esibiscono vigne ordinate e nude. Le mucche pascolano placide. Il sole piano piano riscalda tutto, ma la temperatura non sale oltre i 14°. L’asfalto liscio corre tra i vigneti, il traffico aumenta. La campagna cede il posto alla periferia della città. L’aeroporto e poi una distesa di baracche di metallo ondulato, vasta quanto la città di cemento, forse di più: ecco Langa. I panni stesi sulla staccionata, le macchine stipate all’inverosimile. Interminabile quanto la vergogna da cui sono generate le township, si allunga quasi fino all’ospedale Groote Schure, unico motivo di orgoglio del Sudafrica dell’apartheid. Poi la strada si inoltra nei quartieri residenziali. Parchi, graziose dimore, filo elettrificato pronto a trasformare in una braciola qualunque malintenzionato. Una sosta con una bottiglia di Pinotage acquistata nella Kleine Zalze, azienda vinicola attiva dal 1690. Poi ci tuffiamo nel centro di Cape Town, la zona finanziaria. Alti grattacieli completamente vuoti, oggi che è sabato. Camminando di buon passo nel deserto urbano, dove sembra che la popolazione sia stata deportata, arriviamo al Waterfront. Le riparazioni navali, i silos granari, la torre dell’orologio. Finalmente una birra. Il sole di una primavera imminente riscalda tutto, esaltando gli azzurri del mare. Due foche soggiornano sul molo detto di Mandela, ronfano pacifiche, senza scomporsi per la partenza dei battelli diretti a Robben Island, fra cui il celeberrimo Dias.

Il tramonto riscalda i toni, l’aria è tiepida; appena fa buio la gente si precipita nei ristoranti. Difficile trovare posto anche stasera. Al vecchio mercato ittico servono piatti tipici sudafricani, pesce in salsa masala e vino bianco profumato Chenin blanc. Nelle vecchie foto il porto e i pescatori di un tempo, la Table Mountain, i bianchi ai tavoli, i neri a servire. Ogni commistione sembra ancora impossibile.

7 giorno

Cape Town – Parco Kruger (riserva Kapama Karula)

Colazione, in questa guest house dal sapore familiare e partenza verso il Parco Kruger, dedicato alla memoria del capo afrikaner discendente dei boeri del Great Treck che si oppose fermamente al dominio inglese.

Atterriamo nel piccolo aeroporto di Neusprit Mpumalanga: 20°, fa ancora freddo per gli africani. Oltre due ore di auto su strade ben asfaltate e segnalate e il cancello della riserva Kapama si apre e si richiude dietro di noi. Sterrato. Bosco in livrea invernale, secco, popolato da una fauna perfettamente mimetizzata, che osserva silenziosa il nostro passaggio. Fin qui i villaggi di case basse e dimesse sono popolati dai neri. Nella riserva chi sarà il proprietario? Chi ci accoglie porta il nome di Hendrix: pelle bianca, occhi chiari. La tenda è su una palafitta, ma i leoni non si avvicineranno: bisogna solo fare attenzione alle scimmie, ladruncole di professione. Alle 16 parte il primo safari. La jeep è aperta e dotata di coperte di pile, fondamentali tra un paio d’ore. Il bosco è secco e i rinoceronti brucano la sterpaglia sorvegliati dagli uccelli, pronti a beccare gli insetti, resi più vulnerabili dall’erba bassa. Bufali immensi e immobili osservano il nostro passaggio. Timidi impala si celano tra le fronde. Gnu, codu, backwater, aristocratiche giraffe. Aquile, goffi facoceri trottano tra gli arbusti. Lucidi ippopotami si bagnano negli stagni. Cala il buio tra le acacie spinose: ci fermiamo a bere un bicchiere di vino nell’oscurità più totale, popolata da decine di occhi invisibili che ci osservano. Al campo, intanto, hanno preparato una cena intorno al falò, ma per restare seduti a lungo occorre avvolgersi nelle coperte, riscaldati da una provvidenziale borsa dell’acqua calda e da una buona bottiglia di Shiraz. Abbandoniamo qualsiasi ipocrisia e, dopo averlo ammirato pascolare tra le fronde della foresta, assaggiamo la carne di impala, che il ranger sostiene essere deliziosa, appena appena scottata.

