La Cina è un vero viaggio, nel senso che
rappresenta una realtà che costringe il nostro sguardo a un continuo
adattamento. Il Paese non è fisicamente ammaliante, non almeno come ce lo
aspettiamo noi europei, cullati dalle immagini esotiche della Grande muraglia o
della Città proibita. Inquinatissima, caotica, superaffollata, la Cina mette a
dura prova il nostro spirito di adattamento. Ma è giusto che sia così, perché
è solo così, riadattandoci a una realtà per molti versi spiazzante, che si può
provare a capire qualcosa di quanto stiamo vivendo. E a comprendere lo spirito
di un popolo mai domo, industriosissimo e geniale, pieno di contraddizioni, a
cavallo fra disarmanti semplicità e inarrivabili complessità. Come il loro
alfabeto: dietro ogni ideogramma c’è un pezzo di storia cinese e la chiave
per comprendere la loro filosofia. Poi, certo, le grandi e purtroppo rare
bellezze sopravvissute ad anni di distruzione e incuria ci colpiscono. Ma sono
soprattutto i cinesi ad affascinare, il loro muoversi continuo da un passato che
ancora resiste nelle campagne, apparentemente remoto e immutabile, ad un futuro
che ha il volto di acciaio e vetro di Shanghai, ideale punto di arrivo
dell’ultimo Grande balzo della Terra di mezzo.
Seconda parte dell'itinerario >>
1°
giorno:
Italia - Pechino (volo)
Succede spesso
di osservare che gli splendori dell’arte antica sono protetti con materiali e
strutture poco dignitose, adatte solo a preservarli dalle intemperie. Anche
l’Esercito di terracotta a Xi’an , in Cina, pare sia nascosto da una tettoia deturpante, dice qualcuno. Ed è così che una serie di casualità e
invisibili coincidenze guidano i nostri passi alla prossima meta: Zhong
Guo, la Cina. Nella traduzione
letterale, Il Regno di mezzo, ma
anche il Crocevia, l’Impero che è stato sempre al centro del mondo – se si
esclude il periodo successivo alla caduta dell’ultima Dinastia – e che
adesso torna a riprendere il suo ruolo internazionale grazie alla sua importanza
strategica e, soprattutto, economica. L’aereo parte da Roma verso sera e ci
porterà a est, nel lontano Oriente.
2° giorno:
Pechino (Beijing)
Dopo circa 10 ore di volo atterriamo nella grigia Pechino.
La pioggia è appesa a nuvole cariche di umidità e si scatena di lì a poco con
un corredo di tuoni e fulmini. In tutta la Cina ci sono1,3 miliardi di abitanti,
14 milioni solo a Pechino e circa la metà deve essersi data appuntamento
all’aeroporto stamani, a giudicare dal bagno di folla che ci attende
all’arrivo. Il problema di questa città è il traffico. E non è una
citazione. Tre milioni di vetture e i lavori in corso in previsione delle
Olimpiadi del 2008 producono un bel flusso di auto. E di inquinamento, tanto che
il governo ha deciso di mettere all’asta le targhe, come misura preventiva per
disincentivare l’uso dei veicoli privati.
Il pulmino ci accompagna all’hotel (Hotel
Park Plaza, 5 stelle, 97 Jin Bao Jie Dongcheng Qu ), nella seconda cinta stradale: pieno centro città,
Pechino ha ben sei circonvallazioni!
Le distanze in Cina non sono aspetti da prendere alla
leggera. Il Tempio del cielo si trova
a una ventina di minuti dal nostro hotel, in pullman ovviamente! L’ingresso è
segnato da un parco pubblico, verde e umido in questa stagione, nel quale si
snoda il Grande corridoio che porta al Tempio. Percorrere questo porticato nel
pieno del pomeriggio equivale a calarsi in uno spaccato di vita dei pechinesi.
Le gallerie di legno colorato sono popolate da centinaia di persone; sulle
balaustre si giocano interminabili partite a carte, si lavora all’uncinetto o
si fabbricano borsette di perline colorate, il tutto accompagnato dalla colonna
sonora di uomini e donne che cantano al suono di fisarmoniche e strani strumenti
a corda.
Siamo appena arrivati e sembra già di essere dentro un film di Zhang
Yimou. Al termine del corridoio, una porta dà accesso al
Tempio vero e proprio: un largo spiazzo con al centro un padiglione circolare
suddiviso in tre piani, a rappresentare la Terra, l’Uomo e il Cielo. Altri
padiglioni rettangolari intorno, tra cui spiccano quelli dello Ying e dello Yang,
fondamento della filosofia taoista. I tetti sono blu mentre le decorazioni sono
declinate sui toni del verde, dell’azzurro, dell’oro su un fondo rosso cupo.
Il motivo principale è il Drago, simbolo dell’imperatore.
Ma ecco che facciamo appena in tempo ad ammirare
tanta magnificenza – era pur sempre il luogo dove l’imperatore si recava da
solo per pregare gli dei per un buon raccolto – che, annunciata da un cielo
gravido di umidità, arriva una pioggia torrenziale. “Omblelli, omblelli!”,
gridano gli ambulanti in nostro onore quando, ormai zuppi fino alle mutande,
riusciamo a guadagnare la scaletta del nostro autobus. E subito siamo di nuovo
imbottigliati nel famigerato traffico di Pechino.
Dopo cena – pasto che non merita particolare
menzione poiché di tipo internazionale – la stanchezza è molta, ma la
curiosità ha come sempre il sopravvento. Perciò usciamo a fare due passi. A qualche isolato dall’hotel c’è il centro
commerciale, e non solo. Caldo umido quasi tropicale, nebbiolina
marrone-grigiastra che offusca le cime dei palazzi più alti, insegne al neon in
caratteri cinesi, coloratissime, perfino pacchiane. Camminando con il naso per
aria, rapiti come bambini al luna park, ci ritroviamo in mezzo al mercato
notturno. Precisamente, bancarelle dove si frigge di tutto: frutta, spaghetti,
ravioli. E poi in Cina ogni cosa che si muove, è noto, è commestibile, quindi
ecco aprirsi davanti ai nostri occhi ogni genere di carne, su zampa o meno,
saltellante o strisciante: spiedini di cavallette, millepiedi, cicale, bachi da
seta (in bozzolo), scarafaggi, scorpioni oversize, serpenti, perfino squaletti,
cavallucci e stelle marine. Ci sono anche gigantesche lumache vive, ma ormai chi
se ne accorge, sono poco esotiche in mezzo a tutto questo ben di dio. I
venditori agitano gli spiedi sotto il naso degli stranieri divertiti e un po’
inorriditi, scatti di flash, ma tanta attenzione non sempre è seguita dal
coraggio di assaggiare quello che i cinesi sgranocchiano passeggiando con la
famiglia lungo il marciapiede. Poco più in là, attraversata la piazza, ecco
l’altra faccia del Paese: un grande centro commerciale, molto occidentale
nella struttura architettonica e nella merceologia. Sei piani collegati da scale
mobili in alluminio lucente, ascensori trasparenti, negozi di abbigliamento,
qualche marchio europeo. Ecco la Cina: il gigante a due velocità.
3° giorno:
Pechino
Vocabolario minimo: nihao=ciao;
niao = pipì (attenti
alla pronuncia); za’chien =
arrivederci; scié scié =
grazie; pijo = birra
E con questo le necessità primarie sono soddisfatte,
basta non fare caso a come si sganasciano i cinesi per via della nostra
pronuncia: chissà cosa abbiamo detto, in realtà. E poi il linguaggio dei gesti
è sempre universale… beh, diciamo abbastanza universale. Per esempio, se un
cinese ti agita sotto il naso una mano atteggiata a corna, con solo il pollice e
il mignolo estesi e il resto a pugno, non ti sta insultando ma indicando il
numero sei. Andiamo oltre.
Piazza
Tienanmen, la Piazza della Pace celeste. 800 m per 600, probabilmente la più grande del mondo, almeno così sostengono
qui, davanti allo Zocalo di Città del Messico e alla Piazza rossa di Mosca.
Immersa nella nebbiolina creata dall’umidità, lo spazio è talmente grande
che non se ne vedono i confini. Circondata dai palazzi governativi e dal Museo
nazionale di storia, ospita al centro il Monumento agli eroi voluto da Mao e il
Mausoleo del Grande timoniere, dove migliaia di persone ogni giorno visitano la
salma del vecchio presidente ordinate in una fila composta e lunghissima che
percorre tutta la piazza come un gigantesco drago. Di fronte, dall’altra parte
della strada, un grande dipinto con il volto di Mao che sembra guardare benevolo
la sua Repubblica popolare. Impossibile non ricordare le immagini degli studenti
seduti per protesta sulla piazza nel 1989, accovacciati come adesso noi turisti.
Ma l’epilogo fu drammatico e ancora non si conosce tutta la verità di quei
giorni.
Passando sotto l’effigie di Mao si entra nella
prima porta della Città proibita. Da
nord a sud sono nove le porte di accesso alla reggia dell’imperatore, come
nove sono i cieli sopra la sua testa, questo numero è simbolo di longevità.
Fervono i lavori di restauro in vista delle Olimpiadi, odore di vernice e di
lacca. Rosso, a simboleggiare la fortuna e la felicità. Verde, come la terra.
Azzurro come il cielo. E oro: il colore dell’imperatore. Draghi e animali
fantastici ornano i tetti delle pagode. Piano piano ci si addentra nel cuore
della Città proibita: ecco i palazzi dell’Armonia suprema, dell’Armonia
intermedia e dell’Armonia perfetta. Intorno si snodano 9999 stanze: per i
funzionari, le concubine, gli eunuchi. Nove sono i draghi rappresentati sul muro
del Palazzo della longevità, nove è il numero perfetto.
Lontano dal clamore
dei Palazzi reali, affollati dai turisti, si aprono piccoli padiglioni che
ospitano mostre di gioielli, capolavori di giada scolpita, strumenti musicali,
qualche mobile, reliquiari lamaisti e perfino un Teatro dell’opera. Nel
giardino, popolato di libellule e farfalle, finte montagnole per evocare spazi
più ampi. Il Palazzo
d’Estate o Giardino della Pace
armoniosa fu costruito nel 1153, sotto la dinastia Jin e dedicato alla madre
dall’imperatore Qianglong nel tardo 1700. Qui si rifugiò la corte imperiale
durante l’invasione franco- inglese ai primi del ‘900. In mezzo al verde si
distribuiscono pagode di dimensioni più ridotte mentre un camminamento di
legno costeggia il lago su cui navigano pedalò e barche di legno ornate da
teste di drago. I restauratori sono all’opera con piccoli pennelli per
riportare agli antichi splendori le decorazioni lignee. Enormi fiori di loto
spuntano dall’acqua per almeno un metro. Una moltitudine di turisti, in larga
parte cinesi, invade il vialetto che costeggia il lago. L’insieme è dominato
dal frinire quasi isterico delle cicale, che accompagnano il vociare incessante
dei venditori di cartoline. Una leggera brezza rompe a tratti il fastidio
dell’umidità, rendendo gradevole la passeggiata lungo le rive, fino alla
grande barca di marmo e oltre.
Sostiamo una mezz’ora in una fabbrica di seta, dove
si può assistere alla lavorazione, a partire dalla farfalla e dalle sue uova. I
bozzoli, passati in acqua bollente, vengono svuotati del baco, che immaginiamo
finire sugli spiedini del mercatino vicino all’hotel: come per il maiale, non
si butta via niente. Ogni bozzolo dà un filamento appena visibile, un
macchinario avvolge i fili di otto bozzoli per volta, ottenendone uno unico ma
sempre sottilissimo. Invece i bozzoli più grossi, detti gemelli perché
contengono due bachi, non si filano, si stendono a guisa di guanto. Più strati
sovrapposti formano le imbottiture per le coperte: un prodigio inimmaginabile.
Segue il famoso Magazzino dell’amicizia per gli acquisti, prezzi buoni ma non
proprio economici. Sono ormai le sei di sera, l’umidità intensa e la
caligine si diffondono per le strade rendendo tutto appiccicoso. Qua e là una
goccia di pioggia evapora in un soffio. Il quartiere degli hutong è l’angolo della cosiddetta città vecchia, quella
sopravvissuta alle distruzioni e ricostruzioni, ai margini della Torre del
tamburo e della Torre della campana. Il dedalo di viuzze strette dai nomi
talvolta fiabeschi si percorre agilmente in risciò. Case basse in pietra grigia con un cortile al centro pieno di alberi, fiori di gelsomino e voliere
per gli uccelli. Molte sono state sacrificate per far posto ai grattacieli
finché il business ha deciso di investire sul vecchio e l’operazione ha
funzionato, salvando gli hutong rimasti. Così ora, lungo il canale, tante
rificolone rosse illuminano altrettanti locali, molto alla moda tra la gioventù
di Pechino. Anche l’antica Strada dell’oppio, che ospitava un vecchio
mercato, adesso è costellata di negozi di artigianato e di moda, questi ultimi
spesso estranei alla Cina. Ma a una certa ora compaiono i venditori ambulanti di
spiedini. Quelli con i bachi di cui sopra, tra l’altro.
Appena ci si discosta
dalle vie più turistiche, gli hutong piombano nel buio della sera. Qualcuno
esce un po’ discinto dai bagni pubblici: le case non hanno servizi
all’interno, è dunque più che comprensibile che i giovani preferiscano le
comodità dei moderni ancorché anonimi grattacieli. Visitiamo una casa dove una
signora in pensione arrotonda le entrate ricevendo i turisti. La cucina a gas e
la stanza da letto adiacente sono di dimensioni molto ridotte. Il locale più
vasto è un salottino con sgabelli per tutti e decorazioni all’estremo del
kitsch alle pareti, ormai annerite dall’umidità. Fiori finti e immagini di
plastica colorata. Due enormi acquari ospitano pesci rossi e tartarughe. Ma le
due televisioni hanno portato anche qui dentro lo spettacolo dell’Italia ai
Mondiali e la signora ne parla volentieri. Eh, la globalizzazione!
Quando usciamo, il buio s’è fatto più fitto.
Procediamo sotto una galleria di fronde sentendo solo il frusciare dei pedali
del risciò, che ci deposita lungo una grossa arteria trafficata su cui grava il
cielo grigio di Pechino. La giornata è stata così intensa che dopo cena non
riusciamo ad allontanarci dall’hotel. Nemmeno per tutti i bacherozzi fritti
del mondo!
4° giorno:
Pechino - Badaling - Pechino
Stamani usciamo da Pechino per andare a Badaling,
località che dà accesso a una parte della Grande
muraglia. La strada è un po’ lunga e a tratti abbastanza
trafficata, per
uscire da Pechino ci vuole il suo tempo... Di tanto in tanto la giovane guida ci
intrattiene con i suoi racconti sugli usi e costumi cinesi. Compirà 24 anni a
settembre e fa parte di tutta quella vasta generazione di figli unici imposti
dal Partito per regolare le nascite in una nazione così popolosa e difficile da
sfamare. Fino a qualche tempo fa avere un secondo figlio comportava il pagamento
di una multa. La legge però non era rispettata nelle campagne, dove servivano
braccia per lavorare ed erano preferiti i maschi, ovviamente (è abbastanza nota
la fine di molte bambine). Anche le famiglie appartenenti alle numerose
minoranze etniche presenti in Cina, in quanto appunto minoranze, potevano avere
più figli. In ogni modo, pare che in un prossimo futuro, questa legge verrà
modificata e ogni coppia potrà avere due figli. I matrimoni in Cina non sono
religiosi, tranne per le ridotte comunità musulmane e cristiane.
