iMondonauti.it
Le tue guide di viaggio
 
NOME UTENTE
PASSWORD
password dimenticata?  
 

Tre religioni, un solo (o)dio

aggiornamento: 23/05/2012

A cura di: Federica Lipari

Punto di Partenza e di Arrivo:
Tel Aviv
Durata del Viaggio:
8 gg.
Mezzo di Trasporto:
aereo e pullman
Difficoltà ed Imprevisti:
nessuno
Spesa approssimativa:
1200 euro esclusi i pasti
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Gerusalemme: Kotel, il Muro del pianto
© Federica Lipari / iMondonauti.it
San Giovanni d'Acri
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Gerusalemme: La Cupola della Roccia
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Tel Aviv
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Betlemme
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Nazareth, Basilica dell'Annunciazione
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Il lago di Tiberiade
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Jaffa
© Federica Lipari / iMondonauti.it
Vista della cittą di Haifa

"Chiamate la pace su Gerusalemme

che la pace regni fra le sue mura

e la prosperità nei suoi palazzi" (dal Salmo di David)

 

Difficile sintetizzare il caleidoscopio di emozioni che un viaggio in Terra Santa regala anche al più laico degli uomini. Qui si è fatta la Storia del nostro travagliato Occidente e del vicino Oriente, qui convivono in perenne conflitto le tre religioni monoteiste, qui la natura è calda e generosa, le pietre parlano, gli uomini hanno già visto tutto. Sarà per questo che c'è tanta chiusura: agli altri cuori, al dialogo, alla mescolanza, al confronto. L'immagine più potente che emerge è quella del recinto, del ghetto, della gated community, delle città cintate, autoemarginate, recluse, conchiuse. Come se tutti gli eventi, il sangue, le ribellioni e le guerre che hanno attraversato quelle strade, quelle valli abbiano lasciato a tutti come eredità la certezza che un altro mondo, un'altra Terra Santa, sono impossibili.  Non è così, naturalmente. Ma è così, tristemente.

La vita corre per le strade di Gerusalemme e di Gerico, di Acco e di Tel Aviv, ma è sequestrata, blindata, bloccata. Come un film sonoro che perde improvvisamente l'audio. Come un'immagine a colori che diventa di colpo in bianco e nero. Come un colpo di fucile, un piatto che cade e si rompe, un urlo muto. La meraviglia è dolore, il miracolo sarebbe la normalità. Una pretesa, oggi, impossibile. Domani, chissà.

 

Primo giorno

Italia - Gerusalemme

Volo Genova - Roma - Tel Aviv (3 ore). Arrivo all'una di notte ora locale, formalità doganali abbastanza tranquille e rapide rispetto a quelle che ci aspettavamo.

Proseguimento in pulmino fino a Gerusalemme. È tardi, ma non troppo. Peccato che scatti l'ora legale proprio questa notte e, in men che non si dica, sono quasi le 4 del mattino!

(Hotel Jerusalem Gold, decoroso, a 40 minuti a piedi dalla città vecchia, si sconsiglia di pranzare al ristorante perché il buffet è molto caro, 40 euro a persona).

 

Secondo giorno

Gerusalemme

Gerusalemme, Al-Quds, la Santa, Urshalaim, contesa, perduta, riconquistata, si stende su un susseguirsi di colline. Tra ulivi e cipressi biancheggiano case basse ed edifici religiosi di tutte le confessioni. Campanili, cupole ortodosse, minareti, sinagoghe. Le storie si intrecciano, si compenetrano in modo talvolta indissolubile, nonostante qualcuno cerchi di tenerle distinte. Ma per chi volesse riordinare questi eventi come perle di una collana, ricordiamo che prima è nato l'ebraismo con l'Antico Testamento, poi, con l'avvento di Cristo, il nuovo Messia portò il Cristianesimo e con esso Nuovo Testamento, infine arrivò Maometto e, con lui, l'ultimo libro rivelato da dio, il Corano. Ma l'origine è la stessa: Abramo e il sacrificio di Isacco, Mosè, Maria che va a visitare la cugina e Zaccaria che smette di parlare finché non nasce Giovanni il Battista.

Proprio dalla chiesa di San Giovanni inizia la nostra visita. Dono di Castilla y Leon, la piccola grotta sottostante pare fosse la casa di Elisabetta e Zaccaria, sopra la chiesa coperta di azulejos.

Gerusalemme è fondamentale per gli ebrei che qui hanno eretto lo Yad Vashem, il Museo dell'Olocausto. All'interno di una struttura di cemento e vetro scorrono le immagini di campi di  concentramento.

Nelle teche di vetro sistemate per terra, a sfondare il pavimento, raccolte di oggetti, scarpe, vestiti, violini.

