E' stato molto difficile scrivere questo resoconto. Avrei voluto
scrivere qualcosa di diverso dalla fredda cronaca, perché questo è
stato un viaggio che più di altri mi ha arricchito, è stata
un’esperienza umana molto forte: più dei posti visitati,
bellissimi peraltro, è stato il contatto con le persone ciò
che lo ha reso speciale. Inoltre è stata anche un’esperienza
molto personale, nel senso che ho vissuto situazioni nuove, mi sono
adattata a posti ancora più spartani di viaggi precedenti, mi sono
lasciata andare e trasportare da quello che arrivava senza pensare
troppo, e mi sono resa conto di essere riuscita ulteriormente a
superare i miei limiti. Tutto questo insieme di emozioni e
sensazioni è molto difficile da descrivere a parole, ed è per questo
che alla fine ho optato per un diario di viaggio.
Un viaggio a Sumatra è allo stesso tempo semplicissimo
ma faticoso. L’isola ha poche infrastrutture,
le strade di collegamento importante sono nella maggior parte dei casi
in condizioni pessime. La cosa quindi più difficile a Sumatra è
spostarsi da un luogo all’altro. Le sistemazioni, tranne nelle zone un
po’ più frequentate, sono molto semplici.
E’ un viaggio in buona parte avventuroso, consiglio a
chi vuole andarci di dotarsi di molto spirito di adattamento e pazienza,
e di viaggiare con lo zaino evitando i trolley.
Se avrete il cuore e l’anima aperti a questa esperienza, Sumatra
vi ripagherà lasciandovi un ricordo straordinario. La gente è
accogliente e sarà sempre pronta ad aiutarvi, oltre che a fare
due chiacchiere per il puro gusto di socializzare.
Non esitate a fotografarli, se volete, gli fa piacere e spesso
saranno proprio loro a chiedervelo, inoltre spesso e volentieri i
fotografati sarete voi! Contrattate sempre per i taxi e gli
alloggi; i tassisti soprattutto ci provano quasi sempre. Per i
mezzi pubblici, chiedete, se proprio volete essere sicuri, il prezzo ad
altri passeggeri.
Primo giorno:
Jakarta - Medan (volo)
E’ pomeriggio, arriviamo a Jakarta, e senza ancora sapere bene cosa
fare, cerchiamo un volo per Medan, che troviamo per la sera stessa alle
9. E’ un po’ in ritardo, così che arriviamo a Medan la sera molto
tardi, fortuna che nell’attesa sono riuscita a prenotare un albergo.
Secondo giorno:
Medan - Bukit Lawang
La mattina ci sveglia il canto del muezzin proveniente dalla moschea
lì vicino. La città è caotica e rumorosa, decidiamo
di lasciarla subito per dirigerci a Bukit Lawang.
Dopo una decisa contrattazione, un moto-becak ci porta alla
stazione Pinangbaris, dove gli addetti di un autobus ci “rapiscono”
facendoci salire sul loro, che va verso la nostra meta.
A Sumatra, ovunque, è così: i viaggiatori non sanno dove
andare, ma i locali lo sanno e in un modo o nell’altro si riesce sempre
a raggiungere la propria destinazione. Basta andare in una
stazione di autobus e lasciarsi "rapire".
Il viaggio è già di per sè un’avventura: prima bisogna aspettare che
il pullman si riempia, poi sopportare video di karaoke a volume
altissimo. Tra i saliscendi degli studenti, le soste nei paesini, il
caldo e le buche, dopo circa quattro ore giungiamo a Bukit Lawang.
Nel frattempo, uno strano personaggio mi ha monopolizzato per
chiedermi i programmi futuri: è naturalmente una guida, che ci resta
incollata fino in fondo al paese e non ci molla nemmeno quando andiamo
a rinfrescarci in camera, rimane ad aspettare al bar della guesthouse
perché vorrebbe venderci il trekking. Noi d'altronde siamo qui per quel
motivo, quindi tra un caffé e uno spuntino ci accordiamo per un
trekking di due giorni.