(Riserva Kapama Karula: www.kapama.co.za/kapama-karula)

8 giorno

Riserva Kapama Karula

Sveglia all’alba. Fa freddo. Il tempo di una tazza di caffè e inizia ad albeggiare. La jeep ci attende con un corredo di coperte e borse di acqua calda. Il bosco secco sembra addormentato. Nel grigiore del primo mattino il manto degli animali si mimetizza molto bene. I facoceri al solito scappano trotterellando, gli impala osservano, poi spiccano il salto. I grossi rinoceronti non si scompongono più di tanto, sono talmente enormi! Giriamo a vuoto stamani, alla ricerca del leone o del leopardo. Sono passati da questi sentieri, il ranger ne segue le orme, ma se sono ancora in zona si sono nascosti bene, dove la jeep non può arrivare. Non ci resta che smorzare il freddo con una tazza di cioccolata calda, accanto a una giraffa che fa capolino dalla cima di un albero. Le giraffe stamani si sono spinte sui sentieri. Pascolano assieme alle zebre, gli impala al solito attraversano i sentieri saltellando. Dopo più di tre ore dei felini non c’è traccia, rientriamo al campo e speriamo di essere più fortunati alla prossima uscita. La temperatura si è alzata e il piacevole tepore ci spinge a restare all’aperto. Anche al momento di risalire sulla jeep il sole e il vento tiepido sono gradevoli compagni. Il ranger è determinato a trovare i felini. E questi ultimi sono determinati a non farsi trovare. Lasciano impronte ovunque, però, a solleticare la curiosità. Chi, al contrario, si lascia trovare sono gli elefanti. Grandi esemplari grigi si riuniscono in una radura per consumare il loro pasto vegetariano. La mamma con il cucciolo si avvicina straordinariamente alla jeep, vuole attraversare il sentiero. Non è aggressiva, manifesta le sue intenzioni con un atteggiamento determinato. Gli elefanti africani, più grandi di quelli asiatici, non sono affatto addomesticabili. Sono forti, possenti e calmi, tutti si fanno da parte per lasciarli passare.

Rosso. Rosso ricamato di nero. Sono i rami secchi degli alberi, con il loro abito invernale, che si appoggiano sul sole al tramonto. Una coppa di vino rosso e carne salata. La coperta, perché la temperatura si è abbassata. Il fanale fende i cespugli nel buio sui sentieri stretti. I felini sono nascosti, giocano a rimpiattino, seminando tracce che finiscono nel nulla. Solo un formichiere, ottima preda, può tradire la loro presenza. Ma per questa sera porta a casa la pelle, e noi rientriamo nella riserva. I felini sono troppo schivi per lasciarsi catturare anche solo da uno scatto, almeno oggi.