Ma lo spazio dedicato ai bambini è il più toccante e delicato. Una stanza buia dove la fiamma di una candela si riflette sui numerosi specchi, tanto da non capire più quale sia la fiamma vera e da produrre l'effetto visivo di una notte stellata. Una voce elenca i nomi delle vittime e la loro età.

Fuori, il giardino dei Giusti d'Israele, una pianta per ogni persona che negli anni della guerra mise in salvo gli ebrei perseguitati dai nazisti.

Gerusalemme è una città che ha catalizzato storie tragiche. Una grande maquette di pietra riproduce la capitale dei tempi di Gesù e il suo Tempio, distrutto due volte.

Alcuni sacerdoti fuggiti da Al Quds portarono con sé preziosi manoscritti dal contenuto religioso, rifugiandosi nella regione di Qumran, nei pressi del Mar Morto. Rimasti nascosti fino agli anni '50 del secolo scorso dentro alcune giare, i Rotoli del Mar Morto furono ritrovati per caso, ancora intatti, scritti con caratteri precisi, come se fossero stampati. Oggi sono custoditi nel museo adiacente alla maquette.

Gerusalemme è circondata da mura e vi si può entrare da otto porte.

Dal Monte Scopus si vede la Porta dorata da cui entrò Gesù, proprio davanti al Getsemani, il Monte degli ulivi, dove otto piante originarie sui loro tronchi contorti continuano a levare le loro foglie al cielo, verso il tetto della Chiesa dell'agonia. I pellegrini si inginocchiano con devozione su quella che dicono essere la pietra su cui Gesù pianse lacrime di sangue. Che ci si creda o no, poco importa.

Gerusalemme, avvolta nella foschia del pomeriggio, emana un misticismo che non lascia indifferenti.

Ecco la Cupola della Roccia e la moschea Al-Aqsa, simboli di questa città: si ergono sopra quello che fu il Tempio, di cui rimane il versante occidentale, conosciuto come Kotel o Muro del pianto.

Sono le quattro del pomeriggio, ebrei hassidim (cioè ortodossi) con la fronte appoggiata al muro, nei loro abiti neri, con i loro cappelli ugualmente neri e i riccioli ai lati del viso, si inchinano ripetutamente e lasciano biglietti di carta nelle fessure. Il 70% del muro è riservato agli uomini, il 30% alle donne: queste ultime hanno meno possibilità di recarsi qui a pregare, con 7 figli in media per famiglia il loro tempo scarseggia.

Ed ecco che, dall'alto, si leva il canto del muezzin e scende sulla città, a coprire le litanie ebraiche.

Ma è questione di poco e le campane della chiesa della Dormizione sul monte Sion iniziano a suonare, coprendo tutte le voci.

La Sala del Cenacolo sopra la tomba del re David fu adibita a moschea: ora è spoglia eccettuato il mirhab, che reca un'iscrizione dedicata alla Vergine Maria. La tomba del Re è chiusa, la sua statua è imbrattata di vernice dagli ebrei ortodossi, che ritengono sacrilega ogni rappresentazione del viso. I suoi occhi piangono lacrime verdi, forse pensando al destino di questa terra.

Il sole illumina la porta di Sion, ferita dalle pallottole della guerra dei Sei giorni (1967). Verso sera i negozi chiudono, gli autobus spariscono, le strade sono invase da taxi con autisti arabi. È venerdì, si avvicina lo Shabbat e la città ebraica si ferma.

Gerusalemme, Al-Quds, la Santa, dove tutto ha avuto origine e dove tutto si è diviso.

Terzo giorno

Gerusalemme - Betlemme

I nomi sono evocativi, non c'è dubbio, soprattutto da queste parti.

A mezz'ora da Gerusalemme ecco il muro di cemento armato che chiude i Territori palestinesi.

Una barriera aggressiva e compatta cinge Betlemme, Bait Lahm in arabo, la casa della carne.

Popolazione palestinese divisa tra cristiani e musulmani. Il sindaco viene scelto per tradizione tra gli arabi cristiani, qui come in tutte le città dei Territori. Yasser Arafat sposò appunto una donna cristiana (i matrimoni misti sono permessi, se la donna è cristiana) e partecipò alla messa di Natale proprio qui, a Betlemme, nella Basilica della Natività.

La città ha case bianche, vicoli stretti si arrampicano sulla collina, botteghe di artigianato espongono presepi in legno d'ulivo. Appesi per strada, in un alternarsi grottesco, luminarie con Babbo Natale e le renne e le foto dei martiri contemporanei, ragazzi uccisi dall'eterno conflitto fra palestinesi e sionisti.

La chiesa della Natività ha una porta piccolissima, si entra accucciati.

L'interno è grande, bizantino, voluto da Sant'Elena, la madre di Costantino.