La maggioranza
Han e soprattutto i membri del Partito comunista hanno l’obbligo di essere
atei; la fede, se così si può definire, è confinata nel marxismo. A noi che
veniamo da una cultura fortemente influenzata dalla religione può sembrare
strana questa imposizione, ma a pensarci bene è un po’ come l’ora di
religione, obbligatoria fino a qualche anno fa nelle nostre scuole: in entrambi
i casi, una forzatura imporla per legge a tutti.
Abbandoniamo intanto i grattacieli per trovarci tra
le verdi colline avvolte da una cortina di nuvole. Spunta un timido sole e qua e
là compaiono i primi contrafforti della Grande muraglia. Il pullman arranca su
una strada a due corsie, procedendo a passo d’uomo, incolonnato tra altri
mezzi. Ed eccoci sotto il simbolo della Cina: migliaia di chilometri di muro
difensivo (tremila, seimila, addirittura diecimila? Le guide si dividono su
queste cifre), con i suoi merli, i camminamenti, le torrette di guardia,
costruito per proteggere il Celeste Impero dalle invasioni dei popoli del Nord.
Imponente. Ma non servì. I Mongoli riuscirono comunque a sfondare le difese.
Adesso, in compenso, la fortificazione subisce l’assalto di migliaia di
turisti ogni giorno, scaricati da centinaia di pullman, proprio come noi, solo
che qui la maggior parte è cinese: un immenso fiume umano che si arrampica
sulla Muraglia e, ammettiamolo, toglie un bel po’ di fascino al luogo. Meglio
non visitarla d’agosto, mese nel quale i cinesi (proprio come noi) sono in
ferie. Tra l’altro, la nebbia non aiuta ad avere una visione d’insieme della
monumentale opera.
Scegliamo la strada più ripida nella speranza che sia anche
la meno frequentata, ma per il primo tratto dobbiamo rassegnarci a camminare in
coda. Pure i venditori ambulanti si sono arrampicati fin quassù e ogni due
metri propongono magliette, quadretti e foto ricordo ai turisti. Poi, dopo
qualche centinaio di metri di sudatissima arrampicata, la gente molla il colpo,
troppa fatica e troppo caldo. Così gli ultimi tratti sono più gradevoli.
L’opera ciclopica si snoda seguendo il profilo dei monti, in un saliscendi
continuo. In lontananza la si ammira, sempre più piccola e sfumata nella
nebbiolina, perdersi tra le montagne.
Sul versante opposto un fiume incessante
di persone va e viene, mentre di lato, sul costone di una collina, spicca la
nuova insegna per le Olimpiadi del 2008: One world, one dream, sembra Hollywood.
Dal basso osserviamo il miracolo cinese, il gigante a due velocità, mentre la
poca brezza di tanto in tanto riesce a far sventolare la bandiera rossa issata
sulla piazza d’armi. Si pranza in un Magazzino dell’amicizia, con
annessa fabbrica per la lavorazione di vasi cloisonné, artigianato importato
dai francesi di cui i cinesi sono diventati esperti. Essendo un magazzino
statale i prezzi sono piuttosto alti e non trattabili.
Al pomeriggio l’afa diventa più intensa e la
foschia si diffonde tra gli alberi che costeggiano la Via Sacra che conduce alle Tombe
degli imperatori Ming. La strada è fiancheggiata da statue di pietra che
rappresentano prima animali, ognuno dei quali è portatore di una virtù, quindi
Mandarini e alti funzionari. Le cicale friniscono, mentre un sole lattiginoso
riesce a filtrare tra la spessa coltre di foschia. Quando arriviamo alle Tombe
dei Ming è quasi ora di chiusura, per fortuna, e riusciamo a visitare il sito
senza essere eccessivamente pressati dalla folla. Il luogo fu scelto dagli
imperatori Ming poiché rispondeva alle leggi del feng-shue, ovvero il vento e l’acqua, disciplina in base alla
quale viene decisa la disposizione di una stanza, o di una nuova costruzione,
accordandola con i punti cardinali, i flussi elettromagnetici, la presenza
dell’acqua eccetera. La piana dove si trovano le sepolture è protetta,
appunto, da un semicerchio di montagne e l’acqua scorre nella direzione adatta
per non allagare le tombe. Ma tanta attenzione non le mise al riparo dalla furia
delle Guardie rosse che, negli anni della Rivoluzione culturale, hanno distrutto
tutto ciò che potevano degli antichi splendori. Adesso, il business del turismo
ha imposto dappertutto il recupero dei reperti storici, ma gli interventi di
restauro spesso sono molto pesanti e non si accordano con le prassi
internazionalmente riconosciute. Le porte di accesso si susseguono, ospitando
alcuni tesori d’oro e giada ritrovati nell’unica tomba scavata, finché si
giunge a una porticina solitaria, detta dello Ying e dello Yiang, ossia
dei contrari: uomo-donna, vita-morte. La superstizione vuole che per accedere
alle tombe gli uomini aggirino la porta: passarvi sotto equivarrebbe a morte
certa! Al ritorno, invece, la si attraverserà, rientrando così nel mondo dei
vivi. Non siamo superstiziosi, ma perché sfidare le vecchie credenze? Obbediamo
tutti disciplinatamente.
Al ritorno, ancora, restiamo imbottigliati nel
traffico dei mezzi pesanti diretti in città. Stasera la cena prevede una
specialità pechinese: l’anatra laccata. I cuochi arrivano tutti insieme con i
loro carrelli su cui risplendono anatre intere, cotte secondo un procedimento
che rende la pelle lucida, gonfia e croccante. Come se dipingessero invisibili
ideogrammi, agitano nell’aria una piccola mannaia e in un attimo l’anatra è
a fettine sul piatto di portata. Il procedimento per mangiarla, così come il
taglio, è un vero rito: da un cestino di vimini si prende un sottilissimo disco
di pane, poi lo si farcisce con porri, anatra e salsa di soia, lo si arrotola e
buon appetito! Facciamo quattro passi, giusto per aiutare la
digestione.
Il mercatino degli insetti fritti sta smobilitando, il pavimento del
marciapiede è scivoloso per via dell’acqua insaponata gettata per pulire i
residui dei cibi consumati passeggiando. Vicino all’albergo una gru sta
scaricando materiale edile da un camion: la squadra di muratori che farà il
turno di notte ha appena preso servizio, prima del 2008 deve essere tutto
completato. Accanto al cantiere, prefabbricati di lamiera ospitano gli operai
che vivranno qui per tutta la durata dei lavori. L’aria è così calda che gli
stretti cubicoli degli alloggi devono essere roventi e la squadra che ha appena
finito il turno dorme all’aperto, in mutande, stesa su un tetto di lamiera.
Stanotte pioverà, ma i lavori per le Olimpiadi dovranno finire per tempo, costi
quel che costi. Lo stadio, i nuovi edifici del centro, le otto linee della
metropolitana. La Cina sarà pronta, c’è da scommetterlo, per l’evento
mediatico mondiale. E gli operai che ora dormono all’aperto avranno
contribuito al miracolo per pochi soldi. Ma non dimentichiamo che per loro è comunque uno stipendio garantito e sul lavoro, qui, non sputa sopra nessuno.
Tutti sono dispostissimi a fare sacrifici per noi inimmaginabili.
5° giorno:
Pechino - Xi'an (volo)
Negli ultimi anni il Partito ha riscoperto
l’opportunità di una certa apertura alla cultura tradizionale cinese. Fra i
tanti aspetti, quello religioso sta conoscendo una nuova libertà. A Pechino si
può quindi visitare il Tempio
lamaista.
Ma occorre fare una distinzione tra il Buddhismo del Dalai Lama (Il Mare di
Conoscenza), inviso al governo per la sua spinta indipendentista, tuttora
esiliato nell’India del Nord, nell’Himachal Pradesh, e il Buddhismo del
Panchen Lama (Il Mare di Saggezza), allineato al Partito e residente a Lhasa,
capitale della Regione autonoma del Tibet. In entrambi i casi a Pechino si parla
di Buddhismo come di una setta religiosa, creando una spessa cortina che tiene
lontana tutta la millenaria spiritualità dell’Asia. Ma dentro il Tempio
lamaista l’atmosfera che si respira è autentica. La costruzione è identica
ai padiglioni della Città proibita, poiché si trattava in origine di una
dimora imperiale che, nell’epoca Ming, fu adibita a convento per i monaci
tibetani, una scelta indotta soprattutto da ragioni diplomatiche. Gli imperatori
dell’epoca, evidentemente, erano più lungimiranti rispetto ai membri del Pcc.
Dentro grandi bacini di ferro bruciano decine di bastoncini di incenso, i fedeli
pregano inchinandosi ripetutamente o facendo girare le Ruote della preghiera. Nelle sale che si susseguono sono ospitate statue del Buddha Sakyamuni,
degli Angeli guardiani, di bonzi e di bodysattwa. Dai soffitti pendono le
bandiere dai cinque colori che rappresentano gli elementi naturali e che sono il
simbolo del Lamaismo. Notevole, nell’ultimo padiglione, una statua intagliata
in un unico tronco di sandalo alto 26 metri.
Sostiamo un po’, osservando i fumi dell’incenso
spessi e profumati, mentre una melodia che ripete ossessivamente il mantra
principale del Buddhismo, om mani
padme hu, esce da una botteguccia di souvenir religiosi. Il pranzo sarà alle 11,30 e anche se non abbiamo
fame non riusciamo a rinunciare a un assaggio di ognuna delle innumerevoli
pietanze che vengono disposte sul tavolo girevole. Nel primo pomeriggio parte
l’aereo che ci porterà a Xi’an. Almeno, dovrebbe farlo. Al momento del
decollo, infatti, si scatena un temporale con i fiocchi, un colpo di vento
costringe il velivolo a una brusca frenata e a un rientro precipitoso per una
verifica di freni e pneumatici. Un moderato panico si diffonde fra i passeggeri,
ma cerchiamo di dissimulare. Dopo un’ora si parte davvero: yuppie!
Xi'an fu capitale dell’Impero per tremila anni, nel periodo in cui la Cina conobbe
il massimo splendore, dall’unificazione dei vari regni alla cultura che diede
vita al pensiero di importanti maestri (tra cui Confucio), al commercio lungo la
Via della Seta che attraversava l’India, il Pakistan, l’Iran, la Turchia e i
Balcani per approdare a Venezia portando con sé spezie e stoffe preziose.
Insomma, la provincia di Xi’an (La Pace dell’Ovest) fu più di altre aree
della Cina al centro della Storia, quella con l’iniziale maiuscola. Adesso
l’antica capitale conta sette milioni e mezzo di abitanti e quattro fiorenti
poli industriali distribuiti in periferia.
Anche qui il problema principale è
il traffico e pure stavolta non è una citazione. Come spiega bene la nostra
guida, coniando una frase che diventerà uno dei leit-motiv di tutto il viaggio
per la sua efficacia icastica e riferendosi agli attraversamenti pedonali:
“Attenzione, qui, tu passi, loro non fermano”. Ed è vero! Considerato il
flusso costante di mezzi, è andata anche bene: a fine giornata sono stata
colpita solo da una bicicletta sospinta a mano da una ragazzina.
La città è ancora cinta dalle sue mura, alla sera
sono illuminate con lucine e lanterne rosse di carta di riso. Ai cinesi
piacciono molto le fontane e questo loro amore smisurato per i giochi di luce e
d’acqua può essere ammirato ogni sera, alle nove, sulla piazza davanti alla
Pagoda dell’Oca selvatica. A tempo di musica enormi fontane colorate formano
coreografie con getti d’acqua talvolta vertiginosi. La gente ama stare all’aperto, divertirsi cantando
nelle piazze o ballando su antiche melodie della tradizione popolare, tra le
rificolone (lanterne di carta di riso), agitando ventagli colorati sotto le
sagome illuminate di grattacieli stile New York. Ecco nuovamente la Cina delle
due velocità: i negozi delle grandi firme europee (italiane soprattutto) e i
venditori di frutta candita, di trottole e aquiloni. Oltrepassata la piazza con le Torri del Tamburo e
della Campana si passa nel quartiere musulmano, che ancora alle dieci di sera è
pieno di vita. Risciò a motore, bancarelle di souvenir e tantissimi ristoranti
che cuociono kebab fumanti sui marciapiedi.
A
Xi'an pernottiamo all'Hotel Gloria Plaza
(15 Yanta Beilu).
6° giorno:
Xi'an
Un’antica abitudine dei cinesi, per fortuna
conservata almeno dagli anziani, è praticare esercizi di Tai chi alla mattina.
Nel parco intorno al padiglione della Piccola
Oca selvatica tutte le mattine si riuniscono gruppi di persone, uomini e
donne, generalmente in età, per praticare questa disciplina che unisce esercizi
ginnici a grande concentrazione. Da soli davanti a un albero o in gruppi con la
guida di un maestro, in ogni piazzola qualcuno si esercita a tempo di musica. Si
tratta di vere e proprie danze, a mani nude, con le spade o con i ventagli rossi
di carta che si aprono ritmicamente. Sempre nel parco, una grande campana può essere suonata 3, 6 o 9 volte secondo che si voglia ingraziarsi la sorte o
acquisire ricchezza, due desideri che spesso coincidono. Si suona dietro
pagamento di una cifra modesta, per molti rappresenta una sorta di investimento.
Percorrendo le mura si giunge a un tempio detto Foresta
delle steli, allestito su un vecchio tempio confuciano. All’interno sono
esposte steli che riproducono vari tipi di calligrafie: la prima riporta un
pensiero di Confucio improntato alla pietà filiale e fondamento della sua
filosofia. La scrittura cinese è un pittogramma - ogni carattere esprime un
concetto - attraverso i quali è possibile ricostruire la cultura millenaria di
un popolo. Affascinante iniziare a capirne il segreto ed entrare in un mondo
profondo, raffinato e unico. Gli ideogrammi complessivamente sono 150 mila, un
cinese colto ne conosce almeno 4-5 mila. I cinesi danno una grande importanza
all’istruzione: saper scrivere bene significa poter trovare un buon lavoro e
guadagnare di più, questo l’insegnamento del padre della nostra guida.
Abbiamo provato anche noi a decifrare gli ideogrammi più comuni, insieme di
disegni stilizzati, complicati da realizzare: questo spiega perché la
calligrafia sia diventata un’arte.
Xi’an è anche rinomata per la giada, la giadeite
in particolare, molto dura (8,6 nella scala di durezza) e pregiata, quasi come
il diamante. La più preziosa è quasi bianca, con inclusioni di minerali che ne
cambiano il colore nel tempo. Un oggettino di modeste dimensioni può costare
fino a 500 euro. I soprammobili raggiungono i 2 o 3000 euro e oltre. Nel
laboratorio della fabbrica di Stato alcune operaie lavorano con piccole mole a
pezzi di rara maestria, da un blocco unico sono capaci di ricavare una Sfera
della felicità, composta da sei-sette sfere concentriche, e mobili. Sugli
scaffali questi oggetti hanno un prezzo irraggiungibile per molti di noi. Chissà
quanto guadagneranno le operaie, che lavorano in una piccola stanza rinfrescata
da un ventilatore e senza finestre. Andiamo a pranzo in un ristorante munito di sala
teatrale: si pranza in platea, primo settore per la precisione. Qui fanno gli
spaghetti di grano a mano: il cuoco allunga e divide la pasta e magicamente
ottiene taglierini che si moltiplicano, assottigliandosi a ogni movimento.