9 giorno

Kapama Karula – Sabie

Una palla infuocata si affaccia all’orizzonte, arrossando il cielo tutto intorno. Avvolti nelle coperte, con la borsa dell’acqua calda sulle ginocchia, siamo pronti a partire nuovamente alla ricerca dei felini. Il bosco è silenzioso e freddo. Le orme fresche. Finché un balzo tra l’erba secca rivela la presenza di tre leonesse che stanno facendo colazione con un bel pezzo di carne rossa. Ci separa da loro un piccolo braccio di fiume. Ci guardano un po’. Ma si capisce che non hanno nulla da temere da noi, né noi da loro: finché stiamo sulla jeep facciamo parte di un unico grande corpo, non ci attaccherebbero mai. Solo se dovessimo scendere torneremmo delle nostre reali dimensioni: piccole. E quindi diventeremmo prede. La leonessa che sembra più anziana ci passa accanto, inoltrandosi con passo morbido sul sentiero. La seguiamo e subito dopo sopraggiungono le due leonesse più giovani. Nel sole dorato del mattino il loro manto assume toni caldi. Non vanno a caccia, per ora, siedono ai bordi di una radura placidamente. Le salutiamo per andare in cerca del leopardo, che ha lasciato tracce fresche… ma si perdono nell’acqua del fiume. Impossibile trovarlo! Meglio consolarci con una tazza di cioccolata calda sul sentiero attraversato da una mandria di impala. Giraffe, facoceri e gnu ci scortano fino al campo. Ed è arrivato il momento di ripartire in direzione Johannesburg, attraverso la strada che passa lungo il Blyde river canyon. Purtroppo uno sciopero improvviso ci impedisce l’accesso ai punti panoramici. Questo episodio ci dà modo di conoscere il punto di vista della nostra guida, Brigitte, sudafricana di origine tedesca. Confrontare i modi di pensare degli europei e degli afrikaner, sul controverso tema dell’apartheid, è un esercizio di mediazione non da poco. All’inizio lo spaesamento è grande. Dunque Brigitte è sudafricana e ci spiega che, secondo lei, l’apartheid non rappresentava un sistema di regole del tutto negativo, anzi era giusto ed equo, perché sanciva ciò che accadeva di fatto: bianchi e neri vivevano in comunità separate. Anche i bianchi si dividevano in gruppi in base alla nazionalità di origine. Così come fra i neri era vivo un senso di appartenenza tribale che generava (e genera tuttora) ostilità fra gruppi diversi. Probabilmente i sudafricani bianchi sentono il bisogno di dichiarare al mondo, che li ha giudicati e condannati, che il loro corpus legislativo non era cattivo. Sottolineano che i neri non sono mai stati schiavi in Sudafrica, anzi: soltanto, le loro vite erano separate. Brigitte ammette: vivevano come cagnolini, o come bambini. Trattati bene nelle famiglie bianche ove prestavano lavoro, riforniti di vitto, alloggio e vestiti, erano però privi della libertà di vivere dove volevano, di legarsi a chi volevano, di studiare, di avviare attività imprenditoriali. La nostra guida teme che l’attuale assetto amministrativo in mano ai neri possa mandare a bagno il paese, sostiene che il governo è corrotto, incapace di amministrare ciò che gli afrikaner hanno costruito nei secoli. Le mentalità restano molto diverse: i bianchi considerano questa terra ancora come la loro terra. Non si rendono conto di avere usurpato uno spazio che era popolato da tribù autoctone. La nostra mentalità europea, educata all’eguaglianza e ai diritti civili, fatica a comprendere questi ragionamenti. Brigitte è sicuramente una brava persona, però esprime tutti quelli che, per noi, sono luoghi comuni sui neri. La realtà è che il Sudafrica è e resta un paradosso. Un paese nato perché un gruppo di coloni potesse coltivare l’insalata, senza intenti di conquista: questi sono venuti dopo, portati dagli inglesi. Ed è una democrazia ancora troppo giovane. Vedremo se riuscirà a sopravvivere alle spinte centrifughe e al suo complicato mix sociale.

(hotel Casa do sol: http://casadosol.ahagroup.co.za)