Ora è diviso fra tre ordini: armeno, cristiano e ortodosso. Lunga fila di fedeli un po' indisciplinati, bruscamente zittiti dal pope: del resto l'attesa è così lunga. Sotto il pavimento c'è la grotta. Una stella indica il punto in cui sarebbe nato Gesù.

Più tranquilla la Grotta dei pastori: visitata da poca gente, invita al raccoglimento.

Usciamo dai Territori, i soldati dell'Autorità palestinese sorridono e salutano con la mano. A pochi metri, un collega israeliano controlla i passaporti, anzi un passaporto a caso, azione puramente simbolica, e ci lascia tornare a Gerusalemme, a mezz'ora da qui.

Oggi è Shabbat e non si muove foglia. Le famiglie ebree che possono permetterselo si trasferiscono in albergo per tutto il giorno: hanno il divieto di cucinare (come di svolgere qualunque attività) e qui sono servite e riverite da personale non ebreo. Persino gli ascensori hanno un dispositivo con funzione shabbat, giorno in cui salgono e scendono per 24 ore automaticamente, fermandosi a ogni piano, senza che nessuno debba schiacciare il bottone, poiché è proibito produrre qualunque sforzo.

Interi clan familiari, dai nonni all'ultimo nipotino, sciamano nei corridoi e nei giardini. Cinque, sei figli a coppia, in un impeto riproduttivo che sembra voler rimpiazzare le generazioni scomparse con l'Olocausto. I bambini hanno già la kippah, il tallit katan, le cui frange escono da sotto la camicia, e un accenno di boccolo ai lati delle tempie. Le bambine con la gonna lunga si preparano a imitare le giovani madri, il fazzoletto in testa, un piccolo in braccio e un altro nel passeggino. L'abbigliamento severo contrasta con la naturale vivacità di bimbi. Condividiamo lo stesso luogo, ma sembra impossibile stabilire un contatto, uno sguardo, un cenno di saluto.

Entrando dalla porta di Jaffa ci si può perdere nei vicoli della città vecchia, seguendo il percorso della via Dolorosa, la via Crucis, fino al Santo Sepolcro.

Anche questa chiesa fu costruita da Sant'Elena, regina bizantina. Ospita il Sepolcro, la pietra dove Gesù fu lavato e il Golgota.

Sono sei gli ordini religiosi cristiani che la custodiscono: francescani, greci, armeni, etiopi, siriani  e copti. Non c'è modo di farli andare d'accordo, scoppiano risse per ogni minimo motivo. La scala a pioli appoggiata a un balcone è dei cristiani, ma gli ortodossi non danno il permesso di passare sul loro suolo per recuperarla: è lì da tempo, ormai, inutilizzata. I copti etiopi hanno cambiato la serratura di una sezione della chiesa così da impedire l'accesso ai copti egizi. Per non far torto a nessuno, le chiavi del luogo sacro sono state affidate a una famiglia musulmana, che apre i battenti tutte le mattine all'alba. Stando così le cose, non c'è da stupirsi che perfino i gatti di Gerusalemme si diano botte da orbi: non ce n'è uno intero. E anche i fedeli e i turisti rischiano la zuffa: l'interno è così gremito e la ressa è tale che gli spintoni sono molto frequenti, generando situazioni pericolose. Se qualcuno dovesse cadere o se qualche vestito prendesse fuoco, a causa delle numerose candele, sarebbe un'ecatombe: forse il vero miracolo è questo, sopravvivere alla mischia.

Alla fine si riesce a vedere poco e nulla del Sepolcro e sul Golgota un prete ortodosso sgomita poderosamente, ricacciando indietro la folla con superba violenza. Comunque basta essere qui e respirare quest'aria per rimanere colpiti (fortunatamente non dal sacerdote, molto ben piazzato fisicamente).

La Via Dolorosa si snoda tra il quartiere cristiano e quello musulmano: il suq è straordinariamente simile al centro storico di Genova, ricorda soprattutto Sottoripa, creando spaesamento. 

Ci sono scale che portano sui tetti: da qui si può camminare da una parte all'altra della città ammirando sullo sfondo la Cupola della Roccia, che brilla sotto il sole del tramonto. Pare che gli ebrei ortodossi per non attraversare il quartiere musulmano passino dai tetti.

Il quartiere armeno è il più silenzioso: non ci sono negozi.

Unico suono, potente, una musica apparentemente incongrua, suonata da cornamuse. Proviene dalla Chiesa ortodossa siriaco-aramaica, dove si sta preparando la sfilata per la domenica delle Palme.

Ci invitano a entrare e ad ascoltare le prove: siamo in Medio Oriente ma sembra di stare in un castello scozzese. Il dedalo di stradine del suq adesso è meno frequentato, passano famigliole di ebrei ortodossi con i loro colbacchi di pelliccia, sembrano contadini polacchi o ucraini dell'Ottocento. Profumo di spezie.