Bukit Lawang, che è forse lo scopo principale di questo viaggio a
Sumatra, si trova a circa 90 km da Medan, ed è il punto di più facile
accesso da cui partono i trekking per visitare il parco
nazionale Gunung Leuser; inoltre c’è un centro di
riabilitazione degli orang utan che è possibile visitare.
Per arrivare in paese dal terminal bus serve un becak. Arrivati
all’inizio del paese si prosegue a piedi, la maggior parte delle guesthouses
si trovano alla fine del paese, seguendo la riva del fiume, ma per
arrivarci occorrono massimo 20 min. di cammino. Noi scegliamo Sam’s
Bungalows, sia la camera che il bar della guesthouse hanno una
splendida vista sul fiume e sulla jungla, è uno dei posto più
rilassanti dove mi sia mai capitato di andare.
Trekking: abbiamo optato per quello di 2 gg./1 notte. Abbiamo
concordato con una delle numerose guide, ma credo che siano tutte più o
meno simili e che collaborino tra loro. Non avendo sufficiente contante
in rupie, abbiamo pagato 50 euro a persona, ma è un po’ troppo, e se
avessimo avuto le rupie e voglia di contrattare molto, credo che con
900.000 rp in due ce la saremmo cavata. Comunque ne è valsa la pena.
Sono inclusi la guida, pranzo, cena, colazione e pranzo del giorno
dopo; il pernottamento e la discesa del fiume al ritorno facendo
rafting.
Terzo giorno:
Bukit Lawang (parco naz. Gunung Lauser)
Verso le 9 partiamo per il trekking. Camminiamo per circa 7 ore.
Il sentiero all’inizio sembrava semplice finché non si cominciano ad
alternare salita e discesa. Il tempo è bello, non particolarmente caldo
ma è molto umido. Durante la giornata abbiamo occasione di vedere,
anche da molto vicino, un discreto numero di oranghi, vari
altri tipi di scimmie, molti uccelli e vari altri animali e insetti.
Incrociamo pochi gruppetti di altri occidentali, saremo in tutto una
ventina, divisi tra le varie guide. Queste ultime sono in contatto tra
loro via cellulare e si scambiano informazioni sugli avvistamenti degli
oranghi. Siamo nel bel mezzo della jungla ma la copertura telefonica
qui in Indonesia sembra sia praticamente ovunque.
Alla fine della camminata, verso le 4 del pomeriggio, scendiamo al
fiume dove ci accampiamo per la notte. Il fiume è molto pulito
e non perdiamo occasione di farci un bagno, anche per ritemprarci dalle
fatiche della giornata. Nel frattempo le guide preparano la cena,
mangiamo tutti insieme su un telone appoggiato a terra.
I nostri compagni di trekking sono una coppia di giovani canadesi e
con loro e la guida dopo cena ci intratteniamo un po’ chiacchierando e
giocando a carte. Andiamo comunque a dormire presto, la nottata
trascorre serena nonostante si dorma sul duro del terreno e quasi
all’aperto (solo un telone ci ripara).
Quarto giorno:
Parco naz. Gunung Lauser
Avendo visto parecchi animali il primo giorno, le guide ci
propongono di rilassarci lungo il fiume e andare a fare i bagno sotto
una cascatella. Torniamo all’accampamento per pranzo e dopo pranzo si
ritorna in paese facendo rafting su camere d’aria gonfiate. E’ stata
un’esperienza davvero molto divertente.
Tornati in paese troviamo con qualche difficoltà un posto per fare
un massaggio: mi viene indicata una ragazza, che fa massaggi alle donne
del paese, e mi fa il massaggio su un materassino steso nel minuscolo
soggiorno di casa sua, tra la tv e il tavolo per i compiti della
figlia. Lei stessa accompagna Marco da un massaggiatore, un vecchio che
"opera" in una casupola di legno accanto a un pollaio: quando ci
rincontriamo Marco mi racconta che è stata un'esperienza unica!