Cuociono in un attimo e vengono serviti con brodo di maiale e ragù. Ottimi.
Xi’an è famosa nel mondo per l’Esercito di terracotta, costruito per volontà del Primo imperatore
della dinastia Qin, che unificò la Cina a partire dai sette Stati combattenti.
Il sovrano, in realtà, avrebbe voluto essere seppellito con tutto il suo
esercito, ma i dignitari lo convinsero che non era una buona idea: nel giro di
pochi anni l’esercito sarebbe stato mangiato dai vermi. Meglio realizzarlo in
terracotta, in scala 1:1, anzi ancora più grande e possente di un vero
esercito. L’Imperatore trovò opportuna l’osservazione, i soldati
sospirarono di sollievo e, immaginiamo, portarono in trionfo chi si fece venire
la brillante idea. Si diede dunque inizio alla costruzione di un esercito in
terracotta completo di fanti, generali, arcieri, cavalli e armi vere. Queste
ultime, purtroppo, furono utilizzate dal figlio del Primo imperatore che,
inabile a governare il suo Stato, finì in guerra pochi anni dopo la sua ascesa
al trono: ma il furto non gli portò fortuna, il sovrano perse la guerra e finì
in rovina, la Cina, appena unificata dal padre, fu di nuovo divisa.
La collina
che servì da sepoltura all’imperatore e i fossati che ospitano il suo
esercito rimasero nascosti per anni finché un contadino nel ’74, scavando un
pozzo, trovò una testa. Inizialmente si spaventò, pensando ai fantasmi: poi
divenne famoso per la sua scoperta. Oggi per pochi yuan governativi si fa
fotografare e rilascia autografi ai turisti. Attualmente sono tre i fossati scavati. Il primo
regala un’emozione indicibile. E persino la copertura non ci pare così male!
Le statue finora ritrovate sono seimila, alte in media un metro e 80, ognuna con
una faccia diversa. Tutti schierati, gli esterni guardano ai lati. Anche i
cavalli sono di dimensioni reali. Pettinati, vestiti con l’uniforme del rango,
questione di un attimo e potrebbero mettersi in marcia, tanto sembrano reali.
Mancano solo le armi e i colori: il contatto con l’aria li ha cancellati. Uno
dei problemi in materia di conservazione dei beni culturali è l’assenza di
archeologi preparati: in Cina spesso non sanno come conservare ciò che trovano.
Per questo procedono con grande timidezza nelle campagne di scavo. Solo da pochi
anni accettano la collaborazione di esperti stranieri. Negli altri due fossati sono state trovate statue di
generali dalle fattezze mongole e arcieri che ora sono conservati dentro teche
di vetro, bellissimi e perfetti nel dettaglio delle vesti, delle acconciature e
perfino della suola delle calzature. Pronti anche loro a scoccare le frecce. In un quarto fossato sono stati rinvenuti due carri
in bronzo, di un quarto della dimensione reale, quattro cavalli ciascuno, dai
finimenti d’oro. E ancora molto giace sotto i nostri piedi. Speriamo che
presto riescano a portare alla luce questa gigantesca opera d’arte voluta dal
Primo imperatore e costruita secondo la filosofia del feng-shue, con le montagne alle spalle e il fiume d’acqua calda
che scorre sotto la testa del sovrano.
A sera visitiamo la Pagoda dell’Oca selvatica, così chiamata per una leggenda
ispirata da un viaggio compiuto in India dai monaci cinesi, che là si erano
recati per approfondire la conoscenza del Buddhismo. A quest’ora il luogo sacro
sta per chiudere. I monaci, vestiti di grigio, chiudono piano le porte del
templi dopo il nostro passaggio, spengono e raccolgono le candele rosse che i
fedeli hanno portato nel corso di tutta la giornata e si intrattengono in quiete
conversazioni passeggiando nei vialetti. Alcune bacchette d’incenso finiscono
di ardere nel grande braciere davanti al padiglione del Buddha Sakyamuni.
Bassorilievi in giada narrano la vita del Buddha, la nascita, la scoperta del
dolore, il pensiero. La vita nei templi in Asia è sempre molto serena e
pacifica, sembra di entrare in un’altra dimensione, è piacevole sostare qui e
assecondare il silenzio e la lentezza. Fuori, sulla piazza, ferve la vita.
Finito il lavoro la gente si riunisce e passa il tempo giocando a carte o
chiacchierando mentre i bambini fanno volare gli aquiloni. Le vecchine passano
a ritirare bottiglie di plastica vuote come se fossero tesori. Da qualche giorno
le conserviamo apposta per dargliele, sono così contente e, ci fanno capire a
gesti, probabilmente il comune le paga per questa sorta di raccolta
differenziata.
Dopo cena è il momento del primo vero “tarocco”
cinese. E non si tratta di un’arancia. La Cina è famosa per i suoi falsi
d’autore che invadono il mercato occidentale a discapito delle grandi firme.
Anche se chi li compra probabilmente non è mai entrato, né mai entrerà, in un
negozio di Louis Vuitton o di Gucci. E quindi l’industria della contraffazione
non danneggia nessuno. Ma da quando la Cina si è aperta al mercato globale le
è stato chiesto come garanzia l’azzeramento dei prodotti taroccati. Quindi
tutti i negozi e i magazzini sono stati chiusi. Almeno formalmente. Perché ora
il mercato del falso può arrivare direttamente a domicilio; nella fattispecie,
grazie agli uffici della nostra espertissima guida, sbarca al 26° piano del
nostro hotel, direttamente nella nostra stanza. Siamo tutti riuniti, seduti sui
letti, tra i nostri bagagli messi a posto alla meglio, in attesa del lieto
evento. I due venditori sono marito e moglie e si palesano con due borsette e
una valigetta di orologi. Tanto per aprire l’appetito. Poi entra il grosso
della mercanzia dentro tre valigioni e in un attimo i letti sono invasi di
griffe. Non abbiamo mai imparato tante cose sulla contraffazione come stasera:
tipo che le borse di Louis Vuitton devono avere un buco sulla linguetta della
cerniera! Eh si, per comprar tarocchi bisogna essere preparati, mica si può
improvvisare: finisce che ti ritrovi con la cerniera in mano. Poi scoppia un
temporale, sia fuori che nella stanza. Non ci si accorda sul prezzo. Il
venditore è un osso duro, ha voglia la guida a dire che i cinesi del Nord
parlano così, con questo accento deciso: è proprio arrabbiato; la moglie
invece è dolcissima. Fosse per lei, la contrattazione sarebbe più morbida e
l’affare già concluso. Alla fine torna il sereno, ma il business è stato
magro: vengono acquistati solo tre borse e un portafoglio. Noi, comunque, da
osservatori non partecipanti ci siamo divertiti moltissimo. Non c’è che dire:
questa Cina è un paese col botto. Nel bene e nel male.
7° giorno:
Xi'an - Xianyang - Xi'an
Ci spostiamo alla periferia della provincia di Xi’an
per raggiungere la città di Xianyang.
Appena lasciato il centro i grattacieli diradano fino a scomparire, rimane solo
il traffico disordinato, ma al posto delle auto compaiono le famose biciclette
che hanno popolato l’immaginario collettivo sulla Cina. Botteghe aperte sulla
via, pentoloni che cuociono incessantemente cibi al vapore, un cuoco sul
marciapiede impartisce la lezione a una quindicina di allievi muniti di berretto
bianco. Gente seduta sugli usci. Nelle vie laterali si aprono i mercati
ortofrutticoli, bancarelle lungo strade sterrate piene di fango, bambine con
visi di porcellana in abiti di organza con le ali di tulle appuntate sulla
schiena. Fabbriche. Una grossa centrale a carbone, con due ciminiere che si
perdono nel cielo sempre grigio. A Xianyang c’è un museo che raccoglie una
bellissima collezione di oggetti dell’epoca Han, Qin e Tang. Un esercito
completo, ma di dimensioni molto ridotte, e statue di cavalieri e musicisti che
hanno conservato i loro colori originari.
Chan
He, a ovest di Xi’an, è una collina che, contemplata da lontano, ricorda un corpo
di donna adagiato sulla valle. Qui sono sepolti il Quarto imperatore della
dinastia Tang e l’imperatrice sua moglie. Le tombe ovviamente sono chiuse, ma
si può percorrere la Via sacra fiancheggiata da statue. In fondo, un gruppo di
guardiani di pietra decollati probabilmente durante la Rivoluzione culturale.
Sotto il livello della strada i contadini costruiscono le loro case scavando
vere e proprie grotte. Ambienti piccoli e freschi, le stanze si articolano
intorno al cortile. A guardia di ogni casa un cane che abbaia al nostro
passaggio, quasi sempre un pechinese. Un po’ ce lo aspettavamo. Letteralmente sotto una trattoria locale si apre la
tomba di una giovane principessa. La galleria è affrescata con splendidi
dipinti, ai lati, dentro nicchie vetrate, sono esposti gli oggetti di terracotta
che componevano il suo corredo, in fondo alla lunga galleria c’è il grande
tumulo. Purtroppo non sono state adottate misure di conservazione adeguate.
L’aria calda che entra dall’esterno e i microbi stanno distruggendo gli
affreschi, uno strato di goccioline di condensa finissime copre tutto. Fra
qualche anno di tanta bellezza non rimarrà più nulla, a meno di un miracoloso
intervento di restauro.
Ma la scoperta archeologica più recente è il
ritrovamento di un piccolo esercito di terracotta che circonda la sepoltura del
Quarto imperatore della Dinastia Han (Liu Qi?). Le statuine sono molto più
piccole rispetto a quelle del Primo imperatore, alte solo 64 cm, ma ci sono
uomini e donne, stoviglie e animali da allevamento. Solo dall’aprile 2006 si
possono visitare il museo e alcune fosse e noi, ovviamente, ci precipitiamo! Le
statue sono nude e senza braccia. Gli abiti di seta e gli arti, probabilmente di
legno, sono andati distrutti nel tempo. Molte statue sono state portate nel
museo, ma le fosse principali sono state coperte di lastre di vetro sulle quali
si può camminare ed è come trovarsi protagonisti dello scavo archeologico. Le
statue, gli animali, i carri stanno emergendo dalla terra esattamente come erano
stati disposti più di 2000 anni fa.
Ritorniamo in città a sera, nel grigio della
caligine dovuta all’inquinamento. La Cina è un paese in costruzione, il
numero delle gru è impressionante e sono tutte al lavoro. Su ognuna sventola la
bandiera della Repubblica Popolare. I grattacieli svettano verso il cielo,
ipermoderni, accanto a catapecchie basse che ricordano un passato da cui i
cinesi stanno cercando di affrancarsi con la massima rapidità. Ma il gigante a
due velocità non si limita a correre verso il boom, sta anche cercando di
riportare alla luce le tradizioni che hanno rischiato di essere cancellate
durante la Rivoluzione culturale. Perché conviene, certo, ma anche per non
perdere definitivamente la propria identità nazionale con l’ingresso nel
mercato globale. A tenerla viva, a Xi’an, c’è appunto il teatro-ristorante:
un tempo ci andavano gli operai con ancora indosso le tute da lavoro,
gratuitamente, a guardare gli spettacolo sorseggiando una tazza di tè o
mangiando una scodella di riso, adesso è pieno di turisti, cinesi e no.
La cena
propone un assaggio di ravioli al vapore, ce ne sarebbero di 108 tipi diversi,
ma ci accontenteremo di provarne una quindicina: di carne, di pesce, di verdura,
in brodo, inzuppati in un quartetto di salse saporite. Alle 20.30 inizia lo
spettacolo di danze e canti ispirati alla tradizione della dinastia Tang. Il
teatro è una bomboniera, (Tang Dynasty Theatre
Restaurant, 75 Changan Road, Xian; prezzo 20 euro compresa una consumazione) gli
orchestrali, soprattutto donne, indossano i costumi dell’epoca. Il corpo di
ballo sfoggia una tecnica fantastica, a metà fra la danza classica, quella di
carattere e quella acrobatica, con evoluzioni degne di contorsionisti. E gli
abiti di seta dai colori sgargianti, le luci, le musiche. È qualcosa che esce
dall’immaginazione. Sembra di entrare nel film “La foresta dei pugnali
volanti”, c’è persino la danza dei veli che apre quel lungometraggio. Lo
spettacolo è in crescendo, entra in scena direttamente dalla platea il corteo
imperiale con tanto di sbandieratori. Suonatrici di liuto calano dall’alto nel
tripudio del finale. Danze di guerrieri, il sogno dell’arcobaleno, suonatori
di tamburi. La seta che vola disegnando arabeschi che subito svaniscono e i
ventagli di piume. Usciamo dal teatro con gli occhi pieni di colori e di
meraviglia. Alla televisione abbiamo visto un servizio sulle Olimpiadi del 2008:
Zhang Yiimu curerà la regia della cerimonia di apertura. Dopo aver visto questo
spettacolo, ne siamo certi, sarà assolutamente da non perdere!
8° giorno:
Xi'an - Chengdu (volo)
Voliamo nella provincia del Sichuan, dove si gusta cibo piccante: ci stiamo avvicinando
all’area tropicale. Arriviamo nella cittadina di Chengdu in tarda mattinata e, per un disguido del pullman, siamo
costretti a sostare a lungo in aeroporto, al ristorante appunto, dove si mangia
molto bene. Giusto per sperimentare subito gusti nuovi.
La città non è poi così piccola, 4 milioni di
abitanti nella zona centrale e 12 milioni in periferia. Qui c’è molto verde,
siamo più a sud, compaiono le palme da banano. Le costruzioni sono più basse
che altrove e l’architettura, pur essendo di stile socialista, è meno anonima
che a Pechino. Anche Chengdu fu capitale per qualche tempo e fu chiamata la Città
dei fiori di ibisco poiché l’imperatore li aveva fatti trapiantare ovunque.
Chengdu è anche la porta cinese del Tibet, per strada compaiono i primi monaci
con le loro vesti rosso cupo e la giacchetta gialla. Perfino il cielo ha smesso
di essere grigio, siamo vicini alle montagne alte, è la zona dove vivono i
panda. In città a ogni passo c’è l’immagine dell’orsetto bianco e nero,
perfino sui paletti delle balaustre spartitraffico. L’insieme è grazioso e
relativamente tranquillo. La gente sorridente e curiosa, è facile che qualcuno
sosti vicino a noi per scrutarci e ascoltare il nostro strano idioma. In città si possono visitare alcuni luoghi
interessanti soprattutto dal punto di vista naturalistico.
Il primo tempio non
è religioso, fu dedicato all’eroe che unificò la regione, il generale Liu
Bei, e ai suoi fratelli d’arme. I padiglioni sono immersi in giardini di
bambù, tra laghetti di fiori di loto e bonsai. L’abilità di rimpicciolire
gli alberi è un’invenzione cinese, si chiama penchin, l’arte del paesaggio in un vaso, i giapponesi l’hanno solamente copiata
(tanto per cambiare). Un altro sito piacevole, soprattutto per il contesto
in cui è immerso, è la Casa del poeta
Du Fu. Patriota non originario di queste lande, ebbe una produzione
straordinaria. La sua casa è meno interessante del giardino in cui si trova,
immerso in altissimi fusti di bambù. E poiché il Sichuan è la regione dei panda e la
pianta di cui si cibano in esclusiva è il bambù, non poteva mancare il Giardino
di bambù, con ben 180 specie diverse e fiori di loto enormi. Bello che qui
dentro ci siano numerose case da tè e, a sera, la gente si riunisca per giocare
a carte o al domino cinese: il mejong. Le partite si svolgono a ogni tavolino,
si puntano soldi e i giocatori sono così concentrati che a stento si accorgono
di noi che li fissiamo incantati, cercando di interpretare il senso delle loro
giocate. Appena fuori del giardino si trova il Ponte
dalle nove arcate, non certo un’opera eclatante, ma nell’insieme
gradevole.