10 giorno

Sabie – Johannesburg

Il Sudafrica è terra di immigrazione dall’Europa, prima per rifornire le navi dirette nelle Indie, poi per sfuggire alle persecuzioni religiose (per questo motivo arrivarono qui gli Ugonotti francesi). Molta gente cercava fortuna qui, ma non tutti la trovarono alla prima: anzi, furono costretti a grandi sacrifici. Come quel tale che girava come un nomade e teneva in una carriola tutti i suoi averi. Finché scoprì una pepita nella vallata di Sabie ed esclamò: “Qui si riposa il pellegrino!”. Pare che fu proprio questa l’origine del paese di Pilgrim Rest, sorto intorno al fiume e alla miniera d’oro, poi abbandonato quando venne scoperto un filone più ricco vicino a Johannesburg, che conteneva non solo oro, ma anche diamanti. Così Pilgrim Rest fu abbandonato e ora riposa, perfettamente restaurato e un po’ leccato, come un museo a cielo aperto, con le sue casette in stile vittoriano, i viali di yacarande, le faraone che passeggiano fino al caffè e le scimmiette che mangiano le foglie. La strada corre tra campi ingialliti per le erbe secche, springbock che brucano, fattorie-riserve dove trovano un’oasi riparata rinoceronti, bufali e zebre. L’erba secca viene regolarmente bruciata dai pompieri per far crescere quella fresca. Le fattorie olandesi producono bulbi e in primavera qui è un tappeto di tulipani. Campi, boschi e ancora campi. Fino a Pretoria, capitale amministrativa del paese. La città delle yacarande che tingono di blu le strade. La città del Palazzo di giustizia che condannò Nelson Mandela alla prigione di Robben Island. Ora splende il sole sui prati fioriti di fronte al Parlamento, dove Mandela governò dal 1994 al 1999, primo presidente nero del Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Le viole invernali colorano i giardini dove gli ibis cercano vermi tra l’erba rasata. Nella piazza St. Church il monumento al boero Paul Kruger, dagli occhi di batrace, circondato dai pionieri del Great treck, è diventata una base per i piccioni. Intorno, edifici storici e una folla di neri. Le statue di bronzo dei pionieri sembrano osservare la piazza con aria interrogativa e chiedersi: chi ha ragione? In Sudafrica si argomenta ancora secondo la diade bianco e nero. E Nelson Mandela, Madiba, è ormai malato di Alzheimer, il tempo del suo governo di riconciliazione è finito da un pezzo. Cosa porterà il futuro? C’è qualcuno in grado di raccogliere la sua eredità? Anche la statua di Jacobus Pretorius è ormai il nido di un piccione che osserva dall’alto il viavai di pulmini collettivi. Il traffico si fa denso, nell’ora di punta. Lungo l’autostrada fino a Johannesburg una fila di macchine di pendolari che rientrano a Pretoria. Fabbriche di ogni genere, soprattutto estere, o di multinazionali. Sullo sfondo, Johannesburg e i suoi sobborghi degradati, dove i neri fanno ritorno a piedi attraversando l’autostrada. Il nostro albergo è in una vera e propria gated community. Strade pulite, ben illuminate. Negozi, locali e ristoranti frequentati da gente lavata e stirata. Ci si può muovere senza problemi, di giorno come di sera, non c’è criminalità. Tutto intorno, muri sorvegliati da telecamere: una specie di zoo per ricchi. Possiamo stare tranquilli: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori.

(Hotel Protea Fire & Ice Melrose: www.proteahotels.com

11 giorno

Johannesburg

Giornata tiepida e soleggiata, lavorativa. Traffico intenso, nelle ore di punta per tutti quelli che lavorano a Johannesburg ma abitano fuori: la maggior parte. La città è considerata la più vivace del paese, ma anche la più pericolosa.