Poi prenotiamo un passaggio privato per andare il giorno dopo a
Berastagi. Rispetto al bus pubblico è parecchio costoso e in genere
anche questo passa per Medan, però per raggiungere Berastagi ci mette
in tutto quasi 5 ore.
Quinto giorno:
Bukit Lawang-Berastagi
Arriviamo a Berastagi, negli altipiano Karo, nel
primo pomeriggio e dopo aver trovato un alloggio andiamo a fare un giro
nei vicini villaggi Batak. Al ritorno incontriamo un gruppo di
ragazzine che tornano da scuola, ci fermano e con i loro telefonini si
fanno una marea di foto insieme a noi.
Il paese in sé non offre nulla, è in particolare il punto di
accesso ai vulcani Sinabung e Sibayak.
In queste zone predomina la religione cristiana (protestante). La
zona è prevalentemente agricola e poco turistica, ci si trova
moltissima frutta, in particolare il frutto della passione che è la
specialità della zona.
Per mangiare, oltre ai chioschi in strada (con cucina principalmente
musulmana e niente alcool), c’è qualche warung lungo la
strada principale e un solo “ristorante” che, essendo citato nella LP,
raccoglie la maggior parte degli stranieri, il Raymond Cafè. Cucina
buona e prezzi bassi, come d'altronde in tutta Sumatra.
Sesto giorno:
Berastagi - vulcano Sibayak
La giornata è dedicata alla scalata del vulcano Sibayak.
Lo facciamo senza guida, seguendo la mappa che ci ha fornito la
guesthouse. La passeggiata, una volta superato il paese, si fa
molto bella, attraverso campi coltivati, per poi cominciare la
vera e propria salita, dove il sentiero in alcuni punti è molto
dissestato e scivoloso.
Arriviamo in cima al cratere in meno di tre ore, ci sono solo altre
tre o quattro persone, è tutto brullo, con dei getti di fumo solforoso,
e con cielo plumbeo il paesaggio ricorda Mordor. Dopo una breve sosta
per riposarci e fare un po’ di foto, cerchiamo il sentiero per
ridiscendere, diverso da quello dell’andata, più corto anche se molto
più ripido e a tratti decisamente faticoso. E’ quasi completamente
immerso nella vegetazione e in alcuni tratti non si riesce bene a
seguirlo. Un temporale incombe, ci affrettiamo per non prendere l’acqua
mentre stiamo ancora scendendo, e riusciamo ad arrivare giù in meno di
due ore.
Tutta questa fatica aveva uno scopo preciso: andare a fare il bagno
alle terme che sono alla fine di questo sentiero. Quelle dove entriamo
sono deserte, ci siamo solo noi, è piacevolissimo fare il bagno
nell’acqua calda che rilassa i muscoli e scioglie le tensioni.
Il ritorno a Berastagi non è semplicissimo: aspettiamo un opelet
per oltre un’ora seduti a un bar in compagnia di una coppia di
inglesi, noi a bere caffé e loro birra. Ma sembra che non si parta se
non si riempie il pulmino, così lasciati gli inglesi all’ennesima birra
ci incamminiamo facendo l’autostop. Non passa nessuno, ma l’unica auto
che viene ci carica su e ci riporta in paese.
Settimo giorno:
Berastagi - Kabanjahe - Siantar - Parapat (Lago Toba)
Ancora sulla strada, destinazione Lago Toba. Il bello di questa
giornata sta proprio nel trasferimento: da Berastagi con un opelet
e pochi minuti arriviamo al vicino paese Kabanjahe,
dove letteralmente ci prelevano, noi e i nostri zaini, per caricarci su
un altro pulmino, poco più grande ma quanto di più scassato ci possa
essere.
Affrontiamo le due ore di viaggio fino a Siantar nei sedili
posteriori, completamente sfondati, ammucchiati insieme agli altri
passeggeri, il pulmino è strapieno, la gente all’interno fuma
tranquillamente, e credetemi, a Sumatra fumano di brutto, mai visto
gente fumare così tanto. La strada in alcuni tratti è tutta una buca,
tanto che in alcune occasioni temiamo seriamente di perdere i bagagli
che sono stati legati sul tetto del pulmino.