Dopo cena, la passeggiata lungo il fiume è
piacevole. In Cina appena c’è uno spazio all’aperto la gente si mette a
fare qualcosa: si gioca a dama, a carte, si pratica Tai chi o si balla. I
bambini scorrazzano, le donne agitano i ventagli. Ci fermiamo a osservare un
gruppo di persone che sta danzando al suono di una grande radio. In un attimo
coinvolgono anche noi. Sono indescrivibili le scene che facciamo per capirci,
parlano solo cinese. Se abbiamo inteso bene ci danno appuntamento per domani
sera alle 20, per ballare ancora. Difficile far capire loro che torneremo qui
solo dopodomani. Ma si è fatto tardi, la compagnia si scioglie, la radio alle
22 viene tassativamente spenta per non disturbare il vicinato. Due signore ci
accompagnano fino alla strada principale. Di che si parla? Impariamo a contare,
a dire mano, occhi, bocca. Ridono molto delle nostre parole italiane e ancora di
più quando cerchiamo di fargli dire la erre. Queste donne ci hanno tenuti per
mano finché, giunti alla strada principale, non è stato il momento di
salutarci. Sempre sorridendo. La dolcezza della Cina.
A Chengdu pernottiamo all'Hotel Tibet (10 Renmingbei Lu Jin Nui Qu).
9° giorno:
Chengdu - Leshan - Emei
panda durante l'attività preferita
Nelle montagne del Sichuan, come detto, vivono i panda,
animali in via d’estinzione. Questi orsacchiotti sono molto delicati, nascono
al massimo due cuccioli alla volta, ma in genere ne sopravvive uno solo. Inoltre
sono molto più interessati al bambù che all’accoppiamento, sono
terribilmente pigri, dormiglioni e golosi. Purtroppo il bambù ha un ciclo di
vita stranissimo, può stare anche 10 anni senza ricrescere. È così che nei
pressi di Chengdu è sorto un Centro di
ripopolamento dei panda. Alle 8.30 del mattino ancora tutto tace. Si cammina
dentro una folta galleria di bambù. Non ci sono gabbie, gli animali vivono in
larghi spazi recintati, gli addetti stanno preparando la colazione: larghe
fascine di bambù. Eccoli lì. Dormono ancora, soffici, morbidi,
mollemente adagiati sui rami degli alberi. Hanno un sonno così profondo e il
respiro lento che non si accorgono di tutta la gente che li circonda. Quello
appollaiato più in alto, con una zampa mollemente dondolante al ritmo del suo
russare e la bella testa bianconera incastrata fra i rami, è Gingin,
mascotte delle Olimpiadi, cucciolo di due anni: se la dorme beato, totalmente
insensibile alla sua fama. Nella nursery ci sono due neonati, grossi come il
palmo di una mano, hanno un mese. Sono privi di pelo e resteranno
nell’incubatrice finché aumenteranno di peso, adesso sono di pochi etti. Ci
sono anche alcuni panda rossi, sembrano grossi procioni con la coda lunga a
grandi cerchi, sono più piccoli e molto più vispi dei loro cugini. Già
svegli, gironzolano per farsi la toilette. Verso le 9.30 è ora di colazione, il
bambù riesce effettivamente ad attirare l’attenzione degli animali. Tutto
quel ben di dio stuzzica l’appetito. Il panda mangia quasi sdraiato sulla
schiena, le palle al vento: afferra i rami di bambù e li guarda con cupidigia,
poi sceglie le foglie, le strappa e se le rosicchia beato. Ma tanto masticare
stanca e spesso è costretto a fermarsi a rifiatare. Allora si accorge della
gente che lo circonda e, tutto goduto, si guarda intorno: un mare di bambù, la
pancia piena, l’altalena per dondolarsi e tutte quelle macchine fotografiche!
Ci strizza gli occhi compiaciuto e sembra quasi sorridere, con uno sguardo molto
più intelligente di quello di molti bipedi.
La strada che porta a Leshan attraversa le campagne con i terrazzamenti per le
coltivazioni del tè. Ci vogliono un paio d’ore per arrivare. La città sorge
alla confluenza di tre fiumi, in passato durante la stagione delle piogge erano
frequenti le inondazioni, con morti e distruzioni. Durante l’epoca Tang il
monaco buddista Hai Tong decise di dare l’avvio a un’opera gigantesca:
un’enorme statua alta 71 m, messa a guardia del fiume. Il Grande
Buddha. Andiamo fino ai suoi piedi con un barcone e, poiché fa molto caldo,
dalla coperta ci spostiamo sul ponte, sotto un paio di ombrelloni che sembrano
messi lì apposta per noi. La cosa ci dovrebbe insospettire, soprattutto quando
il barcaiolo ci strombazza nelle orecchie con un potente altoparlante. La nostra
presenza lassù non è gradita, ma non capiamo ancora perché. Tutto diventa
chiaro quando due signorine dai modi spicci ci mandano via a spinte. Quello è
il posto migliore per farsi fotografare con la statua ed è riservata a loro per
le foto a pagamento. Eh, la Cina! Hanno trovato il modo di commercializzare
tutto.
Una volta sbarcati, si può scegliere di salire fino
alla testa del Buddha, attraverso una scalinata agevole che passa tra i bambù.
In cima ci sono pagode per la sosta, una grande campana, la grotta dove visse il
monaco e il monastero. All’interno le statue del Buddha e dei quattro
Guardiani del Cielo. È l’ora della preghiera, i monaci suonano il tamburo e i
campanelli e intonano canti, inginocchiandosi su cuscini di seta giallo oro. Ma è anche ora di andare. Lungo la strada, la pace
del monastero è rotta dal vociare dei guidatori di risciò. Alle bancarelle ci
si può ristorare acquistando coppette di anguria. La calura inizia finalmente a
smorzarsi. Siamo diretti a Emei
Shan, ai piedi della terza montagna sacra del Buddhismo: il monte
Emei, appunto.
L’hotel sembra una casa di cura, c’è pure l’ambulanza
parcheggiata dinanzi all’ingresso. In effetti ci sono le terme, ma con questa
nebbiolina non le abbiamo neanche viste. (Hotel Hong
Zhushan, Baoguosi Emeishan).
10° giorno:
Monte Emei - Chengdu
Dopo il violento temporale notturno, ciuffi di nebbia
sono rimasti impigliati agli alberi e la luce del mattino fa presagire il sole,
finalmente. Saliamo con un pulmino su per la strada di montagna che porta alla
funivia per il monte Emei. I cartelli
stradali annunciano che la zona è popolata da scimmie, ma non se ne vede
neanche l’ombra. I boschi di bambù e conifere sono ancora umidi di pioggia e
l’aria è fresca. Quando arriviamo non vogliamo credere ai nostri occhi: come
dice qualcuno, 1,3 miliardi di cinesi visti da vicino sembrano ancora di più!
Una coda impressionante per salire sulla funivia si snoda per il paesello: non
ce la faremo mai. Ma abbiamo sottovalutato l’efficienza cinese, quasi da
catena di montaggio e, in un tempo ragionevole, eccoci stivati nelle piccole
cabine diretti alla prima stazione, a 550 m di altezza. Ovviamente tutte le
persone che ci precedevano, nella fila in basso, ora sono quassù e continuano a
precederci lungo la scalinata che dà l’accesso al primo di una ventina di
templi disseminati lungo il pendio della montagna: il Monastero della dedizione alla Patria, porta di accesso alla
montagna sacra.
Costruito sotto la dinastia Tang e ristrutturato nell’epoca
Kangxi, ospita un culto di chiara ispirazione indiana. Il gong risuona a ritmo
regolare, nei bracieri ardono bastoni di incenso depositati senza sosta dai
fedeli. L’aria calda dei fuochi sale al cielo facendo tremolare le immagini
lontane. I padiglioni si susseguono e così i bracieri. I monaci suonano i
tamburi scandendo gli inchini dei fedeli. Un gigantesco elefante bianco occupa
con tutta la sua mole un’intera stanza. Nelle fontane pesci rossi e
tartarughe, simbolo di abbondanza e longevità. Nei padiglioni a margine è
fiorito il commercio di arte sacra, dischi e statuine. Il ritorno in discesa si fa a piedi, non è la
passeggiata di montagna che ci si aspettava pensando alla strada dei monasteri
che salgono fino a 3000 m, ma comunque è gradevole. Sulle bancarelle si
vendono erbe mediche: radici di ginseng, angelica, semi e alghe. Lungo il
sentiero c’è un gran viavai di portantine che trasportano turisti, asini da
soma, uomini che si caricano qualunque cosa sulle spalle.
Facciamo rientro a Chengdu nel pomeriggio, c’è ancora un po’ di tempo per
gironzolare e decidiamo di farlo da soli, muniti del bigliettino da visita
dell’hotel con scritto in cinese: “Ti prego, riportami in questo albergo”,
più o meno. In effetti in Cina si parla quasi nulla l’inglese tra la
popolazione e prendere un taxi può essere problematico. Il portiere
dell’albergo ne ferma quattro e dà l’indirizzo del luogo dove vogliamo
andare. Siamo divisi dall’autista da una spessa grata di ferro, questo perché
negli ultimi tempi si sono diffuse le rapine al coltello. La città è molto
vasta e trafficata e naturalmente i taxi ci depositano in punti diversi dello
stesso quartiere (e in genere le distanze da un capo all’altro di una piazza
sono notevoli). Il gioco consiste nel ritrovarsi, adottando un certo criterio di
ricerca per non mettersi a giocare a nascondino nelle vie del centro. Ci
riusciamo brillantemente e avanza ancora un po’ di tempo per lo shopping.
Il
quartiere antico è stato pesantemente ristrutturato e adesso ospita gioiellerie
e sale da tè che esibiscono una signorina in vetrina intenta a fingere di
versare la bevanda a tempo di musica. Infiliamo allora una via del centro dove
non c’è neanche l’ombra di un venditore di souvenir. Riusciamo a capire in
breve tempo che la moltitudine di ciclisti che ci piove addosso a ondate non ce
l’ha con noi: è che stiamo camminando sulla pista ciclabile, ricavata
all’interno di un ampio marciapiede. Oltrepassiamo i negozietti di scarpe che
emanano odore di copertoni, botteghe di computer che non arrivano a costare 200
euro, ristorantini e baracchini della lotteria. Entriamo in un supermercato,
stasera festeggiamo un compleanno e vorremmo comprare qualcosa da bere. Il costo
degli alimentari è sorprendente: gli spaghetti di riso, che in Italia paghiamo
2,5 euro, qui costano 1,80 yuan, ovvero 10 centesimi. Salse di soia di tutti i
tipi, buste con cibi non meglio identificati. Ma noi vorremmo una bottiglia di
spumante, qualcosa con cui fare un botto: come spiegarlo alla commessa? Tiriamo
fuori tutta la gamma di gesti e suoni che rappresentino la bottiglia che si
stappa. Niente da fare. Sconsolati cerchiamo di cavarcela da soli. Su uno
scaffale troviamo un bottiglione di vino rosé con tappo da spumante, almeno così
ci sembra. Accanto, una confezione di liquore, in apparenza. Sarà un regalo a
sorpresa: per la festeggiata e per noi!
Soddisfatti dell’impresa, torniamo in
albergo grazie al magico bigliettino con la supplica che porgiamo al tassista. A
fine cena arriva una gigantesca torta, tutta piena di panna e coperta di
sciroppi colorati perfettamente aderente al gusto estetico cinese. Il vino è
discretamente anonimo, ma il tappo ha fatto il botto e la schiuma ha bagnato i
commensali. La grappa invece è di sorgo rosso e fa 52°, molto buona. Dopo cena
andiamo in una farmacia tradizionale a comprare creme miracolose che rendono la
pelle di porcellana come quella delle cinesi. Appena fuori c’è un mercatino
di frutta e verdura: il pepe rosa, profumatissimo, spande il suo aroma nella
strada. Botteghine di tè, frutta, pentole, qualche ristorante di strada con i
cibi preparati ed esposti, da prendere e mettere a cuocere nel wok che si sta
scaldando sulla fiamma di un fornelletto a gas. Le sere cinesi sono calde e
sempre piene di profumi.
Ancora un po’ di vocabolario: espressioni di
cortesia; come stai? = NI
HAO PA; eccellente =
DIN DIN HAO; così così =
MA MA HU HU
La strada che porta a Dazu, sempre nella provincia del Sichuan, sarebbe un’autostrada,
ma le condizioni del fondo la fanno assomigliare di più a una statale
dissestata. I lavori in corso determinano code infinite. In Cina quando ci si
mette in viaggio bisogna calcolare almeno un’ora in più per via di
inconvenienti vari, anche per spostarsi da un capo all’altro della stessa città.
Dato il lungo percorso sostiamo in un autogrill, ma
è un nome pomposo. I bagni sono in stile ancient régime: senza le porte. Vinto
il primo imbarazzo seguiamo l’esempio delle donne cinesi e partecipiamo al
rito collettivo. C’è un vantaggio: non bisogna gridare “occupato!”, si
vede da sé.
Quando arriviamo a Dazu non c’è nemmeno un’anima per strada. La circostanza ci
sorprende, ma intuiamo subito il perché non appena scendiamo dal pullman:
questa zona è chiamata la padella della Cina, o il forno. La sostanza non
cambia: c’è un caldo infernale. L’escursione inizia alle 14, andiamo al sito di Bei
Shan e iniziamo l’ascesa, che per fortuna dura pochi gradini. Si tratta di
statue rupestri costruite a partire dall’895 d.C. senza un particolare
progetto. I committenti che compaiono nei bassorilievi, seguaci del Buddhismo
Mahajano o del Grande Veicolo, facevano costruire queste opere per omaggiare il
Buddha. Dopo la prima raffigurazione di un generale, tutte le altre sono a
carattere religioso. Purtroppo il sito è in cattivo stato di conservazione per
via dei fenomeni naturali: anche se piove poco l’acqua scava profondi solchi e
genera muffe. Inoltre molte statue sono state private della testa, non per scopi
di lucro, ma perché si riteneva che averne una in casa proteggesse dalla
cattiva sorte. I siti di questo genere nell’area sono una quindicina, ma il
governo non ha fondi per curarli tutti e quindi ha chiesto la collaborazione dei
contadini, che sorvegliano e segnalano eventuali problemi.
Verso sera Dazu si rianima un po'. Passeggiamo
lungo la via centrale tra le botteghe, suscitando la curiosità della gente: non
ci sono molti stranieri qui. Da mesi non piove e la terra è così secca che si
spacca. Appena inizia a tuonare la gente sorride e tende le mani alla pioggia.