Johannesburg ha mille volti. Nelson Mandela Square, nel centro finanziario, è contornata di ristoranti e alberghi dai nomi italiani. È deserta al mattino presto, anche la fontana è senz’acqua e sulla superficie di marmo si specchiano i palazzi. Grattacieli, banche, assicurazioni. Il cuore ricco della città. La collina dove furono aperte le prime miniere d’oro, adesso esaurite, è disseminata di parchi, laghi artificiali e ville a uno, massimo due piani. Campi da golf e da tennis, scuole private per bianchi, dove ora la maggior parte degli studenti è nera. Sono i figli dei “coconuts”, le noci di cocco, i neri ricchi che dentro però sono come i bianchi, guardati con disprezzo dagli altri, più poveri. In mezzo alle ville di facoltose famiglie indiane sorgono i consolati e le dimore di ministri e presidenti. C’è anche la casa di Mandela, ma non lui: ha deciso di finire i suoi giorni nel paese di origine, a sud nel Transkaai. Valicata la collina, l’antica zona di case vittoriane è stata in buona parte demolita per costruire caseggiati anonimi ormai piuttosto degradati. I sudafricani non hanno la passione per l’antico come gli europei, non restaurano: demoliscono e ricostruiscono, quello che non si riesce a fare in Italia. Ma tra gli intonaci scrostati, le strade sporche e le facce dure, in questo quartiere, che pare essere fra i più malfamati, la vita è animata. Bancarelle, traffici più o meno leciti, disoccupati. Indiani che gestiscono il commercio, donne che intrecciano i capelli sui marciapiedi. Chiese di ogni confessione aprono i battenti al primo piano degli edifici: ne sorge una nuova quasi ogni giorno. Quando i problemi sono grandi l’uomo si rifugia in un dio che promette giustizia e riscatto. Johannesburg è una città nera, dove gli afrikaner ora hanno paura. Basta svoltare di poche strade e nuovamente appaiono i quartieri amministrativi. In altrettanto tempo si giunge al mercato dei feticci, dove streghe e stregoni sono intenti a preparare pozioni e amuleti, tra l’odore medicamentoso delle erbe e quello nauseabondo degli animali sacrificati. Qualche chilometro ed ecco le prime casette di Soweto. Due milioni di abitanti per la township di Johannesburg, la città simbolo della lotta all’apartheid. Chi si aspetta di trovare misere catapecchie sbaglia di grosso. La bidonville non ha mai abitato qui: le case sono tutte in muratura. Anzi, chi ha fatto un po’ di soldi le costruisce pure con un certo gusto architettonico. È giovedì e per le strade si vedono donne con la divisa delle varie chiese, un fazzoletto bianco in testa. Oggi c’è una funzione apposita per loro, che alla domenica lavorano come domestiche nelle case dei bianchi: quando gli afrikaner invitano parenti e amici c’è bisogno della cameriera. Nera, ovviamente. Se un bianco fa quel lavoro, vuol dire che nella vita gli è andata male. Per le strade di Soweto, se si incrocia lo sguardo di qualcuno, è normale salutarsi, anzi è segno di educazione.

Vilakasi street, la casa di Nelson Mandela, è ora abitata dalla sua ex moglie, Zinnie. Personaggio ambiguo, che gestisce il patrimonio storico e culturale in maniera del tutto personale: questo si dice di lei. All’angolo con Vilakasi street un muro ricorda il luogo dove fu ucciso Hector Zolile Pietersen durante gli scontri del 1976 tra gli studenti e la polizia. Il bimbo aveva solo 13 anni, la sua morte cambiò la storia dell’apartheid: la sua e quella di 700 persone, trucidate dalla polizia afrikaner nella ferocissima repressione dei moti. Ora un’invasione di studenti di ogni età sta attraversando questo stesso incrocio. Che bello sentirli ridere e scherzare sotto il sole tiepido, mentre tornano a casa. Il piccolo museo sorto in onore di Pietersen è un pugno allo stomaco. Pochi giornalisti raccontarono quella storia per i lettori sudafricani. La censura operava indisturbata, basti pensare che la nostra guida, che ha 57 anni, non aveva mai sentito parlare di Mandela fino alla sua scarcerazione, nel 1990. Nessuno si chiedeva dove andassero a dormire le tate nere che allevavano i bambini dei bianchi. Il fatto che ci fossero autobus riservati ai bianchi e autobus riservati ai neri era percepito come un segno di pari diritti, non una separazione abominevole sancita dal colore della pelle.

Dopo le 16 i bambini escono da scuola e i grandi dal lavoro. Le strade si animano, nei parchi i ragazzi giocano a calcio. È allegra Soweto, lontana dai giorni in cui le strade bruciavano. Esistono ancora le vecchie shebeens, che al tempo dell’apartheid vendevano di nascosto birra di sorgo prodotta artigianalmente. La clientela è una folla di disperati, alcolizzati, con gli occhi lucidi e gonfi. Alcuni tavolacci e panche stipate di persone che passano lì la giornata. Quando arriva uno straniero gli si affollano intorno: sanno che la birra di sorgo, contenuta in cartoni tipo quelli del latte, è troppo pastosa e acidula perché la beva fino in fondo. Perciò aspettano, cercando di guadagnarsi il diritto a finirla. Il padrone tiene a bada tutti: se ogni tanto qualcuno, particolarmente alterato, alza un po’ troppo i toni e diventa aggressivo, lui sa rimetterlo al suo posto senza tanti complimenti. Il sole va a tramontare, tra poco sarà buio. Le strade di Soweto sono ancora piene di vita, il barbiere è all’opera all’angolo della strada, il mercato adesso è in ombra. Le auto di quelli che lavorano a Jozi – come i neri chiamano la città – procedono lentamente sull’autostrada. La sterminata Soweto si accende di toni caldi, a quest’ora della sera.