Nonostante tutto arriviamo a Siantar incolumi e anche divertiti.
Appena scesi, subito altre persone vorrebbero farci salire sul bus
successivo, ma a quel punto abbiamo voglia di un caffé e una piccola
pausa, così facciamo un giro per questo assurdo terminal bus, più che
altro un mercato ortofrutticolo con furgoncini di ogni colore che
scorrazzano, sembra un vero tuffo nel passato. Il bar dove prendiamo il
caffé è un altro posto assurdo, c’è un tavolo con un decina di uomini
che chiacchierano e fumano, e ci guardano allibiti: non devono essere
molti gli stranieri che si fermano lì. Il caffé, neanche a dirlo, è
strepitoso! Un ultimo autobus, questa volta con le sembianze di
autobus, ci porta fino a Parapat, sulle sponde del Lago Toba.
Piove. In attesa del battello che ci porterà sull’isola all’interno
del lago, facciamo un giro per il mercato anche se piove molto e siamo
costretti a ripararci. Sul battello alcuni ragazzi vorrebbero portarci
alle loro guesthouse, ma noi abbiamo già scelto quella in cui andare e
scendiamo direttamente sul molo dell’hotel.
Dopo esserci sistemati in camera e aver pranzato con un ottimo
piatto di frutta mista, dato che ancora piove decidiamo di farci fare
un massaggio, le signore vengono direttamente nella nostra camera.
Passeggiamo un po’ per il paese, tuk tuk, e ceniamo nel ristorante
della guesthouse, che tra l’altro è buono.
Ottavo giorno:
Lago Toba
Il tempo è migliorato, affittiamo un motorino con cui andiamo a fare
il giro dell’isola, che in realtà è una penisola, Samosir,
poiché dall’altro lato del lago è attaccata alla terra con un sottile
istmo.
L’isola è tuttora abitata dalle popolazioni Batak,
i loro villaggi hanno le tipiche case col tetto a due punte,
ma la maggior parte dei tetti è ormai in lamiera, mentre la struttura
delle case è in legno.
Tutti ci sorridono, incontriamo molti gruppi di donne che stanno
andando a messa vestite nei loro abiti tradizionali. Nel pomeriggio
cambiamo camera scegliendone una più economica e meno rumorosa, e ci
rilassiamo un po’ facendo il bagno nel lago, l’acqua è fresca e pulita.
Nono giorno:
Lago Toba-Parapat-Medan (auto privata)-Banda Aceh
(volo)
Altra giornata di trasferimento, siamo diretti a Medan ma poi non
sappiamo bene cosa fare, altri viaggiatori incontrati ci hanno parlato
di Pulau Weh, un’isola all’estremo nord di Sumatra, vorremmo andare lì
se possibile, altrimenti tenteremo di anticipare il volo per Bali.
Prendiamo la prima barca della mattina per Parapat, ma dobbiamo
aspettare un paio d’ore prima che parta la macchina che abbiamo
prenotato per Medan. Stavolta ci siamo concessi la tranquillità di un
trasporto privato. Il viaggio procede tranquillo, siamo in compagnia di
un tedesco e tre nordeuropei non meglio identificati.
A Medan ci facciamo lasciare direttamente in aeroporto, dove
comincia l’affannosa ricerca di un volo immediato per Banda Aceh a
prezzo contenuto. Giro tra i banchi delle varie compagnie aeree,
ovunque c’è la fila ma alla fine riesco a trovare i voli che cerco sia
per l’andata che per il ritorno.
Arrivati a Banda Aceh, con molte insistenze
riusciamo a concordare il prezzo di un taxi per la città. Avremmo
voluto dirigerci subito a Weh, ma dopo le quattro non ci sono
traghetti, quindi ci fermiamo in città per la notte. Sulla strada
dall’aeroporto al centro ci rendiamo subito conto che c’è differenza
con gli altri posti visitati finora: le strade sono in buone
condizioni, tutto sembra più pulito e ordinato.