Però dura poco. Intanto che aspettiamo che smetta, un’anziana signora attira
la nostra attenzione: prepara lecca- lecca per i bambini, per 1 yuan. Su una
ruota sono disegnati svariati animali; chi acquista il dolciume fa girare una
freccia posta al centro della ruota e la venditrice, che è anche un’artista,
è in grado di comporre l’animale estratto dalla sorte; allo scopo utilizza un
cucchiaio di caramello che sparge su un tagliere, poi velocemente disegna un
gallo, un topo, un maiale. Alla fine ci appiccica uno stecco di legno e, una
volta solidificata, stacca la forma perfettamente riuscita. I bambini
l’afferrano e corrono via saltellando. E lei ricomincia: la freccia gira,
un’altra forma, un altro bastoncino, un soldino, un altro bambino che corre
via felice. Ci mettiamo in coda anche noi. Quando si fa buio compaiono le bancarelle che vendono
cibo cotto al momento, la gente si siede sugli sgabelli a cenare, tutti escono a
passeggiare, i negozi stanno aperti fino a tardi, si possono concludere buoni
affari anche se le cose più belle costano quasi come in Italia. I genitori portano a
spasso i bimbi. I piccoli sono tutti senza pannolino, portano calzoncini con un
buco in corrispondenza del sederino o un grembiulino che copre solo la pancia. I
più grandi sono molto curiosi di noi. Rientrando all’albergo notiamo molti locali con la luce
rossa accesa e ragazze sedute su divanetti in attesa di clienti. Non ci avevamo
fatto caso, sono moltissimi, inframmezzati da botteghe di articoli casalinghi e
abbigliamento.
Pernottiamo Hotel Dazu, 632360- Sichuan.
12° giorno:
Dazu - Chongqing
Pau- lamà = sei
sazio?
Nell’antica Cina, ma in realtà fino a pochi anni
fa, ci si salutava chiedendosi reciprocamente ”Hai già mangiato?”,
evidentemente pronti a offrire al conoscente a digiuno una scodella di riso. I
costumi sono così mutati che ora ci si chiede reciprocamente se si è già visitato Internet. Lungo la strada che porta al sito di Baoding
Shan si incontrano molti taxi “illegali”, ovvero moto che trasportano
fino a cinque passeggeri, rigorosamente senza casco. Il governo lo vieterebbe,
ma la disoccupazione inizia a serpeggiare e anche dopo una multa salata i
tassisti ricominciano. Il sito, che si trova sulla Collina della cima preziosa, è stato costruito per volere del
monaco Zhao Zhifeng tra il 1179 e il 1249 ed è un vero trattato sul Buddhismo
scolpito sulla pietra. Il progetto era lasciare una testimonianza del culto buddhista cinese, che si basa sul rito indiano ma con influenze taoiste e
confuciane. Gli altorilievi sono di semplice interpretazione per poter
raggiungere anche gli strati più bassi della popolazione, nella maggior parte
dei casi analfabeta. Scene di vita comune forniscono l’insegnamento. Il sito
è protetto dall’Unesco, che sta dirigendo i lavori di restauro; e meno male,
perché i primi interventi di recupero del colore sono stati devastanti.
Ai piedi del sito riusciamo a contrattare sei
poggia-bacchette per 50 yuan. Poi ammiriamo la nostra guida spirituale,
Caterina, che con abilità e in perfetto cinese contratta per noi una bussola
per il feng-shue esattamente allo
stesso prezzo! Inarrivabile. Siamo davvero dilettanti al confronto. Nel vicino villaggio la siccità ha spaccato la
terra, i contadini arrotondano i pochi guadagni fabbricando sedie di paglia e
facendo visitare le loro povere abitazioni ai turisti. I bambini camminano
scalzi e ridono della nostra curiosità per alcuni attrezzi di lavoro. Magri
cagnolini razzolano nei cortili alla ricerca di pentole da cui leccare gli
avanzi di cibo. In una stanzetta buia una piccola televisione trasmette uno
sceneggiato.
Ripartiamo in direzione Chongqing, a due ore da Dazu. Campagna, fabbriche, fondo stradale
sconnesso. Grattacieli. Chongqing è una Shanghai in miniatura, ma più
bruttina. Tutta un saliscendi, è l’unica città cinese senza biciclette. È al
centro di una provincia vastissima, annunciata da strade sopraelevate e
grattacieli che sfidano la nebbia, presente per almeno cento giorni l’anno. E
in mezzo scorre lo Yangtze, il Fiume
Azzurro, attraversato a nuoto da Mao in una storica foto. Ponti avveniristici si
lanciano da una sponda all’altra. Qui Chan Kai Shek trasferì la sua capitale,
al tempo del governo nazionalista. Poi la guerra civile e la vittoria di Mao. Sulla collina c’è una casa dove ancora si pratica
il rito del tè, ma a scopo turistico. I prezzi sono folli, soprassediamo sugli
acquisti nonostante ci abbiano fatto assaggiare infusi superlativi, soprattutto
il ginseng oolong tea.
Da quassù il panorama sulla città offre una vista
esplicativa sull’impianto urbanistico e su questo tratto di fiume, che presto
scomparirà per dare posto a un lago artificiale. Un pittore, su commissione
statale, sta illustrando il progetto della Diga
delle tre gole che sorgerà a 500 km da qui, creando un invaso che allagherà
gran parte dei villaggi e della città. Sono già state evacuate 900 mila
persone, entro due anni (2008) il progetto sarà concluso. Scompariranno
villaggi, templi, fabbriche, le colline allagate si abbasseranno. Alcune pagode
verranno smontate e ricostruite pezzo per pezzo più in alto. Questo tratto
dello Yangtze che lambisce Chongqing non esisterà più. Un’opera mostruosa.
La guida sta illustrando il progetto: la centrale elettrica che ne deriverà
illuminerà svariate province e inquinerà molto meno di quelle a carbone
diffuse in tutta la Cina. Noi siamo presi da un misto di ammirazione e
sconforto, quelli del Centro sembrano orgogliosi dell’incommensurabile opera.
La canna da zucchero non è mai dolce da tutte e due le parti, recita un antico
detto cinese. Chissà che cambiamenti climatici porterà. Meglio non pensarci. Chongqing a sera, nelle vie del centro, offre
nuovamente uno spaccato del Gigante a due velocità. Tra i grattacieli e gli
shopping centre che mettono in vendita tecnologia forse più a caro prezzo che
in Europa, si aggirano venditori di frutta con i bilancieri sulle spalle e
vecchi alla ricerca di bottiglie di plastica. Senza contare i soliti bambini
senza pannolone, con il buco nei calzoncini. Insegne al neon lampeggiano
multicolori. Di notte l’effetto dei ponti illuminati, stradali e fluviali, è
perfino affascinante.
A Chongqing pernottiamo all'Hotel Holiday Inn (15, Nan Ping
Bei Rd.).
13° giorno:
Chongqing - Kunming (volo)
Ni- jao =
buongiorno (ma
un po’ più formale)
Dalla nostra camera d’albergo già alle 8 si vede
la fila di autobus e vetture imbottigliate sull’unico ponte che porta in
centro. Accanto stanno lavorando alacremente al suo ampliamento, assolutamente
necessario. Sarà inaugurato il 28 agosto, perché il numero 8 porta fortuna. In
mandarino si pronuncia pa e questo
stesso suono vuol dire anche tesoro, soldi. Dopo un’ora anche noi siamo imbottigliati sul
ponte, nel tentativo di raggiungere il centro di Chongqing.
Di fronte, i
grattacieli sempre più alti. Accanto alla torre del Wtc costruiranno un palazzo
di 77 piani per ricordare la data dell’invasione giapponese della Cina, che
avvenne il 7/7/1937. Esistono ancora le grotte costruite durante la guerra per
sfuggire ai bombardamenti, trasformate oggi in negozi. Le gallerie sono molto
profonde e percorrono tutta la collina, però non erano collegate tra loro e
avevano una sola apertura. I giapponesi riuscirono a bombardarla e a murarci
vive molte persone. La strada che percorriamo è caratterizzata da case
basse e in pessimo stato. Ma sarà presto oggetto della speculazione edilizia.
Una società di Hong Kong ha acquistato l’area, demoliranno e ricostruiranno,
i prezzi saliranno alle stelle e già oggi c’è grande malcontento nella
popolazione degli sfrattati. Nascerà infatti un quartiere lussuoso –
addirittura sono stati interpellati alcuni superesperti di feng-shue, che stabiliranno come orientare le nuove costruzioni e
questo darà ancora più pregio alle abitazioni – riservato ai nuovi ricchi
cinesi, mentre gli sfrattati lamentano di non essere stati ricompensati
adeguatamente, a differenza di quanto accaduto agli abitanti di alcuni quartieri
riqualificati di Hong Kong. E sono cominciate le proteste, con scioperi e
blocchi stradali.
Il quartiere antico, verso il quale siamo diretti, è
stato restaurato di recente ed è popolato dai giovani studenti della vicina
zona universitaria. Nelle vie strette dalle case basse affacciano numerosi
negozi di souvenir a buon mercato, ma appena ci si allontana dalle due strade più commerciali, la gente si dirada e, sulle mensole dei rigattieri, si possono
trovare polverosi oggetti appartenuti al passato. Uomini con i bilancieri, wok
che ribollono, bambini trasportati dentro gerle di vimini, fabbricanti di
lecca-lecca a forma di farfalla. Si susseguono bancarelle che vendono cibo e
moderni souvenir del Grande timoniere, stampato su magliette, tazze, piatti. La
Storia ha un suo mercato che, a giudicare dalla recente produzione di gadget
comunisti, tira benone.
Dall’imbarcadero in fondo al vicolo si può
prendere il battello per una breve navigazione dello Yangtze. In tre giorni si può arrivare fino alle Tre gole, luogo
della diga, ma noi dovremo accontentarci di un giro di un’ora e mezza. Il
fiume ha l’acqua limacciosa, color ocra, a tratti più intenso. La città
vista da qui presenta aspetti sorprendenti e mostra scorci inaspettati. Ecco
nuovamente il Gigante a due velocità: sulle sponde i grattacieli avveniristici,
sotto i ponti e i viadotti i senzatetto, giunti dalle campagne o dalle periferie
evacuate. Presto il livello dell’acqua li caccerà anche da qui per far posto
a pittoreschi mercati galleggianti. Sulle rive la gente pesca o fa il bagno,
mentre vecchie bagnarole rugginose con la stella rossa sul comignolo si
mescolano a battelli da crociera o ristoranti galleggianti per i nuovi ricchi
(10 euro a pasto). Queste anse dello Yangtze, il Fiume Azzurro studiato a
scuola, quello della storica nuotata di Mao, tra poco non esisteranno più.
Sommerso dall’invaso della Grande diga, il panorama cambierà completamente, o
quasi. Ma il Gigante deve compiere il grande balzo, costi quel che costi. È il
prezzo per l’ingresso da protagonista nel mercato globale che tutto fagocita e
appiattisce. La Cina del Grande balzo voluto da Mao ha pagato a caro prezzo
quella politica, ma questa, che si è aperta alla globalizzazione e in 20 anni
ha raggiunto e superato l’Occidente, sta forse raccogliendo frutti migliori?
Chi pagherà il prezzo? L’introduzione della proprietà privata ha aumentato
il divario tra ricchi e poveri, il modello occidentale uniforma tutto
schiacciando le particolarità. Il bisogno sempre maggiore di energia sta
portando allo scempio del territorio e a gravi conseguenze ambientali. Ma la
macchina deve andare avanti, non può fermarsi adesso e negli strati medi della
popolazione circola un certo entusiasmo.
Intanto, nei pressi del porticciolo, come sempre
intere famiglie con bambini sono venute a fare il bagno nell’acqua fangosa
dello Yangtze, i piccoli si tuffano nudi tra gli approdi dei battelli, venditori
di spaghetti distribuiscono pasti per tre yuan, la funicolare fa la spola fra
l’imbarcadero e la strada principale. Aspettando l’invaso della Grande diga.
Prendiamo l’aereo per raggiungere Kunming,
nella provincia dello Yunnan, a
sudovest. Siamo nella zona di confine con la Birmania, il Laos e il Vietnam. Qui
vivono ben 25 minoranze etniche. La città è a più di 1800 m e l’aria è
fresca, 25 °C. In inverno il termometro non va mai sotto i 12 °C: la chiamano
regione dell’eterna primavera, è
sempre tutto fiorito. La zona industriale è piuttosto vasta a causa della
presenza di miniere, ma Kunming si sta riconvertendo nel settore turistico. Anche qui tutti i palazzi, pure quelli più elevati,
hanno le grate alle finestre. Non è per i ladri, bensì per tutelare i bambini.
Da quando è stata introdotta la politica del figlio unico, nel ’78, i
genitori tengono l’erede come un oggetto di cristallo. Li chiamano i piccoli imperatori. Il figlio unico ha ben sei persone attorno, i
genitori e i quattro nonni, che investono tutto sul suo futuro. Spesso, quando
il ragazzo ormai cresciuto va in città per studiare, la madre lo segue per
poterlo accudire. Al mercatino di Beijing street alla sera si può
osservare uno spaccato della società di Kunming: strade invase da bancarelle, i
volti perdono la loro rotondità, sono più allungati, la carnagione è più
scura. Anche l’abbigliamento cambia, le ragazze delle minoranze portano sul
capo tiare colorate o foulard. Compaiono i frutti delle regioni del sud: durian e jackfruit. I bambini vengono trasportati sulle spalle dentro stoffe ricamate.
Parecchie persone male in arnese rovistano tra gli avanzi o si lasciano andare
sedute per terra. Alle 10 di sera scatta l’orario di chiusura, le bancarelle
vengono smontate in un attimo, la merce stipata nelle scatole, si chiude tutto e
si porta via. In un fuggi fuggi generale, tra bici, motorini e carretti,
riprendiamo la strada per l’hotel dove, seduti in fila su bassi sgabelli, un
gruppo di ciechi attendono clienti cui proporre un salutare massaggio dei piedi
e della schiena.
A Kunming pernottiamo all''Hotel King World (28 Baijing Rd. South).
14° giorno:
Kunming
La regione dello Yunnan confina con Laos, Birmania e
Vietnam; con quest’ultimo esistono ancora tensioni ai confini controllati dai
rispettivi eserciti, schierati ufficialmente per scongiurare il traffico di
droga. Lo Yunnan è adiacente a quello che viene chiamato il Triangolo d’oro,
zona di coltivazione dell’oppio. Il governo cinese punisce con la pena
capitale i detentori di droga, ne sono sufficienti 50 grammi. Comunque,
nonostante le tensioni, la frontiera vietnamita è aperta e file di camion
intasano l’autostrada, però i cittadini della Repubblica Popolare si possono
recare solo nel nord vietnamita, per lavoro o turismo.
Attraversiamo strade di campagna e colline verdi
coltivate fino sulle pendici più impervie. In Cina la maggior parte dei
contadini lavora la terra con attrezzi manuali. Se venissero introdotte le
macchine agricole milioni di contadini resterebbero senza lavoro, per questo il
governo sta cercando di rallentare tale modernizzazione e, contestualmente,
spinge queste persone a dedicarsi all’allevamento. Infatti nella regione si può
trovare il formaggio di capra, inesistente altrove. Tra le minoranze etniche è in genere la donna che
lavora, al punto che nell’etnia Mosuos le donne non vogliono sposarsi,
ritenendo gli uomini troppo pigri: vi ricorrono solo per fare figli, poi ognuno
a casa sua. Intanto il pullman attraversa una regione molto verde, coltivata in
ogni angolo più recondito. Purtroppo il disboscamento determina frane a ogni
pioggia, ma il governo si trova nell’impossibilità di impedire coltivazioni
così estese a causa del numero elevato di bocche da sfamare. Tra le
coltivazioni spicca la floricoltura, che alimenta il mercato interno e quello
estero. Un accordo permette agli investitori stranieri (soprattutto olandesi) di
impiantare qui le loro fabbriche a costo zero. Dopo cinque anni di attività le
prime tasse, comunque molto basse. Questa politica ha una doppia ricaduta: gli
abitanti locali trovano lavoro e nel contempo imparano o perfezionano nuove
tecniche di coltivazione. Questa terra 270 milioni di anni fa era sommersa dal
mare.