12 giorno

Johannesburg – Livingstone

È arrivato il momento di salutare il Sudafrica, in una fresca mattina invernale. L’aereo decolla e varca la frontiera. Siamo a Livingstone, Zambia. Una manifestazione festosa per le vie annuncia le elezioni previste per il prossimo mese. Sono i sostenitori del partito dell’opposizione: tutti ridono e alzano il pugno, scandendo gli slogan. L’aria è tiepida, quasi calda, anche se qui è inverno e il bosco è secco, privo di foglie. Questa zona è un parco nazionale: si paga una tassa di 10 euro per stare qui e per entrare nel paese un visto di 40 $, conviene averlo doppio se si visitano le cascate Vittoria anche dal lato dello Zimbabwe. Se non si è in possesso di dollari, il cambio in euro viene fatto alla pari. Lo Zambia si mantiene così. Ma lo Zimbabwe è messo pure peggio.

Intanto ci sfila accanto, ma non troppo, un branco di elefanti. Il lodge e sulla riva del fiume Zambesi, gli animali non entrano qui (a parte le dispettose scimmiette) e noi non andiamo là, perciò è vietato passeggiare sulle rive del fiume e, ancora di più, bagnarsi. Il fiume è il regno dei coccodrilli e degli ippopotami, che verso sera nuotano a pelo d’acqua. Li guardiamo stando al sicuro sulla Lady Livingstone, il battello dell’hotel, con un bicchiere di vino in mano, navigando verso il tramonto. Sfilano un coccodrillo dagli occhi gialli, famiglie di ippopotami che sbadigliano spalancando le enormi fauci, mentre gli elefanti sbucano dalla foresta per scendere sulle rive a bere. In cielo si incrociano volo rondini, aquile e strani uccelli meccanici: elicotteri e ultraleggeri. Ibis tra le canne, uccellini verde smeraldo che fanno la tana in piccoli buchi dentro il fango, sulle rive del fiume. Intanto il sole cala e arrossisce. Sulla linea dell’orizzonte una palma si staglia in controluce sul disco rosso. Il panorama cambia improvvisamente, tanto è repentino il tuffo del sole. Ma un altro disco illumina il cielo: la luna è piena stasera e il battello rientra al piccolo molo.

(David Livingstone SAfari Lodge: www.dlslandspa.com)