Il sole è tramontato, lo Shabbat è finito, gli autobus hanno ripreso il servizio. La gente invade i locali appena riaperti e una vivacità diffusa si riappropria delle strade di Gerusalemme.

(pranzo al kibbutz Ramat Rachel Hot, buffet kosher circa 10 euro; cena alla Armenian Tavern all'ingresso del quartiere armeno nella città vecchia, costo circa 15 euro a persona)

Quarto giorno

Gerusalemme - Tiberiade

Viaggio verso nord.

Lasciamo Al-Quds, la Santa e ci portiamo nella zona est di Israele, per arrivare a Gerico, la più antica città del mondo. E anche la più bassa, 300 m sotto il livello del mare.

A destra e a sinistra, il deserto di Giuda, tutto di pietra. Linee di mattonelle verdi posizionate su totem posti ai bordi della strada carrabile annunciano di quanto ci stiamo abbassando.

Tutto è secco, a parte rari ciuffi d'erba di cui si nutrono le pecore dei beduini, accampati nelle tende.

Questi nomadi non hanno nulla, scavano pozzi per procurarsi l'acqua necessaria per vivere, lo Stato di Israele li ignora totalmente. Senza documenti, sono assolutamente liberi, si spostano ignorando frontiere, trattati di pace, risoluzioni dell'Onu e relazioni diplomatiche.

Noi, invece, in un tratto di strada relativamente breve varchiamo continue frontiere, ai nostri occhi talvolta impercettibili, tra Israele e i Territori, i muri di sicurezza o separazione, secondo i punti di vista, i checkpoint presidiati dall'esercito israeliano.

E il panorama sotto i nostri occhi apparentemente non muta, ma è spartito, diviso a macchia di leopardo: le zone sotto il controllo palestinese non hanno alcuna continuità territoriale e scarsi poteri di gestione.

Fascia A: l'Autorità ha diritto ad amministrare il territorio e ad avere una sua polizia municipale.

Fascia B: l'area è sotto la tutela israeliana, Fatah amministra, ma non ha diritto ad avere una sua polizia. Infine, la fascia C, sotto il completo controllo dello Stato israeliano.

Ovviamente, la nazione palestinese, che non è ancora uno Stato riconosciuto, non può armare un suo esercito.

Alle porte di Gerico lasciamo la macchina con assicurazione israeliana e saliamo su un pulmino con targa verde, palestinese. Passiamo dinanzi un campo profughi, che ha l'aria di non essere provvisorio da tempo: l'Onu ci ha costruito una scuola. Palme da datteri, arance sugose. Greggi di pecore e capre. Queste le risorse degli abitanti di Gerico. E il turismo.

La teleferica solleva i visitatori fino al Monte delle tentazioni, dove Satana cercò di circuire Gesù per tre volte. E poi c'è l'albero di Sicomoro dove salì Zaccheo, esattore delle tasse e uomo molto basso, per vedere Gesù durante la sua predicazione.

Poco lontano, in direzione nord, la strada prosegue costeggiando la riva del Giordano: questa terra si chiama, appunto, Cisgiordania.

I palestinesi che vi risiedono hanno passaporto giordano e possono evadere da qui attraverso l'unico valico di frontiera esistente, raggiungere Amman e da lì il mondo. Oltre il fiume, sull'altra sponda, il Regno hascemita di Giordania. A sud il Mar Morto, dove il fiume termina la sua corsa, a nord il lago di Tiberiade.

Lo stabilimento balneare Yardenit, costruito per commemorare il luogo - ovvero l'ansa del fiume - dove la tradizione vuole che sia stato battezzato Gesù, offre sconti su tutto il kit necessario a ricevere il sacramento, magari rinnovandolo.

I pellegrini comprano una veste bianca e pregando si tuffano nel Giordano, il volto contratto dall'emozione che si scioglie quasi in pianto. Due lontre e un pesce gatto, avvezzi alla presenza di umani, si avvicinano incuriositi. Deve essere una vera sorpresa riemergere dalle acque e trovarsi a tu per tu con una specie di castoro in un momento così mistico! E chissà cosa pensano i roditori di tutto questo bailamme.

La zona è verde, ricca di palme. Qui sorgono molti kibbutz, da quelli più dimessi e aderenti allo spirito comunitario, dove si può mangiare a patto di sparecchiare e portare i piatti in cucina, a quelli che gestiscono hotel, più ricchi ed eleganti.

Riconquistiamo il livello del mare e di fronte a noi ecco le alture del Golan, le più fertili della zona: perfino le mucche qui danno più latte. Geograficamente territorio siriano, sono state occupate da Israele durante la guerra del '67. Si capisce il perché, osservandole: il Golan si insinua tra Israele, Siria e Libano, dunque sono situate in una posizione veramente strategica, inoltre sono un bacino di raccolta dell'acqua pluviale, bene estremamente prezioso.