L’impatto con la penisola indiana ha determinato la formazione della Foresta
di pietra, a circa due ore da Kunming. In mezzo al verde spiccano pinnacoli
di roccia verticali, affastellati come le colonne di una cattedrale gotica. Il
paesaggio è quasi incantato, fra stretti siq e passaggi impervi si scorgono
laghetti di acqua piovana o alberi contorti. I terremoti hanno spezzato le cime
delle rocce che ora restano in bilico in attesa della scossa che le farà
cadere. Purtroppo l’atmosfera è rovinata dal gran numero di turisti scaricati
a palate dai torpedoni. Figuranti in abito tradizionale vendono souvenir a caro
prezzo, sotto le vesti delle minoranze etniche spuntano scarpe da tennis e
bermuda. L’insieme è molto poco spontaneo e lontanissimo dall’autenticità dei venditori del mercatino serale di Kunming.
Tornando in città si può visitare il Tempio
d’oro taoista, costruito nel 1671 sulla Collina della fenice che canta. Ci
accoglie il bel portale colorato. All’interno il padiglione
d’oro è interamente in bronzo, dalla sua lucentezza deriva il nome. La
struttura è piccola ed è immersa in un giardino di bouganville, ginko e
bonsai. C’è pace e finalmente non c’è troppa gente. Non è così alle Colline
occidentali, che si estendono lungo le rive occidentali del lago Dian. Il
percorso è gradevole, una strada si snoda lungo il pendio tra alberi abitati da
scoiattoli. Poi inizia una scalinata veramente gremita di persone e il percorso
si inoltra in una galleria scavata sul fianco della montagna, con ampi scorci
sul lago più in basso. Ogni tanto una piccola pagoda ospita una o più divinità.
In alto la Porta del drago,
sull’architrave una perla portafortuna che tutti vogliono toccare (pare che
cambi la vita), facendosi immortalare in una fotografia. Si crea una certa coda. Il rientro a Kunming è difficoltoso. Lavori in corso
ci obbligano a percorrere uno sterrato intrappolati tra i camion. Una svolta
nella periferia è l’unico modo per cavarsela. Ma lo spettacolo teatrale di
stasera è irrimediabilmente perduto, non arriveremo mai in tempo.
15° giorno:
Kunming - Guilin (volo)
L’estate nello Yunnan è il periodo più piovoso
dell’anno. Infatti stamani piove. Nel quartiere delle residenze di lusso
stanno costruendo ville su ville, una nuova stazione ferroviaria, autostrade. La
globalizzazione ha portato lo stile occidentale dove prima c’erano risaie e
laghi pescosi. Il paesaggio sta cambiando rapidamente aspetto e le tradizioni
vacillano. Al Museo delle
minoranze etniche si possono vedere finalmente i veri abiti e gli strumenti
musicali originali, quelli che a Kunming e dintorni non si vedono più, a meno
che non ci si addentri nel territorio dello Yunnan. Il progressivo inurbamento
delle popolazioni di etnia non Han fa sì che si rischi di perdere la cultura e
l’artigianato delle minoranze, soprattutto nell’arte tessile. Il museo si
preoccupa di tenere vive queste tradizioni e offre un’esposizione degli abiti
multicolori dell’etnia Miao, Yao o Sani, le vesti dei religiosi (preziose sete
ricamate), gli abiti per le nozze e quelli per chi ancora non è accasato, il
vestito rituale dello sciamano con tanto di zampe di gallina appese al
copricapo. E poi la Cina è grande, è un insieme di popoli, ecco allora gli
abiti di tibetani, uyguri, kazaki, kirghizi e mongoli.
Vicino alla periferia la gente si dirada, il ritmo
sembra meno frenetico, nei negozi si trovano prezzi più bassi. Intorno al lago
Dian c’è un parco dove sorge il Tempio
della grande vista. Fra giardini di bouganville si aprono ampi scorci su
distese di fiori di loto rosa, appena sbocciati. Gli anziani possono entrare
gratuitamente e animano il parco, seduti ai bassi tavolini, giocando
interminabili partite a carte o a domino. Si sono portati il pasto da casa, a
mezzogiorno apparecchiano e mangiano insieme mentre un gruppo di signore, a
tempo di musica, sta provando per un defilé. In Cina la maggior parte della popolazione è atea,
ma negli ultimi anni il governo sta ammorbidendo un po’ la mano sui culti
religiosi e qualcuno sta riscoprendo i templi. Quello di Yuen Ton Me (Monastero con dietro il monte) è buddhista e, per
fortuna, è un po’ fuori dalle rotte turistiche. Il padiglione centrale è
dedicato al culto della dea Kalì. Il buddhismo, che origina dall’induismo, fu
introdotto in Cina da alcuni monaci che ignoravano la natura distruttrice della
dea Kalì, perciò ancora adesso è venerata. Mentre siamo tutti con il naso per
aria a osservare draghi colorati e statue dorate, una fila di signore anziane
con un mantello scuro passa accanto a noi. Si riuniscono per la preghiera. Suoni
di tamburi sono accompagnati da loro canti.
Un altro salto. L’aereo ci porta in poco più di
un’ora a Guilin, nella provincia
del Guangxi, regione autonoma del sud
della Cina. Guilin significa bosco di
osmanthus, alberi che fioriscono in autunno e spandono nell’aria un
profumo dolce e delicato. La popolazione di questa zona è per la maggior parte
di etnia zhuang ed è mescolata ai
vietnamiti, con cui condividono larga parte del confine. Visi scuri, occhi
grandi. Di qui passa il Tropico del Cancro: clima caldo e umido, coltivazioni di
riso, canna da zucchero e frutta tropicale. Nella foschia compaiono le colline a
forma di pan di zucchero, sono talmente numerose che si è optato per un numero
simbolico: 333.333! Se vi par poco!
La città è molto cambiata negli ultimi anni ed è
parecchio animata. Le vecchie casupole sono state abbattute per costruire un
lungolago intorno al quale passeggiare la sera. Localini ripuliti, battellini
per il giro notturno intorno a giochi di fontane con musica e colori. Nelle vie
del centro si snoda un mercatino che è lungo 2 km, dove si possono trovare le
più impensabili assurdità: chi ha resistito fin qui all’acquisto inutile ma
bizzarro adesso capitola e lo fa con la gioia di un bambino nel paese dei
balocchi. Ninnoli di tutti i generi, specchietti, porcellane, miniature.
Vestitini da Mandarino per avvolgere le bottiglie di vino, fermagli, pettini,
pezzi di giada che probabilmente è vetro o volgarissima pietra, orologi con
l’effigie di Mao che saluta il popolo mentre la stella rossa scandisce i
secondi. La cosa più inutile e ridicola, il pipì-boy, si rivela essere
l’unico oggetto con una sua dignità: serve per testare la temperatura
dell’acqua per il tè. Contrattare è un obbligo, sono gli stessi venditori
che invitano a farlo, porgendo carta e penna e sorridendo gentili, talvolta
sganasciandosi per un rilancio ritenuto ridicolo, ma che accettano, alla fine. Sul laghetto si spengono le ultime luci, mentre la
brezza porta il profumo degli osmanti.
Anche noi andiamo a nanna (Hotel
Bravo, 14 Ronghulu Xiangshanqu Rd).
16° giorno:
Guilin (navigazione sul fiume Li)
Guilin è stata la prima città cinese che Mao fece
aprire al turismo negli anni ’70. Le bellezze naturali e la sua condizione di
regione autonoma hanno permesso l’apertura ai visitatori stranieri. Oggi
Guilin ha mutato aspetto, dal 1998 lo sviluppo edilizio ha progredito
costantemente, ma con criterio, c’è un vincolo per la salvaguardia del
paesaggio e si capisce perché: le colline di Guilin sono famose per la loro
particolarità, non si possono costruire grattacieli che ne offuschino la vista. Percorriamo viali alberati di canfore e osmanthus per
lasciare la città e raggiungere, dopo 38 km, l’imbarcadero. Saliremo su un
battello per navigare il fiume Li,
affluente del Fiume delle perle, collegato a nord allo Yangtze da un canale
voluto dal Primo imperatore e che gli permise di invadere questa regione,
annettendola al Regno: Li vuol dire separato, infatti. Il canale del 200 a.C. è
ancora funzionante.
Nel mese di agosto c’è molto turismo (ma no?),
soprattutto interno (lo sospettavamo), tanto che partono anche più di cento
battelli al giorno (è quello che temiamo!), una lunga processione che scivola
sull’acqua lentamente (siamo rassegnati a stare in coda anche oggi, sul
fiume!). La realtà, per fortuna, è meno tragica: le acque sono dignitosamente
libere, a parte un paio di traghetti che ci precedono. Nelle cucine, intanto, si comincia di buon’ora a
preparare il pranzo per tutti i passeggeri: si possono gustare specialità come
gamberi, tartarughe, castagne di mare, serpenti. I prezzi sono da ristorante
italiano e non proprio una trattoria: sorvoliamo sulle scelte più esotiche,
anche perché dovremmo ordinare adesso, alle 9 del mattino, e il serpente non ci
solletica l’appetito, almeno non a quest’ora.
I turisti cominciano ad accalcarsi sul ponte per
ammirare le colline che ricordano il Pan di Zucchero di Rio de Janeiro e che
spuntano dal fiume, disegnando anse e figure fantasiose. L’umidità sparge una
foschia che rende il paesaggio quasi onirico. È per questa bellezza che le
colline di Guilin hanno fornito ispirazione a pittori e illustratori di tutta la
Cina e sono state stampate perfino sulla banconota da 20 yuan. Lungo le sponde i bufali fanno il bagno, le donne dei
villaggi lavano i panni. Ad ogni attracco file di cormorani legati insieme
attendono la sera per essere mandati a pescare. Bambù a coda di pavone
ombreggiano le rive e su zattere, sempre di bambù, gli uomini navigano il
fiume, si attaccano ai battelli per vendere souvenir ai turisti: Buddha di
legno, finte ametiste di sale colorato che si sciolgono con l’acqua. Una navigazione così suggestiva merita un brindisi,
che in realtà è un alibi per assaggiare la grappa di serpente e il vino di
osmanthus. Molto buoni entrambi.
Dopo circa cinque ore di placida navigazione,
godibile nonostante la quantità di battelli, sbarchiamo in un paesotto un tempo
abitato da pescatori. Adesso l’invasione del turismo l’ha trasformato in un
mercato di souvenir a caro prezzo. In mezzo a tutto questo commercio vecchie
signore, che non sono riuscite a fare fortuna con un’attività privata, sono
costrette a fermare i turisti per vendere ventagli. L’atmosfera non invoglia
all’acquisto e quindi ci accoccoliamo in riva al laghetto in compagnia di un
vecchio che suona un’antica litania, tra colline a panettone che si specchiano
nell’acqua. Rientrando a Guilin attraversiamo campagne coltivate
a riso. Ai tempi di Mao ogni provincia aveva il compito di dedicarsi ad una
determinata produzione e solo a quella. Nella zona di Guilin la produzione era
il riso. Non c’era spazio per alcuna iniziativa personale, salvo esporsi a
pene severissime. Alla lunga, però, queste prassi non permettevano la crescita.
Lavorare poco o tanto non era importante, anche se in questo modo si tenevano
unite tutte le province rendendole interdipendenti, un po’ come in Urss. Fu
proprio da Guilin che partì una coraggiosa rivoluzione, che funzionò e fu in
seguito estesa a tutta la Cina. Oggi la proprietà dei terreni resta statale ed
è equamente suddivisa, ma ogni famiglia può scegliere cosa farne. Chi ha
maggiore spirito di intraprendenza, una volta pagate le tasse allo Stato, può
tenere per sé quello che avanza.
Quando arriviamo in città c’è giusto il tempo per
un massaggio. La scuola di Guilin è fra le più rinomate di tutta la Cina. In
questo paese è assolutamente naturale incontrare gli amici e, invece di bere
qualcosa al bar, ritrovarsi in una sala per il massaggio. Sperimentiamo. Siamo
in otto ed ecco pronte otto poltroncine di bambù con i cuscini, otto lavandini
dove tenere a bagno i piedi nell’acqua verde per gli infusi di erbe mediche,
otto sgabelli e otto massaggiatori. Sulla mappa della riflessologia plantare
possiamo scoprire tutti i punti deboli del nostro organismo, dipende dove duole
maggiormente il piede sottoposto alla pressione dei masseur. Considerati i dolori sparsi ovunque, siamo convinti di
essere ormai malatissimi, se non già defunti! Urge un check-up al ritorno in
patria. I massaggiatori procedono inesorabili. Premono, scuotono, pestano sotto
la pianta dei piedi, tirano una per una tutte le falangi. E noi otto lì, con i
pantaloni tirati su fino al ginocchio a soffrire… però le gambe si fanno via
via più leggere. Poi è la volta del massaggio totale, ecco pronti otto
lettini. Ci sdraiamo vestiti, ci coprono con un telo di spugna e via al
trattamento: faccia, testa, collo, schiena, gambe. E di nuovo premi, tira,
scuoti. Riusciremo ad alzarci da qui? Non sembra vero, una volta finito, dopo
un’ora, ci si sente leggeri come su una nuvola. Ben 120 yuan in tutto (si fa
per dire), ovvero 12 euro. Più una piccola mancia per i massaggiatori. Si sono
fatti un mazzo così, chissà quante ore al giorno lavorano. E, soprattutto,
quanto guadagnano? A giudicare dalle loro espressioni, non molto.
Un tempo a Guilin si pescava con il cormorano. Adesso
questa attività è confinata soprattutto nei villaggi lungo le rive del fiume
Li mentre qui in città la pesca viene esibita solo per i turisti. Quando fa
buio prendiamo un battellino e usciamo nuovamente sul fiume Li, in un tratto
vicino alla città, sulla scia di due zattere di bambù sopra cui stanno
pescatori e cormorani. A questi ultimi hanno legato al collo uno spago che li
lascia liberi di respirare, ma non di inghiottire pesci di grandi dimensioni,
solo i più piccoli. Quando pescano una bella preda, quindi, questa viene
recuperata dai pescatori. Sotto la luce delle lampare si affollano i pesci e i
cormorani affamati si tuffano; riemergono con il collo deformato dal pesce
appena catturato che gli verrà sottratto subito. E via, di nuovo, un altro
tuffo, un altro pesce, un’altra sottrazione. Piano piano il cesto si riempie.
Alla fine della pesca verrà tolto il cordino e i cormorani saranno liberi di
mangiare a volontà, ma non di fuggire. Una seconda cordicella legata a una
zampa li tiene incatenati a vita alla barca.