Questo è l’effetto positivo della ricostruzione avvenuta dopo il
disastroso tsunami del 2004, l’epicentro fu proprio qui. L’hotel che
scegliamo ha delle foto di quei giorni, si vede un grosso peschereccio
arrivato all’interno del parcheggio dell’hotel, pensare che il centro
città non è poi molto vicino al mare…difficile rendersi conto di cosa
possa essere stata quell’ondata seguita al maremoto….
Passeggiando per strade abbiamo modo di notare alcune cose: la
popolazione di questa parte di Sumatra ha tratti somatici un po’
diversi dagli altri indonesiani, e molto simili a quelli indiani
indiani. Inoltre qui la religione islamica è molto più sentita,
anzi la provincia di Aceh ha ottenuto, dopo anni di lotte per
l’indipendenza dal governo centrale, di poter avere una legislatura
regionale propria, e in alcuni casi vengono applicate le leggi
islamiche. Sembra essere anche una zona più povera. Qui trovare da bere
una birra è difficilissimo.
Nella piazza antistante l’albergo c’è una rotonda con una serie di
chioschi dove la sera gli acehesi vanno a cena, decidiamo di cenare lì
anche noi, si scelgono i piatti in un chiosco e vengono poi serviti ai
tavoli sulla piazza. La cucina acehese è buona e saporita,
tutto costa pochissimo e anche qui come nel resto di Sumatra la
gentilezza e la simpatia della popolazione sono una costante.
Decimo giorno:
Banda Aceh - Weh (barca) - Gapang beach
Dal porto di Banda Aceh prendiamo la barca veloce per Weh. Arriviamo
in un’oretta ma al porto tutti i taxi chiedono una cifra alta, rispetto
allo standard, per portarci a Gapang beach, una delle due spiagge dove
ci sono le strutture per dormire. Non ci perdiamo d’animo e decidiamo
di tentare con l’autostop.
Per un breve tratto ci prende su un pulmino carico di turisti
locali, un gruppo simpaticissimo che ci fa un sacco di foto. Il secondo
passaggio ce lo dà un’ambulanza. Giunti a destinazione vorrebbe essere
pagato, e dopo qualche discussione gli diamo qualcosa.
Cerchiamo un posto per dormire, l’unica struttura carina è tutta
piena, occupata da immersionisti poiché c’è anche il dive center. Alla
fine troviamo un bungalow, molto spartano, coi proprietari
gentilissimi. Sono due camere, quella accanto alla nostra è occupata da
una coppia di australiani. Ci dicono che stanno andando a fare
un’escursione in barca per fare snorkeling nell’isoletta di
fronte, Rubiah, ci uniamo a loro e altri ragazzi europei, e
passiamo il pomeriggio tra acqua e spiaggia.
Al ritorno, verso il tramonto, completamente ignara, sento squillare
il cellulare: è mia madre dall’Italia, in preda al panico, ha appena
sentito che a Sumatra c’è stato un maremoto con tsunami. La rassicuro,
dicendole tra l’altro che non ne sapevo niente e non so dove sia
successo, ma a quel punto, incuriosita, cerco un collegamento a
internet, l’unico è al dive resort, vengo così a scoprire che lo
tsunami, anche piuttosto grave, è stato alle isole Mentawai.
Pulau Weh è un’isola quasi sconosciuta al turismo, è
conosciuta invece dagli amanti delle immersioni per i bellissimi
fondali. C’è una cittadina capoluogo, che abbiamo solo
attraversato; le strutture “turistiche” invece si trovano nelle due spiagge
Gapang e Iboih, dove si trovano due dive center con
guesthouse; per il resto tutte le strutture dove dormire e mangiare
sono molto spartane, semplici bungalows in legno, qualcuno con bagno, e
chioschi-ristorante con cucina semplice a base di pesce. Tutto si trova
lungo la spiaggia, si cammina sulla sabbia, non ci sono strade.