L'Ordine francescano gestisce la Custodia di Terra Santa e sul monte Tabor ha una comunità e una chiesa più volte ricostruita sulle rovine delle precedenti. Questo è conosciuto come il Monte della Trasfigurazione, dove Gesù parlò con i profeti Elia e Mosè.

Oggi è la domenica delle Palme, le famiglie arabe cristiane vengono qui, alcune portando i bambini per il rituale del taglio dei capelli. È facile accostarsi e scambiare due parole, anche solo un sorriso. I bambini non sono affatto intimiditi, tutti vestiti a festa posano per foto di gruppo.

Stanotte dormiremo in un kibbutz. È molto bello. Un vero e proprio villaggio immerso nel verde, con i giochi per i bimbi, la scuola, il supermercato e l'albergo, i cui proventi finanziano le famiglie che vivono e lavorano qui. Passeggiamo per le vie alberate: la gente sta fuori, sul finire della giornata, a godere di questa tranquillità e del profumo dei fiori. Salutiamo con il rituale shalom quando incontriamo qualcuno, ma nessuno risponde. Anzi, talvolta sembra che evitino di incontrare i nostri sguardi di proposito. Ci sentiamo un po' come fantasmi.

Nel kibbutz si mangia bene. Cucina kosher. È pieno di famiglie con bambini. Per fortuna, siamo in compagnia di due ragazzi che viaggiano con noi e passiamo la serata chiacchierando, altrimenti ci sentiremmo terribilmente soli, qui dentro. L'impressione è che riuscire a scambiare due parole con qualcuno del posto sia impossibile.

(Galilea, Località Quyriat Shemona Kibbutz Kfar Guiladi, un po' fuori mano, sistemazione gradevole, dotato di piscina, cena a buffet , cucina kosher, prezzi onesti).

Quinto giorno

Cana - Nazareth - Lago di Tiberiade

Un viaggio in Terra Santa è spirituale a prescindere. Oggi seguiamo la via dei miracoli di Gesù.

I luoghi dove sono avvenuti i fatti erano essenzialmente grotte, case di pietra calcarea o di basalto.

Piccole e raccolte, nascoste adesso sotto strati di chiese bizantine, neoclassiche o moderne, nella maggior parte dei casi custodite dai Francescani.

A Cana di Galilea Gesù operò il primo miracolo, trasformò l'acqua in vino: sotto il pavimento della chiesa c'è ancora una giara coeva e uno sperone di roccia dove si dice fossero seduti Cristo con sua madre; accanto, i resti dell'antica sinagoga luccicano di monetine.

Piccole botteghe di souvenir espongono cartelli di una comicità involontaria: il vino del matrimonio, il primo miracolo! Cana è una città araba israeliana, i cittadini sono in parte cristiani e in parte musulmani.

Tutti con passaporto israeliano: niente muri, quindi. Possono viaggiare in tutto il mondo... esclusi, paradossalmente, i paesi arabi che non riconoscono lo Stato di Israele e dove magari ancora vivono i parenti, costretti a fuggire nel '48.

Stesso discorso per Nazareth. Una serie di tornanti ed eccola distesa sulle colline con le sue casette cubiche, tipiche delle città mediorientali. Magnifica.

Al centro domina la chiesa dell'Annunciazione, grande edificio a due livelli che circonda la casa di Maria, poco più che una grotta.

Un po' più in là ecco la chiesa di San Giuseppe, sprofondata sotto la cripta c'è la grotta dove visse la Sacra Famiglia. Un fonte battesimale bizantino fu usato dagli ebrei come bagno purificatore; la vetrata rappresenta Maria e Giuseppe sposati da un rabbino. Nascoste sotto chiese così imponenti, le grotte e le case di pietra tanto semplici fanno ancora più tenerezza. È pur vero che qualcuno le ha abitate.

Ancora tornanti e il sole che illumina i campi coltivati della verde Galilea.

Si narra che molti miracoli avvennero intorno al lago di Tiberiade. La moltiplicazione dei pani e dei pesci, la guarigione del paralitico a Cafarnao, l'apparizione a San Pietro, il sermone della montagna.

Sulla riva del lago sorgono le chiese che proteggono i siti archeologici. Di fronte, le alture del Golan. C'è perfino un ristorante qui, in riva al lago, dove si può gustare niente meno che il pesce San Pietro: un grosso pescione fritto, sicuramente genuino.

Le chiese guardano tutte verso il lago di Tiberiade, ci sono altari anche nei giardini. La brezza del pomeriggio trasporta i canti sacri delle messe tenute all'aperto. Dalle finestre, dagli altari si vede la spiaggia, lambita da onde calme che depositano piccole conchiglie colorate.