Di notte la città di Guilin è tutta una luce. La
municipalità ha fatto del suo meglio per darle un aspetto gradevole e
accogliente. E c’è riuscita… secondo il gusto per l’estetica tipicamente
cinese! Negli anni scorsi sono state costruite le Pagode del sole e della luna: ai piedi delle colline curatissimi
giardini sono illuminati da luci colorate mentre panchine a forma di maiale, di
cigno o di rospo accolgono i passanti. Qua e là la gente si ritrova, la sera,
per cantare e suonare, in nostro onore intonano un canto di Natale. In fondo ai
giardini si apre una finta cascata, sul canale sono stati costruiti ponti in
stile inglese, francese, cinese. Sembra di essere entrati dentro un acquerello
dai colori tenui e dalle forme vaporose, sotto le fronde degli alberi di
osmanthus e canfora. Questa è la Cina. Talmente oltre che non finisce mai di
stupire. Il processo, naturalmente, ha più di un neo.
L’ingresso nel mercato globale ha portato benessere ma creato forti
disuguaglianze. È sempre la stessa storia dappertutto. Il socialismo sembra
essere un ricordo, qui, in compenso adesso ci sono bambini che alle 11 di sera
sono ancora per strada da soli, a vendere fiori. Ma si accontentano volentieri
di qualche coccola, anche i più grandi. Possibile che non ci sia un’altra
via?
17° giorno:
Guilin
ballerine del teatro tradizionale cinese
La zona di Guilin millenni fa era sommersa dalle
acque. Per questo e per la natura calcarea delle rocce, quando si sono formate
le colline dentro ognuna si è aperta una grotta. Durante la Seconda guerra
mondiale le grotte vennero usate come rifugio dai bombardamenti giapponesi; adesso gli speleologi le stanno studiando e qualcuna è aperta al turismo. Visitiamo la Grotta
del flauto di canna di bambù, una delle più grandi. Negli ampi spazi
interni l’attività di percolamento si è quasi esaurita. Le strutture formate
da stalattiti e stalagmiti sono simili a canne di bambù, ma la fantasia cinese
si è espressa copiosamente. A ogni sosta si accendono luci al neon colorate per
illuminare formazioni battezzate con nomi curiosi: il leone, le verdure, il
pupazzo di neve. C’è perfino lo skyline di Manhattan riflesso in un laghetto,
e, con un colpo da maestro, sulle stalagmiti sono state accese le lucine rosse
per gli elicotteri! Non mancano registrazioni di uccellini e flauti. All’uscita della grotta, il cui allestimento –
che piaccia o no – è comunque unico, dobbiamo dominare le venditrici di
fischietti che nel frattempo hanno notevolmente ridotto il prezzo della loro
mercanzia rispetto a mezz’ora fa ma si sono fatte molto incalzanti.
La strada per tornare passa tra le risaie e le
coltivazioni di castagne d’acqua dove i contadini scalzi stanno raccogliendo
il riso in piccole fascine per separare le spighe dai chicchi. Sulla strada del
ritorno c’è una fabbrica di perle vere, di quelle che vengono estratte
dall’ostrica sotto i nostri occhi e si sente pure il profumo del mare. Non
siamo interessati all’acquisto, ma la cosa divertente è la sfilata che hanno
organizzato per noi, con alcune ragazze che esibiscono i gioielli esposti in
fabbrica. Ce n’è una che non ce la fa più a trattenersi e, a tratti, scoppia
a ridere davanti alle nostre facce divertite. A Guilin per la verità non c’è più molto di
eclatante da vedere e a una certa ora inizia a fare davvero molto caldo.
Cerchiamo riparo sotto gli alberi passeggiando sul lungofiume della Collina
della proboscide dell’elefante, ma con scarso successo. La Collina di
Fu Bo, invece, offre come unica attrattiva il panorama. All’interno della
Grotta della perla restituita sono scolpiti alcuni Buddha taoisti parzialmente
distrutti durante la Rivoluzione culturale e ricostruiti con poco criterio.
Alcune leggende legate al nome della grotta narrano dell’imperatore che gettò
perle avute in dono dai nemici nel fiume, scoprendo che erano false. Altre
parlano di un bambino che rubò la perla a un drago travestito da pescatore e
poi gliela restituì. O, ancora, fu un pescatore sfortunato che, trovata una
perla preziosa nelle sue reti, la restituì al fiume, guadagnandosi fortuna per
tutto il resto della vita. La Cina – ma tutto l’Oriente, in verità – è
ricco di storie, favole da offrire ai bambini per insegnare loro il rispetto
dell’altro e valori universali quali la pace, la rettitudine, la dignità.
Tra tutte le visite di oggi merita un cenno la lezione di dipinto che ci ha impartito un professore di pittura dell’Accademia
di Belle arti di Guilin. Gli strumenti sono belli e raffinati. Lunghi pennelli
dalle setole flessibili e duttili lasciano tratti precisi sulla carta, sottile
come un velo. Inchiostri da sciogliere su pietre nere e scolpite, su ogni
bacchetta di colore un dragone dorato che si consumerà con l’uso. Simboli.
Come quelli che prendono forma sulla carta: il bambù rappresenta l’umiltà,
un tronco cavo da riempire di conoscenza. Il fiore di pesco, come il pino,
indica la capacità di resistere alle avversità, perché cresce in qualunque
condizione. Il crisantemo: la lungimiranza, la capacità di non fermarsi al
primo aspetto, ma di saper guardare oltre. E poi, con due tocchi di pennello,
compaiono le colline a Pan di zucchero di Guilin, che si perdono nella
nebbiolina, e il fiume Li con i bufali che si riflettono nelle sue acque. Il
maestro chiama qualcuno a provare. Che vergogna: tocca a me. Però il tronco di
bambù l’ho fatto bene, per le foglie ci vuole tecnica. L’ho capito, anche
se il maestro mi spiegava tutto in cinese. Alla fine ci ha regalato il disegno,
al posto dell’ideogramma mi ha concesso di scrivere il mio nome: è il più
prezioso di tutto l’atelier!
In questa stagione all’improvviso scoppiano
temporali che costringono a soste forzate. Ma durano poco. Appena spiove si può
passeggiare per le vie del centro. Guilin è una città piccola per gli standard
cinesi, solo 600 mila abitanti, come Genova. Gli ampi viali sono trafficati e
per attraversare è bene usare i sottopassaggi, però l’orientamento può
risentirne. Sotto il livello stradale ci sono bancarelle e negozi che
distraggono, è facile riemergere dalla parte sbagliata e trovarsi a percorrere
una via priva di riferimenti, soprattutto se la bussola interna si è
momentaneamente smarrita. In questi casi è meglio optare per
l’attraversamento in superficie, tenendo presente però l’ammonimento: noi passiamo, loro non fermano! È bene accodarsi a un gruppo di cinesi
e procedere uniti, loro sanno come fare e mai come in questi casi l’unione fa
la forza!
Ci sono pochi stranieri in centro, a parte noi.
Infatti la gente ci osserva, qualcuno di sottecchi, divertiti e incuriositi;
altri salutano apertamente.
Stasera il teatro locale offre uno spettacolo di
danze etniche, non ci lasciamo scappare l’occasione.
Il teatro in Cina è una
tradizione ed è anche un’esperienza da non perdere, non solo perché
trasmette un aspetto della cultura del popolo, ma anche per lo spaccato di
società che offre. Eccoci qui, mescolati con i cinesi, con in mano la
bottiglietta d’acqua offerta all’ingresso. Lo spettacolo inizia alle otto e
dura poco più di un’ora. Come si abbassano le luci, la gente inizia a
parlare, a mangiare, a bere. Come siamo lontani dai nostri teatri, dove gli
spettatori hanno l’aria più seriosa che divertita e hanno studiato la
toilette più adeguata per una settimana! Qui il teatro propone spettacoli
davvero per tutti, è una forma d’arte autenticamente popolare. Trattandosi di
danze e canti della tradizione delle varie etnie, su un display luminoso
scorrono scritte in cinese e inglese per spiegare al pubblico il significato di
ciò che viene rappresentato. Dal momento che tutti parlano, chi di noi conosce
l’inglese traduce per tutti gli altri. (prezzo del
biglietto 160 yuan, 16 euro). E lo spettacolo ha inizio!
I ballerini sono acrobati
contorsionisti, volano, formano piramidi umane, compiono arabesque sulle punte
restando in equilibrio sulla spalla o sulla testa del compagno. Costumi
tradizionali, copricapi d’argento tintinnanti, maschere che cambiano con un
movimento brusco del capo: ma come faranno? I popoli che vivono sotto le montagne del Dragon Back (la Schiena del Dragone) aspettano la Fenice che vola appesa a
stole di seta, rullano i tamburi, danzano le Apsara. Si raccoglie il riso, le
donne scendono dalle montagne con i bilancieri, lavano i lunghi capelli nel
fiume Li, pescano. Sfilano le etnie Zhuang, Yao, Miao, fino alla festa di
matrimonio finale: qualche spettatore viene portato sul palco per partecipare
alle danze. Palle di seta vengono lanciate in platea, tutti saltano per
prenderle: secondo la tradizione è la ragazza che sceglie il fidanzato, durante
le feste popolari, quando i giovani possono incontrarsi, lanciandogli appunto
una palla di seta. I canti sono un misto di cultura popolare con un commento
musicale moderno, un’incongruenza che qui ha il suo fascino.
Alla fine le
ballerine sfilano tra il pubblico e lo precedono nell’atrio, dove sostano per
farsi fotografare con la gente che, entusiasta, fa a gomitate per conquistarsi
un posto accanto a loro, belle come angeli tra la folla in abiti dimessi.
Usciamo inebriati e felici, peccato sia durato solo un’ora. Con il sorriso che stenta a lasciarci e gli occhi
ancora pieni di colori, ci buttiamo tra le bancarelle che dopo le 19 occupano la
strada confinando il traffico in due sole corsie. Siamo agli sgoccioli del
viaggio e bisogna pensare ai regali. Gli orologi di Mao che saluta con il pugno
e la stella rossa che scandisce i secondi vanno a ruba. Ormai siamo avvezzi al
gioco della contrattazione, alle risate di rito del venditore alla nostra prima
controfferta, alla gente che si ferma curiosa per assistere. Tutto si svolge in
un clima allegro, compreremmo qualunque cosa a questo punto. Alla fine il
sacchetto è pieno: sei orologi di Mao, un copribottiglia con berretto da
Mandarino, una bambolina in abito tradizionale che non ci saremmo mai aspettati
di comprare nella vita e un anello di finta giada. Rientriamo in albergo
chiacchierando piacevolmente tra i vialetti del lungolago.
18° giorno:
Guilin - Shanghai (volo)
Mentre ci accompagna all’aeroporto, la guida cerca
di riassumere brevemente la storia della Cina. Difficile in pochi minuti
sintetizzare un periodo di 4000 anni, ma ancora più complicato dare
un’interpretazione dei fatti più recenti in un Paese dove governa un solo
partito. Come raccontare gli errori della Rivoluzione culturale senza criticare
il padre della Repubblica Popolare Cinese, Mao? Come riferire i fatti di piazza
Tienanmen? Lo fa abilmente la guida. Il Paese è una realtà molto complessa e
in questi casi la ragion di Stato ha il sopravvento: non si può rischiare il
caos e far precipitare la Cina nella fame e nell’arretratezza. Visto da questa
prospettiva, non fa una piega. La Storia da una parte e la gente comune
dall’altra: gli incroci, da sempre, sono molto pericolosi, per i comuni
mortali. Non è facile capire o, meglio, accettare, soprattutto se si pensa che
a Tienanmen sono morti centinaia di ragazzi per ottenere diritti che oggi, in
Cina, a distanza di 17 anni, sembrano acquisiti o sul punto di maturare
definitivamente. Qui si ricordano ancora le parole di Deng Zhiao Ping, ovvero
dell’uomo che guidò la repressione del 1989: guadiamo il fiume toccando i
sassi. Non sappiamo come andranno le riforme, dobbiamo procedere con cautela.
Quello che nell’ex Urss, per esempio, non sono riusciti a fare.
L’aeroporto di Guilin è anonimo come tutti gli
aeroporti, ma il duty free merita una visita per via dell’offerta commerciale:
almeno qui la globalizzazione non è arrivata del tutto. Buste di plastica
sottovuoto contengono “essenze” per aromatizzare la grappa: serpenti,
pipistrelli, stelle marine e altre amene bestiole essiccate e non facilmente
identificabili (forse è meglio così). Meriterebbe l’acquisto, ma alla dogana
probabilmente ci requisirebbero tutto, appioppandoci anche una bella multa. Arriviamo a Shanghai all’ora di pranzo, fa caldo e finalmente c’è il sole. Così la temperatura
è ancora più rovente. La città lascia a bocca aperta già a prima vista.
Grattacieli che sfidano le nuvole, dalle forme più strane: facciate curve,
ritorte, grande impiego di metallo e vetro. È tutto vero o siamo sul set di un
film di fantascienza?
La visita comincia dal Museo storico archeologico, una struttura molto grande che ci
costringe a scegliere solo due sale:
bronzi e sculture. Vasi per il vino e scodelle, o meglio bacili, decorati con il
metodo della matrice a stampa, tamburi, campane, statuaria buddhista in legno o
pietra. Il tempo passa rapido, alle 17 in punto tutti fuori, compresa la lunga
fila dei guardiani in divisa blu che smonta dal lavoro composta. Prima di sera accompagniamo due amici che conoscono
bene Shanghai dal sarto. L’artigiano si è trasferito da quando sono iniziati
i lavori per l’ampliamento della metropolitana, da ultimare per i Giochi del
2008. Lo cerchiamo al nuovo indirizzo, ma domani andrà via pure da lì. I
venditori di tarocchi, sloggiati dalle loro botteghe, ci fermano continuamente e
con insistenza per portarci nelle piccole abitazioni nascoste dove vendono borse
e finte griffe. Proseguiamo imperterriti. Ecco il sarto. Una bottega piccola, un
caldo infernale, il piccolo condizionatore smuove l’aria solo in un punto, del
resto manca del tutto la porta e il caldo umido è libero di entrare. Vestiti
appesi alle pareti, gonne, maglie, camicette. Alla fine la contrattazione
divertente ed estenuante: usciamo con una borsata di vestiti.
Percorso rapido
all’indietro tra magazzini di grandi firme e venditori ambulanti. Veloci,
presto! Tra poco inizia lo spettacolo del Circo
acrobatico! Il Grande
teatro (28 euro primo settore, 20 euro secondo settore, 16 euro
terzo settore) in realtà ha una platea piuttosto piccola dove
siedono soprattutto turisti stranieri. Una fila di greci davanti a noi. Il primo
numero non inizia benissimo, una ballerina cade nel tentativo di camminare sulla
testa delle compagne girando contemporaneamente otto piattini posati su
altrettanti bastoni. Ma si riprende subito e le acrobazie si susseguono in un
crescendo. Numeri di alta scuola, talvolta ironici, altre volte romantici o di
suspence, come la performance finale con quattro motociclisti dentro una grande
sfera di metallo. Quando gli artisti volano appesi a stole di seta sfiorano le
teste delle prime file. Sono flessibili e forti nello stesso tempo. Equilibrismi
e contorsionismi così al limite che a volte non si riesce a capire come siano
messi. E, appena finisce lo spettacolo, sono pronti nell’atrio a vendere il
dvd del loro spettacolo, senza nemmeno il fiatone. Il risultato di una
disciplina ferrea e di una forza di volontà e una determinazione che sembra
contraddistinguere il popolo cinese. Gli artisti del circo sono poco più che
ragazzi, alcuni proprio bambini.