Non esiste vita notturna, locali dove bere qualcosa o qualcosa di
simile. E’ uno di quei posti dove ci si può veramente rilassare e
immergere nella natura, per una come me non più di tre o quattro
giorni.
Undicesimo giorno:
Pulau Weh
Appena sveglia vado direttamente in acqua, il mio bungalow è sulla
spiaggia, mare bellissimo, la spiaggia è piccolina.
Marco è andato a fare un giro di snorkeling. Poi insieme andiamo a
vedere l’altra spiaggia, Iboih, accompagnati da un ragazzo in
moto-taxi.
Iboih è più piccola di Gapang, in alcuni tratti il mare più
bello e limpido, e di fronte a circa 100 m o più c’è
un’isoletta dove riusciamo ad arrivare a nuoto. Passiamo una bella
giornata prima del rientro a Gapang. Abbiamo concordato con il
proprietario della guesthouse che stasera ci preparerà una grigliata di
pesce con verdure e contorni vari. Ceniamo tutti insieme e passiamo
un’altra serata molto piacevole di chiacchiere e risate.
Dodicesimo giorno:
Palau Weh - Banda Aceh - Medan (volo)
La mattina presto il proprietario della guesthouse ci riaccompagna
al porto, insieme a noi ci sono i due australiani e una famiglia di
scozzesi, tutti torniamo a Banda e ci ritroviamo sullo stesso
traghetto; a quel punto, arrivati al porto di Banda, tutti insieme
prendiamo un furgoncino di quelli locali per arrivare in città. Il
prezzo è decisamente locale, 3000rp a testa contro le 40/50000dei taxi!
Alla fine ci ritroviamo tutti nella hall dell’hotel Medan, quello della
prima notte a Banda, dove lasciamo i bagagli per andare a farci un giro
in città.
C’è un mercato propri nei paraggi e mi diverto a fare un sacco di
foto ai vari banchi di frutta verdura e pesce. Banda Aceh mi è piaciuta
molto, ha un’atmosfera particolare.
All’ora di pranzo abbiamo il volo di ritorno a Medan, torniamo nello
stesso albergo della prima notte, tentiamo di cenare nel loro
ristorante ma è veramente pessimo, così camminando troviamo un food-corner
con vari chioschi dove si mangia benissimo e hanno anche il wifi free!
Molto presto abbiamo il volo da Medan a Surabaya,
prima tappa di avvicinamento a Bali.
Non essendoci voli economici (e diretti) tra Medan e Bali, già
dall’Italia avevamo preso questo biglietto con un volo Airasia. Abbiamo
scelto Surabaya perché, essendo nella parte ovest di Java, oltre ad
avere numerosi voli per Bali c’è anche la possibilità di arrivarci via
terra/mare.
Purtroppo però, arrivati a Surabaya scopriamo non esserci posti sui
voli per Bali, che fare a quel punto? Abbiamo due alternative, dormire
in città e prendere il volo la mattina dopo, o partire col pullman il
pomeriggio stesso. Non abbiamo voglia di ricominciare lo sbattimento
aeroporto-città-ricerca albergo-città-aeroporto….già abbiamo passato la
scorsa notte a Medan, così andiamo al terminal bus e decidiamo
di andare via terra.
La stazione bus di Surabaya è un incubo, decine e decine di
procacciatori esageratamente insistenti che vogliono farti andare sul
loro bus, poteva anche essere divertente se non fossimo stati un po’
stanchi. Comunque partiamo, sapendo già che sarà un lungo
viaggio fino a Denpasar, circa 12 ore tra bus e traghetto. Nel
prezzo del biglietto c’è compresa la cena, che consumiamo in una specie
di refettorio lungo la strada, tutti in fila con la ciotola in mano a
rendere la nostra porzione di riso e pezzi di varia carne. Surreale.
Attraversiamo la notte giavanese fino a raggiungere, finalmente, il
porto di Ketapang. 03:00 ora locale, sono di nuovo a Bali, la mia amata
Bali!!!