Il monte Hermon appare dietro al confine con il Libano, coperto di neve.

Annuncia il kibbutz dove passeremo la notte. Stasera è invaso da una moltitudine di famiglie con corredo di bambini. Sono in vacanza perché si avvicina la Pasqua ebraica, la Pessach, che quest'anno coincide quasi con quella cattolica e con quella ortodossa. Si fanno turni per mangiare, tale è l'affluenza. Le cucine sfornano cibo kosher senza sosta, è un vero miracolo come riescano a sfamare tutti. Ma del resto, da queste parti, non sarebbe una novità!

Sesto giorno

Acco - Haifa - Cesarea - Tel Aviv

Ci spostiamo a ovest. Odore di mare, sale, aria frizzantina.

Acco per gli ebrei, Acca per gli arabi, San Giovanni d'Acri per gli italiani.

Città portuale sulla via dei commerci, affacciata sul Mediterraneo, vide colonie fondate dagli stranieri, dalle Repubbliche marinare: Genova, Pisa, Venezia. Il business dei pellegrini fruttava anche allora, tanto che la Repubblica di Genova si vide costretta - si fa per dire - a fondare il primo istituto di credito, il Banco di San Giorgio, per amministrare i beni di coloro che partivano per la Terra Santa e che per mare avrebbero potuto incontrare i pirati. I Crociati si insediarono qui, e perfino Napoleone.

Oggi è una cittadina di mare il cui centro storico ricorda Genova: viuzze, mercati, pescherie, piazzette.

Ma poi spunta la moschea del feroce Al-Jazzar, ottomano, la fortezza dei Crociati, il caravanserraglio. La città sotterranea permise ai Cavalieri di Malta di fuggire, all'arrivo dei Saraceni: una serie di cunicoli stretti e bassi sbocca direttamente al mare, al Mediterraneo. Le navi salpavano, riportando tutti in Europa. Chissà, al momento di partire, quanti hanno lasciato il cuore, in un posto così. Un sogno, per un mercante di allora come per un viaggiatore di oggi.

La costa piega e nella foschia si vede la sagoma di Haifa.

"Il profumo di Haifa - dice Salim - è come l'odore di cose familiari che ti assale rientrando nella tua casa dopo una lunga assenza!"

Bianca, grande, estesa sui colli che scendono verso il mare. Non sono rilievi qualunque: si tratta del monte Carmelo, una catena sulla quale sorge la chiesa della Stella Maris.

Qui il profeta Elia sconfisse da solo 400 seguaci di Baal, nel mito. Nella realtà, qui sono sepolti i soldati di Napoleone, davanti alla chiesa dove fu fondato l'ordine dei Carmelitani.

Il mare, le gru del porto, il silos granario disegnano un'immagine che riporta nuovamente a Genova.

Ecco i giardini dei seguaci di Baha'ullah', fondatore della dottrina Bahai, 19 terrazze che vanno giù pulite e ordinate fino al mare. I seguaci di questa dottrina, proveniente dalla Persia, sono severissimi nel far rispettare la pulizia e l'ordine.

Per strada, i kibbutz ospitano i pellegrini: per 10 euro ti offrono un piatto caldo, di plastica però, così non si deve lavare, fatica sacrilega in vista dell'avvento della Pasqua ebraica.

Gruppi di etiopi avvolti nelle shamma candide sono venuti fin qui per la festa: sono i falasha, gli ebrei d'Etiopia, discendenti di una delle più antiche tribù d'Israele.

Nel kibbutz gli oggetti sono fermi a 50 anni fa, almeno. Perfino i giochi dei bambini, le carrozzine, i tricicli sono coperti di ruggine. Ma ancora li usano.

Cesarea, la città voluta da Erode, dedicata all'imperatore romano, si adagia sul mare, sfiorata dalla brezza salmastra. Conobbe periodi fiorenti, fu desiderata da molti, conquistata a più riprese e ogni volta il vincitore spianava il tempio del predecessore per innalzare il suo.

Poi la storia - nella fattispecie dell'invasione ottomana - distrusse tutto. Il teatro, il palazzo del governo. L'ippodromo, la piscina di Erode, sventrati ora, guardano in faccia il mare che da millenni perpetua il suo moto, indifferente. Qui, ai tempi, fu invitato San Pietro dal governatore di Roma, un gentile: metteva male accettare, quel pasto sarebbe stato quanto di più lontano dal cibo kosher. Racconta la leggenda che fu il Signore stesso a dare a Pietro la facoltà di mangiare al banchetto del suo ospite. Così, da allora, i cristiani non mangiano kosher. Fortunati noi.