Ceniamo nella terrazza girevole dell’hotel (Hotel
Jingjiang Tower 161, Changlelu Luwanqu),
Shanghai offre uno spettacolo unico di notte: illuminata ai nostri piedi, ci dà
un assaggio di quello che sarà la Cina del futuro. Sopraelevate si incrociano a
disegnare ideogrammi blu elettrico e un fiume dorato di auto scorre in mezzo a
una foresta di grattacieli dalle insegne che dipingono la notte.
19° giorno:
Shanghai
La città dista 30 km dal mare. Shanghai significa
infatti città sul mare, ma le distanze in Cina hanno un altro valore rispetto
all’Europa. E dal Mar Cinese Orientale arriva tutta l’umidità possibile: 36
°C, 90% di umidità. Sul Bund si muore di caldo già alle 9, gli edifici di Pudong emergono dalla foschia nonostante siano solo al di là del
fiume. I cinesi, le donne soprattutto, girano con l’ombrellino aperto per
ripararsi dal sole che le farebbe abbronzare: amano la pelle bianca color
porcellana, che schiariscono ulteriormente con una crema alle perle. Nelle
profumerie una nota marca di cosmetici francese commercializza prodotti
schiarenti che in Europa fallirebbero dopo una settimana. Il Bund è
semplicemente spettacolare. La fila di edifici della zona vecchia è stata
edificata nel 1800, all’epoca del protettorato inglese e francese, e i palazzi
sono in pieno stile europeo. Spicca il Peace hotel, dove ogni sera si esibisce
un’orchestrina jazz anni ’20.
Di fronte lo skyline per eccellenza di Pudong:
grattacieli altissimi, dalle silhouette avveniristiche, finiscono con
l’affascinare anche chi ha creduto fino a questo momento di non amare questo
genere di architettura. In primo piano la Torre della televisione e il Centro
conferenze. E in mezzo scorre il fiume, solcato da chiatte nere come la pece. Le
due sponde sono unite da sei ponti e da 15 tunnel sottofluviali, che nel 2010,
per l’Esposizione universale, saranno 51! La Cina del Grande balzo, appunto.
Ma nella città del futuro si trovano ancora segni
del passato, anche se recente. Il Tempio
del Buddha di giada è stato costruito nel 1918, anche se sembra più
antico. Già lungo la strada le botteghe vendono oggettistica religiosa e cd di
musica sacra. L’interno è come sempre scandito in più padiglioni che
ospitano rappresentazioni delle emanazioni del Buddha e Guardiani. La statua del
Buddha di giada si trova in una stanza del primo piano dell’edificio centrale:
è stata scolpita in un unico blocco di pietra birmana, molto apprezzata in
questa zona della Cina. In realtà ci sono altre statue di giada, molto belle,
intorno alle quali è fiorito il commercio e sono perciò un po’ soffocate da
vetrine di oggetti antichi o gioielli, che stonano un po’ con il culto. Ma non
dimentichiamoci che la Cina resta un Paese comunista, quindi ateo.
A poca distanza dal tempio si apre un cancello
anonimo. Chiedendo alla guida si può salire in una delle apparenti abitazioni e
scoprire anche qui il regno del tarocco: abiti, scarpe e accessori. Prezzi
sicuramente più bassi che in Italia, comunque alti per chi immaginava grandi
affari a cifre ridicole. I negozi ufficiali a Shanghai propongono invece
prodotti di seta e cachemire, di ottima qualità, ma lo stile incontra poco il
gusto italiano, salvo capi molto classici.
La zona della Città vecchia sembra essere preservata
dai grattacieli. Case basse, strade strette, carretti, biciclette, macchine
strombazzanti. Botteghe di ferramenta e casalinghi lontani dal genere turistico,
dove si possono trovare autentiche stoviglie e wok. Ma nel cuore della zona
vecchia i vicoli stanno riacquistando l’antico splendore. Muratori e
imbianchini popolano le impalcature muovendosi sopra i negozietti di souvenir e
gelaterie di marchio europeo, carissime. Un flusso costante di persone percorre
il Ponte delle nove curve che,
sospeso su un laghetto, conduce al Giardino
del Mandarino. All’interno alberi bassi, la Sala delle tre spighe, gli
specchi davanti alla porta per allontanare gli spiriti. Nei fossati pesci rossi,
che sono segno di abbondanza e per questo cibo preferito per festeggiare il
Capodanno cinese. Vialetti e ponticelli. La Pagoda della luna e il dragone che
corre sui muri di cinta, ma con quattro artigli soltanto, per non dispiacere
all’imperatore, l’unico che può cingere le sue mura con questo simbolo. I
giardini con i bonsai invitano alla sosta nella calura estiva mentre fuori, per
le vie, la gente va e viene senza posa. Ma lo spettacolo da fuoco artificiale Shanghai lo
offre appena si fa buio.
Raggiungiamo Pudong attraverso uno dei suoi sei tunnel sottofluviali. 15 anni fa qui non c’era
niente, adesso i grattacieli altissimi sono tutti illuminati. I prezzi di questo
quartiere moderno e tecnologico sono di circa 16.000 euro al metro quadro. Per
dare un’idea, un appartamento piccolo è di almeno 200 mq. Quando il pullman ci scarica sotto la Jin
Mao tower e solleviamo lo sguardo non lo vediamo finire! Uno, due, tre… 88
piani di acciaio e vetro strutturale. Il quarto più alto del mondo. Circa 420
metri che sfidano il cielo, una pagoda rielaborata al computer. L’ascensore
per salire fino alla cima (50 yuan il biglietto) impiega 45 secondi viaggiando
a una velocità di 9 metri al secondo. Dall’alto fronteggiamo la Torre
della televisione tutta illuminata e, sull’altra sponda, i palazzi
ottocenteschi del Bund. Da quassù gli altri grattacieli sembrano perfino bassi.
E se ne costruiscono altri: squadre di operai sono al lavoro giorno e notte,
pesanti gru girano i loro bracci metallici incessantemente, nel buio le luci
psichedeliche delle fiamme ossidriche, moderni fuochi artificiali, a dare forma
al miracolo cinese. Un fiume dorato di auto cola come lava incandescente dalle
vie del centro, sembra di essere dentro un videogame.
Altri 45 secondi e siamo
di nuovo a terra e dal Piccolo Bund possiamo ammirare meglio i palazzi di fronte, il traffico di battelli illuminati
a festa e di chiatte che scivolano sul fiume. Ma quanta energia serve per
illuminare tutta questa città? Quanto carbone e petrolio occorre bruciare?
Meglio non pensarci. Nel Quartiere
francese le abitazioni di pietra restaurate sono basse, una serie di vie,
ristoranti e localini, bar e gelaterie. Anche la folla qui cambia totalmente
aspetto, un'altra Cina: eleganti e silenziose coppie siedono nei dehor chiacchierando sottovoce come fossero in un caffè parigino. Ma appena girato
l’angolo di una via, ecco un pezzo di Cina storica: la sede dove è nato il
Partito Comunista.
Dopo cena è un peccato lasciare le luci della
Shanghai by night. Una passeggiata in via
Nanchino tra le insegne multicolori delle grandi marche dell’elettronica e
dell’abbigliamento, i ragazzi dei ristoranti che cercano di procacciare
clienti, i venditori di falsi che sventolano i cataloghi della loro mercanzia
sotto gli occhi dei turisti. L’umidità invade le strade generando
spossatezza, qualcuno cerca ristoro sdraiato sulle panchine di granito.
Ci
incamminiamo per tornare all’hotel a piedi, ma le distanze in Cina non sono da
sottovalutare, meglio prendere un taxi per la stratosferica spesa di 12 yuan (1
euro).
20° giorno:
Shanghai - Zhujiajiao - Shangai
Come tutti i Paesi che si rispettino, anche la Cina
ha una città paragonabile a Venezia. Si trova vicino a Shanghai ed è
caratterizzata da piccoli canali e ponticelli: si chiama Zhujiajiao. Ovviamente non ha nulla a che vedere con il capoluogo
lagunare, ma è davvero molto godibile per via delle sue casette basse con il
tetto a pagoda e la tranquillità che vi regna.
Per bilanciare l’idillio dobbiamo ammettere che è
anche la città più calda e umida della Cina. Nelle viuzze centrali molte botteghe di souvenir e
piccole rosticcerie dove stanno cuocendo stinco di maiale e involtini di foglie
di loto ripiene di carne e riso. Case da tè dal mobilio di legno, lo
sciacquettio dell’acqua nei canali appena smossa da piccole imbarcazioni di
legno simili a gondole. Appena lasciate le viuzze centrali, il silenzio si
appropria delle case: si cucina, si mangia, si stendono i panni. Cani pechinesi
si sdraiano all’ombra, una signora spenna un pollo, il venditore di angurie
pedala sul suo carretto avvisando a gran voce le massaie del suo passaggio.
Sbirciando dentro le piccole porte aperte si scorge una stanza e un lungo
corridoio che dà su un cortile, gli anziani seduti sulle sedie chiacchierano,
giocano a carte, qualcuno già pranza, altri dormono. Non sono neanche le 11.
Alcune vecchiette vanno incontro ai turisti con un sacchetto di pesciolini:
porta bene liberarli nel fiume dall’alto del ponte. Naturalmente lo facciamo
anche noi e il pesce vola fin dentro l’acqua, non lo vediamo più: neanche un
saluto, un grazie… sarà sopravvissuto all’impatto? Si, è probabile: domani
sarà dentro un altro sacchetto di plastica e si prenderà una panciata di paura
precipitando giù nel fiume un’altra volta. Oggi riusciamo perfino a modificare il solito pranzo
prenotato dall’agenzia, qui si sta bene e vorremmo assaggiare lo stinco che
cuoce nelle vetrine delle rosticcerie, dalla cotica grassa e arrostita, ben
diverso dai maiali magri e ripuliti che alleviamo in batterie in Europa.
Il caldo è tale che quando rientriamo a Shanghai
sembra quasi che il clima sia migliorato. Abbiamo ancora tutto il pomeriggio per
noi. Usciamo a comprare un regalo e
scateniamo un putiferio dentro una gioielleria allorché il proprietario si
allontana con la nostra carta di credito per verificare il circuito con una
telefonata. Lo abbiamo inseguito, occidentali diffidenti, e lui s’è molto
offeso. In effetti, il retro del negozio era uno scantinato con un apparecchio
telefonico. Abbiamo dubitato della sua onestà. In Cina si fa sempre così, ci
assicurano. Non abbiamo avuto brutte sorprese, del resto, al rientro in patria.
Proseguiamo il giretto per comprare altri regali.
Shanghai è simile a Milano nelle vie del centro. Caotica. Però è più grande:
quindi più caotica. Traffico, impalcature, gli impianti di condizionamento
funzionano a pieno regime e gocciolano condensa sui marciapiedi. Nei negozi e
nei grandi magazzini la moda è occidentale e anche le modelle che sorridono dai
manifesti sono bionde e ricciolute. I prezzi sono uguali a quelli europei, più
o meno. In una piccola Casa da tè troviamo quello che stiamo cercando, le
commesse sono sempre gentili e ci invitano a sorseggiare l’infuso seduti a un
grazioso tavolino mentre attendiamo che il pacchetto sia ben imballato per il
viaggio. Non parlano inglese e nemmeno sanno dove sia l’Italia, però scelgono
un imballaggio resistente, ovunque sia è lontano che porteremo quelle delicate
porcellane. In Occidente. Passeggiamo ancora un poco nonostante il caldo. Il
sarto si è trasferito, la sua
bottega non c’è più, al suo posto si apre un vicolo pieno di rottami e
manichini di plastica buttati a terra. La Cina che cambia. Si è trasferito in
una zona migliore, più cara, aumenterà anche lui i prezzi. Lungo le vie i
venditori di merce contraffatta sono assillanti da quando non hanno più un
posto dove vendere la loro mercanzia. Alcuni litigano animatamente per
contendersi lo spazio sul marciapiede, ne va della sopravvivenza. Il lavoro si
difende con tenacia.
Ma la vecchia Cina, il suo spirito antico, ancora non
sono scomparsi. Nel parco, verso le 18, la gente si raduna all’uscita dal
lavoro. Gli impiegati e gli anziani posano il thermos del tè e si dispongono a
eseguire con lentezza ed equilibrio gli esercizi di Tai chi.
E arriva l’ora di rifare i bagagli, la cosa più
seccante: difficilmente le valigie si richiudono al ritorno. E pesano, cariche
degli acquisti accumulati strada facendo. Per riuscire a imbarcare tutto senza
pagare tasse salate suddividiamo i colli fra tutti. Abbiamo comprato tanto in
giro per la Cina che stasera festeggeremo l’acquisto più assurdo e inutile, scelto proprio per concorrere al primo premio. E sul tavolo del ristorante girevole al
41° piano dell’hotel compare un discreto campionario di assurdità vendute
sulle bancarelle cinesi: palle di neve e ditali della Grande Muraglia, il pipì-boy,
i maialini che si baciano, il gatto che saluta con il pugno rigorosamente in
plastica dorata. Intanto il ristorante gira e ci offre un panorama di Shanghai
tutta illuminata, insegne intermittenti, le lucine per gli elicotteri, il fiume
dorato dei fanali delle auto che si sposta sulle sopraelevate. La Cina del
futuro. Per non cedere alla malinconia della partenza usciamo ancora nel caldo
afoso della notte. Andiamo a bere un tè in uno dei pochi locali che sta aperto
fino a mezzanotte, ove i clienti possono sedersi su altalene. Il traffico è minore rispetto al giorno, ma obbedisce sempre alla stessa regola: noi passiamo,
loro non fermano.
21° giorno:
Shanghai - Italia
E’ arrivato il momento di salutare la Cina.
Nonostante tutti i calcoli fatti per suddividere i bagagli, contando su chi
aveva meno peso, c’è ancora qualcosa che non passa i controlli e qualcuno è
costretto a ripetere il check-in per spedire trolley, comprati appositamente in
Cina con pochi euro, carichi di statue buddhiste, finte ametiste e incensieri di
metallo.
Lasciamo lo skyline alle nostre spalle e salutiamo la
Cina di Pechino e della Città proibita, del Mausoleo di Mao visitato ogni
giorno da migliaia di persone e della Grande muraglia. Quella dell’Esercito di
terracotta, dei teatri popolari e quella delle campagne. La Cina delle grandi
imprese di costruzione, dei tarocchi che non sono più sotto gli occhi di tutti
ma si vendono ancora tenacemente, nascosti nelle case. La Cina dei templi buddhisti, del
taoismo e del lamaismo. Le pagode e i giardini, le colline e i
fiumi che hanno ispirato i pittori. La Cina dove si possono fare due chiacchiere
con gli amici mentre ci si sottopone a un massaggio ai piedi, o bevendo tè
verde, aromatizzato al gelsomino, dentro tazzine di porcellana sottile. La Cina
dalle città invase dallo smog e dal cielo quasi sempre grigio e quella dei
magici artigiani del lecca-lecca. Il Paese dove la gente lavora e,
apparentemente indifferente a tante difficoltà, va avanti con fiducia e
ottimismo. La Cina che sta compiendo il Grande balzo tra passato e futuro, con
tutte le sue contraddizioni, ma con una spinta, una determinazione, una voglia
di migliorare le proprie condizioni che destano allo stesso tempo ammirazione,
tenerezza e un pizzico di inquietudine.