13 giorno

Zambia - Zimbabwe: cascate Vittoria

Le cascate del lago Vittoria sono una fenditura profonda un centinaio di metri e lunga 800. Nate dal collasso di un vulcano e da successivi sismi, sono divise tra Zambia e Zimbabwe. Impossibile dire quale sia il lato più bello. Iniziamo dallo Zambia, forniti di impermeabile nero stile pescatore norvegese. Il frastuono dell’acqua arriva fino al parcheggio. Ci inoltriamo nel bosco, il rumore si fa sempre più forte e all’improvviso un muro di colori attraversa lo spazio: dalla profondità della gola nasce un arcobaleno che attraversa il cielo, disegnando un arco perfetto che si tuffa nel bosco. Fu il dottor David Livingstone, nella seconda metà del 1800, a rivelare al mondo l’esistenza di queste cascate che solo gli indigeni Tonga conoscevano. Due statue lo rappresentano, una per ogni paese, dove è ricordato come medico, esploratore e libertario, poiché si batté contro i mercanti di schiavi. In questa stagione c’è poca acqua e diminuirà ancora, finché a ottobre sarà possibile fare il bagno in una piscina naturale posta proprio sopra al salto dell’acqua: ci si potrà arrivare a piedi in modo abbastanza agevole provenendo da questa sponda. Metri cubi di acqua si gettano nel profondo della gola, ribollono e tornano su nebulizzati, per poi ricadere come pioggia in una giornata di sole, disegnando nuovi arcobaleni. La nuvola è così densa che da qui non si vede la fine delle cascate, che scompaiono alla vista in un vapore bianco. I macachi, intanto, cercano di svaligiare gli uffici del turismo e i pulmini, ma vengono regolarmente respinti. Lasciamo la frontiera dello Zambia, attraversiamo il ponte del 1906, costruito dagli inglesi in stile Eiffel, e affrontiamo con pazienza le lungaggini del piccolo ufficio doganale dello Zimbabwe. File di camion transitano nelle due direzioni: 25 euro ed ecco il visto. Altro pulmino ed eccoci depositati alla frontiera dell’ex Rhodesia. Il dottor Livingstone fa strada, nella sua posa da esploratore, fino alla cascata del diavolo, la più bassa. E da qui lo sguardo può spaziare fino in fondo, o quasi. La passeggiata consente di apprezzare tutto il fronte, che arriva a un’altezza di oltre 100 metri. Dove il salto è più alto e l’acqua incontra i raggi inclinati del sole, l’arcobaleno nasce nitido: chissà se sul fondo c’è davvero una pentola d’oro? Di sicuro le cascate Vittoria sono una ricchezza enorme per lo Zimbabwe, anzi il turismo è l’unica fonte di reddito o quasi, in un paese colpito da un’inflazione spaventosa, che durante le ultime elezioni, nel 2008, è arrivato sull’orlo della guerra civile perché l’ex presidente, Mugabe, non accettava di essere stato sconfitto dallo sfidante Tswangirai. La moneta si svalutava ogni giorno di più e adesso vendono ai turisti, come souvenir, le banconote da 10 trilioni – chissà come si scrive in cifre – con i quali si riusciva ad acquistare un chilo di pane! La crisi politica poi è rientrata con un accordo salomonico: Mugabe presidente, Tswangirai capo dell’esecutivo. Ma la tregua è fragile e il paese poverissimo.

Quale lato delle cascate è più bello: Zambia o Zimbabwe? Non sappiamo dirlo. Ma le cascate sono più maestose di quelle di Iguazù, questo bisogna ammetterlo. E poi c’è il mito del dottor Livingstone, che ci ha affascinati fin da bambini. Le scimmie e i facoceri gironzolano liberi nel bush, tra le piante della foresta pluviale e il bosco secco, acconciato nella sua veste invernale: un bel contrasto con il calore della temperatura che asciuga i nostri vestiti e i capelli. Frontiera dello Zimbabwe, ponte, ancora camion nelle due direzioni, frontiera dello Zambia. Chiudiamo con una bella cioccolata calda sorseggiata contemplando lo Zambesi che scorre, e cercando di capire se da quelle increspature sull’acqua emergerà la sagoma di un coccodrillo.

14 giorno

Zambia- Sudafrica-Italia

Volo di rientro Livingstone- Johannesburg - Italia, arrivo in Italia il giorno seguente.



   

Invia le tue foto

Invia qui le immagini che vorresti vedere pubblicate in questa pagina. La Redazione si incaricherà di selezionare e pubblicare le migliori. Leggi le regole per l'invio e pubblicazione delle immagini


scegli foto:
scrivi didascalia:
 

Cliccando su salva foto la tua immagine verrà caricata sul server e rimarrà temporaneamente nascosta in attesa di essere valutata e pubblicata da parte della Redazione
Torna a visitare questa guida tra alcuni giorni, la tua foto potrebbe essere stata selezionata per la pubblicazione

Caricamento foto in corso...





Entro pochi secondi la foto verrà salvata sul server
Il tempo di caricamento dipende dalla dimensione del file che stai caricando e dalla velocità del tuo collegamento internet
Nel caso il caricamento proseguisse per più di qualche minuto annullare e riprovare
Se il problema persiste è necessario ridurre il peso della foto (non più di 500 Kbyte)








sito premiato ItaliaWebStar