San Pietro ricevette l'invito quando soggiornava a Jaffa, la bella, piccolo borgo alla fine del famoso lungomare di Tel Aviv, la collina della primavera. Vista da lontano, sembra il borgo genovese di Boccadasse con la sua chiesa sugli scogli.

Sera di mezza settimana, Tel Aviv è aperta fino a mezzanotte, ma i locali non sono molto pieni.

La città che non dorme mai, la chiamano, però domani dovranno pure andare a lavorare.

L'aria è fresca, le trattorie sono piene di famiglie. Sulle strade qualcuno passeggia. Non c'è tanta gente, ma fa allegria.

(Tel Aviv, Marina hotel, all'inizio del lungomare, buona sistemazione. Per i pasti la città è molto animata e si trovano ristoranti di ogni genere, ricordarsi di lasciare la mancia che non è prevista nel conto!

Per provare l'autentica cucina ebraica segnaliamo "Keton" in Dizengoff street: cucina della nonna, con tanto di gatto accoccolato sulle ginocchia)

Settimo giorno

Tel Aviv - Jaffa

Il lungomare di Tel Aviv. Un'immagine vista e rivista su tutte le pubblicità di viaggi.

Un susseguirsi di grattacieli bianchi, alberghi affacciati sul mare. Sabbia. Spiagge libere. Surf.

Alle 9 del mattino rintocchi di palline che cozzano contro racchettoni di legno, biciclette, cani che corrono a fianco dei padroni che fanno jogging, la lingua penzoloni (i cani, naturalmente).

Il sole getta una luce bianca, lattiginosa per la foschia. Il vento increspa le onde e laggiù, verso sud, compare il promontorio di Jaffa, la bella. Come Boccadasse vista da corso Italia.

Si dice che la fondò Jafet, uno dei figli di Noè. È in pratica il quartiere sud di Tel Aviv, ci si arriva a piedi, sostando ogni tanto su una panchina, a godere della brezza del mare, osservando le persone che passano. L'acqua però deve essere fredda, nessuno fa il bagno, anche se la spiaggia si sta affollando.

Arriviamo a Jaffa dalla piazza dell'orologio, costruito dagli Ottomani, come pure i palazzi intorno e la moschea.

Le strade strette e in salita sono invase di macchine. Un esteso mercato delle pulci offre mercanzie polverose. Abiti vecchi, forchette emerse da chissà quali cassetti. Paccottiglia e ciarpame. Come se avessero svuotato le case di chi non c'è più rovesciandone il contenuto per terra.

C'è un gruppo di militari di leva in libera uscita, ragazzini di nemmeno 20 anni, le mitragliette a tracolla: fa impressione vederli gironzolare per le strade armati così pesantemente, speriamo che a nessuno venga un raptus.

Aggirando la moschea, si entra nella cittadella dalla zona portuale. Pescatori gettano la lenza davanti allo scoglio di Andromeda. Alle loro spalle, la Moschea del mare incrocia il minareto con il campanile della chiesa di San Pietro.

Dal porticciolo partono battelli e pescherecci. Ibis bianchi volano sulle barche, si posano sui cordami. Reti da pesca asciugano al sole. Un vecchio magazzino portuale è affrescato con disegni dall'espressività così marcata da risultare inquietante, i toni scuri del viola, blu, verde: è un atelier di artisti palestinesi.

Nelle viuzze della cittadella gli artisti ebrei espongono opere originali e variopinte. La differenza tra i due popoli è tutta espressa dal tormento dei primi.

Salendo per viuzze di pietra e scalette si arriva in cima al promontorio. Panorama della città di Tel Aviv dal Ponte dei desideri. Il mare. La chiesa di San Pietro.

I primi e ultimi felafel di tutto il viaggio, con un gatto che presidia il tavolo pauroso e speranzoso al tempo stesso. Israele è il paese dei gatti, perché un tempo pare ci fossero molti topi. Ogni ristorante adotta due o tre felini, magri come chiodi, statici come sfingi ai piedi del tavolo, in trepidante attesa. Non si sa mai.

Il vento si alza, le onde diventano lunghe. Le spiagge si affollano di surfisti e giocatori di pallavolo. Gli alti grattacieli bianchi di Tel Aviv circondano un'antica moschea. Sul lungomare la gente si è moltiplicata e anche nelle strade all'interno.

Chiudono i negozi di abbigliamento, ma si riempiono i bar, i chioschi di spremute macinano arance a chili. I kebab sono pieni di gente che si dà il cambio ai tavolini all'aperto. Ma anche le panchine vanno bene per consumare una piadina farcita di carne e insalata.

In effetti, rispetto alle altre città israeliane, Tel Aviv, priva di luoghi sacri o quasi, è molto più laica e scanzonata, vivace. Si respira un'aria tranquilla, distesa. In poche parole, l'aria di una città normale.

Ottavo giorno

Tel Aviv - Italia

Il "Jerusalem post" stamani annuncia che il ministro Ehud Barak sta cercando una soluzione diplomatica alla crisi del nucleare iraniano, fissando gli obiettivi da raggiungere nell'accordo tra le potenze occidentali e la Repubblica islamica.

Nel traffico delle strade di Tel Aviv, dai finestrini aperti di un'auto, si diffondono le note di uno degli ultimi pezzi dei Coldplay: "Paradise". Paradiso. Questa terra, per la sua bellezza e per la ricchezza del suo patrimonio storico e artistico, dovrebbe essere un paradiso. Gerusalemme è forse la città più bella del mondo. E poi la valle del Giordano. Il deserto di Giuda. Gli uliveti della Galilea. Le verdi alture del Golan. E, ancora, il lago di Tiberiade e il mare Mediterraneo con le sue città di pescatori. Chiese, moschee, sinagoghe. Cristiani, musulmani ed ebrei, in una parola le genti del Libro, tutti con la stessa discendenza, tutti con lo stesso dio che, anziché unire, ha diviso. La Storia ha fatto il resto. Salam - shalom è lo stesso saluto, la medesima parola che vuol dire: pace.

Aeroporto Ben Gurion. L'autista, salutandoci, ci augura buona fortuna, gliene auguriamo altrettanta, e di cuore. È un ebreo simpatico e cordiale. Zoppo. Chissà come si è ferito alla gamba, ma possiamo immaginarlo.

Controllo passaporti, la guardia dagli occhi di ghiaccio, un ragazzo di nemmeno trent'anni, ripete il suo sermone: perché siete venuti qui, siete mai stati in un paese arabo, andrete in futuro in un paese arabo, avete amici arabi in Italia, avete amici arabi che vivono in un paese arabo.

Il mio passaporto non gli piace, è perplesso davvero o sarà solo una posa per suscitare ansia? Comunque, riconsegnandomelo, dice che lui non si occupa dei controlli doganali: evidentemente è solo ossessionato dagli arabi. La famiglia palestinese dietro di noi non si scompone, ridono e scherzano, ci sono abituati. Infine anche la valigia passa il controllo per gli esplosivi: per fortuna i dolcetti arabi, baklawa e kadaifi, con il loro contorno di sciroppo e pistacchi sono considerati innocui.

"Signore e signori, oggi mi conferite questo prestigioso 'Premio della pace' e della pace voglio parlare. È indispensabile parlarne, insistere a parlarne, soprattutto in una realtà come la nostra. È importante praticare una rianimazione costante e intensa alla coscienza paralizzata e terrorizzata di israeliani e palestinesi per i quali la parola "pace" è quasi sinonimo di illusione, di  miraggio, se non addirittura di trappola di morte. Dopo cento anni di guerre e decenni di occupazione e di terrorismo la maggior parte di israeliani a palestinesi non crede infatti più nella possibilità di una vera pace. Non osa nemmeno immaginare una situazione di pace. È ormai rassegnata al fatto di essere probabilmente costretta a vivere in una spirale infinita di violenza e di morte. Ma chi non crede nella possibilità della pace è già sconfitto, si è autocondannato a una guerra continua. Talvolta occorre ricordare - e di certo su questo autorevole palcoscenico - ciò che è ovvio: le due parti, israeliani e palestinesi, hanno il diritto di vivere in pace, liberi da occupazioni, dal terrorismo, dall'odio; di vivere con dignità, sia a livello del singolo sia come popoli indipendenti in un loro stato sovrano, di guarire dalle ferite provocate da un secolo di guerre. E non solo entrambe le parti hanno questo diritto, hanno anche un estremo bisogno della pace, un bisogno vitale". David Grossman, discorso in occasione del conferimento de "Il premio della pace", 10 ottobre 2010, Fiera di Francoforte



   

Invia le tue foto

Invia qui le immagini che vorresti vedere pubblicate in questa pagina. La Redazione si incaricherà di selezionare e pubblicare le migliori. Leggi le regole per l'invio e pubblicazione delle immagini


scegli foto:
scrivi didascalia:
 

Cliccando su salva foto la tua immagine verrà caricata sul server e rimarrà temporaneamente nascosta in attesa di essere valutata e pubblicata da parte della Redazione
Torna a visitare questa guida tra alcuni giorni, la tua foto potrebbe essere stata selezionata per la pubblicazione

Caricamento foto in corso...





Entro pochi secondi la foto verrà salvata sul server
Il tempo di caricamento dipende dalla dimensione del file che stai caricando e dalla velocità del tuo collegamento internet
Nel caso il caricamento proseguisse per più di qualche minuto annullare e riprovare
Se il problema persiste è necessario ridurre il peso della foto (non più di 500 Kbyte)








sito premiato ItaliaWebStar